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Storia della morte in Occidente

By Philippe Ariès

(233)

| Paperback | 9788817112239

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Book Description

"La tesi di Ariès è che, in questa società industrializzata, la morte ha preso il posto della sessualità come tabù principale." (Panorama)</p><p>Come si moriva nel Medioevo, e come si muore oggi nelle società ad alto livello tecnologico d Continue

"La tesi di Ariès è che, in questa società industrializzata, la morte ha preso il posto della sessualità come tabù principale." (Panorama)</p><p>Come si moriva nel Medioevo, e come si muore oggi nelle società ad alto livello tecnologico dell'Occidente: nel corso di un millennio, l'atteggiamento dell'uomo di fronte alla morte, che ad un esame superficiale sembrerebbe quasi immutato, ha subito in realtà un'evoluzione profonda. L'analisi di Philippe Ariés, cui si devono molti importanti studi sulle "mentalità", si fonda non tanto sui resti letterari e artistici, quanto sui documenti che esprimono la sensibilità comune e l'inconscio collettivo, in particolare le tombe e i testamenti.

23 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Molto interessante

    Non avrei mai pensato che il modo occidentale di avere a che fare con la morte fosse cambiato così tanto nel giro di pochi decenni. E' in particolare notevole come noi tendiamo a pensare alle nostre pratiche presenti come eterne ed esistenti da sempr ...(continue)

    Non avrei mai pensato che il modo occidentale di avere a che fare con la morte fosse cambiato così tanto nel giro di pochi decenni. E' in particolare notevole come noi tendiamo a pensare alle nostre pratiche presenti come eterne ed esistenti da sempre nell'umana esperienza, mentre invece sono sovente invenzioni recenti.

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    Tommaso Bruni said on Aug 2, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    A tratti interessante, si rivela un po' ripetitivo e spesso con un approccio più filosofico che psicologico.
    Comunque meritevole di una lettura, anche solo per affrontare e capire un argomento che spesso viene spesso solo sfiorato o, addirittura, dat ...(continue)

    A tratti interessante, si rivela un po' ripetitivo e spesso con un approccio più filosofico che psicologico.
    Comunque meritevole di una lettura, anche solo per affrontare e capire un argomento che spesso viene spesso solo sfiorato o, addirittura, dato per scontato.

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    Fabrizio L. said on Jan 20, 2014 | Add your feedback

  • 5 people find this helpful

    "I'm a natural law; people call me death" (R.L. Stevenson, "Will o' the mill")

    Secondo molti, il porno e l'horror sono i generi cinematografici più condannati e censurati perché mettono l'uomo comune dinnanzi a ciò che più lo ossessiona e gli crea complessi di inferiorità : amore e morte, Eros e Tanathos . Inferiorità sessuale ...(continue)

    Secondo molti, il porno e l'horror sono i generi cinematografici più condannati e censurati perché mettono l'uomo comune dinnanzi a ciò che più lo ossessiona e gli crea complessi di inferiorità : amore e morte, Eros e Tanathos . Inferiorità sessuale e inferiorità nei confronti della morte. Carmelo Bene amava ripetere che l'"o-sceno" era ciò che stava fuori dalla scena, ciò che non si era abituati a contemplare, il plus-ultra ; secondo questa visione,in un certo senso, l'aldilà è osceno; la morte è pornografica. Se fate caso, tra persone per bene non si parla né di morte, né di sesso. Vittorio Messori aggiungerebbe giustamente che non si parla nemmeno di Cristo, ma questo è un discorso ancora più ampio, in cui forse si arriverebbe a citare Dostoevskij e la leggenda del Grande Inquisitore.

    Oltre ad essere una piacevole lettura sotto numerosi livelli (abbraccia con competenza tematiche quali storia, filosofia, arte, letteratura, politica, sociologia, sanità, urbanistica,ecc.)il libro di Aries è la cronaca di come l'Occidente abbia perso gradualmente il diritto e il piacere di farsi scandalizzare, per dirla con Pasolini, dalla morte. Di come un ospite che un tempo, come nel film di Bergman, camminava per le vie del mondo e conversava con gli uomini, e ora è stato ostracizzato, sottoposto a regime di apartheid fino ad arrivare a negarne l'esistenza stessa. Per Aries abbiamo esiliato la morte e ci siamo voltati fingendo serenità e distacco, il divertissement pascaliano , solo per essere da essa ancor più terrorizzati e scandalizzati quando essa ricompare nel mondo in maniera evidente e prepotente.

    Per la gioia di noi lettori, nel percorso ci è mostrato come la letteratura non sia rimasta immune da questo processo di ritorno allo stato brado della "morte addomesticata"; personalmente ho provato a effettuare un appello degli scrittori dell'età moderna che ancora tributarono alla morte il giusto omaggio ; non troppi hanno potuto rispondere con certezza : Cormac MacCarthy , per il quale uno scrittore non è degno di tal nome se non tratta della morte, Flannery O'Connor, Stevenson, Kipling, Kafka, Borges, Conrad nella sua "Linea d'ombra" e pochi altri. Tra coloro i quali hanno negato il saluto alla morte, senz'altro Proust.

    Ah , dimenticavo, se l'argomento di questa recensione vi ha inquietato o infastidito, è la prova che la tesi di Aries è vera.

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    Davide il Girovago said on Dec 8, 2013 | 2 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    avrà anche i suoi anni, però è più che attuale. Davvero molto interessante e ricco di spunti di pensiero. Il culto dei morti così come lo conosciamo e pratichiamo oggi (se ancora lo pratichiamo) è davvero cosa recente.

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    Sarvegu said on Jun 13, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Un saggio frutto di un'accurata e lunga ricerca scientifica, i cui risultati però sono riportati in maniera divulgativa e di facile comprensione. Le fonti oltre a venire citate vengono spiegate in maniera accessibile anche al lettore che non si inten ...(continue)

    Un saggio frutto di un'accurata e lunga ricerca scientifica, i cui risultati però sono riportati in maniera divulgativa e di facile comprensione. Le fonti oltre a venire citate vengono spiegate in maniera accessibile anche al lettore che non si intende di Storia. E' un viaggio avvincente nella storia dell'umanità, di cui viene analizzata e spiegata l'evoluzione del rapporto tra l'individuo, la propria morte e la morte dell'altro. Si parte dal Medioevo fino ad arrivare al '900. Si parla di sepolture, di testamenti, di malattia, di malattia scambiata per morte, di luoghi in cui morire, di sentimenti. Insomma per dirla con Kierkegaard “Serietà è pensare veramente la morte, pensarla così come la tua sorte, e comprendere così ciò che la morte non può farti comprendere: che tu sei e che la morte parimenti è”. Un libro da leggere, che fornisce anche spunti per approfondire il tema.

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    Valebarta said on Apr 10, 2013 | Add your feedback

  • 7 people find this helpful

    Et moriemur.Moriremo tutti.

    Libro entusiasmante e ricchissimo di informazioni, nonostante il titolo.
    Un affresco diacronico dove non vi sono zombies, danze macabre,ma articoli scritti dal grande storico Ariès con delicatezza e raffinatezza.
    Questo momento di rottura-"come siete ...(continue)

    Libro entusiasmante e ricchissimo di informazioni, nonostante il titolo.
    Un affresco diacronico dove non vi sono zombies, danze macabre,ma articoli scritti dal grande storico Ariès con delicatezza e raffinatezza.
    Questo momento di rottura-"come siete pressante, o dea crudele"-viene richiamato in quattro grandi periodi storici: L'alto medioevo; trecento-seicento; L'ottocento; l'età contemporanea.
    Ma senza che il passaggio tra un epoca e l'altra sia nettamente deciso e forse certi parallelismi (gli ameni cimiteri americani come realizzazione dei progetti degli architetti francesi illuministi del '700 dopo la distruzione dl cimitero degli innocenti a Parigi) sono frutto della condizione dello storico della mentalità. Discutibili, ma senz'altro affascinanti: Huizinga docet!
    La morte in passato era vista come naturale passaggio, non faceva paura.Ci si voltava dall'altro lato del letto e si aspettava.O viceversa. La morte attesa...Il lutto conclamato con atti esagitati.Ma la morte non faceva paura.
    In seguito, quando si ritualizza il lutto e l'individuo è solo con il giudizio finale, ciò che fa paura è la dannazione e non la morte in se. Il Romanticismo cambia orientamento e si porta la morte a braccetto e socializza il lutto.
    Noi, contemporanei, abbiamo paura un po' di tutto della vita e della morte.
    Non godiamo della vita come nel cinquecento, quando le danze macabre erano riferite a ciò che si sarebbe perso con la morte. "Felix avaritia",in quanto "avaritia" è "avida passione della vita,degli esseri e delle cose,[...]".
    Ne i luoghi sono gli stessi che in passato.Non si muore in casa ma all'ospedale perchè è demandato ai medici il compito di decidere i tempi della morte:"Mors certa,senza dubbio, ma non più hora incerta.Al contrario hora certa et etiam praescripta".
    Proprio il fatto di evitare la socializzazione di un passo importante ci ha reso asettici all'evento e forse questa asetticità, questa ospedalizzazione dei sentimenti, non è solo in quei luoghi ma è dappertutto nella società..."e l'emozione è appunto ciò che bisogna evitare".
    La morte proibita...il "patient dying" senza status e di conseguenza senza dignità.Ma lo storico Ariès si è perso l'ultimo e cruciale peroiodo (scrive alla fine degli anni '70) ed è quindi ottimista rivolgendosi alle scienze umane che "hanno il merito di rivelare la desolazione nonostante il silenzio dei medici, degli ecclesiastici, dei politici".E forse intervenire?
    Il nuovo culto dei morti, soprattutto quello americano con nuove professionalità potrebbe limitare la "pornografia della morte", quella morte che si vede sovente in tv come spettacolarizzazione e non è mai familiare...è difficile, difficile lasciare ai morti lo spazio sociale che meritano!

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    skyzzy 67 said on Mar 18, 2013 | 6 feedbacks

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