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Suite Francaise

By

Publisher: Vintage Canada

4.3
(3136)

Language:English | Number of Pages: 448 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) French , Spanish , Italian , German , Catalan , Chi traditional , Chi simplified , Portuguese , Basque

Isbn-10: 0676977715 | Isbn-13: 9780676977714 | Publish date: 

Also available as: Hardcover , Audio CD , Others , Softcover and Stapled , eBook

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , History

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Book Description
By the early l940s, when Ukrainian-born Irène Némirovsky began working on what would become Suite Française—the first two parts of a planned five-part novel—she was already a highly successful writer living in Paris. But she was also a Jew, and in 1942 she was arrested and deported to Auschwitz: a month later she was dead at the age of thirty-nine. Two years earlier, living in a small village in central France—where she, her husband, and their two small daughters had fled in a vain attempt to elude the Nazisshe’d begun her novel, a luminous portrayal of a human drama in which she herself would become a victim. When she was arrested, she had completed two parts of the epic, the handwritten manuscripts of which were hidden in a suitcase that her daughters would take with them into hiding and eventually into freedom. Sixty-four years later, at long last, we can read Némirovsky’s literary masterpiece

The first part, “A Storm in June,” opens in the chaos of the massive 1940 exodus from Paris on the eve of the Nazi invasion during which several families and individuals are thrown together under circumstances beyond their control. They share nothing but the harsh demands of survival—some trying to maintain lives of privilege, others struggling simply to preserve their lives—but soon, all together, they will be forced to face the awful exigencies of physical and emotional displacement, and the annihilation of the world they know. In the second part, “Dolce,” we enter the increasingly complex life of a German-occupied provincial village. Coexisting uneasily with the soldiers billeted among them, the villagers—from aristocrats to shopkeepers to peasants—cope as best they can. Some choose resistance, others collaboration, and as their community is transformed by these acts, the lives of these these men and women reveal nothing less than the very essence of humanity.

Suite Française is a singularly piercing evocation—at once subtle and severe, deeply compassionate and fiercely ironic—of life and death in occupied France, and a brilliant, profoundly moving work of art.


From the Hardcover edition.
Sorting by
  • 3

    Ambigua, come tutte le profezie

    La pentalogia drammaticamente non conclusa dall'autrice ha lasciato un'opera parziale e probabilmente non rivista (non mancano incongruenze, squilibri e disarmonie) che comunque ha lasciato un segno profondo ed emozionante, soprattutto alla luce dello sfortunato destino della Némirovski.
    Ho ...continue

    La pentalogia drammaticamente non conclusa dall'autrice ha lasciato un'opera parziale e probabilmente non rivista (non mancano incongruenze, squilibri e disarmonie) che comunque ha lasciato un segno profondo ed emozionante, soprattutto alla luce dello sfortunato destino della Némirovski.
    Ho trovato bellissima la prima parte, l'esodo biblico dei parigini, nell'imminenza dell'armistizio. Meno forte e coerente la struttura della seconda parte, che racconta la storia d'amore "politicamente scorrettissima" tra la protagonista e un aristocratico ufficiale tedesco. Tuttavia proprio "Dolce" contiene la scena artisticamente più bella del libro.
    Ciò che colpisce, infatti, è la genialità dell'autrice nel descrivere la (preveggente) ambiguità dei propri sentimenti verso l'esercito degli occupanti, che trova la sua espressione più forte e drammatica nella scena d'amore non consumata, con l'improvviso rifiuto del rapporto da parte della donna e la negazione non dei propri sentimenti, ma del desiderio del proprio corpo e della propria pelle, che improvvisamente si sentono inespugnabili perché irrimediabilmente "nemici" (mortalmente) dell'innamorato ufficiale. Ciò che commuove è proprio questa continua oscillazione tra speranza di tenerezza e (di vita) dell'autrice e rassegnazione alla soccombenza (e alla morte).

    said on 

  • 4

    “Non dimenticare mai che la guerra finirà e che tutta la parte storica sbiadirà. Cercare di mettere insieme il maggior numero di cose, di argomenti… che possono interessare la gente nel 1952 o nel 2052”.


    Così scriveva Irène Némirovsky negli appunti sulla pagina sinistra del suo diar ...continue

    “Non dimenticare mai che la guerra finirà e che tutta la parte storica sbiadirà. Cercare di mettere insieme il maggior numero di cose, di argomenti… che possono interessare la gente nel 1952 o nel 2052”.

    Così scriveva Irène Némirovsky negli appunti sulla pagina sinistra del suo diario, mentre sulla destra prendevano vita i personaggi di quest’opera pulsante come i movimenti di una sinfonia e vivida come le scene di un film. Credo che l’intento possa dirsi pienamente realizzato se dopo più di 70 anni si riesce ancora a sentire così distintamente il passo precipitoso dei cittadini spaventati e disorientati, in fuga dai bombardamenti, e quello cadenzato dei soldati tedeschi giunti alle porte di Parigi.
    Nelle due parti di cui il romanzo si compone vengono raffigurati dei momenti diversi della guerra. Il primo coincide con la disfatta dell’esercito francese e con l’immediato caos che ne consegue e che porta qualcuno ad afferrare la propria argenteria ed a scappare per mettersi in salvo, lasciando dietro di sé qualcosa o qualcuno ben più importante di una manciata di posate d’argento. La seconda parte invece coincide con l’occupazione nazista, durante la quale l’immagine dell’esercito tedesco si trasforma gradualmente e, da entità compatta da temere e disprezzare, si scompone nei tanti soldati che la costituiscono... soldati che hanno nostalgia di casa, che vorrebbero essere altrove, che combattono perché è quello che è stato ordinato loro di fare.
    Alla marcia forzata che fa da sottofondo a Tempesta in giugno, segue la malinconica ballata di Dolce, così come in natura “a un periodo di calma segue la tempesta che ha il suo principio, il suo punto culminante, la sua fine, e che è spazzata via da altri periodi di tranquillità più o meno lunghi”.
    Questo susseguirsi di tempeste purtroppo ha finito per travolgere la stessa scrittrice e ha privato noi del seguito di pagine intrise di poesia e di umanità. Ciò che rimane alla fine, oltre al senso di amarezza per il sacrificio del singolo in nome di un’astrazione senza fondamento, è la lucida consapevolezza che si ritrova nelle parole di uno dei personaggi: “Quando scoppia il temporale non te la prendi con nessuno, sai che la folgore è prodotta da due polarità elettriche, le nuvole non ti conoscono. Non puoi muovere loro alcun rimprovero. E del resto sarebbe assurdo, non capirebbero”.

    said on 

  • 4

    Gran bel romanzo

    Uno splendido affresco sia pur incompleto della Francia durante l’occupazione nazista, drammaticamente interrotto dalla deportazione della scrittrice. Nella prima parte è descritta la fuga dei francesi da Parigi verso la le campagne o il verso sud della Francia, nella seconda parte si narra dell’ ...continue

    Uno splendido affresco sia pur incompleto della Francia durante l’occupazione nazista, drammaticamente interrotto dalla deportazione della scrittrice. Nella prima parte è descritta la fuga dei francesi da Parigi verso la le campagne o il verso sud della Francia, nella seconda parte si narra dell’occupazione da parte delle truppe tedesche di un paese della provincia.
    Occupati e invasori sono visti soprattutto dal loro lato umano, la Némirovsky non si risparmia nella descrizione dei sentimenti, sia che si tratti di sottile e graffiante ironia per una borghesia egoista, ipocrita e meschina, sia che racconti di tensioni amorose sincere e delicate.
    La scrittura è curata, attenta ai dettagli, intensa, piacevole e ampiamente descrittiva.
    Dei romanzi che ho letto di questa scrittrice forse è quello che considero migliore, peccato che siano stati scritti solo i primi due capitoli, chissà cosa ci siamo persi …

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  • 5

    Saggezza contadina davanti al disastro

    Un'esistenza basata su angosce mortali è sopportabile solo a condizione di vivere alla giornata e dirsi, quando scende la sera. "Altre ventiquattr'ore in cui non è successo niente di particolarmente brutto, grazie a Dio! Aspettiamo domani". Tutti ... la pensavano così o quanto meno agivano come s ...continue

    Un'esistenza basata su angosce mortali è sopportabile solo a condizione di vivere alla giornata e dirsi, quando scende la sera. "Altre ventiquattr'ore in cui non è successo niente di particolarmente brutto, grazie a Dio! Aspettiamo domani". Tutti ... la pensavano così o quanto meno agivano come se la pensassero così. Si occupavano delle bestie, del fieno, del burro, e non parlavano mai dell'indomani. Guardavano agli anni futuri, piantavano alberi che avrebbero dato i loro frutti a distanza di cinque o sei stagioni; ingrassavano il maiale che avrebbero mangiato di lì a due anni, ma non si soffermavano sull'immediato futuro.

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  • 5

    Un libro importante

    Scritto tra il '41 e il '42 ed ambientato nella Parigi assediata e poi occupata dai tedeschi del giugno '40.


    Al contempo un ottimo romanzo, solo a tratti un po' lento specie nella prima parte, ed un preziosissimo documento.


    L'autrice nel '43 da Parigi è deportata e muore ad Auschwi ...continue

    Scritto tra il '41 e il '42 ed ambientato nella Parigi assediata e poi occupata dai tedeschi del giugno '40.

    Al contempo un ottimo romanzo, solo a tratti un po' lento specie nella prima parte, ed un preziosissimo documento.

    L'autrice nel '43 da Parigi è deportata e muore ad Auschwitz.

    said on 

  • 5

    Un libro di una bellezza incredibile.
    Ho letto vari commenti che dicono che non c'è odio nel suo racconto.
    Io non sono del tutto d'accordo, invece credo che lei abbia voluto dare una visione realistica dell'uomo in quanto tale, che abbia voluto sviscerare l'anima di ogni persona sia e ...continue

    Un libro di una bellezza incredibile.
    Ho letto vari commenti che dicono che non c'è odio nel suo racconto.
    Io non sono del tutto d'accordo, invece credo che lei abbia voluto dare una visione realistica dell'uomo in quanto tale, che abbia voluto sviscerare l'anima di ogni persona sia essa francese o tedesca.
    Una scrittrice fantastica che è riuscita ha tirar fuori l'anima dei suoi personaggi, sia francesi che tedeschi, e li ha resi uomini.

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  • 5

    Perché questo libro è rimasto così a lungo ignorato tra molti altri volumi nella mia libreria? Perché sono così sciocca da diffidare a prescindere di tutti gli autori di cui si parla troppo? Anche Irene Nemirovskj è stata vittima della mia presunzione finché una persona incontrata per caso mi ha ...continue

    Perché questo libro è rimasto così a lungo ignorato tra molti altri volumi nella mia libreria? Perché sono così sciocca da diffidare a prescindere di tutti gli autori di cui si parla troppo? Anche Irene Nemirovskj è stata vittima della mia presunzione finché una persona incontrata per caso mi ha chiesto, quasi come si chiede "mi scusi, sa dirmi l' ora? " se avessi letto Suite francese. No che non l' avevo letto, ma ce l' avevo in casa da quattro anni, regalo di Natale di un amico intelligente... Non so perché ho deciso di dare credito a questa persona: la verità è che i libri si impongono alla nostra attenzione scegliendo vie davvero imperscrutabili. Sta di fatto che sono passata dall' indifferenza assoluta al bisogno impellente di leggerlo. Ho incontrato così la un' umanità straordinaria, vera, dolorosa, quella della scrittrice e quella dei suoi personaggi. Ho conosciuto l' ambiguità, la follia, la paura, la debolezza, la nobiltà d' animo, l' amore: l' umano, insomma, in un affresco perfetto composto di due sole parti ma che, nel' intento di Irene, avrebbe dovuto essere composto di cinque parti, come una sinfonia. Tenendo conto di questo, viene presentato come un' opera incompiuta ma, nella sua incompiutezza, è un racconto perfetto, integro e concluso in sé stesso. Forse il segreto di tanta dolorosa bellezza sta in quello che afferma l' autrice stessa a proposito dei personaggi del suo libro: "…Ci vogliono uomini, reazioni umane, ecco tutto…"

    said on 

  • 4

    Stranizza d

    Irène Némirowsky ha un potere magico. Riesce a riconciliarmi con il mondo anche raccontando tragedie immani e miserie della natura umana. Il suo modo di scrivere è semplice, nel senso nobile della parola. E’ la semplicità di chi ha una mente lucida e usa l’arma della sottile ironia per descrivere ...continue

    Irène Némirowsky ha un potere magico. Riesce a riconciliarmi con il mondo anche raccontando tragedie immani e miserie della natura umana. Il suo modo di scrivere è semplice, nel senso nobile della parola. E’ la semplicità di chi ha una mente lucida e usa l’arma della sottile ironia per descrivere tutte le sfumature dell’animo umano senza il filtro delle illusioni. La magia sta nel fatto che, mentre scorrono le pagine, questo realismo non sfocia mai nell’arido cinismo; non ci viene mai negata la speranza e i toni non sono mai cupi, anche quando i comportamenti dei personaggi non sono proprio edificanti. Nello stesso tempo non c'è mai buonismo consolatorio. La storia personale dell’autrice, morta nei campi di concentramento prima di riuscire a completare quest’opera letteraria, è un ulteriore motivo di riflessione.
    Se l’assurdità della Storia non avesse stroncato la vita di Irène, Suite francese sarebbe stato un affresco della Francia durante gli anni dell’occupazione tedesca composto da cinque parti. L’autrice è riuscita a completarne solo due: Tempesta di Giugno e Dolce.
    Tempesta di giugno, racconta i giorni dell’esodo da Parigi a seguito della capitolazione dell’esercito francese e dell’assedio da parte dei nazisti, nel giugno del ‘40.
    E’ un racconto corale, in cui si seguono le vicende dei personaggi le cui vite sono catapultate nel caos a causa degli eventi bellici. La storia collettiva entra di prepotenza nella storia individuale e la stravolge.
    Per chi legge è come guardare un’immensa scena di massa, popolata da un’umanità in fuga, mettendo a fuoco, attraverso gli occhi dell’autrice, le vicende di alcuni di quegli individui , le cui storie si incrociano. Un campionario di varia umanità.
    Emerge dallo sfondo nel caos la madre di famiglia alto borghese, in fuga con i numerosi figli e servitù, prodiga con chi ha bisogno, perchè la prodigalità evidenzia la superiorità di status, ma capace di gesti meschini, quando le tristi vicende della fuga rischiano di livellare la condizione umana dei fuggitivi.
    C’è lo scrittore snob in fuga con la sua amante, infastidito dalla prossimità con i proletari, così volgari e che danno un’immagine di sè poco artistica e poco sublime e che infastidisce la sua natura raffinata…
    C’è il grande banchiere , impegnato ad organizzare la fuga dei dipendenti, della moglie e dell’amante…
    Ci sono i coniugi medio boghesi, dipendenti della banca, angosciati dalla mancanza di notizie del figlio combattente.
    E’ la storia collettiva che irrompe con prepotenza nelle storie individuali e pur sconvolgendone la quotidianità non riesce ad azzerare completamente le differenze di classe e le numerose sfaccettature dell’animo umano.
    Il pericolo, la precarietà e l’incertezza più totale sul destino della propria vita, quella dei propri cari, dei propri beni e infine anche sul destino del proprio paese, creano una sospensione delle sovrastrutture, che fa emergere la vera natura di ogni individuo. La natura più gretta e becera,nel sistema ordinato delle convenzioni sociali, si nasconde come la polvere sotto il tappeto. Quando l’ordine costituito salta, il tappeto si dissolve con esso e la polvere viene fuori.
    In questo quadro poco edificante, solo i piccoli borghesi, coniugi M. si salvano. Mantengono la loro dignità, anche quando l’uragano degli eventi sembra travolgerli in modo inesorabile. L’amore che li unisce li rende forti.
    Anche la natura che fa da sfondo alle vicende, è un altro personaggio. E’ indifferente alla tragedia umana; i lillà continuano a fiorire anche se c’è la morte intorno. I giardini della case degli abitanti dei villaggi svuotati, con i loro pergolati e le aiuole fiorite, inondano l’aria dei profumi della primavera, ma sono resi spettrali dal fatto che in essi si percepisce ancora la vita spezzata dalla fuga. Le panchine e i tavoli in ferro continuano a fare da scenografia a vite borghesi mandate all’aria dalla fuga improvvisa e probabilmente spezzate dalla morte.
    Quello che dalla mia descrizione sembra il trionfo della banalità e del luogo comune, nelle mani di Irène N. diventa il dipinto coinvolgente della tragedia umana in cui l’unica via d’uscita è l’amore.
    La seconda parte, Dolce, indica in modo ancora più chiaro la via della speranza.
    E’ una rappresentazione della metafora hegeliana della talpa. La talpa (der Geist - lo spirito) scava sotto la storia, e utilizza i meccanismi più strani per raggiungere le sue finalità inconsapevoli.
    Scavando verso finalità inconsapevoli, la talpa porta sul suo groppone gli esseri umani e i loro sentimenti.
    Trovandosi faccia a faccia con il nemico, l’uomo che ha ancora le peculiarità di uomo, vede in lui un suo simile, non l’ideologia che rappresenta. E può succedere che, guardandosi reciprocamente nell’animo e riconoscendosi in quell’animo, mentre tutto fuori è guerra, ci si innamora di quello che la Storia collettiva vorrebbe fosse il nostro nemico. La Speranza rinasce e la vita non è più un susseguirsi di eventi senza senso.
    Come dice Battiato:
    Man manu ca passunu li jonna
    sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa
    ‘ccu tuttu ca fora c’è ‘a guerra
    mi sentu stranizza d’amuri… l’amuri
    e quannu t’ancontru ‘nda strata
    mi veni ‘na scossa ‘ndo cori
    ‘ccu tuttu ca fora si mori
    na’ mori stranizza d’amuri… l’amuri.
    Il messaggio di Irène è universale..non è limitato a quel momento storico, e ancora oggi è fonte di speranza.
    Quando tutto intorno è egoismo e indifferenza, abiezione e grettezza, bruttezza e inutilità, il riconoscersi in un altro essere umano è la scossa che illumina quanto di più positivo c’è in ognuno di noi, e ci fa essere gli uomini (o le donne), che vorremmo essere.
    Scusami Irène Némirowsky per aver banalizzato il tuo pensiero...

    said on 

  • 5

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/10/28/suite-francese-irene-nemirovsky/


    “Qua e là, davanti ai palazzi di boulevard Delessert si vedeva un gruppo gesticolante di donne, vecchi e bambini che si sforzavano, dapprima con calma, poi febbrilmente, quindi con un’eccitazione morbosa e folle ...continue

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/10/28/suite-francese-irene-nemirovsky/

    “Qua e là, davanti ai palazzi di boulevard Delessert si vedeva un gruppo gesticolante di donne, vecchi e bambini che si sforzavano, dapprima con calma, poi febbrilmente, quindi con un’eccitazione morbosa e folle, di far entrare familiari e bagagli in una Renault, in una berlina, in una spider. Nessuna luce alle finestre. Cominciavano a spuntar le stelle - stelle di primavera dal riflesso argentato. Parigi aveva il suo profumo più dolce, quello degli ippocastani in fiore e delle essenze volatili miste a granelli di polvere che scricchiolano sotto i denti come grani di pepe. Nell’ombra, il pericolo cresceva. Nell’aria, nel silenzio, si respirava l’angoscia. Neanche le persone più fredde, quelle genericamente più tranquille, potevano evitare quella confusa e mortale apprensione. Ciascuno guardava la sua casa con una stretta al cuore e pensava: “Domani sarà distrutta, domani non avrò più niente. Non abbiamo fatto del male a nessuno. Perché?” E contemporaneamente si sentiva sopraffatto da un’ondata di indifferenza: “Che importa! Sono solo pietre, legno, materia inerte! L’essenziale è salvare la pelle!”. Chi pensava alla tragedia della patria? Non loro, non quelli che partono stasera. Il panico annullava tutto ciò che non era istinto, impulso animale, fremito della carne. Afferrare quanto si aveva di più prezioso al mondo e poi...! E, quella notte, solo ciò che viveva. ciò che respirava, piangeva, amava, valeva qualcosa! Erano pochi coloro che pensavano con rimpianto alle ricchezze perdute: l’importante era stringere fra le braccia una moglie o un figlio. Il resto non contava, il resto poteva sprofondare pure tra le fiamme”.
    (Irène Némirovsky, “Suite francese”, ed. Adelphi)

    Su Irène Némirovsky avevo letto, ormai diverso tempo fa, opinioni molto discordanti, entusiastiche o trancianti. Nulla di nuovo, considerando che “de gustibus...”; alla prova diretta, io stesso ero rimasto dapprima colpito molto favorevolmente dal racconto “Il ballo”, poi un po’ deluso dalla successiva lettura, cioè “Due”. “Suite francese” ha spazzato via i dubbi che avevo quando l’ho preso, e lo ha fatto subito; dopo poche pagine, mi sono reso conto di trovarmi di fronte a un romanzo eccellente. In verità, “Suite francese” raccoglie due romanzi diversi, scritti dall’autrice tra il 1941 e il 1942, e che dovevano far parte, assieme ad altri, di un più ampio progetto, purtroppo stroncato dalla morte della scrittrice, finita ad Auschwitz nel 1942. Pur nel rammarico dovuto all’incompletezza del piano originario, bisogna dire che “Temporale di giugno” e “Dolce” sono due grandi romanzi.
    “Temporale di giugno” inizia con la città di Parigi che sta per essere assediata dai nazisti e con la conseguente fuga di diversi personaggi, che la Némirovsky ci rappresenta con tutto il loro carico di paure, cinismi, meschinità, solidarietà e odi reciproci, indifferenza e angoscia. I tedeschi-nazisti, che pure sono la causa di tutto il romanzo, non appaiono quasi mai sulla scena, e la loro invasione funge da detonatore rispetto agli atteggiamenti dei singoli protagonisti del romanzo. La Némirovsky non indulge a pietismi o romanticherie, non vuole strapparci facili lacrime mostrandoci le vittime dell’orrore, o almeno non lo fa direttamente. Con il suo stile spesso sarcastico, l’autrice mette a nudo le piccolezze di chi, indipendentemente dalla guerra incombente, sarebbe già un perfetto esempio di egoismo, di vanità. Emblematico, in tal senso, è la figura del vanesio scrittore Gabriel Corte, ricco, chiuso nella sua bolla egocentrica, preoccupato soltanto che l’Arte possa essere ferita dalla guerra, e più in particolare che i suoi manoscritti possano andare perduti; chiuso nella sua suite lussuosa, lo scrittore vorrebbe non essere involgarito dal contatto con la plebe, ma anche a lui toccherà fare i conti con la realtà bruta.
    L’autrice ci presenta diversi protagonisti, con una serie di quadri che sono indipendenti l’uno dall’altro, ma che pure s’intrecciano, per beffardi giochi del destino (in qualche caso anche forzati sotto il profilo narrativo). I Pericand sono una coppia di mezza età, benpensanti, medio-borghesi, costretti a fuggire da Parigi assieme ai loro figli; due di questi assurgono a protagonisti, cioè Philippe, giovane prete che comincia dubitare che la grazia possa toccare persino i fanciulli in quel contesto, e Hubert, diciottenne che vorrebbe dare il suo contributo alla guerra contro i nazisti e che però si lascia irretire dalle languide fusa di una donna ben più scaltra di lui. Poi ci sono i Michaud, impiegati di banca, che vedono crollare tutte le loro certezze e scoprono, ove fosse necessario averne conferma, la meschinità del banchiere per il quale lavorano. E ancora Charles, sessantenne solitario dedito al collezionismo di oggetti preziosi, avaro prima della guerra e a maggior ragione durante la guerra. Da quanto scritto, appare evidente che in questo romanzo non siamo di fronte al classico dualismo Bene contro Male, perché le vittime, disperate e in fuga dall’orrore, nascondono in sé gli stessi germi di chi, a un livello purtroppo ben più organizzato e criminale, li sta costringendo ad abbandonare Parigi e la speranza di un futuro privo di guerre.
    Ciò detto, non mancano nel romanzo i momenti di luce, quando scopriamo che questi stessi personaggi, così meschini, sono capaci di slanci di solidarietà e d’amore. L’amore, poi, riaffiora qua e là, come luce nel fango, sola speranza per chi, sotto le bombe, cerca ancora un senso quando appare evidente che in certi contesti un senso non può esserci. L’angoscia di chi sente che tutto sta crollando si mescola così a un’indifferenza che funge da forma di difesa contro ciò che appare ineluttabile, e che proprio perché tale è accettato come una fatalità. L’utopia dell’armistizio, la lotta per i viveri e persino per la benzina necessaria agli spostamenti, costringe i protagonisti del romanzo a guardare il peggio di sé, eppure qualcuno riesce ancora a trovare la forza per restare umano, per non imbarbarirsi.
    Il secondo romanzo è invece ambientato a Bussy, una piccola cittadina, nel periodo immediatamente successivo all’arrivo dei tedeschi. I conquistatori, stavolta, appaiono sulla scena, ma anche in questo caso l’autrice, più che concentrarsi sugli orrori da essi commessi, che peraltro lei purtroppo conoscerà di persona pochi mesi dopo, ad Auschwitz, ci mostra aspetti dell’essere umano che, pur prendendo spunto dalla vicenda bellica narrata, sono di carattere più generale. Il titolo fa riferimento all’impossibile storia d’amore tra un ufficiale tedesco e Lucile, una donna francese che deve ospitarlo, per ordini superiori, nella casa dove la stessa vive con la suocera. Il marito, invece, è prigioniero di guerra. Lucile avrebbe tutte le ragioni per odiare l’ufficiale tedesco, e così tutti gli abitanti della cittadina, eppure il confine tra la crudeltà percepita e il bisogno di felicità è molto labile. Lucile non amava suo marito Gaston, un bevitore incapace di emozioni che la tradiva con un’amante; adesso non ha più rancore verso di lui, si augura che sia liberato, ma al tempo stesso, con il passare dei giorni, si accorge che l’ufficiale tedesco, pur incarnando il nazismo e quindi l’orrore, non è, preso in quanto singolo essere umano, così differente da lei e dai suoi compatrioti, preso com’è anch’egli da paure, distante dagli affetti familiari proprio come lei.
    In questo romanzo ritroviamo anche alcuni protagonisti del primo, a testimonianza del piano dell’autrice, cioè costruire cinque romanzi collegati, come peraltro è possibile scoprire leggendo l’appendice al libro. Una di questi personaggi che riappaiono è Madelaine, che accoglie suo marito Benoit, ritornato dal fronte, ma che si ritrova in casa anche un giovane ufficiale tedesco. La situazione diventa presto incandescente, perché Benoit è uno spirito indomito e poco incline ad accettare la presenza dei tedeschi, e inoltre sospetta, con ragione, che il soldato possa essere interessato a Madelaine. Come nel primo romanzo, inoltre, non manca il sarcasmo che la Némirovsky dedica ad alcune figure di conquistati. Pare quasi che la sua rabbia si scagli, prima ancora che sui nazisti, su francesi dediti all’odio reciproco, all’indifferenza per le altrui misere condizioni di vita, alle delazioni di chi, per salvare sé stesso dall’arrivo dei tedeschi, è disposto a svendere anche il suo amico più caro. Bersaglio della satira feroce è la viscontessa di Montmort, moglie del sindaco del paese, che ama sfoggiare, con retorica, il suo animo misericordioso e organizza serate di beneficienza, salvo poi, nella pratica, difendere solo e unicamente la propria posizione privilegiata, a tutti i costi, anche facendo la spia, specie se si tratta di rovinare un miserabile. La guerra, insomma, diventa un’occasione perché vengano fuori gli aspetti più deteriori dell’essere umano, non solo tra i vincitori, ma anche tra le vittime.
    Resta, però, qualche luce, anche in questo romanzo. La principale è l’amore, o almeno la ricerca di una felicità condivisa che vinca le diffidenze, che oltrepassi i vincoli che la Storia impone ai singoli individui, costretti dalle circostanze a odiare un essere umano solo perché di altra nazionalità o ad amarne un altro solo perché della propria nazionalità, quando invece si sa che certe questioni non hanno nulla a che fare con l’appartenenza a un popolo piuttosto che a un altro.
    Finito il secondo romanzo, a me è rimasto il dubbio su come si sarebbero potuti sviluppare gli altri tre, dubbio solo minimamente risolto grazie alle note in appendice. La Storia, con i suoi orrori, ha impedito all’autrice di completare il suo lavoro. La Némirovsky è morta ad Auschwitz nel 1942, magari per mano di uno di quei tedeschi che lei, in questi due romanzi colmi di rabbia e di umanità, aveva cercato di sottrarre alla colpa collettiva di una generazione.

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