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Suite Francaise

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Editeur: Gallimard-Jeunesse

4.3
(3130)

Language:Français | Number of pages: 434 | Format: Paperback | En langues différentes: (langues différentes) English , Spanish , Italian , German , Catalan , Chi traditional , Chi simplified , Portuguese , Basque

Isbn-10: 2207256456 | Isbn-13: 9782207256459 | Publish date: 

Aussi disponible comme: Mass Market Paperback , Others

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , History

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Description du livre
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  • 5

    Saggezza contadina davanti al disastro

    Un'esistenza basata su angosce mortali è sopportabile solo a condizione di vivere alla giornata e dirsi, quando scende la sera. "Altre ventiquattr'ore in cui non è successo niente di ...continuer

    Un'esistenza basata su angosce mortali è sopportabile solo a condizione di vivere alla giornata e dirsi, quando scende la sera. "Altre ventiquattr'ore in cui non è successo niente di particolarmente brutto, grazie a Dio! Aspettiamo domani". Tutti ... la pensavano così o quanto meno agivano come se la pensassero così. Si occupavano delle bestie, del fieno, del burro, e non parlavano mai dell'indomani. Guardavano agli anni futuri, piantavano alberi che avrebbero dato i loro frutti a distanza di cinque o sei stagioni; ingrassavano il maiale che avrebbero mangiato di lì a due anni, ma non si soffermavano sull'immediato futuro.

    dit le 

  • 5

    Un libro importante

    Scritto tra il '41 e il '42 ed ambientato nella Parigi assediata e poi occupata dai tedeschi del giugno '40.

    Al contempo un ottimo romanzo, solo a tratti un po' lento specie nella prima parte, ed un ...continuer

    Scritto tra il '41 e il '42 ed ambientato nella Parigi assediata e poi occupata dai tedeschi del giugno '40.

    Al contempo un ottimo romanzo, solo a tratti un po' lento specie nella prima parte, ed un preziosissimo documento.

    L'autrice nel '43 da Parigi è deportata e muore ad Auschwitz.

    dit le 

  • 5

    Un libro di una bellezza incredibile. Ho letto vari commenti che dicono che non c'è odio nel suo racconto. Io non sono del tutto d'accordo, invece credo che lei abbia voluto dare una visione ...continuer

    Un libro di una bellezza incredibile. Ho letto vari commenti che dicono che non c'è odio nel suo racconto. Io non sono del tutto d'accordo, invece credo che lei abbia voluto dare una visione realistica dell'uomo in quanto tale, che abbia voluto sviscerare l'anima di ogni persona sia essa francese o tedesca. Una scrittrice fantastica che è riuscita ha tirar fuori l'anima dei suoi personaggi, sia francesi che tedeschi, e li ha resi uomini.

    dit le 

  • 5

    Perché questo libro è rimasto così a lungo ignorato tra molti altri volumi nella mia libreria? Perché sono così sciocca da diffidare a prescindere di tutti gli autori di cui si parla troppo? ...continuer

    Perché questo libro è rimasto così a lungo ignorato tra molti altri volumi nella mia libreria? Perché sono così sciocca da diffidare a prescindere di tutti gli autori di cui si parla troppo? Anche Irene Nemirovskj è stata vittima della mia presunzione finché una persona incontrata per caso mi ha chiesto, quasi come si chiede "mi scusi, sa dirmi l' ora? " se avessi letto Suite francese. No che non l' avevo letto, ma ce l' avevo in casa da quattro anni, regalo di Natale di un amico intelligente... Non so perché ho deciso di dare credito a questa persona: la verità è che i libri si impongono alla nostra attenzione scegliendo vie davvero imperscrutabili. Sta di fatto che sono passata dall' indifferenza assoluta al bisogno impellente di leggerlo. Ho incontrato così la un' umanità straordinaria, vera, dolorosa, quella della scrittrice e quella dei suoi personaggi. Ho conosciuto l' ambiguità, la follia, la paura, la debolezza, la nobiltà d' animo, l' amore: l' umano, insomma, in un affresco perfetto composto di due sole parti ma che, nel' intento di Irene, avrebbe dovuto essere composto di cinque parti, come una sinfonia. Tenendo conto di questo, viene presentato come un' opera incompiuta ma, nella sua incompiutezza, è un racconto perfetto, integro e concluso in sé stesso. Forse il segreto di tanta dolorosa bellezza sta in quello che afferma l' autrice stessa a proposito dei personaggi del suo libro: "…Ci vogliono uomini, reazioni umane, ecco tutto…"

    dit le 

  • 4

    Stranizza d'amuri

    Irène Némirowsky ha un potere magico. Riesce a riconciliarmi con il mondo anche raccontando tragedie immani e miserie della natura umana. Il suo modo di scrivere è semplice, nel senso nobile della ...continuer

    Irène Némirowsky ha un potere magico. Riesce a riconciliarmi con il mondo anche raccontando tragedie immani e miserie della natura umana. Il suo modo di scrivere è semplice, nel senso nobile della parola. E’ la semplicità di chi ha una mente lucida e usa l’arma della sottile ironia per descrivere tutte le sfumature dell’animo umano senza il filtro delle illusioni. La magia sta nel fatto che, mentre scorrono le pagine, questo realismo non sfocia mai nell’arido cinismo; non ci viene mai negata la speranza e i toni non sono mai cupi, anche quando i comportamenti dei personaggi non sono proprio edificanti. Nello stesso tempo non c'è mai buonismo consolatorio. La storia personale dell’autrice, morta nei campi di concentramento prima di riuscire a completare quest’opera letteraria, è un ulteriore motivo di riflessione. Se l’assurdità della Storia non avesse stroncato la vita di Irène, Suite francese sarebbe stato un affresco della Francia durante gli anni dell’occupazione tedesca composto da cinque parti. L’autrice è riuscita a completarne solo due: Tempesta di Giugno e Dolce. Tempesta di giugno, racconta i giorni dell’esodo da Parigi a seguito della capitolazione dell’esercito francese e dell’assedio da parte dei nazisti, nel giugno del ‘40. E’ un racconto corale, in cui si seguono le vicende dei personaggi le cui vite sono catapultate nel caos a causa degli eventi bellici. La storia collettiva entra di prepotenza nella storia individuale e la stravolge. Per chi legge è come guardare un’immensa scena di massa, popolata da un’umanità in fuga, mettendo a fuoco, attraverso gli occhi dell’autrice, le vicende di alcuni di quegli individui che compongono la massa, le cui storie si incrociano. Un campionario di varia umanità. Dalla massa emerge la madre di famiglia alto borghese, in fuga con i numerosi figli e servitù, prodiga con chi ha bisogno, perchè la prodigalità evidenzia la superiorità di status, ma capace di gesti meschini, quando le tristi vicende della fuga rischiano di livellare la condizione umana dei fuggitivi. C’è lo scrittore snob e la sua amante, infastidito dalla prossimità con i proletari, così volgari e che danno un’immagine di sè poco artistica e poco sublime e che infastidisce la sua natura raffinata… C’è il grande banchiere , impegnato ad organizzare la fuga dei dipendenti, della moglie e dell’amante… Ci sono i coniugi medio boghesi, dipendenti della banca, angosciati dalla mancanza di notizie del figlio combattente. E’ la storia collettiva che irrompe con prepotenza nelle storie individuali e pur sconvolgendone la quotidianità non riesce ad azzerare completamente le differenze di classe e le numerose sfaccettature dell’animo umano. Il pericolo, la precarietà e l’incertezza più totale sul destino della propria vita, quella dei propri cari, dei propri beni e infine anche sul destino del proprio paese, creano una sospensione delle sovrastrutture, che fa emergere la vera natura di ogni individuo. La natura più gretta e becera,nel sistema ordinato delle convenzioni sociali, si nasconde come la polvere sotto il tappeto. Quando l’ordine costituito salta, il tappeto si dissolve con esso e la polvere viene fuori. In questo quadro poco edificante, solo i piccoli borghesi, coniugi M. si salvano. Mantengono la loro dignità, anche quando l’uragano degli eventi sembra travolgerli in modo inesorabile. L’amore che li unisce li rende forti. Anche la natura che fa da sfondo alle vicende, è un altro personaggio. E’ indifferente alla tragedia umana; i lillà continuano a fiorire anche se c’è la morte intorno. I giardini della case degli abitanti dei villaggi svuotati, con i loro pergolati e le aiuole fiorite, inondano l’aria dei profumi della primavera, ma sono resi spettrali dal fatto che in essi si percepisce ancora la vita spezzata dalla fuga. Le panchine e i tavoli in ferro continuano a fare da scenografia a vite borghesi mandate all’aria dalla fuga improvvisa e probabilmente spezzate dalla morte. Quello che dalla mia descrizione sembra il trionfo della banalità e del luogo comune, nelle mani di Irène N. diventa il dipinto coinvolgente della tragedia umana in cui l’unica via d’uscita è l’amore. La seconda parte, Dolce, indica in modo ancora più chiaro la via della speranza. E’ una rappresentazione della metafora hegeliana della talpa. La talpa (der Geist - lo spirito) scava sotto la storia, sotto i meccanismi più strani, per raggiungere le sue finalità inconsapevoli. Scavando verso finalità inconsapevoli, la talpa porta sul suo groppone gli esseri umani e i loro sentimenti. Trovandosi faccia a faccia con il nemico, l’uomo che ha ancora le peculiarità di uomo, vede in lui un suo simile, non l’ideologia che rappresenta. E può succedere che, guardandosi reciprocamente nell’animo e riconoscendosi in quell’animo, mentre tutto fuori è guerra, ci si innamora di quello che la Storia collettiva vorrebbe fosse il nostro nemico. La Speranza rinasce e la vita non è più un susseguirsi di eventi senza senso. Come dice Battiato: Man manu ca passunu li jonna sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa ‘ccu tuttu ca fora c’è ‘a guerra mi sentu stranizza d’amuri… l’amuri e quannu t’ancontru ‘nda strata mi veni ‘na scossa ‘ndo cori ‘ccu tuttu ca fora si mori na’ mori stranizza d’amuri… l’amuri.

    Il messaggio di Irène è universale..non è limitato a quel momento storico, e ancora oggi è fonte di speranza. Quando tutto intorno è egoismo e indifferenza, abiezione e grettezza, bruttezza e inutilità, il riconoscersi in un altro essere umano è la scossa che illumina quanto di più positivo c’è in ognuno di noi, e ci fa essere gli uomini (o le donne), che vorremmo essere.

    Scusami Irène Némirowsky per aver banalizzato il tuo pensiero...

    dit le 

  • 5

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/10/28/suite-francese-irene-nemirovsky/

    “Qua e là, davanti ai palazzi di boulevard Delessert si vedeva un gruppo gesticolante di donne, vecchi e bambini che ...continuer

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/10/28/suite-francese-irene-nemirovsky/

    “Qua e là, davanti ai palazzi di boulevard Delessert si vedeva un gruppo gesticolante di donne, vecchi e bambini che si sforzavano, dapprima con calma, poi febbrilmente, quindi con un’eccitazione morbosa e folle, di far entrare familiari e bagagli in una Renault, in una berlina, in una spider. Nessuna luce alle finestre. Cominciavano a spuntar le stelle - stelle di primavera dal riflesso argentato. Parigi aveva il suo profumo più dolce, quello degli ippocastani in fiore e delle essenze volatili miste a granelli di polvere che scricchiolano sotto i denti come grani di pepe. Nell’ombra, il pericolo cresceva. Nell’aria, nel silenzio, si respirava l’angoscia. Neanche le persone più fredde, quelle genericamente più tranquille, potevano evitare quella confusa e mortale apprensione. Ciascuno guardava la sua casa con una stretta al cuore e pensava: “Domani sarà distrutta, domani non avrò più niente. Non abbiamo fatto del male a nessuno. Perché?” E contemporaneamente si sentiva sopraffatto da un’ondata di indifferenza: “Che importa! Sono solo pietre, legno, materia inerte! L’essenziale è salvare la pelle!”. Chi pensava alla tragedia della patria? Non loro, non quelli che partono stasera. Il panico annullava tutto ciò che non era istinto, impulso animale, fremito della carne. Afferrare quanto si aveva di più prezioso al mondo e poi...! E, quella notte, solo ciò che viveva. ciò che respirava, piangeva, amava, valeva qualcosa! Erano pochi coloro che pensavano con rimpianto alle ricchezze perdute: l’importante era stringere fra le braccia una moglie o un figlio. Il resto non contava, il resto poteva sprofondare pure tra le fiamme”. (Irène Némirovsky, “Suite francese”, ed. Adelphi)

    Su Irène Némirovsky avevo letto, ormai diverso tempo fa, opinioni molto discordanti, entusiastiche o trancianti. Nulla di nuovo, considerando che “de gustibus...”; alla prova diretta, io stesso ero rimasto dapprima colpito molto favorevolmente dal racconto “Il ballo”, poi un po’ deluso dalla successiva lettura, cioè “Due”. “Suite francese” ha spazzato via i dubbi che avevo quando l’ho preso, e lo ha fatto subito; dopo poche pagine, mi sono reso conto di trovarmi di fronte a un romanzo eccellente. In verità, “Suite francese” raccoglie due romanzi diversi, scritti dall’autrice tra il 1941 e il 1942, e che dovevano far parte, assieme ad altri, di un più ampio progetto, purtroppo stroncato dalla morte della scrittrice, finita ad Auschwitz nel 1942. Pur nel rammarico dovuto all’incompletezza del piano originario, bisogna dire che “Temporale di giugno” e “Dolce” sono due grandi romanzi. “Temporale di giugno” inizia con la città di Parigi che sta per essere assediata dai nazisti e con la conseguente fuga di diversi personaggi, che la Némirovsky ci rappresenta con tutto il loro carico di paure, cinismi, meschinità, solidarietà e odi reciproci, indifferenza e angoscia. I tedeschi-nazisti, che pure sono la causa di tutto il romanzo, non appaiono quasi mai sulla scena, e la loro invasione funge da detonatore rispetto agli atteggiamenti dei singoli protagonisti del romanzo. La Némirovsky non indulge a pietismi o romanticherie, non vuole strapparci facili lacrime mostrandoci le vittime dell’orrore, o almeno non lo fa direttamente. Con il suo stile spesso sarcastico, l’autrice mette a nudo le piccolezze di chi, indipendentemente dalla guerra incombente, sarebbe già un perfetto esempio di egoismo, di vanità. Emblematico, in tal senso, è la figura del vanesio scrittore Gabriel Corte, ricco, chiuso nella sua bolla egocentrica, preoccupato soltanto che l’Arte possa essere ferita dalla guerra, e più in particolare che i suoi manoscritti possano andare perduti; chiuso nella sua suite lussuosa, lo scrittore vorrebbe non essere involgarito dal contatto con la plebe, ma anche a lui toccherà fare i conti con la realtà bruta. L’autrice ci presenta diversi protagonisti, con una serie di quadri che sono indipendenti l’uno dall’altro, ma che pure s’intrecciano, per beffardi giochi del destino (in qualche caso anche forzati sotto il profilo narrativo). I Pericand sono una coppia di mezza età, benpensanti, medio-borghesi, costretti a fuggire da Parigi assieme ai loro figli; due di questi assurgono a protagonisti, cioè Philippe, giovane prete che comincia dubitare che la grazia possa toccare persino i fanciulli in quel contesto, e Hubert, diciottenne che vorrebbe dare il suo contributo alla guerra contro i nazisti e che però si lascia irretire dalle languide fusa di una donna ben più scaltra di lui. Poi ci sono i Michaud, impiegati di banca, che vedono crollare tutte le loro certezze e scoprono, ove fosse necessario averne conferma, la meschinità del banchiere per il quale lavorano. E ancora Charles, sessantenne solitario dedito al collezionismo di oggetti preziosi, avaro prima della guerra e a maggior ragione durante la guerra. Da quanto scritto, appare evidente che in questo romanzo non siamo di fronte al classico dualismo Bene contro Male, perché le vittime, disperate e in fuga dall’orrore, nascondono in sé gli stessi germi di chi, a un livello purtroppo ben più organizzato e criminale, li sta costringendo ad abbandonare Parigi e la speranza di un futuro privo di guerre. Ciò detto, non mancano nel romanzo i momenti di luce, quando scopriamo che questi stessi personaggi, così meschini, sono capaci di slanci di solidarietà e d’amore. L’amore, poi, riaffiora qua e là, come luce nel fango, sola speranza per chi, sotto le bombe, cerca ancora un senso quando appare evidente che in certi contesti un senso non può esserci. L’angoscia di chi sente che tutto sta crollando si mescola così a un’indifferenza che funge da forma di difesa contro ciò che appare ineluttabile, e che proprio perché tale è accettato come una fatalità. L’utopia dell’armistizio, la lotta per i viveri e persino per la benzina necessaria agli spostamenti, costringe i protagonisti del romanzo a guardare il peggio di sé, eppure qualcuno riesce ancora a trovare la forza per restare umano, per non imbarbarirsi. Il secondo romanzo è invece ambientato a Bussy, una piccola cittadina, nel periodo immediatamente successivo all’arrivo dei tedeschi. I conquistatori, stavolta, appaiono sulla scena, ma anche in questo caso l’autrice, più che concentrarsi sugli orrori da essi commessi, che peraltro lei purtroppo conoscerà di persona pochi mesi dopo, ad Auschwitz, ci mostra aspetti dell’essere umano che, pur prendendo spunto dalla vicenda bellica narrata, sono di carattere più generale. Il titolo fa riferimento all’impossibile storia d’amore tra un ufficiale tedesco e Lucile, una donna francese che deve ospitarlo, per ordini superiori, nella casa dove la stessa vive con la suocera. Il marito, invece, è prigioniero di guerra. Lucile avrebbe tutte le ragioni per odiare l’ufficiale tedesco, e così tutti gli abitanti della cittadina, eppure il confine tra la crudeltà percepita e il bisogno di felicità è molto labile. Lucile non amava suo marito Gaston, un bevitore incapace di emozioni che la tradiva con un’amante; adesso non ha più rancore verso di lui, si augura che sia liberato, ma al tempo stesso, con il passare dei giorni, si accorge che l’ufficiale tedesco, pur incarnando il nazismo e quindi l’orrore, non è, preso in quanto singolo essere umano, così differente da lei e dai suoi compatrioti, preso com’è anch’egli da paure, distante dagli affetti familiari proprio come lei. In questo romanzo ritroviamo anche alcuni protagonisti del primo, a testimonianza del piano dell’autrice, cioè costruire cinque romanzi collegati, come peraltro è possibile scoprire leggendo l’appendice al libro. Una di questi personaggi che riappaiono è Madelaine, che accoglie suo marito Benoit, ritornato dal fronte, ma che si ritrova in casa anche un giovane ufficiale tedesco. La situazione diventa presto incandescente, perché Benoit è uno spirito indomito e poco incline ad accettare la presenza dei tedeschi, e inoltre sospetta, con ragione, che il soldato possa essere interessato a Madelaine. Come nel primo romanzo, inoltre, non manca il sarcasmo che la Némirovsky dedica ad alcune figure di conquistati. Pare quasi che la sua rabbia si scagli, prima ancora che sui nazisti, su francesi dediti all’odio reciproco, all’indifferenza per le altrui misere condizioni di vita, alle delazioni di chi, per salvare sé stesso dall’arrivo dei tedeschi, è disposto a svendere anche il suo amico più caro. Bersaglio della satira feroce è la viscontessa di Montmort, moglie del sindaco del paese, che ama sfoggiare, con retorica, il suo animo misericordioso e organizza serate di beneficienza, salvo poi, nella pratica, difendere solo e unicamente la propria posizione privilegiata, a tutti i costi, anche facendo la spia, specie se si tratta di rovinare un miserabile. La guerra, insomma, diventa un’occasione perché vengano fuori gli aspetti più deteriori dell’essere umano, non solo tra i vincitori, ma anche tra le vittime. Resta, però, qualche luce, anche in questo romanzo. La principale è l’amore, o almeno la ricerca di una felicità condivisa che vinca le diffidenze, che oltrepassi i vincoli che la Storia impone ai singoli individui, costretti dalle circostanze a odiare un essere umano solo perché di altra nazionalità o ad amarne un altro solo perché della propria nazionalità, quando invece si sa che certe questioni non hanno nulla a che fare con l’appartenenza a un popolo piuttosto che a un altro. Finito il secondo romanzo, a me è rimasto il dubbio su come si sarebbero potuti sviluppare gli altri tre, dubbio solo minimamente risolto grazie alle note in appendice. La Storia, con i suoi orrori, ha impedito all’autrice di completare il suo lavoro. La Némirovsky è morta ad Auschwitz nel 1942, magari per mano di uno di quei tedeschi che lei, in questi due romanzi colmi di rabbia e di umanità, aveva cercato di sottrarre alla colpa collettiva di una generazione.

    dit le 

  • 5

    L'impatto con la scrittura della Némirovsky è seducente e folgorante. Nelle sue vene scorre senza dubbio il sangue dei grandi romanzieri russi. Considerando i tempi in cui questi due primi capitoli ...continuer

    L'impatto con la scrittura della Némirovsky è seducente e folgorante. Nelle sue vene scorre senza dubbio il sangue dei grandi romanzieri russi. Considerando i tempi in cui questi due primi capitoli sono stati scritti, occorre riconoscere alla scrittrice una lucidità rara nel riconoscere i fatti e gli avvenimenti, senza false illusioni sulle tragiche conseguenze.

    dit le 

  • 5

    «La carità cristiana, la mitezza di secoli di civiltà le cadevano di dosso come vani orpelli rivelando un'anima arida e nuda. Lei e i suoi figli erano soli in un mondo ostile. Doveva nutrire e proteggere i suoi piccoli. Il resto non contava più.»

    Suite française, 2004 (scritto tra il 1941 e il 1942)

    >>>>> http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=3264879#new_thread

    I primi due anni della Seconda Guerra Mondiale. I tedeschi vincitori e ...continuer

    Suite française, 2004 (scritto tra il 1941 e il 1942)

    >>>>> http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=3264879#new_thread

    I primi due anni della Seconda Guerra Mondiale. I tedeschi vincitori e conquistatori, i francesi battuti e allo stremo. La fuga da Parigi e il mesto ritorno. La vita nelle campagne occupate. La grande guerra vista da dietro le quinte, dai civili, ancora increduli di ritrovarcisi di nuovo dopo così pochi anni. I cuori induriti dal pericolo, dal dolore, dalle privazioni, dall'incertezza, dalla fame e dal freddo. Oh no, Mesdames et Messieurs, qui non ci sono eroi, ma solo creature atterrite che lottano per sopravvivere nel caos. «Ricchi borghesi disgustati dal volgo che cercano di salvare i loro preziosi ninnoli», gente comune che cerca di salvare la pelle. E, soprattutto, ci sono le madri dei soldati, morti, dispersi, prigionieri, la madri con il cuore straziato. Irène riesce ad entrare nei cuori di tutti i protagonisti di questa terribile guerra, vincitori e vinti, giovani al fronte e vecchi rimasti a casa, madri, mogli e ragazze, e ci permette di vedere la durezza e la tristezza di quei giorni da tante inquadrature diverse.

    [Postfazione di Myriam Anassimov] << Non cerca di sottrarsi al destino con la fuga, ad esempio verso la Svizzera che, seppur con parsimonia, accoglie gli ebrei provenienti dalla Francia, soprattutto donne e bambini. Irène si sente così abbandonata che il 3 giugno fa testamento, indirizzandolo specificamente all’attenzione della tutrice delle sue figlie, affinché quest’ultima possa prendersi cura di loro quando lei e il marito non ci saranno più. Impartisce direttive precise, elenca tutti i beni che ha potuto salvare e che costituiranno i fondi per pagare l’affitto, il riscaldamento, l’acquisto di un fornello, l’assunzione di un giardiniere che si occuperà dell’orto da cui ricavare le verdure in quel periodo di razionamenti; fornisce l’indirizzo dei dottori che seguono le bambine,dà istruzioni puntuali sulla loro dieta. Non una parola di ribellione. Si limita a prendere atto della situazione quale si presenta. Vale a dire disperata. […] Quello stesso giorno scrive al direttore letterario della casa editrice Albin Michel una lettera che non lascia dubbi sulla sua certezza di non sopravvivere alla guerra che i tedeschi e i loro alleati hanno dichiarato agli ebrei: «Caro amico… non mi dimentichi. Ho scritto molto. Saranno opere postume, temo, ma scrivere fa passare il tempo». Il 13 luglio 1942 i gendarmi francesi suonano alla porta degli Epstein per arrestare Irène, che il 16 luglio viene internata nel campo di concentramento di Pithiviers, nel Loiret. Il giorno dopo la fanno salire con altri deportati sul convoglio numero 6 diretto ad Auschwitz. Viene registrata nel campo di sterminio di Birkenau, ma debole e stremata com’è passa per il Revier, per essere poi eliminata il 17 agosto 1942. >>

    << La storia della pubblicazione di Suite française ha del miracoloso e merita di essere raccontata. Nella loro fuga, la tutrice e le bambine portarono sempre una valigia che conteneva fotografie, documenti e l’ultimo manoscritto di Irène, redatto con una grafia minuscola per risparmiare l’inchiostro e la pessima carta del tempo di guerra – l’opera in cui la Némirovsky aveva tracciato un ritratto spietato della Francia abulica, vinta e occupata. La valigia accompagnò Élisabeth e Denise dall’uno all’altro dei loro temporanei e precari rifugi. […] Denise aveva portato in salvo il prezioso quaderno ma non osava aprirlo, le bastava poterlo guardare. Un giorno, però, decise di scoprirne il contenuto, ma fu costretta a fermarsi: era un’impresa troppo dolorosa. Gli anni passarono. A un certo punto, d’accordo con la sorella élisabeth, divenuta nel frattempo dirigente editoriale con il nome di Élisabeth Gille, Denise prese la decisione di salvare l’ultima opera della madre affidandola all’Institut Mémoire del l’Édition Contemporaine. Ma, prima di separarsene, volle dattilografare il manoscritto e, aiutandosi con una grossa lente, intraprese un lungo e difficile lavoro di decifrazione. >>

    Pag. 20 Era il signor Péricand, infatti: un ometto grassoccio, dall’aspetto bonario e un po’ goffo. Il suo viso, abitualmente roseo, riposato e ben pasciuto, era pallidissimo e sembrava non già spaventato o preoccupato bensì estremamente stupito. Aveva la stessa espressione che si coglie in genere sul volto di chi trova la morte in pochi secondi, in un incidente, senza aver avuto il tempo di soffrire o di avere paura – che leggeva un libro, o guardava dal finestrino dell’auto, o pensava agli affari suoi, o stava andando al vagone ristorante, e si trova di colpo all’inferno. […] La signora Péricand uscì a testa alta. Non si sarebbe lasciata piegare dalle difficoltà. Avrebbe fatto in modo che all’indomani la famiglia fosse pronta per la partenza: il vecchio invalido, i quattro bambini, i domestici, il gatto, l’argenteria, i pezzi più preziosi del servizio da tavola, le pellicce, le cose dei bambini, le provviste di cibo e, non si sa mai, una scorta di medicinali. Rabbrividì.

    Pag. 39 Qua e là, davanti ai palazzi di boulevard Delessert si vedeva un gruppo gesticolante di donne, vecchi e bambini che si sforzavano, dapprima con calma, poi febbrilmente, quindi con un’eccitazione morbosa e folle, di far entrare familiari e bagagli in una Renault, in una berlina, in una spider. Nessuna luce alle finestre. Cominciavano a spuntare le stelle – stelle di primavera dal riflesso argentato. Parigi aveva il suo profumo più dolce, quello degli ippocastani in fiore e delle essenze volatili miste a granelli di polvere che scricchiolano sotto i denti come grani di pepe. Nell’ombra, il pericolo cresceva. Nell’aria, nel silenzio, si respirava l’angoscia. Neanche le persone più fredde, quelle generalmente più tranquille, potevano evitare quella confusa e mortale apprensione. Ciascuno guardava la sua casa con una stretta al cuore e pensava: «Domani sarà distrutta, domani non avrò più niente. Non abbiamo fatto del male a nessuno. Perché?». E contemporaneamente si sentiva sopraffatto da un’ondata di indifferenza: «Che importa! Sono solo pietre, legno, materia inerte! L’essenziale è salvare la pelle!». Chi pensava alla tragedia della patria? Non loro, non quelli che partono stasera. Il panico annullava tutto ciò che non era istinto, impulso animale, fremito della carne. Afferrare quanto si aveva di più prezioso al mondo e poi…! E, quella notte, solo ciò che viveva, ciò che respirava, piangeva, amava, valeva qualcosa! Erano pochi coloro che pensavano con rimpianto alle ricchezze perdute: l’importante era stringere fra le braccia una moglie o un figlio. Il resto non contava, il resto poteva pure sprofondare tra le fiamme.

    Pag. 58 Erano i poveri, gli sfortunati, i perdenti, quelli che non sanno trarsi d'impiccio, quelli che vengono respinti dovunque, che restano sempre in fondo, nell'ultima fila. E con loro alcuni indecisi, alcuni avari che avevano recalcitrato fino all'ultimo istante, spaventati dal prezzo del biglietto, dalle spese e dai rischi del viaggio. Ma che poi, all'improvviso, erano stati presi dal panico come gli altri. Non sapevano perché fuggivano: la Francia tutta era in fiamme, il pericolo ovunque. [...] Fra loro vigeva un patto di solidarietà, un senso di pietà, una simpatia attiva e vigile che la gente del popolo testimonia solo nei confronti della propria classe, quella dei poveri, e anche questo solo in momenti eccezionali di pericolo e di carestia. Già una decina di volte certe robuste comari avevano offerto il braccio e Jeanne Michaud per aiutarla a camminare. Lei stessa teneva per mano alcuni bambini mentre suo marito si caricava sulle spalle ora un fagotto di biancheria, ora una cesta che conteneva un coniglio vivo e delle patate, i soli beni terreni di una vecchietta partita a piedi da Nanterre.

    Pag. 101 «Com’è giovane!» sussurrarono le donne. Inconsciamente si aspettavano una qualche visione apocalittica, un qualche mostro orrendo. Il tedesco scrutava tutt’intorno alla ricerca di qualcuno. Allora il tabaccaio, che aveva fatto la campagna del ’14 e sul risvolto della vecchia giacca grigia portava una croce di guerra e la medaglia militare, si fece incontro al nemico. Per un attimo i due uomini restarono immobili, l’uno di fronte all’altro, senza parlare. Poi il tedesco mostrò la sigaretta che teneva in mano e chiese del fuoco in cattivo francese. Il tabaccaio rispose in cattivo tedesco giacché aveva preso parte all’occupazione di Mayence nel ’18. Il silenzio era tale (tutto il villaggio tratteneva il respiro) che si coglieva ogni loro parola. Il tedesco domandò la strada. Il francese rispose, poi, fattosi coraggio: «E’ stato firmato l’armistizio?«. Il tedesco allargò le braccia. «Non lo sappiamo ancora. Speriamo» disse.

    Pag. 152 "E le automobili stracariche di biancheria e di argenteria intrappolate tra la folla dei fuggiaschi, con sua madre che, indicando le donne e i bambini che andavano a piedi con poche cose annodate in un fazzoletto, diceva: «Vedete com'è buono Gesù Bambino: avremmo potuto essere al posto di quei poveretti!»"

    Pag. 167 Furières, insomma, si era organizzato una vita assai piacevole. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, si sentì all’incirca come un bambino che è stato bravo a scuola, che ha la coscienza tranquilla, che ora sta giocando con passione e che qualcuno viene di nuovo a strappare ai suoi svaghi. Quasi quasi avrebbe gridato: «Suvvia! Una volta passi, due è troppo!». Ma come? Aveva già fatto il suo dovere, lui! Gli avevano preso cinque anni della sua gioventù e adesso gli rubavano quelli della maturità, così belli, così preziosi, anni in cui un uomo capisce quello che sta per perdere e ha fretta di goderne. «No, è davvero il colmo» disse sconfortato a Corbin congedandosi da lui il giorno della mobilitazione generale. «Si vede che era scritto lassù che non dovevo scamparla!». Era un ufficiale di riserva e aveva l’obbligo di partire; certo, avrebbe potuto arrangiarsi in qualche modo per evitarlo, ma ne fu trattenuto dalla necessità di continuare ad avere stima di sé, necessità in lui molto forte e che gli consentiva di assumere verso il resto del mondo un atteggiamento ironico e severo. Partì. Il suo autista, che aveva la sua stessa età, diceva: «Bisogna andarci e ci andiamo. Ma se quelli credono che sarà come nel ’14, si sbagliano, » (dicendo «quelli» pensava a un qualche mitico areopago di individui la cui funzione, e passione, era il mandare gli altri alla morte) «se s’immaginano che faremo tanto così più del necessario, be’ se lo possono pure scordare, glielo dico io». Il conte de Furières non avrebbe certo espresso a quel modo il suo pensiero, ma esso aveva una certa analogia con quello del suo autista, che a sua volta rispecchiava la mentalità di molti ex combattenti. Parecchi uomini partirono animati da un sordo rancore o da una disperata rivolta contro la sorte che giocava loro quel tiro mancino due volte nella vita.

    Pag. 198 Che cosa si poteva dire per consolarla? «Non sei la sola…». Sì, lo sapeva, ma altre erano più fortunate… Madeleine Labarie, per esempio… Non le augurava del male, no… Ma era troppo! C’era troppo dolore nel mondo. Il suo corpo magro era intirizzito. Aveva un bel rannicchiarsi sotto la coperta, sotto il piumino, ma era come se il freddo la penetrasse fin nelle ossa. «Passerà,» le dicevano «lui tornerà e la guerra finirà!» No! No! Non lo credeva più, sarebbe durata e durata… E la primavera che non voleva arrivare… Si era mai visto un tempo simile in marzo? Il mese volgeva alla fine e la terra era gelata, ghiacciata sin nel profondo, come lei. Che raffiche! Che furia! La tempesta avrebbe fatto sicuramente volar via delle tegole. Si mise a sedere nel letto, rimase in ascolto per un attimo e all’improvviso, sul volto afflitto e bagnato di lacrime, passò un’espressione più dolce, incredula. Il vento si era placato; nato chissà come, se n’era andato chissà dove. Nella sua furia cieca aveva spezzato rami, squassato tetti; aveva disperso le ultime tracce di neve sulla collina, e adesso da un cielo scuro e burrascoso cadeva la prima pioggia di primavera, fredda ancora ma impetuosa, fitta, e si apriva un varco sino alle radici nascoste degli alberi, sino al nero e profondo cuore della terra.

    Pag. 204 Le due donne entrarono in sala da pranzo, dove la tavola era già apparecchiata. Era mezzogiorno passato, ma solo per gli orologi della chiesa e del municipio che, vincolati alle nuove leggi, segnavano l’ora tedesca; in ogni casa francese, invece, gli orologi venivano mantenuti in ritardo di sessanta minuti, per puntiglio. E ogni donna diceva con fare sprezzante: «A casa nostra, non si vive all’ora dei tedeschi».

    Pag. 206 Sotto lo sguardo vigile di due sottufficiali la guardia campestre andava incollando manifesti sui muri degli edifici principali. Tali manifesti erano di vario tipo: alcuni raffiguravano un soldato tedesco dai capelli chiari e dal largo sorriso che gli scopriva la dentatura perfetta, circondato da ragazzetti francesi mentre distribuiva loro sostanziosi panini imbottiti. La scritta diceva: «Popolazioni abbandonate, abbiate fiducia nei soldati del Reich!». Altri illustravano, mediante grafici o caricature, la dominazione inglese nel mondo e l’odiosa tirannia dell’ebreo. Ma la maggior parte di quei manifesti cominciava con la parola «Verboten», proibito. Era proibito circolare nelle strade dalle nove di sera alle cinque del mattino, proibito tenere in casa armi da fuoco, dare «asilo, aiuto o protezione» a prigionieri evasi, a rifugiati di paesi nemici della Germania, a militari inglesi, proibito ascoltare radio straniere, proibito rifiutare il denaro tedesco. E sotto ogni manifesto, a caratteri neri sottolineati due volte, c’era sempre lo stesso avvertimento: «Pena la morte».

    Pag. 229 Da lungo tempo il paese mancava di uomini, cosicché perfino questi, gli invasori, parevano al posto giusto. Loro lo intuivano e si crogiolavano beatamente al sole; vedendoli, le madri dei prigionieri e dei soldati uccisi in guerra invocavano sottovoce su di loro la maledizione del Cielo, ma le ragazze se li mangiavano con gli occhi.

    Pag. 241 In maniche di camicia, pantaloni di velluto, cappello di paglia, vangavano, sfrondavano, innaffiavano, seminavano, piantavano. A volte un soldato tedesco entrava dal cancelletto di uno di quei giardini e chiedeva del fuoco per la pipa, o un uovo, o un bicchiere di birra. L’uomo lo accontentava, poi, appoggiandosi alla vanga, lo guardava allontanarsi con aria pensosa, e alla fin riprendeva il lavoro con un’alzata di spalle che significava un’infinità di pensieri – così numerosi, così profondi, così gravi e strani che lui non trovava le parole per esprimerli.

    Pag. 258 «Ma, ragazzo mio, lei sopravvaluta il potere dei capi nell’esercito tedesco; posso sempre punire questo giovanotto se molesta sua moglie, ma se lei lo trova di suo gusto…». «Attendo a come parla!» ringhiò Benoît facendo un passo verso l’ufficiale. «Prego?». «Attento a come parla, le dico. Ci mancavano anche questi sporchi…». Lucile lanciò un grido d’angoscia e di avvertimento. Marthe dette una gomitata a Benoît; aveva capito che stava per dire «crucchi», la parola proibita che i tedeschi punivano con la prigione. Facendo uno sforzo, Benoît tacque. «Ci mancava anche di vedere voialtri correre dietro alle nostre donne». «Ma, amico mio, dovevate difenderle prima, le vostre donne» disse piano l’ufficiale.

    Pag. 277 «Ecco la lista» disse una delle figlie Perrin. Aprì il foglio e lesse: «Un catino e una brocca dell’acqua in porcellana, con le nostre iniziali e un motivo di farfalle, uno sgocciolatoio per l’insalata, il servizio da tè bianco e oro (ventotto pezzi, il coperchio della zuccheriera era già andato rotto), due fotografie del nonno: 1) in braccio alla balia, 2) sul letto di morte. «Le corna di cervo che stanno in anticamera, ricordo dello zio Adolphe, il piatto per le pappine della nonna (porcellana filettata d’argento), la dentiera di ricambio che papà aveva dimenticato in bagno, il divano nero e rosa del salotto. Inoltre, nel cassetto di sinistra della scrivania di cui ho qui la chiave: «Il primo esercizio di scrittura di mio fratello, le lettere di papà alla mamma durante la cura termale che papà faceva a Vittel nel 1924 (le lettere legate con un nastrino rosa) e le fotografie di tutti noi.». La ragazza leggeva in un silenzio funebre. La signora Perrin piangeva sommessa sotto i suoi veli. «È dura, è dura vederci strappare cose che ci erano tanto care… La prego, mia cara Lucile, non lasci nulla d’intentato. Sia convincente, abile…».

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    E' il primo romanzo che ho letto di questa scrittrice che mi era sconosciuta. E non avevo neanche molta voglia di iniziare, trattandosi di un'opera incompleto. Ebbene, me ne sono innamorata. Ho ...continuer

    E' il primo romanzo che ho letto di questa scrittrice che mi era sconosciuta. E non avevo neanche molta voglia di iniziare, trattandosi di un'opera incompleto. Ebbene, me ne sono innamorata. Ho trovato imperdonabile averla ignorata fin'ora. Una storia raccontata con nobiltà, delicatezza e amore. Amore sì, per i suoi personaggi, che prendono vita dalle sue pagine con forza e dignità. Consiglierei di leggerlo subito!

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