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Suite française

By Irène Némirovsky

(42)

| Paperback | 9780099488781

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    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/10/28/suite-fra… “Qua e là, davanti ai palazzi di boulevard Delessert si vedeva un gruppo gesticolante di donne, vecchi e bambini che si sforzavano, dapprima con calma, poi febbrilmente, ...(continue)

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/10/28/suite-fra…

    “Qua e là, davanti ai palazzi di boulevard Delessert si vedeva un gruppo gesticolante di donne, vecchi e bambini che si sforzavano, dapprima con calma, poi febbrilmente, quindi con un’eccitazione morbosa e folle, di far entrare familiari e bagagli in una Renault, in una berlina, in una spider. Nessuna luce alle finestre. Cominciavano a spuntar le stelle - stelle di primavera dal riflesso argentato. Parigi aveva il suo profumo più dolce, quello degli ippocastani in fiore e delle essenze volatili miste a granelli di polvere che scricchiolano sotto i denti come grani di pepe. Nell’ombra, il pericolo cresceva. Nell’aria, nel silenzio, si respirava l’angoscia. Neanche le persone più fredde, quelle genericamente più tranquille, potevano evitare quella confusa e mortale apprensione. Ciascuno guardava la sua casa con una stretta al cuore e pensava: “Domani sarà distrutta, domani non avrò più niente. Non abbiamo fatto del male a nessuno. Perché?” E contemporaneamente si sentiva sopraffatto da un’ondata di indifferenza: “Che importa! Sono solo pietre, legno, materia inerte! L’essenziale è salvare la pelle!”. Chi pensava alla tragedia della patria? Non loro, non quelli che partono stasera. Il panico annullava tutto ciò che non era istinto, impulso animale, fremito della carne. Afferrare quanto si aveva di più prezioso al mondo e poi...! E, quella notte, solo ciò che viveva. ciò che respirava, piangeva, amava, valeva qualcosa! Erano pochi coloro che pensavano con rimpianto alle ricchezze perdute: l’importante era stringere fra le braccia una moglie o un figlio. Il resto non contava, il resto poteva sprofondare pure tra le fiamme”.
    (Irène Némirovsky, “Suite francese”, ed. Adelphi)

    Su Irène Némirovsky avevo letto, ormai diverso tempo fa, opinioni molto discordanti, entusiastiche o trancianti. Nulla di nuovo, considerando che “de gustibus...”; alla prova diretta, io stesso ero rimasto dapprima colpito molto favorevolmente dal racconto “Il ballo”, poi un po’ deluso dalla successiva lettura, cioè “Due”. “Suite francese” ha spazzato via i dubbi che avevo quando l’ho preso, e lo ha fatto subito; dopo poche pagine, mi sono reso conto di trovarmi di fronte a un romanzo eccellente. In verità, “Suite francese” raccoglie due romanzi diversi, scritti dall’autrice tra il 1941 e il 1942, e che dovevano far parte, assieme ad altri, di un più ampio progetto, purtroppo stroncato dalla morte della scrittrice, finita ad Auschwitz nel 1942. Pur nel rammarico dovuto all’incompletezza del piano originario, bisogna dire che “Temporale di giugno” e “Dolce” sono due grandi romanzi.
    “Temporale di giugno” inizia con la città di Parigi che sta per essere assediata dai nazisti e con la conseguente fuga di diversi personaggi, che la Némirovsky ci rappresenta con tutto il loro carico di paure, cinismi, meschinità, solidarietà e odi reciproci, indifferenza e angoscia. I tedeschi-nazisti, che pure sono la causa di tutto il romanzo, non appaiono quasi mai sulla scena, e la loro invasione funge da detonatore rispetto agli atteggiamenti dei singoli protagonisti del romanzo. La Némirovsky non indulge a pietismi o romanticherie, non vuole strapparci facili lacrime mostrandoci le vittime dell’orrore, o almeno non lo fa direttamente. Con il suo stile spesso sarcastico, l’autrice mette a nudo le piccolezze di chi, indipendentemente dalla guerra incombente, sarebbe già un perfetto esempio di egoismo, di vanità. Emblematico, in tal senso, è la figura del vanesio scrittore Gabriel Corte, ricco, chiuso nella sua bolla egocentrica, preoccupato soltanto che l’Arte possa essere ferita dalla guerra, e più in particolare che i suoi manoscritti possano andare perduti; chiuso nella sua suite lussuosa, lo scrittore vorrebbe non essere involgarito dal contatto con la plebe, ma anche a lui toccherà fare i conti con la realtà bruta.
    L’autrice ci presenta diversi protagonisti, con una serie di quadri che sono indipendenti l’uno dall’altro, ma che pure s’intrecciano, per beffardi giochi del destino (in qualche caso anche forzati sotto il profilo narrativo). I Pericand sono una coppia di mezza età, benpensanti, medio-borghesi, costretti a fuggire da Parigi assieme ai loro figli; due di questi assurgono a protagonisti, cioè Philippe, giovane prete che comincia dubitare che la grazia possa toccare persino i fanciulli in quel contesto, e Hubert, diciottenne che vorrebbe dare il suo contributo alla guerra contro i nazisti e che però si lascia irretire dalle languide fusa di una donna ben più scaltra di lui. Poi ci sono i Michaud, impiegati di banca, che vedono crollare tutte le loro certezze e scoprono, ove fosse necessario averne conferma, la meschinità del banchiere per il quale lavorano. E ancora Charles, sessantenne solitario dedito al collezionismo di oggetti preziosi, avaro prima della guerra e a maggior ragione durante la guerra. Da quanto scritto, appare evidente che in questo romanzo non siamo di fronte al classico dualismo Bene contro Male, perché le vittime, disperate e in fuga dall’orrore, nascondono in sé gli stessi germi di chi, a un livello purtroppo ben più organizzato e criminale, li sta costringendo ad abbandonare Parigi e la speranza di un futuro privo di guerre.
    Ciò detto, non mancano nel romanzo i momenti di luce, quando scopriamo che questi stessi personaggi, così meschini, sono capaci di slanci di solidarietà e d’amore. L’amore, poi, riaffiora qua e là, come luce nel fango, sola speranza per chi, sotto le bombe, cerca ancora un senso quando appare evidente che in certi contesti un senso non può esserci. L’angoscia di chi sente che tutto sta crollando si mescola così a un’indifferenza che funge da forma di difesa contro ciò che appare ineluttabile, e che proprio perché tale è accettato come una fatalità. L’utopia dell’armistizio, la lotta per i viveri e persino per la benzina necessaria agli spostamenti, costringe i protagonisti del romanzo a guardare il peggio di sé, eppure qualcuno riesce ancora a trovare la forza per restare umano, per non imbarbarirsi.
    Il secondo romanzo è invece ambientato a Bussy, una piccola cittadina, nel periodo immediatamente successivo all’arrivo dei tedeschi. I conquistatori, stavolta, appaiono sulla scena, ma anche in questo caso l’autrice, più che concentrarsi sugli orrori da essi commessi, che peraltro lei purtroppo conoscerà di persona pochi mesi dopo, ad Auschwitz, ci mostra aspetti dell’essere umano che, pur prendendo spunto dalla vicenda bellica narrata, sono di carattere più generale. Il titolo fa riferimento all’impossibile storia d’amore tra un ufficiale tedesco e Lucile, una donna francese che deve ospitarlo, per ordini superiori, nella casa dove la stessa vive con la suocera. Il marito, invece, è prigioniero di guerra. Lucile avrebbe tutte le ragioni per odiare l’ufficiale tedesco, e così tutti gli abitanti della cittadina, eppure il confine tra la crudeltà percepita e il bisogno di felicità è molto labile. Lucile non amava suo marito Gaston, un bevitore incapace di emozioni che la tradiva con un’amante; adesso non ha più rancore verso di lui, si augura che sia liberato, ma al tempo stesso, con il passare dei giorni, si accorge che l’ufficiale tedesco, pur incarnando il nazismo e quindi l’orrore, non è, preso in quanto singolo essere umano, così differente da lei e dai suoi compatrioti, preso com’è anch’egli da paure, distante dagli affetti familiari proprio come lei.
    In questo romanzo ritroviamo anche alcuni protagonisti del primo, a testimonianza del piano dell’autrice, cioè costruire cinque romanzi collegati, come peraltro è possibile scoprire leggendo l’appendice al libro. Una di questi personaggi che riappaiono è Madelaine, che accoglie suo marito Benoit, ritornato dal fronte, ma che si ritrova in casa anche un giovane ufficiale tedesco. La situazione diventa presto incandescente, perché Benoit è uno spirito indomito e poco incline ad accettare la presenza dei tedeschi, e inoltre sospetta, con ragione, che il soldato possa essere interessato a Madelaine. Come nel primo romanzo, inoltre, non manca il sarcasmo che la Némirovsky dedica ad alcune figure di conquistati. Pare quasi che la sua rabbia si scagli, prima ancora che sui nazisti, su francesi dediti all’odio reciproco, all’indifferenza per le altrui misere condizioni di vita, alle delazioni di chi, per salvare sé stesso dall’arrivo dei tedeschi, è disposto a svendere anche il suo amico più caro. Bersaglio della satira feroce è la viscontessa di Montmort, moglie del sindaco del paese, che ama sfoggiare, con retorica, il suo animo misericordioso e organizza serate di beneficienza, salvo poi, nella pratica, difendere solo e unicamente la propria posizione privilegiata, a tutti i costi, anche facendo la spia, specie se si tratta di rovinare un miserabile. La guerra, insomma, diventa un’occasione perché vengano fuori gli aspetti più deteriori dell’essere umano, non solo tra i vincitori, ma anche tra le vittime.
    Resta, però, qualche luce, anche in questo romanzo. La principale è l’amore, o almeno la ricerca di una felicità condivisa che vinca le diffidenze, che oltrepassi i vincoli che la Storia impone ai singoli individui, costretti dalle circostanze a odiare un essere umano solo perché di altra nazionalità o ad amarne un altro solo perché della propria nazionalità, quando invece si sa che certe questioni non hanno nulla a che fare con l’appartenenza a un popolo piuttosto che a un altro.
    Finito il secondo romanzo, a me è rimasto il dubbio su come si sarebbero potuti sviluppare gli altri tre, dubbio solo minimamente risolto grazie alle note in appendice. La Storia, con i suoi orrori, ha impedito all’autrice di completare il suo lavoro. La Némirovsky è morta ad Auschwitz nel 1942, magari per mano di uno di quei tedeschi che lei, in questi due romanzi colmi di rabbia e di umanità, aveva cercato di sottrarre alla colpa collettiva di una generazione.

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    Sisifo77 (Antonio Di Leta) said on Oct 28, 2014 | Add your feedback

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    L'impatto con la scrittura della Némirovsky è seducente e folgorante. Nelle sue vene scorre senza dubbio il sangue dei grandi romanzieri russi. Considerando i tempi in cui questi due primi capitoli sono stati scritti, occorre riconoscere alla scrittr ...(continue)

    L'impatto con la scrittura della Némirovsky è seducente e folgorante. Nelle sue vene scorre senza dubbio il sangue dei grandi romanzieri russi. Considerando i tempi in cui questi due primi capitoli sono stati scritti, occorre riconoscere alla scrittrice una lucidità rara nel riconoscere i fatti e gli avvenimenti, senza false illusioni sulle tragiche conseguenze.

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    Patmoon said on Oct 25, 2014 | Add your feedback

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    «La carità cristiana, la mitezza di secoli di civiltà le cadevano di dosso come vani orpelli rivelando un'anima arida e nuda. Lei e i suoi figli erano soli in un mondo ostile. Doveva nutrire e proteggere i suoi piccoli. Il resto non contava più.»

    Suite française, 2004 (scritto tra il 1941 e il 1942)

    >>>>> http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=3264879#new_…

    I primi due anni della Seconda Guerra Mondiale. I tedeschi vincitori e conquistatori, i francesi ...(continue)

    Suite française, 2004 (scritto tra il 1941 e il 1942)

    >>>>> http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=3264879#new_…

    I primi due anni della Seconda Guerra Mondiale. I tedeschi vincitori e conquistatori, i francesi battuti e allo stremo. La fuga da Parigi e il mesto ritorno. La vita nelle campagne occupate. La grande guerra vista da dietro le quinte, dai civili, ancora increduli di ritrovarcisi di nuovo dopo così pochi anni. I cuori induriti dal pericolo, dal dolore, dalle privazioni, dall'incertezza, dalla fame e dal freddo. Oh no, Mesdames et Messieurs, qui non ci sono eroi, ma solo creature atterrite che lottano per sopravvivere nel caos. «Ricchi borghesi disgustati dal volgo che cercano di salvare i loro preziosi ninnoli», gente comune che cerca di salvare la pelle. E, soprattutto, ci sono le madri dei soldati, morti, dispersi, prigionieri, la madri con il cuore straziato. Irène riesce ad entrare nei cuori di tutti i protagonisti di questa terribile guerra, vincitori e vinti, giovani al fronte e vecchi rimasti a casa, madri, mogli e ragazze, e ci permette di vedere la durezza e la tristezza di quei giorni da tante inquadrature diverse.

    [Postfazione di Myriam Anassimov] La storia della pubblicazione di Suite française ha del miracoloso e merita di essere raccontata. Nella loro fuga, la tutrice e le bambine portarono sempre una valigia che conteneva fotografie, documenti e l’ultimo manoscritto di Irène, redatto con una grafia minuscola per risparmiare l’inchiostro e la pessima carta del tempo di guerra – l’opera in cui la Némirovsky aveva tracciato un ritratto spietato della Francia abulica, vinta e occupata. La valigia accompagnò Élisabeth e Denise dall’uno all’altro dei loro temporanei e precari rifugi. […] Denise aveva portato in salvo il prezioso quaderno ma non osava aprirlo, le bastava poterlo guardare. Un giorno, però, decise di scoprirne il contenuto, ma fu costretta a fermarsi: era un’impresa troppo dolorosa. Gli anni passarono. A un certo punto, d’accordo con la sorella élisabeth, divenuta nel frattempo dirigente editoriale con il nome di Élisabeth Gille, Denise prese la decisione di salvare l’ultima opera della madre affidandola all’Institut Mémoire del l’Édition Contemporaine. Ma, prima di separarsene, volle dattilografare il manoscritto e, aiutandosi con una grossa lente, intraprese un lungo e difficile lavoro di decifrazione.

    Pag. 20
    Era il signor Péricand, infatti: un ometto grassoccio, dall’aspetto bonario e un po’ goffo. Il suo viso, abitualmente roseo, riposato e ben pasciuto, era pallidissimo e sembrava non già spaventato o preoccupato bensì estremamente stupito. Aveva la stessa espressione che si coglie in genere sul volto di chi trova la morte in pochi secondi, in un incidente, senza aver avuto il tempo di soffrire o di avere paura – che leggeva un libro, o guardava dal finestrino dell’auto, o pensava agli affari suoi, o stava andando al vagone ristorante, e si trova di colpo all’inferno.
    […]
    La signora Péricand uscì a testa alta. Non si sarebbe lasciata piegare dalle difficoltà. Avrebbe fatto in modo che all’indomani la famiglia fosse pronta per la partenza: il vecchio invalido, i quattro bambini, i domestici, il gatto, l’argenteria, i pezzi più preziosi del servizio da tavola, le pellicce, le cose dei bambini, le provviste di cibo e, non si sa mai, una scorta di medicinali. Rabbrividì.

    Pag. 39
    Qua e là, davanti ai palazzi di boulevard Delessert si vedeva un gruppo gesticolante di donne, vecchi e bambini che si sforzavano, dapprima con calma, poi febbrilmente, quindi con un’eccitazione morbosa e folle, di far entrare familiari e bagagli in una Renault, in una berlina, in una spider. Nessuna luce alle finestre. Cominciavano a spuntare le stelle – stelle di primavera dal riflesso argentato. Parigi aveva il suo profumo più dolce, quello degli ippocastani in fiore e delle essenze volatili miste a granelli di polvere che scricchiolano sotto i denti come grani di pepe. Nell’ombra, il pericolo cresceva. Nell’aria, nel silenzio, si respirava l’angoscia. Neanche le persone più fredde, quelle generalmente più tranquille, potevano evitare quella confusa e mortale apprensione. Ciascuno guardava la sua casa con una stretta al cuore e pensava: «Domani sarà distrutta, domani non avrò più niente. Non abbiamo fatto del male a nessuno. Perché?». E contemporaneamente si sentiva sopraffatto da un’ondata di indifferenza: «Che importa! Sono solo pietre, legno, materia inerte! L’essenziale è salvare la pelle!». Chi pensava alla tragedia della patria? Non loro, non quelli che partono stasera. Il panico annullava tutto ciò che non era istinto, impulso animale, fremito della carne. Afferrare quanto si aveva di più prezioso al mondo e poi…! E, quella notte, solo ciò che viveva, ciò che respirava, piangeva, amava, valeva qualcosa! Erano pochi coloro che pensavano con rimpianto alle ricchezze perdute: l’importante era stringere fra le braccia una moglie o un figlio. Il resto non contava, il resto poteva pure sprofondare tra le fiamme.

    Pag. 58
    Erano i poveri, gli sfortunati, i perdenti, quelli che non sanno trarsi d'impiccio, quelli che vengono respinti dovunque, che restano sempre in fondo, nell'ultima fila. E con loro alcuni indecisi, alcuni avari che avevano recalcitrato fino all'ultimo istante, spaventati dal prezzo del biglietto, dalle spese e dai rischi del viaggio. Ma che poi, all'improvviso, erano stati presi dal panico come gli altri. Non sapevano perché fuggivano: la Francia tutta era in fiamme, il pericolo ovunque. [...] Fra loro vigeva un patto di solidarietà, un senso di pietà, una simpatia attiva e vigile che la gente del popolo testimonia solo nei confronti della propria classe, quella dei poveri, e anche questo solo in momenti eccezionali di pericolo e di carestia. Già una decina di volte certe robuste comari avevano offerto il braccio e Jeanne Michaud per aiutarla a camminare. Lei stessa teneva per mano alcuni bambini mentre suo marito si caricava sulle spalle ora un fagotto di biancheria, ora una cesta che conteneva un coniglio vivo e delle patate, i soli beni terreni di una vecchietta partita a piedi da Nanterre.

    Pag. 101
    «Com’è giovane!» sussurrarono le donne. Inconsciamente si aspettavano una qualche visione apocalittica, un qualche mostro orrendo. Il tedesco scrutava tutt’intorno alla ricerca di qualcuno. Allora il tabaccaio, che aveva fatto la campagna del ’14 e sul risvolto della vecchia giacca grigia portava una croce di guerra e la medaglia militare, si fece incontro al nemico. Per un attimo i due uomini restarono immobili, l’uno di fronte all’altro, senza parlare. Poi il tedesco mostrò la sigaretta che teneva in mano e chiese del fuoco in cattivo francese. Il tabaccaio rispose in cattivo tedesco giacché aveva preso parte all’occupazione di Mayence nel ’18. Il silenzio era tale (tutto il villaggio tratteneva il respiro) che si coglieva ogni loro parola. Il tedesco domandò la strada. Il francese rispose, poi, fattosi coraggio:
    «E’ stato firmato l’armistizio?«.
    Il tedesco allargò le braccia.
    «Non lo sappiamo ancora. Speriamo» disse.

    Pag. 152
    "E le automobili stracariche di biancheria e di argenteria intrappolate tra la folla dei fuggiaschi, con sua madre che, indicando le donne e i bambini che andavano a piedi con poche cose annodate in un fazzoletto, diceva: «Vedete com'è buono Gesù Bambino: avremmo potuto essere al posto di quei poveretti!»"

    Pag. 167
    Furières, insomma, si era organizzato una vita assai piacevole. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, si sentì all’incirca come un bambino che è stato bravo a scuola, che ha la coscienza tranquilla, che ora sta giocando con passione e che qualcuno viene di nuovo a strappare ai suoi svaghi. Quasi quasi avrebbe gridato: «Suvvia! Una volta passi, due è troppo!». Ma come? Aveva già fatto il suo dovere, lui! Gli avevano preso cinque anni della sua gioventù e adesso gli rubavano quelli della maturità, così belli, così preziosi, anni in cui un uomo capisce quello che sta per perdere e ha fretta di goderne.
    «No, è davvero il colmo» disse sconfortato a Corbin congedandosi da lui il giorno della mobilitazione generale. «Si vede che era scritto lassù che non dovevo scamparla!».
    Era un ufficiale di riserva e aveva l’obbligo di partire; certo, avrebbe potuto arrangiarsi in qualche modo per evitarlo, ma ne fu trattenuto dalla necessità di continuare ad avere stima di sé, necessità in lui molto forte e che gli consentiva di assumere verso il resto del mondo un atteggiamento ironico e severo. Partì. Il suo autista, che aveva la sua stessa età, diceva:
    «Bisogna andarci e ci andiamo. Ma se quelli credono che sarà come nel ’14, si sbagliano, » (dicendo «quelli» pensava a un qualche mitico areopago di individui la cui funzione, e passione, era il mandare gli altri alla morte) «se s’immaginano che faremo tanto così più del necessario, be’ se lo possono pure scordare, glielo dico io».
    Il conte de Furières non avrebbe certo espresso a quel modo il suo pensiero, ma esso aveva una certa analogia con quello del suo autista, che a sua volta rispecchiava la mentalità di molti ex combattenti. Parecchi uomini partirono animati da un sordo rancore o da una disperata rivolta contro la sorte che giocava loro quel tiro mancino due volte nella vita.

    Pag. 198
    Che cosa si poteva dire per consolarla? «Non sei la sola…». Sì, lo sapeva, ma altre erano più fortunate… Madeleine Labarie, per esempio… Non le augurava del male, no… Ma era troppo! C’era troppo dolore nel mondo. Il suo corpo magro era intirizzito. Aveva un bel rannicchiarsi sotto la coperta, sotto il piumino, ma era come se il freddo la penetrasse fin nelle ossa. «Passerà,» le dicevano «lui tornerà e la guerra finirà!» No! No! Non lo credeva più, sarebbe durata e durata… E la primavera che non voleva arrivare… Si era mai visto un tempo simile in marzo? Il mese volgeva alla fine e la terra era gelata, ghiacciata sin nel profondo, come lei. Che raffiche! Che furia! La tempesta avrebbe fatto sicuramente volar via delle tegole. Si mise a sedere nel letto, rimase in ascolto per un attimo e all’improvviso, sul volto afflitto e bagnato di lacrime, passò un’espressione più dolce, incredula. Il vento si era placato; nato chissà come, se n’era andato chissà dove. Nella sua furia cieca aveva spezzato rami, squassato tetti; aveva disperso le ultime tracce di neve sulla collina, e adesso da un cielo scuro e burrascoso cadeva la prima pioggia di primavera, fredda ancora ma impetuosa, fitta, e si apriva un varco sino alle radici nascoste degli alberi, sino al nero e profondo cuore della terra.

    Pag. 204
    Le due donne entrarono in sala da pranzo, dove la tavola era già apparecchiata. Era mezzogiorno passato, ma solo per gli orologi della chiesa e del municipio che, vincolati alle nuove leggi, segnavano l’ora tedesca; in ogni casa francese, invece, gli orologi venivano mantenuti in ritardo di sessanta minuti, per puntiglio. E ogni donna diceva con fare sprezzante: «A casa nostra, non si vive all’ora dei tedeschi».

    Pag. 206
    Sotto lo sguardo vigile di due sottufficiali la guardia campestre andava incollando manifesti sui muri degli edifici principali. Tali manifesti erano di vario tipo: alcuni raffiguravano un soldato tedesco dai capelli chiari e dal largo sorriso che gli scopriva la dentatura perfetta, circondato da ragazzetti francesi mentre distribuiva loro sostanziosi panini imbottiti. La scritta diceva: «Popolazioni abbandonate, abbiate fiducia nei soldati del Reich!». Altri illustravano, mediante grafici o caricature, la dominazione inglese nel mondo e l’odiosa tirannia dell’ebreo. Ma la maggior parte di quei manifesti cominciava con la parola «Verboten», proibito. Era proibito circolare nelle strade dalle nove di sera alle cinque del mattino, proibito tenere in casa armi da fuoco, dare «asilo, aiuto o protezione» a prigionieri evasi, a rifugiati di paesi nemici della Germania, a militari inglesi, proibito ascoltare radio straniere, proibito rifiutare il denaro tedesco. E sotto ogni manifesto, a caratteri neri sottolineati due volte, c’era sempre lo stesso avvertimento: «Pena la morte».

    Pag. 229
    Da lungo tempo il paese mancava di uomini, cosicché perfino questi, gli invasori, parevano al posto giusto. Loro lo intuivano e si crogiolavano beatamente al sole; vedendoli, le madri dei prigionieri e dei soldati uccisi in guerra invocavano sottovoce su di loro la maledizione del Cielo, ma le ragazze se li mangiavano con gli occhi.

    Pag. 241
    In maniche di camicia, pantaloni di velluto, cappello di paglia, vangavano, sfrondavano, innaffiavano, seminavano, piantavano. A volte un soldato tedesco entrava dal cancelletto di uno di quei giardini e chiedeva del fuoco per la pipa, o un uovo, o un bicchiere di birra. L’uomo lo accontentava, poi, appoggiandosi alla vanga, lo guardava allontanarsi con aria pensosa, e alla fin riprendeva il lavoro con un’alzata di spalle che significava un’infinità di pensieri – così numerosi, così profondi, così gravi e strani che lui non trovava le parole per esprimerli.

    Pag. 258
    «Ma, ragazzo mio, lei sopravvaluta il potere dei capi nell’esercito tedesco; posso sempre punire questo giovanotto se molesta sua moglie, ma se lei lo trova di suo gusto…».
    «Attendo a come parla!» ringhiò Benoît facendo un passo verso l’ufficiale.
    «Prego?».
    «Attento a come parla, le dico. Ci mancavano anche questi sporchi…».
    Lucile lanciò un grido d’angoscia e di avvertimento. Marthe dette una gomitata a Benoît; aveva capito che stava per dire «crucchi», la parola proibita che i tedeschi punivano con la prigione. Facendo uno sforzo, Benoît tacque.
    «Ci mancava anche di vedere voialtri correre dietro alle nostre donne».
    «Ma, amico mio, dovevate difenderle prima, le vostre donne» disse piano l’ufficiale.

    Pag. 277
    «Ecco la lista» disse una delle figlie Perrin.
    Aprì il foglio e lesse: «Un catino e una brocca dell’acqua in porcellana, con le nostre iniziali e un motivo di farfalle, uno sgocciolatoio per l’insalata, il servizio da tè bianco e oro (ventotto pezzi, il coperchio della zuccheriera era già andato rotto), due fotografie del nonno: 1) in braccio alla balia, 2) sul letto di morte.
    «Le corna di cervo che stanno in anticamera, ricordo dello zio Adolphe, il piatto per le pappine della nonna (porcellana filettata d’argento), la dentiera di ricambio che papà aveva dimenticato in bagno, il divano nero e rosa del salotto. Inoltre, nel cassetto di sinistra della scrivania di cui ho qui la chiave_:
    «Il primo esercizio di scrittura di mio fratello, le lettere di papà alla mamma durante la cura termale che papà faceva a Vittel nel 1924 (le lettere legate con un nastrino rosa) e le fotografie di tutti noi.».
    La ragazza leggeva in un silenzio funebre. La signora Perrin piangeva sommessa sotto i suoi veli.
    «È dura, è dura vederci strappare cose che ci erano tanto care… La prego, mia cara Lucile, non lasci nulla d’intentato. Sia convincente, abile…».

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    Thalita said on Oct 6, 2014 | Add your feedback

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    E' il primo romanzo che ho letto di questa scrittrice che mi era sconosciuta. E non avevo neanche molta voglia di iniziare, trattandosi di un'opera incompleto. Ebbene, me ne sono innamorata. Ho trovato imperdonabile averla ignorata fin'ora.
    Una stor ...(continue)

    E' il primo romanzo che ho letto di questa scrittrice che mi era sconosciuta. E non avevo neanche molta voglia di iniziare, trattandosi di un'opera incompleto. Ebbene, me ne sono innamorata. Ho trovato imperdonabile averla ignorata fin'ora.
    Una storia raccontata con nobiltà, delicatezza e amore.
    Amore sì, per i suoi personaggi, che prendono vita dalle sue pagine con forza e dignità.
    Consiglierei di leggerlo subito!

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    Ermelindina said on Oct 2, 2014 | Add your feedback

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    Non conoscevo questa autrice raffinata e l'ho apprezzata molto.
    I tuffi nel passato del secolo scorso, a quegli eventi che lo hanno segnato, aggiungono sempre un qualche cosa di nuovo alla nostra personale conoscenza della storia, arricchendoci di nu ...(continue)

    Non conoscevo questa autrice raffinata e l'ho apprezzata molto.
    I tuffi nel passato del secolo scorso, a quegli eventi che lo hanno segnato, aggiungono sempre un qualche cosa di nuovo alla nostra personale conoscenza della storia, arricchendoci di nuove riflessioni.
    Anche la ricostruzione finale epistolare della vita dell'autrice, e della sua fine come deportata, è molto interessante.
    Sicuramente consigliato.

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    Mirkodiaz said on Oct 1, 2014 | Add your feedback

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