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Suite francese

By Irène Némirovsky, Laura Frausin Guarino (Translator), Denise Epstein (Editor), Olivier Rubistein (Editor), Myriam Anissimov (Afterword)

(1659)

| Paperback | 9788845920165

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Book Description

Nei mesi che precedettero il suo arresto e la deportazione ad Auschwitz, Irène Némirovsky compose febbrilmente i primi due romanzi di una grande "sinfonia in cinque movimenti" che doveva narrare, quasi in presa diretta, il destino di una nazione, la Francia, sotto l'occupazione nazista: Tempesta in Continue

Nei mesi che precedettero il suo arresto e la deportazione ad Auschwitz, Irène Némirovsky compose febbrilmente i primi due romanzi di una grande "sinfonia in cinque movimenti" che doveva narrare, quasi in presa diretta, il destino di una nazione, la Francia, sotto l'occupazione nazista: Tempesta in giugno (che racconta la fuga in massa dei parigini alla vigilia dell'arrivo dei tedeschi)e Dolce (il cui nucleo centrale è la passione, tanto più bruciante quanto più soffocata, che lega una "sposa di guerra" a un ufficiale tedesco).
Pubblicato a sessant'anni di distanza, Suite francese è il volume che li riunisce.

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  • 6 people find this helpful

    L’ho cominciato con piacere, ma poi mi sono arenata. Per la precisione, l’inciampo è stato la fuga del giovane Hubert Péricand per unirsi all’esercito francese. Ho temuto che stesse per diventare un altro dei cosiddetti “romanzi di formazione”. Non che abbia nulla contro questo genere di letteratura ... (continue)

    L’ho cominciato con piacere, ma poi mi sono arenata. Per la precisione, l’inciampo è stato la fuga del giovane Hubert Péricand per unirsi all’esercito francese. Ho temuto che stesse per diventare un altro dei cosiddetti “romanzi di formazione”. Non che abbia nulla contro questo genere di letteratura, al contrario. Ve ne sono di notevoli. Solo che non era il momento adatto. Ossia, non avevo proprio voglia di confrontarmi con il modo in cui questo adolescente si sarebbe scontrato con la realtà e avrebbe imparato (o non imparato) a crescere. Come dire, preferivo aver a che fare con degli adulti. Che, a volte (leggi “spesso”), sono più scemi dei ragazzini, ma almeno glielo puoi dire fuor dai denti, senza necessità di usare perifrasi, far finta di essere saggi o cercare di contrabbandare l’idea di aver qualcosa da insegnare. Quindi, puoi semplicemente sbottare in un “Siete degli emeriti coglioni” e la faccenda finisce lì, senza noiosi strascichi di turbe emotive che condurranno i soggetti in questione a sviluppare deficit dovuti a carenze affettive o a una sottostima congenita. No. Un chiaro “Vaffanculo” cui, di solito, ricevi in risposta un altrettanto chiaro “Vacci tu”. E amici come prima. Non sono se mi sono spiegata. :-)

    Quindi l’avevo messo in un canto.

    Poi la quiete estiva mi ha indotta a riprenderlo in mano e, superate le pagine dell’episodio accennato, ho scoperto di avere tra le mani un ottimo romanzo, benché, purtroppo, incompiuto. E questa incompiutezza si sente. Tra Temporale di giugno e il successivo Dolce c’è un notevole gap, che sicuramente l’autrice avrebbe colmato, avendone il tempo. Ma il tempo è proprio ciò che non le è stato concesso. Resta così un po’ il rammarico di non aver potuto leggere l’opera finita, monca com’è delle parti che avrebbero dovuto darle compiutezza. Tuttavia, la prosa è ottima e, soprattutto in Dolce, i personaggi sono di un nitore cristallino.

    Non so proprio se consigliarvelo o no. Nel senso che troppi fili rimangono in sospeso e la bellezza di quelli che sono stati tirati come ordito, sia pur senza poter giungere a legarsi con quelli della trama, non ho idea se potrà soddisfarvi pienamente. A me personalmente è rimasto un po’ di amaro in bocca, ma sono stata comunque contenta di averlo letto. Fate voi.

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    Arwen56 said on Aug 18, 2011 | 1 feedback

  • 3 people find this helpful

    “Mio Dio, cosa mi combina questo paese? Dal momento che mi respinge, osserviamolo freddamente, guardiamolo mentre perde l’onore e la vita. E gli altri, come considerarli? Gli imperi muoiono. Niente ha importanza. Che le si osservi dal punto di vista mistico o personale, le cose non cambiano. È un tu ... (continue)

    “Mio Dio, cosa mi combina questo paese? Dal momento che mi respinge, osserviamolo freddamente, guardiamolo mentre perde l’onore e la vita. E gli altri, come considerarli? Gli imperi muoiono. Niente ha importanza. Che le si osservi dal punto di vista mistico o personale, le cose non cambiano. È un tutt’uno. Manteniamo la mente fredda. Tempriamo il nostro cuore. Aspettiamo.”

    Così scriveva nel suo diario Irène Némirovsky, nel 1941. Osservava la reazione dei francesi, di quel popolo vinto che non era il suo, nei giorni successivi all’invasione tedesca. Era preoccupata I. N. per quelle nuove leggi che venivano promulgate, quelle leggi che l’avevano costretta a cucire sulla casacca delle bimbe la stella gialla e nera. È disperata eppur lucida Irène Némirovsky; è una scrittrice nota, è una donna borghese, è innamorata della Francia e della buona società, che la conosce e la stima; si è convertita al cristianesimo, ha battezzato le sue bambine. Eppure tutto ciò non è sufficiente. Qualsiasi cosa sia accaduta nella sua esistenza, resta il fatto che è nata a Kiev da famiglia ebrea. Poco conta che è stata costretta sin da adolescente a lasciare il suo Paese, poco conta se non ha simpatie né per gli ebrei né per i comunisti, poco importa se si è sempre tenuta lontana dalla politica. Irène Némirovsky non è pura, non è francese, non le è mai stata concessa la nazionalità di quella terra a cui si sente legata e che non ha voluto lasciare quando la situazione iniziava ad essere pericolosa. È di origini ebraiche, pertanto va eliminata, come tutti gli altri.
    Due giorni prima d’esser prelevata dai gendarmi francesi, I. N. scrive ad Albin Michel, il direttore letterario della casa editrice che pubblicava le sue opere, queste parole:
    “Caro amico… non mi dimentichi. Ho scritto molto. Saranno opere postume, temo, ma scrivere mi fa passare il tempo.”

    Suite francese è stata scritta tra il 1941 e il 1942, opera incompiuta rispetto al progetto dell’autrice ma, malgrado ciò, con una sua compiutezza d’insieme e di forte impatto emotivo. Uno sguardo attento non alla guerra, non verso fatti storici – perché quelli passano e domani non li ricorderà nessuno. La scrittrice indaga l’animo umano. Sono le reazioni delle persone davanti all’invasore ad interessarla. Ed è l’atteggiamento dell’altro, lo straniero, che è pur sempre un uomo, ad essere scrutato.
    Bisogna analizzare i sentimenti dei contadini, dei negozianti, dei proprietari terrieri, dei borghesi, degli intellettuali… Non a caso, nei suoi appunti, Irène Némirovsky sottolinea che deve rileggere Tolstoj e più volte dice a sé stessa “vedi Guerra e pace”.
    Il manoscritto di Suite francese si è salvato miracolosamente. Le figlie della Némirovsky, sopravvissute alla follia di quegli anni, fuggirono per mesi portandosi dietro una valigia contenente poche fotografie e alcuni documenti dei genitori. Senza saperlo, riuscirono così a salvare l’ultimo libro della madre che, dopo tanti anni, loro stesse decifrarono e trascrissero.

    Un’opera splendida, più brillante e più coinvolgente rispetto agli altri libri della stessa autrice letti finora. Sarà l’umanità che trasuda da queste pagine a renderlo tanto eccezionale; nella sua incompiutezza è un capolavoro.

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    valigiesogni said on Jan 25, 2012 | 2 feedbacks

  • 3 people find this helpful

    E' un capolavoro quest'opera, purtroppo incompiuta, della Nemirowsky. Un viaggio all'interno della guerra, della società, della paura, degli amori, dei valori e della perdita degli stessi.
    C'è tutto, nonostante siano solo le prime due parti di un'opera che ne avrebbe dovute contare cinque.
    Se pensia ... (continue)

    E' un capolavoro quest'opera, purtroppo incompiuta, della Nemirowsky. Un viaggio all'interno della guerra, della società, della paura, degli amori, dei valori e della perdita degli stessi.
    C'è tutto, nonostante siano solo le prime due parti di un'opera che ne avrebbe dovute contare cinque.
    Se pensiamo poi che, mentre scriveva, l'autrice ebrea di origini russe, viveva il dramma personale della guerra e della paura, che di lì a qualche mese l'avrebbe portata prima ad essere allontanata dalla famiglia e deportata ad Auschwitz, e poco dopo alla morte, non possiamo non cogliere la straordinarietà di un'opera così vera e commovente.

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    ☆MarziAsia☆ said on Jan 6, 2012 | 2 feedbacks

  • 1 person find this helpful

    Non credo si senta la necessità di un’ulteriore recensione di questo libro ma siccome non posso non paragonarlo a “Guerra e pace” e “La storia”, la necessità di scriverci qualcosa ce l’ho io e stando così le cose mi prendo anche il lusso di parlare di una delle tante storie che costellano questo rom ... (continue)

    Non credo si senta la necessità di un’ulteriore recensione di questo libro ma siccome non posso non paragonarlo a “Guerra e pace” e “La storia”, la necessità di scriverci qualcosa ce l’ho io e stando così le cose mi prendo anche il lusso di parlare di una delle tante storie che costellano questo romanzo postumo e incompiuto ma meravigliosamente “finito” (non oso immaginare cosa sarebbe diventato se la Nemirovsky non fosse finita nel tritacarne dei campi di concentramento, vittima di quella stessa guerra che stava raccontando).

    Che la guerra riesumi il peggio latente in ogni individuo è cosa nota. Che talvolta compia il miracolo di portare in superficie anche il meglio di qualcuno, è quantomeno inaspettato.
    E’ quello che succede ad almeno uno della miriade di personaggi che popolano questo romanzo: Lucille, moglie di un marito mai amato, fatto prigioniero da quei tedeschi che hanno sconfitto la Francia e ora, nell’occupazione che segue all’invasione, chiedono alloggio ai francesi, con l’educazione formale e ingessata degli uomini di buona famiglia e il piglio deciso di chi sa di appartenere alla razza padrona.
    Lucille, impigliata nel suo ruolo di donna sposata e di nuora angariata da una suocera-tiranna, conosce, inaspettatamente, l’amore. Non l’amore mercenario di chi si vende al vincitore in cambio di un paio di calze di seta né quello consumato in qualche fienile dalle adolescenti private dei loro coetanei, con i soldati tedeschi. No, quello che Lucille conosce è l’amore che nasce da parole non dette, da libri condivisi, da confidenze sussurrate, da musica suonata ed ascoltata nel buio di una stanza, e dall’oggettiva impossibilità di poterlo vivere. Sarà questo amore per un soldato tedesco, pienamente corrisposto ma predestinato a non sbocciare mai, a farle scoprire sé stessa e le sue potenzialità, a farle compiere un gesto altruista ed eroico. A farle pensare questo:

    “Voglio essere libera. Aspiro non tanto alla libertà esteriore, quella di viaggiare, di lasciare questa casa (benché sarebbe già una felicità inimmaginabile!), quanto a essere libera dentro, a scegliere la mia strada, seguirla senza dover seguire lo sciame. Odio questo spirito comunitario, di cui ci riempiono le orecchie. Su una cosa sola tedeschi, francesi, gollisti la pensano tutti allo stesso modo: bisogna vivere, pensare, amare con gli altri, in funzione di uno Stato, di un paese, di un partito. Oh, mio Dio, non voglio! Sono una povera donna inutile; non sono niente, ma voglio essere libera! Schiavi lo diventiamo…, la guerra ci manda qua o là, ci priva del benessere, ci toglie il pane di bocca; mi lascino almeno il diritto di giudicare il mio destino, di farmene beffe, di sfidarlo, di sfuggirgli se posso. Uno schiavo? Meglio questo di un cane che si crede libero quando trotta dietro al padrone. Non sono neppure consapevoli della loro schiavitù”.

    “… Si combattano, si detestino pure! Che un tempo suo padre e il mio si siano trovati di fronte e si siano battuti, che lui stesso abbia fatto prigioniero mio marito (pensiero che ossessiona la mia infelice suocera!): cosa importa tutto questo?”

    “Sì, ti ama. A quel marito che ti ha ingannata, trascurata, non devi niente. Ma è prigioniero, tuo marito è prigioniero e tu lasci che un tedesco si avvicini a te, prenda il posto dell’assente? Ebbene, sì! E allora? L’assente, il prigioniero, il marito, io non l’ho mai amato. Che muoia! Che sparisca!…”

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    Penelope alla guerra said on Feb 9, 2012 | Add your feedback

  • La storia vista dall'interno

    La storia osservata dall'interno: gli effetti delle scosse e dei sussulti che devastano l'umanità, balìa della guerra, su personaggi che sembrano diventare trasparenti, leggibili. Un grande romanzo, profondamente russo, nel disegnare gli intrecci della storia con le storie di ciascuno dei personaggi ... (continue)

    La storia osservata dall'interno: gli effetti delle scosse e dei sussulti che devastano l'umanità, balìa della guerra, su personaggi che sembrano diventare trasparenti, leggibili. Un grande romanzo, profondamente russo, nel disegnare gli intrecci della storia con le storie di ciascuno dei personaggi, ma anche francese, nell'impietosa raffigurazione delle meschinità, degli egoismi, dei claustrofobici ambienti familiari. Io da quando l'ho letto amo citare un personaggio, la suocera gretta, che quando vede la nuora con in mano un libro le chiede sempre: "Leggi? Non hai niente da fare?"

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    N Milazzo said on Feb 7, 2012 | Add your feedback

  • va letto senza dimenticare che poco dopo averlo scritto è stata deportata a Auschwitz e lì è morta.

    Il finale è bellissimo per un libro incompiuto.

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    J Lilan said on Feb 7, 2012 | Add your feedback

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