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Sull'utilità e il danno della storia per la vita

Di

Editore: Adelphi (Piccola Biblioteca, 11)

4.0
(264)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 105 | Formato: Copertina morbida e spillati

Isbn-10: 8845901653 | Isbn-13: 9788845901652 | Data di pubblicazione:  | Edizione 16

Traduttore: Sossio Giametta ; Curatore: Mazzino Montinari ; Contributi: Giorgio Colli

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , Paperback

Genere: History , Non-fiction , Philosophy

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Descrizione del libro
Incubo e idolo dell'età moderna, la storia - come storicismo e senso storico - non è solo una conquista dello spirito illuminato, ma una "febbre divorante", una "virtù ipertrofica" che può essere rovinosa: questo il punto di partenza di Nietzsche non ancora trentenne nell'affrontare il tema della seconda "Considerazione inattuale", che fu pubblicata nel 1874. Più di cento anni sono passati da allora e l'attualità clamorosa di questo Nietzsche perennemente "inattuale" appare sempre più evidente. Le pagine che qui leggiamo hanno trovato e trovano conferme continue, non più soltanto negli atteggiamenti della cultura, ma in tutti i meccanismi della società. Il passato, ormai disponibile in tutte le sue forme, anche le più remote, minuziosamente archiviato e setacciato, non è per ciò divenuto più vivo nè aiuta la vita - anzi appare sempre più come una immane e oppressiva allucinazione. E così è, argomenta Nietzsche, proprio perché il senso storico non permette lo scontro bruciante con le forze del passato, ma vuole inglobarle in sé come reliquia esotica, con ingiustificato sottinteso di benevola superiorità - e quindi cela un movimento ostile alla vita, tende a svellere la sua stessa base, che è quella "cosa sola per cui la felicità diventa felicità: il poter dimenticare o, con espressione più dotta, la capacità di sentire, mentre essa dura, in modo non storico".
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  • 0

    Il solito Nietzsche: poco rigoroso, vago al massimo ogni volta che non si tratti di demolire, persino snervante. Tenendo bene a mente l'immagine visiva della demolizione, abbiamo una rappresentazione adeguata del modo di procedere di Nietzsche: non una de-costruzione, ma un disordinato sfasciare ...continua

    Il solito Nietzsche: poco rigoroso, vago al massimo ogni volta che non si tratti di demolire, persino snervante. Tenendo bene a mente l'immagine visiva della demolizione, abbiamo una rappresentazione adeguata del modo di procedere di Nietzsche: non una de-costruzione, ma un disordinato sfasciare l'obiettivo di polemica. Mi sembra pure superfluo sottolineare quanto spesso Nietzsche, spinto dalla sua incontrollabile brama di distruzione, affermi vistose boiate di vario tipo (qui p. es. che per agire occorra "dimenticare", teoria a dir poco fantasiosa); sottolineare questo invece superfluo non lo è nemmeno un po', visto che Nietzsche viene preso troppo sul serio ancora oggi, complice una cultura filosofica occidentale che risponde al nome di "continentale" (semplicisticamente definita) che ha spesso dimostrato di preferire il vaniloquio e il magnetismo dell'espressione potente piuttosto che il lucido argomentare che una volta era caratteristica irrinunciabile del filosofo; Cristo, persino lo Heidegger della cosiddetta Kehre è rigorosissimo e disciplinatissimo nella sua prosa circonvoluta e misticheggiante. Nulla di tutto ciò in Nietzsche, caso esemplare e forse unico di "personalità", semplicemente, che è stata considerata invece "filosofo".

    ha scritto il 

  • 4

    Altro che inattuale. Attualissima, anzi, quest'opera, che sembra peraltro calzante a pennello per ciò che riguarda l'istruzione italiana, dannatamente malata di storicismo fino al midollo, che dopo duemila riforme scolastiche appare ancora incapace di superare di una virgola l'impostazione genti ...continua

    Altro che inattuale. Attualissima, anzi, quest'opera, che sembra peraltro calzante a pennello per ciò che riguarda l'istruzione italiana, dannatamente malata di storicismo fino al midollo, che dopo duemila riforme scolastiche appare ancora incapace di superare di una virgola l'impostazione gentiliana. E almeno la sapessimo, la storia....

    ha scritto il 

  • 3

    Opzionale

    Le "considerazioni inattuali" sono brevi scritti polemici che un giovane e ancora "immaturo" (come scrittore!) Nietzsche dedicò alla intellettualità del suo tempo. In genere vengono trascurate di fronte ai capisaldi della sua produzione letteraria successiva; questa "seconda inattuale" fa eccezio ...continua

    Le "considerazioni inattuali" sono brevi scritti polemici che un giovane e ancora "immaturo" (come scrittore!) Nietzsche dedicò alla intellettualità del suo tempo. In genere vengono trascurate di fronte ai capisaldi della sua produzione letteraria successiva; questa "seconda inattuale" fa eccezione, grazie all'argomento molto interessante e filosofico: fino a che punto lo studio della storia e lo stesso senso storico possono e debbono influenzare la nostra vita? Nietzsche risponde che è da evitare "l'eccesso di storia" per evitare di mortificare la vita e il presente; da qui parte in una lunga invettiva contro i pensatori del suo tempo, Hegel e von Hartmann soprattutto, polemica che appare, questa sì, decisamente "datata" e poco interessante.
    Mi resta fortissima questa sensazione: le idee di Nietzsche mi attraggono, ma mi risulta del tutto indigeribile il suo stile di pensiero e di scrittura.

    ha scritto il 

  • 3

    Affascinante, ma sopravvalutato

    Operetta del giovane Nietzsche, assai accattivante e affascinante.
    C’è tutto il bisogno di uno spazio per la soggettività e la vita vissuta, fuori dalle gabbie dell’oggettivazione. Il grido di ribellione di chi soffoca, e vuole abbattere le mura della prigione.
    C’è una esemplare espre ...continua

    Operetta del giovane Nietzsche, assai accattivante e affascinante.
    C’è tutto il bisogno di uno spazio per la soggettività e la vita vissuta, fuori dalle gabbie dell’oggettivazione. Il grido di ribellione di chi soffoca, e vuole abbattere le mura della prigione.
    C’è una esemplare espressione di quell’ottica della vita, che N. evidenzierà nella prefazione 1886 alla Nascita della Tragedia: il cui compito era “quello di considerare la scienza nella prospettiva dell’artista, l’arte in quello della vita”.
    C’è il fascino di un pensiero nascente, il confronto con Schopenhauer, le citazioni leopardiane, ci sono quei due versetti di Hume che letti da ragazzo (quando più si pensa a queste cose) ti danno la sottile, ma quasi gradita, angoscia del tempo che fugge:
    And from the dregs of life hope to receive
    What the first sprightly running could not give


    Ma detto tutto questo, e fatto eventualmente tutto il periplo del viaggio sentimentale, alla rilettura si rivela come un’opera decisamente sopravvalutata.
    Il piatto forte, la famosa triade di storia monumentale, antiquaria e critica, che suona così bene nelle esposizioni manualistiche, letta da vicino, quando arrivi alla definizione di “storia critica”, ti si spappola tra le mani.
    "Critica", nel lessico del giovane Nietzsche, non vuol dire altro che condanna totale del passato:
    “Qui si fa chiaro come l’uomo abbia molto spesso necessariamente bisogno, accanto al modo monumentale e antiquario di considerare il passato, di un terzo modo, quello critico: e anche di quello per servire la vita. Egli deve avere, e di tempo in tempo impiegare, la forza di infrangere e dissolvere un passato per poter vivere: egli ottiene ciò traendo quel passato innanzi a un tribunale, interrogandolo minuziosamente, e alla fine condannandolo; ogni passato merita invero di essere condannato – giacché così vanno appunto sempre le cose umane: sempre la violenza e la debolezza umane sono state potenti” (pag. 28)
    A che scopo la minuziosa interrogazione, se l’esito è una metafisica condanna di tutto ciò che nasce e perciò è degno di perire?
    Puro e immotivato rifiuto, contro pura e immotivata identificazione (l’atteggiamento “identitario” della storia antiquaria).
    Del senso (originale) di critica come distinzione, scelta e motivazione non rimane alcuna traccia.

    Con tutto il rispetto per il giovane filosofo, a noi che siamo (anche storicamente) tanto più vecchi davvero questo discorso ha da insegnare qualcosa? Per la vita?

    ha scritto il 

  • 5

    In questa “considerazione inattuale”, Nietzsche affronta il problema della “Storia”, della sua utilità per una vita attiva. La tesi di fondo del libro è che un eccesso di storicismo, di devozione alla storia, paralizza la vita, risultando alla lunga ben più dannosa che utile al nostro vivere. La ...continua

    In questa “considerazione inattuale”, Nietzsche affronta il problema della “Storia”, della sua utilità per una vita attiva. La tesi di fondo del libro è che un eccesso di storicismo, di devozione alla storia, paralizza la vita, risultando alla lunga ben più dannosa che utile al nostro vivere. La memoria forzata, il ricordo continuo di fatti ed eventi del passato ci porta, secondo Nietzsche, al languore, all’inattività, alla paralisi.
    L’azione è sempre oblio, solo attraverso la totale immersione nel presente potremo agire per il nostro futuro, o per meglio dire con parole sue “è sempre una cosa sola quella per cui la felicità diventa felicità: il poter dimenticare, o con espressione più dotta, la capacità di sentire, mentre essa dura, in modo non storico”.
    Allora la storia è totalmente inutile? No. Nietzsche trova tre ordini di motivi perché lo studio della storia possa giovarci, in particolare quando è studio monumentale, archeologico o critico.
    Rimando alla lettura del libro gli approfondimenti al riguardo, sottolineando solo come la parte finale del libro sia un crescendo contro Hegel e contro Von Hartmann.
    Come ha scritto Giorgio Colli, si può dire che nella foga polemica del momento Nietzsche avesse peccato proprio di “attualità”, scagliandosi contro un nemico (Von Hartmann) troppo attuale.
    In chiusura, un libro da leggere, anche se è evidente il fatto che Nietzsche, ancora troppo debitore a Schopenhauer, attraversasse una fase di transizione e formazione del suo pensiero, che solo negli anni seguenti si sarebbe sviluppato in chiave diversa e nota, almeno ai suoi più appassionati cultori.

    ha scritto il 

  • 4

    "Noi moderni infatti non caviamo niente da noi stessi; solo riempiendoci e stipandoci di epoche, costumi, arti, filosofie, religioni e conoscenze estranee, diventiamo qualcosa di degno di considerazione, ossia enciclopedie ambulanti, come forse ci considererebbe un antico Greco sbalestrato nella ...continua

    "Noi moderni infatti non caviamo niente da noi stessi; solo riempiendoci e stipandoci di epoche, costumi, arti, filosofie, religioni e conoscenze estranee, diventiamo qualcosa di degno di considerazione, ossia enciclopedie ambulanti, come forse ci considererebbe un antico Greco sbalestrato nella nostra epoca. Ma nelle enciclopedie ogni valore si trova solo in ciò che vi sta dentro, nel contenuto, non in ciò che vi sta sopra o che è rilegatura e copertina; e quindi tutta la cultura moderna è essenzialmente interna: esternamente il rilegatore vi ha stampato sopra qualcosa come <<Manuale di cultura interna per barbari esterni>> ".

    ha scritto il 

  • 5

    Sempre più spesso solo in libreria si fanno incontri interessanti ...


    Sapevo perché mi trovavo lì, avevo ordinato dei libri e Antonio – così mi diceva Marisa, la titolare – li avrebbe da un momento all’altro consegnati … erano “avanzi” di magazzino, di opere ormai poco lette, abbandonate ...continua

    Sempre più spesso solo in libreria si fanno incontri interessanti ...

    Sapevo perché mi trovavo lì, avevo ordinato dei libri e Antonio – così mi diceva Marisa, la titolare – li avrebbe da un momento all’altro consegnati … erano “avanzi” di magazzino, di opere ormai poco lette, abbandonate al ricordo di qualche rarissimo estimatore del genere …

    Aspettando stancamente il “momento” in cui Antonio avrebbe varcato l’ingresso - liberandomi dalle numerose tentazioni che mi circondavano - ecco il mio sguardo curioso volgersi in direzione dello scaffale nascosto in un angolino, distinto dalla sbiadita e sbilenca “etichetta” Filosofia: scorro avidamente i nomi come in cerca di qualcuno … Natoli, Severino, Galimberti … più su Arendt, Stain, Weil, Heidegger … insomma volumi su volumi, quando ad un tratto un libriccino giallo, minuto, fa capolino tra i più robusti , in basso, lo prendo … attratta dal colore? dallo spessore? Non saprei, forse anche da quelli, ma principalmente il titolo come un richiamo m’inchioda: “Sull’utilità e il danno della storia per la vita, F. Nietzsche, Piccola Biblioteca - Adelphi”.

    “Anche questo” dico a Marisa e contenta che questa volta Antonio non fosse arrivato puntuale ritorno a casa. Inizio subito a leggerlo – “tanto è breve”, mi dico, “non ci vorrà molto a finirlo” – e vengo introdotta dal linguaggio energico ed affascinante del giovanissimo Nietzsche in una dimensione “storica” del tutto “attuale”.

    Nietzsche, prendendo vigorosamente le distanze dallo storicismo hegeliano, sbraita contro gl’intellettuali tedeschi suoi contemporanei, denunciandone la vergognosa sterilità che si traduce in quell’assoluta incapacità nel saper trasformare l’erudizione in vita (cioè in cultura) e la memoria in momento costruttivo orientato verso il futuro, in questo del tutto simili ai polverosi scaffali nei quali accumulano i reperti delle loro archeologiche “conoscenze”.

    Ne rimango incantata, tutta la mia persona viene come trascinata dal vortice del sentimento, simile a quell’ovattata euforia che ci cattura di fronte ad una bella musica o un dipinto e ci rende sognanti … divoro ogni parola in fretta, come chi aspetta da troppo tempo un cibo necessario, poi sorrido come sicuramente avrà fatto anche lui, al punto finale.

    Giorgio Colli nella nota introduttiva, dopo aver giustamente elogiato il testo, ne sottolinea la mancata compiutezza filosofica:

    “Nietzsche tuttavia è nel giusto non soltanto per lo splendido avvio, ma anche quando dice: “chi non sa fissarsi sulla soglia dell’attimo dimenticando tutto il passato … non saprà mai cosa sia la felicità”. Solo gli è mancata l’espressione filosofica di questa intuizione, ed è caduto nell’ambiguità di contrapporre l’azione, sia pure immediata, come superiore alla conoscenza.”

    Io preferisco immedesimarmi con il “destinatario” dell’opera al quale l’autore si rivolge ed al quale in un certo senso affida lo sviluppo filosofico della sua intuizione, ammonendo allo stesso tempo anche se stesso:

    … “Ma la vita deve dominare sulla conoscenza, sulla scienza, oppure la conoscenza deve dominare sulla vita? Quale delle due forze è la più alta e decisiva? Nessuno può dubitarne: la vita è il potere più alto, dominante, poiché una conoscenza che distruggesse la vita distruggerebbe nel contempo se stessa. La conoscenza presuppone la vita, ha cioè rispetto alla conservazione della vita lo stesso interesse che ogni essere ha rispetto alla continuazione della propria esistenza. Quindi la scienza ha bisogno di una superiore vigilanza e sorveglianza; un’igiene della vita si pone proprio accanto alla scienza, e una proposizione di questa igiene suonerebbe appunto: l’antistorico e il sovrastorico sono i rimedi naturali contro il soffocamento della vita da parte della storia, contro la malattia storica. E’ probabile che noi malati di storia, dobbiamo anche soffrire per i rimedi. Ma che noi soffriamo per essi non è una prova contro la giustezza del metodo terapeutico scelto.

    E qui io vedo la missione di quella gioventù, di quella prima generazione di combattenti e di uccisori di serpenti, che precede una cultura ed un’umanità più felici e più belle, senza avere, di questa felicità futura e della bellezza avvenire, qualcosa di più di un promettente presentimento. Questa gioventù soffrirà per il male ed al tempo stesso per i rimedi: e tuttavia crede di potersi vantare di una salute più robusta ed in genere di una natura più naturale delle generazioni che l’hanno preceduta, degli “uomini” e “vecchi” colti del presente. La sua missione consiste peraltro nello scuotere le idee che questo presente ha della “salute” e della “cultura”, e nel generare scherno ed odio contro così ibridi mostri concettuali; e il segno di garanzia della propria salute più robusta è proprio questo, che essa, cioè questa gioventù, non può neanche usare, per designare la propria natura, nessun concetto, nessuna parola settaria fra le correnti monete-parola e monete-concetto del presente, e viene invece convinta solo da una forza in essa attiva, che lotta, stacca e divide, e in ogni ora buona da un sempre accresciuto sentimento della vita. Si può contestare che questa gioventù abbia già cultura – ma per quale gioventù questo sarebbe un rimprovero? Le si può rimproverare rudezza ed intemperanza – ma essa non è ancora abbastanza vecchia e saggia per moderarsi; soprattutto essa non ha bisogno di fingere e difendere nessuna cultura compiuta, e gode di tutte le consolazioni e privilegi della gioventù, soprattutto del privilegio di una valorosa e temeraria onestà e l’entusiasmante conforto della speranza.”

    Questo brano, tratto dalla parte conclusiva della seconda “Considerazione inattuale” ci permette di cogliere la combattiva denuncia che il filosofo muove anche nei confronti della mercificazione della cultura, presunto appannaggio d’intellettuali da sarcofago, i quali oltre a dimostrare proprio con il loro atteggiamento di superiorità, quell’infelicità che scaturisce dalla mancata aderenza alla vita (nel senso qui inteso) nutrono la presunzione alimentata dai consensi dei loro circoli letterari , che solo la loro penna interpreti e dia colore alla storia.

    Concludo con questo monito di Nietzsche rivolto ai filosofi, categoria nella quale non mi riconosco, considerandomi a par di molti, una semplice estimatrice del “ramo”.

    “In quali condizioni innaturali, artificiali ed in ogni caso indegne deve venirsi a trovare in un’epoca che soffre della cultura generale, la più verace di tutte le scienze, la sincera e nuda dea Filosofia! In un tal mondo di forzata uniformità esterna, essa rimane un dotto monologo del passeggiatore solitario, un bottino di caccia fortuito dell’individuo, un occulto segreto di camera o una chiacchiera innocua fra vegliardi accademici e bambini.”

    ha scritto il 

  • 4

    Il sapere che viene preso in eccesso, senza fame, anzi contro il bisogno, oggi non opera più come motivo che trasformi e spinga verso l' esterno, ma rimane nascosto in un certo caotico mondo interno, che l' uomo moderno designa con strana superbia come l' <<interiorità>> a lui propria ...continua

    Il sapere che viene preso in eccesso, senza fame, anzi contro il bisogno, oggi non opera più come motivo che trasformi e spinga verso l' esterno, ma rimane nascosto in un certo caotico mondo interno, che l' uomo moderno designa con strana superbia come l' <<interiorità>> a lui propria. Certo poi si dice che si ha il contenuto e che manca sola la forma; ma per ogni essere vivente questo è un contrasto del tutto innaturale. La nostra cultura moderna non è niente di vivo proprio per questo, che non può essere concepito senza questo contrasto, vale a dire essa non è affatto una vera cultura, ma solo una specie di sapere intorno alla cultura; essa si ferma al pensiero della cultura, al sentimento della cultura, non ne viene fuori una risoluzione della cultura. Ciò che invece è realmente motivo e che diventa visibile all' esterno come azione, spesso non significa poi molto di più che un' indifferente convenzione, una misera imitazione o anche una rozza smorfia. [...]
    Noi moderni infatti non caviamo niente da noi stessi; solo riempendoci e stipandoci di epoche, costumi, arti, filosofie, religioni e conoscenze estranee, diventiamo qualcosa degno di considerazione, ossia enciclopedie ambulanti, come forse ci considererebbe un antico Greco nella nostra epoca. Ma nelle enciclopedie ogni valore si trova solo in ciò che vi sta dentro, nel contenuto, non in ciò che vi sta sopra o che è rilegatura e copertina; e quindi tutta la cultura moderna è essenzialmente interna: esternamente il rilegatore vi ha stampato sopra qualcosa come <<Manuale di cultura interna per barbari esterni>>. [...]
    Ora però esiste anche un famoso pericolo in questa interiorità: il contenuto stesso, che si suppone non possa affatto essere visto esternamente, potrebbe un bel giorno volatilizzarsi; ma esternamente non si noterebbe nulla nè di ciò nè della presenza anteriore. [...]
    il nostro interno è troppo debole e disordinato per agire verso l' esterno e darsi una forma.

    (SULL' UTILITA' E IL DANNO DELLA STORIA PER LA VITA, Friedrich Nietzsche, pp. 32, 33, 36, Adelphi, 2007)

    ha scritto il 

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