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Sulla lingua del tempo presente

Di

Editore: Einaudi (Vele)

4.0
(203)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 58 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806207741 | Isbn-13: 9788806207748 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Non-fiction , Political , Social Science

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Descrizione del libro
«Noi non solo pensiamo in una lingua, ma la lingua "pensa con noi" o, per essere ancora piú espliciti, "per noi"». Nell'Italia di oggi, per fortuna, non vi è un ministero della propaganda a forgiare una lingua che influenzi le coscienze, addormenti le resistenze e spinga al pensiero unico; eppure è difficile negare che il linguaggio usato dalla politica e amplificato dai mezzi di comunicazione di massa ruoti attorno a espressioni, parole, frasi che ricorrono sempre di piú, si fanno senso comune, sono spesso udite ma non certo indagate e capite a fondo.
Gustavo Zagrebelsky passa in rassegna una serie di questi «luoghi comuni linguistici» e denuncia il rischio che sia questa lingua a pensare per noi, e che i cittadini vivano immersi, senza rendersene conto, in una rete di significati che, se pure gli sfuggono, nondimeno strutturano la loro esperienza, danno forma alla loro vita politica, in ultima analisi regolano e limitano le loro possibilità di comunicare.
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  • 4

    “contrariamente a quanto di solito si pensa, le parole non volano: sono pietre. Usiamole bene”
    Non è pensiero di Zagrebelsky, ma la bellissima dedica che accompagnava questo esile libro, regalo graditissimo di un’amica che ha intuito il mio difficilissimo rapporto con le tanto amate ma anch ...continua

    “contrariamente a quanto di solito si pensa, le parole non volano: sono pietre. Usiamole bene”
    Non è pensiero di Zagrebelsky, ma la bellissima dedica che accompagnava questo esile libro, regalo graditissimo di un’amica che ha intuito il mio difficilissimo rapporto con le tanto amate ma anche odiate parole.
    Ma è un frase che sarebbe entrata a meraviglia in questo saggio sulla lingua e sulla comunicazione, in particolar modo quella politica. I capitoli, preceduti da una breve introduzione sull’uso della lingua in diverse epoche storiche (specie quelle buie delle dittature), analizzano parole chiave amplificate a dismisura dai mass media – una su tutte “assolutamente”. L’assoluto esclude il relativo: il primo pretende obbedienza, il secondo richiede confronto e riflessioni…quanta verità! Le argomentazioni dell’autore rendono in pieno quanto siamo immersi in un sistema comunicativo carico di sottintesi, di ripetizioni, che si fanno alla fine senso comune, col rischio concreto che questo senso comune finisca per addormentare il senso critico personale e tutto diventi accettazione passiva.

    "Ripetete una cosa qualsiasi cento, mille, un milione di volte e diventerà verità." Joseph Paul Goebbels

    La lingua è espressione di cultura e libertà di una società e la crisi denunciata in questa lettura è profonda, un’involuzione nei rapporti tra istituzioni e cittadini, un’involuzione tanto palese che va al di là delle opinioni politiche sia dello scrittore che del lettore, qualsiasi esse siano.
    Se la brevità del saggio è un punto a suo favore, avrei comunque gradito leggere qualche altra pagina a parti rovesciate, un’analisi sui ’cittadini comuni’ che si vogliono difendere da questo uso illecito delle parole, ma visti i tanti argomenti trattati forse sarebbe stato troppo.

    Grazie Clara

    ha scritto il 

  • 4

    "Questa piccola rassegna di locuzioni della politica odierna vorrebbe semplicemente richiamare l'attenzione sull'importanza del linguaggio in uso, data la sua forza conformatrice del senso comune, operante anche senza che ce ne accorgiamo."

    ha scritto il 

  • 5

    Una perla di 58 pagine. In poche righe Zagrebelsky riesce a descrivere una situazione, quella italiana, dove le parole hanno assunto significati nuovi. Ripercorrendo la storia politica dal 1994, l’autore descrive in maniera puntuale ed essenziale come i valori di verità delle parole siano cambiat ...continua

    Una perla di 58 pagine. In poche righe Zagrebelsky riesce a descrivere una situazione, quella italiana, dove le parole hanno assunto significati nuovi. Ripercorrendo la storia politica dal 1994, l’autore descrive in maniera puntuale ed essenziale come i valori di verità delle parole siano cambiati. Si parla di una società che ha subito una trasformazione che va al di là delle leggi, colpisce proprio il cuore di quella che ancora chiamiamo democrazia.
    Da leggere...”assolutamente”.

    ha scritto il 

  • 4

    Lasciamo parlare lui (ma qualcosa la aggiungo anche io)

    «Il dono ha, come corrispettivo, la ricerca del consenso, dell'applauso del pubblico e il "beneficiario" del dono viene ridotto a strumento di captatio benevolentiae a favore del donante. Insomma, una sconcezza.
    E non si esce dalla stessa logica -la logica servile- quando la necessit ...continua

    «Il dono ha, come corrispettivo, la ricerca del consenso, dell'applauso del pubblico e il "beneficiario" del dono viene ridotto a strumento di captatio benevolentiae a favore del donante. Insomma, una sconcezza.
    E non si esce dalla stessa logica -la logica servile- quando la necessità è solo relativa, cioè se riguarda la distribuzione di benefici o "doni" -posti, retribuzioni, finanziamenti, privilegi- richiesti o accettati non per necessità, ma semplicemente per ragioni di interesse, carriera, benessere superfluo, cioè per assecondare le proprie aspirazioni di "promozione" economica e sociale. In questi casi il beneficiario è complice del benefattore. L'uno accetta il "dono" sapendo di dover restituire dedizione all'altro. La riconoscenza si solidifica in fedeltà. È il caso dell'assunzione "a libro paga".»

    Ed è il caso -aggiungo io- della maggioranza dei rapporti nell'amministrazione pubblica in Italia: improntati alla fedeltà omertosa alle persone alle quali si deve qualcosa o dalle quali ci si aspetta qualcosa, e non alla fedeltà limpida e virtuosa alla res publica.

    «Oggi è politicamente corretto il dileggio, l'aggressione verbale, la volgarità, la scurrilità. È politicamente corretta la semplificazione, fino alla banalizzazione, dei problemi comuni. Sono politicamente corretti la rassicurazione a ogni costo, l'occultamento delle difficoltà, le promesse dell'impossibile, la blandizia dei vizi pubblici e privati proposti come virtù. Tutti atteggiamenti che sembrano d'amicizia, essendo invece insulti e offensioni. I cittadini comuni, non esperti di cose politiche, sono trattati non come persone consapevoli ma sudditi, anzi come plebe. Cosicché le posizioni sono ormai rovesciate. Proprio il linguaggio plebeo è diventato quel "politicamente corretto" dal quale dobbiamo liberarci, ritrovando l'orgoglio di comunicare tra noi parlando diversamente, non conformisticamente, seriamente, dignitosamente, argomentatamente, razionalmente, adeguatamente ai fatti.»

    La semplificazione del linguaggio è espressione di un pensiero immaturo rimasto allo stadio infantile, un pensierino che non vede l'inganno nascosto dietro le poche ed elementari parole utilizzate e dietro le dicotomie nette, mascherate per benevole ma piene di disprezzo, presunzione e assolutismo, ignare di tutte le relatività e le complessità della vita e del mondo.

    ha scritto il 

  • 1

    Uno pseudo-saggio linguistico

    Legittimo criticare questo o quel governo (soprattutto quello che critica Zagrebelsky!), ma non spacciamo un libro di politica per saggio linguistico, come lascia presupporre il titolo.

    ha scritto il 

  • 1

    una piccola riflessione sullo scarno vocabolario italiano della stragrande maggioranza dei nostri concittadini e l'analisi di alcuni luoghi comuni, dei significati nascosti dietro ad essi e dei ragionamenti intrinseci, psicologicamente e inconsciamente devianti. manca uno spruzzo di teoria della ...continua

    una piccola riflessione sullo scarno vocabolario italiano della stragrande maggioranza dei nostri concittadini e l'analisi di alcuni luoghi comuni, dei significati nascosti dietro ad essi e dei ragionamenti intrinseci, psicologicamente e inconsciamente devianti. manca uno spruzzo di teoria della relatività.. c'è troppo assolutismo. scritto in modo molto ricercato. mah...

    ha scritto il 

  • 4

    Molto interessante. Molti pensano che il linguaggio politico affermatosi nella cosiddetta "Seconda Repubblica" sia più semplice e immediato di quel tanto vituperato "politichese” della "Prima Repubblica" e che tutto questo sia merito di colui che discese in campo.


    L'autore, invece, ana ...continua

    Molto interessante. Molti pensano che il linguaggio politico affermatosi nella cosiddetta "Seconda Repubblica" sia più semplice e immediato di quel tanto vituperato "politichese” della "Prima Repubblica" e che tutto questo sia merito di colui che discese in campo.

    L'autore, invece, analizza alcune frasi o parole emblematiche e presenta un aspetto ai più, sconosciuto e certamente non un bell'aspetto. L’autore, ancora, indica anche gli errori o l’inadeguatezza di tutta una classe politica che in definitiva si è adeguata al nuovo “verbo” senza però comprenderne sempre la vera essenza e scadendo in banali copiature di nessun valore.

    Però, non posso non muovere un appunto all'autore che nelle prime pagine, quando richiama il potere della parola, nelle esperienze dittatoriali del XX secolo, non cita il potere musicale, ritmico, di quell'oratoria. Vero è che un certo uso della parola, nelle esperienze: fascista e nazista; servì a formare i pensieri del comune sentire, grazie alla loro ripetitività dogmatica che divenne condizionamento e poi verità collettiva, ma credo che fu anche "musica" che contribuì a destare emozioni viscerali "aculturali". Così come il battere di tamburi, o di altri strumenti, nella caccia delle popolazioni primitive serviva sì ad incutere paura nella preda ma, anche a infondere forza e senso di predominio nei cacciatori.

    ha scritto il 

  • 4

    Una lettura che fa riflettere, non ci rendiamo mai conto fino in fondo dell'uso (spesso improprio) che facciamo della nostra lingua e come le parole degli altri, se dette in un certo modo , ci possano più o meno influenzare.

    ha scritto il