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Suttree

(Vintage International)

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Publisher: Vintage

4.0
(919)

Language:English | Number of Pages: 480 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Spanish , German , French , Italian

Isbn-10: 0679736328 | Isbn-13: 9780679736325 | Publish date:  | Edition Reissue

Also available as: Hardcover , eBook , Others

Category: Fiction & Literature , Philosophy , Travel

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Book Description
By the author of Blood Meridian and All the Pretty Horses, Suttree is the story of Cornelius Suttree, who has forsaken a life of privilege with his prominent family to live in a dilapidated houseboat on the Tennessee River near Knoxville.  Remaining on the margins of the outcast community there--a brilliantly imagined collection of eccentrics, criminals, and squatters--he rises above the physical and human squalor with detachment, humor, and dignity.
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  • 4

    Indimenticabili protagonisti...

    Sebbene io non ritenga Suttree esattamente un brav'uomo, più scorrono le pagine, più non riesci a non affezionarti a lui e a tutti i suoi amici... specialmente ad Harrogate... Peccato per la scrittura ...continue

    Sebbene io non ritenga Suttree esattamente un brav'uomo, più scorrono le pagine, più non riesci a non affezionarti a lui e a tutti i suoi amici... specialmente ad Harrogate... Peccato per la scrittura, a mio parere a tratti un po' pesante e stracarica di figure retoriche che rendono faticosa la narrazione. Descrizioni minuziose e attente, un vero affresco dell'America anni '50.

    said on 

  • 5

    Dove i vivi e i morti sono una cosa sola

    “In piedi tra le foglie urlanti Suttree invocava il fulmine. Che scoppiò e tuonò e lui indicò il proprio cuore ottenebrato e lo supplicò per un po' di luce. Sennò riduci queste ossa in cenere. Si sede ...continue

    “In piedi tra le foglie urlanti Suttree invocava il fulmine. Che scoppiò e tuonò e lui indicò il proprio cuore ottenebrato e lo supplicò per un po' di luce. Sennò riduci queste ossa in cenere. Si sedette contro un albero e guardò il temporale spostarsi sopra la città. Sono forse un mostro, ci sono dei mostri dentro di me?”

    Sul silenzioso fiume Tennessee, Suttree è un naufrago che diserta la vita, un profugo in fuga dalla quiete di una esistenza programmata, che in un lungo viaggio dietro agli occhi bendati della notte oltrepassa il tempo per unirsi definitivamente a quelli che sono stati, agli amici diseredati e disperati, che vivono dell'ebbrezza e del tuono. C'è una breve scena con Suttree ubriaco in Chiesa che ricorda il suo passato e parla con il prete: una anticipazione piena di grazia e mistero del girovagare profetico della sua anima nella seconda metà del romanzo. Quando trova l'amore, la natura si oppone; non ci si può ribellare alla sventura, bisogna cedere alla potenza degli elementi. Quando costruisce il benessere, tutto svanisce, ogni verità annega nella follia. Il racconto inizia e finisce con un cadavere sconosciuto. Un suicida si getta nel fiume, il corpo di un vagabondo giace nel letto di Suttree. Tra ubriacature e risse, la violenza e la miseria trascinano via le esistenze dei suoi compagni, senza compromessi né incantesimi, in un'allucinazione che non perdona. Ossessionato dalla morte del gemello e orfano di un figlio, Suttree lascia la casa galleggiante e si rimette in viaggio, disilluso superstite che non si può più arrendere. Muovendosi tra Vicolo Cannery e Huckleberry Finn, McCarthy incarna la voce nomade e sotterranea della letteratura, che coinvolge tutto e interamente, e costruisce la sua odissea onirica e oltremondana; percorso da un daimon metafisico e attratto da una mitologia dell'umiltà, evoca il destino di vagabondi, ladri, derelitti, paria, balordi, giocatori, ruffiani, sgualdrine e streghe in un canto epico e doloroso che si perde in un cielo di cenere.

    “Un suo doppio, un controsuttree in quei boschi lo stava evitando e Suttree temeva che se la figura non si fosse alzata e dileguata costringendolo quindi di fronte a se stesso in quella foresta oscura non si sarebbe mai più ripreso né avrebbe ritrovato il senno e anzi avrebbe brancolato immemore e farneticante appresso a quel fantomatico clone, di sole in sole e per sempre attraverso un emisfero ostile”.

    said on 

  • 0

    commento in divenire per il GdL

    cominciato oggi....ma solo a me sembra faulkneriano?
    cioè il senso di desolazione e la narrazione frammentata non hanno il respiro di Mentre Morivo? o sto delirando?

    s ...continue

    commento in divenire per il GdL

    cominciato oggi....ma solo a me sembra faulkneriano?
    cioè il senso di desolazione e la narrazione frammentata non hanno il respiro di Mentre Morivo? o sto delirando?

    secondo giorno:

    no, non è scorrevole, però lui è un duro, un sopravvissuto, meno positivo del protagonista di La Strada, ma tosto e rassegnato...non so se lo reggo per tutta la durata del libro, mi fa fatica seguire la sua rassegnazione...e il senso di già visto che striscia sotto il racconto mi infastidisce un poco...

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  • 4

    Impressioni.

    Posto subito qualche impressione superficiale parziale riduttiva.
    Ho preso Suttree nella edizione dei Supercoralli un po' perché non amo i tascabili economici e un po' perché ho sospettato che si trat ...continue

    Posto subito qualche impressione superficiale parziale riduttiva.
    Ho preso Suttree nella edizione dei Supercoralli un po' perché non amo i tascabili economici e un po' perché ho sospettato che si trattasse di un'opera da leggere e rileggere.
    Dopo averlo letto, confermo: è un'opera da leggere - tutta di un fiato - , ma soprattutto da rileggere - con calma - .
    Inizialmente lo stile di McCarthy è elaborato complesso barocco; una prosa esattamente contraria a quella de " I fratelli karamazov ", procedente attraverso ellissi concentriche oppure attraverso rette spezzate oppure attraverso percorsi labirintici.
    Succesivamente McCarthy riduce la complessità della sintassi, esplicita coordinate e subordinate rendendo più agevole il passaggio dall'io narrante al flusso di coscienza del protagonista ai dialoghi.
    Tutta l'opera è permeata da un vocabolario ricchissimo che evoca, prima di descriverlo, " un mondo al di là di ogni immaginazione, malevolo e tattile e dissociato [...] un'avidità sfrenata [...] sete che nulla placa se non la restituzione all'oscurità assoluta. [...] un mondo dentro il mondo [..] che i giusti vedono dalle auto e dai treni, un'altra vita sogna".
    Tutto il linguaggio tutta la fraseologia tutta i flusso di coscienza inducono il lettore a pensare di trovarsi di fronte ad un uomo che avrebbe potuto essere un elemento attivo della Società ma si trova per chissà quale motivo - non rivelato forse perchè troppo doloroso - a girovagare disperdersi annullarsi in universo di "ladri, derelitti, miscredenti, paria, poltroni, furfanti, spilorci, balordi, assassini, giocatori, ruffiani, troie, sgualdrine, briganti, bevitori, trincatori e quadrincatori, zotici, donnaioli, vagabondi, libertini e debosciati vari".
    Negli anni in cui lo osserviamo ha avuto alcune occasioni di riscatto, premesse per una vità lievemente al di sopra del fango di cui si sporca continuamente, occasioni viziate, dunque, dall'universo di cui sopra, occasioni false; e, se la premessa è falsa, il giro in giostra ricomincia tal quale come prima.
    Davvero straordinario.
    Fraterni saluti.

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  • 5

    "Credo che gli ultimi e i primi soffrano allo stesso modo perché non è solo nelle tenebre della notte che tutte le anime sono un'anima sola"

    La narrazione è intrecciata come gli arbusti legnosi delle mangrovie, come la vegetazione prepotente che infesta le rive del fiume. Suttree si muove sfruttando le correnti, attraversando secche e gorg ...continue

    La narrazione è intrecciata come gli arbusti legnosi delle mangrovie, come la vegetazione prepotente che infesta le rive del fiume. Suttree si muove sfruttando le correnti, attraversando secche e gorghi assassini. Segue la linea di minor resistenza, non riesce a evitare naufragi catastrofici ma riemerge sempre, perché, a differenza dei tanti derelitti avidi e violenti, lui crede.

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  • 3

    E' il 1951, Cornelius "Buddy" Suttree vive su una barca galleggiante sul fiume Tennesee, la città è Knoxville. Suttree è appena uscito da una casa lavoro, per sopravvivere fa il pescatore, la sua barc ...continue

    E' il 1951, Cornelius "Buddy" Suttree vive su una barca galleggiante sul fiume Tennesee, la città è Knoxville. Suttree è appena uscito da una casa lavoro, per sopravvivere fa il pescatore, la sua barca la chiama "lo schifo" e il pesce che pesca lo vende in città, i pesci gatto più grossi, quando ci sono, a qualche commerciante che paga bene, il resto ai rivenditori del mercato del ghetto. Sempre, i soldi finiscono presto. Vestiti nuovi, un pasto decente, una elemosina, il resto per dimenticarsi della povertà sopportata fino a quel momento, per lasciarsi andare, per godere fino in fondo. I suoi compari sono poco di buono, ladri, mendicanti, sfaccendati, marchettari, puttane. Giorni senza lavoro e notti trascorse in locali ricavati da infime baracche, nelle sale da ballo in cerca di una femmina, di una rissa. Risvegli nelle latrine, nei campi sperduti, tra gli scambi di uno scalo ferroviario senza ricordare nulla della notte precedente. Qualche giorno per riprendersi e per uscire di nuovo a pesca sul fiume. La sopravvivenza è l'occupazione principale cui tutti si dedicano col minimo sforzo. Harrogate è il ragazzo conosciuto nella casa lavoro che si inventa espedienti dettati dall'ingenuità della gioventù. L'indiano è spuntato dal fiume, pesca tartarughe con le quali cucina ottimi stufati. Il vecchio ferroviere vive in una carrozza abbandonata. La casa della famiglia del vecchio Reese è stata trascinata da una piena del fiume, Suttree, affascinato dal giovane seno di una delle figlie, lo seguirà a monte, a caccia di perle. Ab Jones guarisce le ferite che gli infligge la polizia nella stanza sul retro della baracca dove la moglie vende pasti e alcolici. I polizziotti arrestano vagabondi e ubriachi. Joyce è la puttana scappata dalla grande città. Per due anni, nell'alternarsi delle stagioni, seguiamo Suttree e i suoi accoliti, attraversiamo la miseria dei quartieri malfamati, il fiume che trascina schiume, immondizie e ricchezze, il paesaggio desolato, cupo, estremo nella calura estiva quanto nei periodi di piogge torrenziali, negli inverni gelidi, nella città, nella natura selvaggia e in quello che ci sta in mezzo, la terra dell'abbandono. Assistiamo alle perdite più tragiche, ai momenti di fortuna colti e consumati appena si presentano. La vita è dura, durissima, sempre prossima alla morte, all'apocalisse, agli spiriti e alla magia, ma Suttree la accarezza e se ne lascia accarezzare, assieme agli ultimi, nella solitudine e nella sventura come nella felicità improvvisa. McCarthy, col piglio del narratore esterno, imparziale costruttore di immagini, di coerenza, luoghi e azione sono un tutt'uno, utilizza la sua lingua alta, difficile, dettagliata, precisa, evocativa, nello stesso momento simile a una scrittura sacra, a un compendio scientifico e a una poesia. A Knoxville lo scrittore è cresciuto, vi ha trascorso infanzia e adolescenza, la città è rimasta nella sua carne, nelle sue ossa, impressa come un'impronta digitale. Il romanzo scorre come il fiume fangoso, sempre uguale, senza destinazione, senza epilogo, senza apice di senso se non quello di lasciar fluire l'acqua torbida e sporca, di non opporsi, di assecondarla, di non provare a trattenerla, solo cogliendo l'opportunità che all'improvviso galleggerà sulla sua superficie, fino al momento in cui non resterà altro da fare che andarsene. Per non soccombere ovvero per continuare a vivere.

    "Quando si voltò l'acquaiolo era scomparso. Un enorme e magro segugio era sbucato dai prati lungo il fiume come un cane degli abissi e fiutava il punto in cui Suttree aveva sostato.
    Da qualche parte nella foresta livida lungo il fiume è in agguato la cacciatrice, e tra i pennacchi di grano e nella moltitudine turrita della città. Opera in ogni dove e i suoi cani non si stancano mai. Li ho visti in sogno, sbavanti e feroci cogli occhi pazzi di una fame vorace d'anime di questo mondo. Fuggili"

    said on 

  • 5

    Suttree sono io, siamo noi, siamo tutti. Le nostre vite, le nostre anime, si incontrano e si svolgono sulle rive limacciose del fiume Tennessee, nelle vie desolate di Knoxville, nel suo ventre scuro e ...continue

    Suttree sono io, siamo noi, siamo tutti. Le nostre vite, le nostre anime, si incontrano e si svolgono sulle rive limacciose del fiume Tennessee, nelle vie desolate di Knoxville, nel suo ventre scuro e cavernoso.
    La vita è una palude di eventi folli e imprevedibili cui non siamo preparati e che riusciamo a superare solo se crediamo, se crediamo nella vita, nell’amore, nella bellezza.
    Suttree decide di abbandonare la vita privilegiata ma vuota e insensata che conduceva e di cercare significato tra miseri, i deboli, i ritardati funzionali, i pazzi ubriaconi, i non assolti, perché è meglio un fondo di bottiglia autentico che un volgare swarovski.
    Meglio avere di fronte svelato ciò con cui ti devi misurare che non camuffato dietro false ideologie, culture da grandi magazzini, perbenismi sfoggiati e ben vestiti, case pulite dove arde il fuoco dell’avidità, dell’invidia, dell’odio e dell’egoismo. Grandi orpelli a confezionare il vuoto assoluto.
    Suttree si (dis)avventura in questa città miserabile, quale poteva essere la periferia profonda americana degli anni ’50 e calca il palcoscenico del teatro degli orrori senza venirne apparentemente contaminato perché egli , a differenza della restante corte dei miracoli, crede.
    “A Suttree quegli individui parvero assai sinistri, e i loro gesti un’allegoria capovolta della rabbia e della disperazione; orda urlante di esseri iniqui e inassolti che lanciano improperi da dietro i cancelli e chiedono a gran voce l’emendamento di una giusta dannazione a un dio cui non ci si appella che per vie rovesciate o traverse. Alcuni lo conoscevano di vista e gli facevano cenno, ma la mano che lui alzava per salutarli sembrava bloccata dalla paura. ”
    "Credo che gli ultimi e i primi soffrano allo stesso modo perché non è solo nelle tenebre della notte che tutte le anime sono un'anima sola"
    McCarthy usa, per raccontarci questa storia, un linguaggio antico, elaborato, talvolta viscoso ma sempre sublime, lo stile, come la narrazione di certe vicende, raffinate ed eleganti risultano in netto contrasto con il sudiciume che pervade il paesaggio e le persone, e ottiene l’effetto di far risaltare il grigio e i colori stinti e slavati, la caligine sembra cadere incessante per tutta la durata della narrazione ricoprendo ogni cosa. Suttree è una narrazione in bianco e nero. Il colore è assente, assorbito dal dolore e dalla miseria, per trovarlo si deve diventare come Suttree e credere.
    Suttree, di Cormac McCarthy

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  • 1

    Porcheria statunitense

    Ho letto che "Suttree" è considerata un'opera ben rappresentativa della letteratura e della cultura statunitense. Concordo. Si tratta, infatti, di una nullità più che di un'opera letteraria degna di q ...continue

    Ho letto che "Suttree" è considerata un'opera ben rappresentativa della letteratura e della cultura statunitense. Concordo. Si tratta, infatti, di una nullità più che di un'opera letteraria degna di questo nome. Proprio come nulla, inesistente è la cultura statunitense. Stiamo parlando di un popolo incapace del bello, incapace dell'arte. Basti pensare al fatto che gli statunitensi considerano capolavori opere artistiche che, se fossero state prodotte da europei, sarebbero svanite nell'oblio più totale (in letteratura: "Sulla strada" di Kerouack; in musica classica: "Rhapsody in blue" di Gershwin; in arte: le opere di Andy Warhol).
    I libri scritti dagli statuinitensi sono tutti uguali. Sembra di vedere un film western. C'è il protagonista che, necessariamente, deve essere stato in galera. Diversamente, non può assurgere a personaggio importante di un libro statunistense. Poi ci sono allusioni sessuali a non finire. Qua e là il trito e ritrito refrain del sogno americano. Fiumi di alcol. Sempre lo stesso copione. Questo libretto non fa eccezione. E, come tutti i libri targati USA, non è noioso. La noia è un sentimento troppo elevato perché queste operette lo possano far sorgere.
    Trovo che qualsiasi europeo che apprezza la letteratura statunitense (che, peraltro, ripeto: nemmeno esiste, in realtà) sia del tutto privo del senso del gusto e del bello. Non degno, dunque, di essere nato e di vivere nel continente europeo. Dovrebbe essere esiliato nei mirabolanti USA, dove vivrà felice con i propri simili.

    said on 

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