Suttree

Di

Editore: Einaudi (Supercoralli)

4.1
(958)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 560 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco , Francese

Isbn-10: 8806144405 | Isbn-13: 9788806144401 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Maurizia Balmelli

Disponibile anche come: Paperback , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia , Viaggi

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Descrizione del libro
Per vivere Suttree pesca pesci gatto nelle acque limacciose del fiume Tennessee. E sul fiume vive, in una baracca galleggiante ai margini della città di Knoxville, fra ratti reali e metaforici. Ci si è trasferito dopo aver abbandonato un'esistenza di privilegi borghesi e pastoie religiose; l'ha fatto per vivere.
Ora nel suo nuovo mondo impara ciò che il fiume insegna: che nel tutto in movimento - quel flusso ora grigio, ora bruno, nero, marrone, color peltro, ardesia, inchiostro o carbonio della cloaca maxima - "il colore di questa vita è acqua" e perciò solo "le forme più primitive sopravvivono".
Alcune di esse finiscono impigliate nelle sue reti di pescatore e, volente o più spesso nolente, Suttree deve tentare di portarle in secca, magari immergendosi con loro in liquidi a più alta gradazione.
Prima fra tutte la forma di uno spassoso troglodita come Harrogate, giovane topo di campagna con una passione contronatura per i cocomeri e una determinazione tanto candida quanto feroce a trasformarsi in ratto di città. A fianco di questo novello Huckleberry Finn e dei suoi guai Suttree impara altri colori dell'infinito scorrere.
Un prisma che si accende di tonalità disparate: il vermilio del sangue che segna il corpo gigantesco del nero Ab Jones nella sua impari resistenza alla discriminazione razziale e l'oro smorto dei capelli della puttana Joyce nella sua scalata alla società, il nerobluastro della pelle antica della strega Mother She e il viola frusciante dell'abito da sera dell'androgino Di Fiore In Fiore. Il cenerino dei tanti vecchi, il rubizzo dei tanti ubriachi. Molti i colori che si spengono, inghiottiti da una città in piena trasformazione, un «accampamento di dannati» che, stritolato, stritola.
Ulisse americano, Suttree osserva, partecipa, sbaglia e infine impara la più lapalissiana, la più vitale delle verità, «che di Suttree ce n'è uno e uno soltanto».
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  • 4

    Ho trovato questa opera di Mc Carthy faticosa, ma sublime. Quando l'autore indugia nelle descrizioni della cittadina di Knoxville, nel Tennessee, rappresentandola come una via di mezzo tra una discari ...continua

    Ho trovato questa opera di Mc Carthy faticosa, ma sublime. Quando l'autore indugia nelle descrizioni della cittadina di Knoxville, nel Tennessee, rappresentandola come una via di mezzo tra una discarica e una comunità di sopravvissuti alle intemperie della vita, la lettura diventa pesante e occorre fare uno sforzo per non soccombere davanti a un'estetica dell'orrido che l'autore profonde a piene mani, con un uso ardito di metafore e immagini che paiono mutuate da un inverno postatomico. Tuttavia, nel procedere della storia - Suttree è un giovane che ha rinunciato a un'esistenza regolare per vivere in una baracca davanti al fiume- questa stessa comunità di disperati, derelitti, ubriaconi, puttane, emarginati assume un rilievo e una pregnanza straordinaria, un intero universo di underdog che sopravvive tra sbronze, piccoli reati, stamberghe fatiscenti, truffe ed episodi di solidarietà umana. Un affresco cupo, potente, scritto con una padronanza assoluta, avvincente anche se, a volte, l'autore da l'impressione di esagerare con i dettagli macabri e le immagini di rovina e dissoluzione.

    ha scritto il 

  • 5

    Wrong Side Of The Road

    Adoro la letteratura perché è una scoperta continua e inesauribile: in qualsiasi momento, anche nei periodi di maggior frizione intellettuale, proprio quando vorresti allontanarti per un po' dagli inc ...continua

    Adoro la letteratura perché è una scoperta continua e inesauribile: in qualsiasi momento, anche nei periodi di maggior frizione intellettuale, proprio quando vorresti allontanarti per un po' dagli incanti che la carta profonde, ti imbatti nel libro giusto e la magia ricomincia.
    E' quello che mi è successo con Suttree, forse il più bel romanzo che io abbia letto negli ultimi anni.

    La scrittura di McCarthy è veramente portentosa: so di non poter dimenticare quei luoghi, quei profumi, quel costante flusso di vita che mi ha scaricato dritto in faccia per oltre cinquecento pagine. Si è sempre dalla parte dei perdenti, ma ad essi non si risparmia nulla, e noi siamo lì, ad incassare un colpo dietro l'altro con loro.

    Suttree è uno di quei libri che potrebbe durare in eterno: respira insieme a te, ti accompagna anche quando è distante, anche quando apparentemente sembreresti pensare ad altro.

    Capolavoro.

    Voto: 9.5/10

    ha scritto il 

  • 4

    nessuna catarsi

    il personaggio principale di questo romanzo è l'atmosfera: un groviglio di natura sfasciata e residui post industriali, fango e schiuma, relitti, ruggine. Suttree, come gli altri disperati che popolan ...continua

    il personaggio principale di questo romanzo è l'atmosfera: un groviglio di natura sfasciata e residui post industriali, fango e schiuma, relitti, ruggine. Suttree, come gli altri disperati che popolano le pagine del romanzo, indio dei sobborghi, vaga, sopravvive, si adatta, scappa, si perde. Non c'è progetto nella sua vita, intenzione, si trascina come può, talvolta è tentato di costruire qualcosa: un rapporto con una donna, un'impresa lavorativa, ma tutto si sfalda per opera di una forza devastatrice che sembra non abbandonalo mai, fino alla fine. L'allucinazione, il viaggio sciamanico è il solo spiraglio di vita che gli resta.

    ha scritto il 

  • 4

    Oltre 560 pagine nelle quali la trama è irrilevante, quasi inesistente. Ci sono molte vicende drammatiche, nessuna però pare essenziale allo svolgimento del romanzo. Il racconto diventa quindi il cont ...continua

    Oltre 560 pagine nelle quali la trama è irrilevante, quasi inesistente. Ci sono molte vicende drammatiche, nessuna però pare essenziale allo svolgimento del romanzo. Il racconto diventa quindi il contesto, il personaggio, e in tutto questo è essenziale la parola. La parola è il vero protagonista di questo libro, come in altri di McCarthy. Ogni parola sembra scolpita, cesellata, incastonata in un disegno più ampio. Ci sono momenti in cui viene voglia di leggere ad alta voce, per ascoltare le parole. Parole che rotolano, che si avvolgono, che ti avvolgono. Parole nuove, parole poco usate, parole difficili, parole che suonano strane. Anche volendo tenere conto dell’effetto traduzione (di cui non sono francamente in grado di giudicare la qualità, a me però sembra sia stato fatto un bellissimo lavoro), questo libro resta comunque un libro che parla innanzitutto al nostro orecchio, alla pelle, alle sensazioni, prima che al pensiero. McCarthy riesce a rendere quasi ipnotico il flusso di parole, e ti porta a estraniarti dal tuo mondo per entrare – anche fisicamente – nel suo. Quando descrive il freddo, ti viene freddo; quando il fiume porta umidità e calore, ti senti addosso l’afa e l’apatia come se fossi tu a dondolare su un barchino nell’acqua fangosa. In tutto questo Suttree, il più antieroico degli antieroi, è un personaggio di cui sentirò la mancanza nei prossimi mesi. Suttree non si sottrae, nonostante la fatica di vivere. Suttree non combatte, non ha ambizioni, non cerca nulla, ma vive. Suttree è onesto, generoso, pronto a sacrificarsi per gli amici. Ma non cerca riconoscenza, non cerca riscontri, non cerca nulla. Suttree che fa il bilancio della propria esistenza: “Direi che non sono stato infelice.” ”Credo che gli ultimi e i primi soffrano allo stesso modo.” “Ho parlato con amarezza della mia vita e detto che mi sarei battuto contro l’infamia dell’oblio e della sua mostruosa assenza di volto e che in quel vuoto avrei eretto una stele dove tutti avrebbero letto il mio nome. Una vanità a cui ora abiuro in toto.”
    Suttree decide di ripartire, e conta poco dove arriverà e cosa troverà, perché Suttree – come tutti noi – sarà Suttree anche in un nuovo posto. Non c’è lieto fine, ma non c’è nemmeno disperazione. C’è sofferenza, c’è dignità, c’è accettazione non passiva del proprio destino. Qualcosa di inspiegabile e al tempo stesso inedito e grandioso.

    ha scritto il 

  • 5

    1)Ti porto nel posto dal quale tutti vogliono scappare; 2)Quel che Narciso non volle guardare nello specchio del fiume; 3)Le variazioni di luce nel cuore di tenebra; 4)Gli altri vivi e gli altri morti; 5)Il mondo, l’antimondo e il contromondo.

    Tra vita e letteratura chi è il gemello buono e chi il cattivo? Come non potessero essere entrambi cattivi. E se fossero entrambi buoni, così come sono, che scandalo.

    Nella mia edizione ET della Einau ...continua

    Tra vita e letteratura chi è il gemello buono e chi il cattivo? Come non potessero essere entrambi cattivi. E se fossero entrambi buoni, così come sono, che scandalo.

    Nella mia edizione ET della Einaudi in copertina c’è un particolare da un acquerello – bellissimo – di Wislow Homer, del 1895, che si chiama “Pesca alla trota”.

    Mi sono cercato l’acquerello online, l’ho trovato e ho scoperto il particolare scelto per la copertina dall’Einaudi è stato ritoccato. Nell’originale in barca – che Wislow Homer ambienta su un lago del Québec, non lungo un fiume del Tennessee – ci sono due uomini. Un pescatore e un rematore. Per la storia indimenticabile scritta da Cormac McCarthy non poteva andar bene: Cornelius Suttree doveva starci da solo, sul suo schifo – che è sia il nome della barca di Suttree sia quello della stessa barca in cui stiamo tutti e che farà sempre più schifo fino a quando non ci decidiamo a riconoscerlo – perché “Suttree” è il romanzo implacabilmente bello sull’orrore strappato all’indicibilità di un milione di solitudini, un milione a contarle per difetto.

    La qualità della scrittura – se c’è un Nobel per i traduttori, che venga assegnato a Maurizia Balmelli assieme a tutta la mia gratitudine – è epocale e, assieme a “Underworld” di De Lillo, “Suttree” di Cormac McCarthy è per me uno dei romanzi assoluti della letteratura americana contemporanea e uno di quei pochi tutto sommato che rimpiangerei sconsolatamente se una apocalissi ci trasportasse nella preistoria nella quale siamo incagliati da secoli senza più camuffamenti facili però.

    Un romanzo fatto di princisbecco, di rosticcio, di gherlini, di campi di carice, di cortili di chamotte, di giungle di kudzu, di warfarin e di gallocce, di rascia grigia e di macadam scuro, di cotone egiziano, di trombe scarlatte di cowitch, di legno di campeccio e di mordente di scotano, di mascelle flangiate, di pantaloni di twill e mantelline in coutil, di piccoli billiken scolpiti, di pezzi di sepiolite nera, di mascelle butiliche blu bottiglia, di clicchettii, un romanzo composto da tutti i materiali, gli scenari e le carni di chi non farà la storia perché sarà stato disfatto dalla sua natura e dalla natura e dalla storia fatta dagli altri ignorando la sua.

    Un passaggio in auto non lo darei mai – lasciamo stare che non ho l’auto – né a Cornelius Suttree né ai suoi amici, ho il coraggio di leggerli, mi manca quello di affrontarli, siano essi ragazzini abbandonati o ubriachi seriali, negri discriminati o criminali violenti, puttane di Chicago o giovani figlie di rozzi venditori di perle inutili. Io non ho il cuore di Cornelius che ha compresso tutto il suo carbone fino a sanguinare il suo diamante. Io sono un pesce gatto buono da svendere, una tartaruga da zuppa, uno che vive in città, scampato ai manicomi, alle bare, alle bettole, alle rivelazioni dei sottofondi, al trauma dei lutti crudeli, alla povertà che ti cancella dall’albo degli iscritti al verbo essere.

    Il romanzo inizia tra “antichi muri di pietra sbiecati dalle intemperie” e avviene come “nella sfera del lampione” che “una pietra ha aperto” in “un ghigno a spicchio di luna”, e resta attaccato a Suttree (“le mani agganciate alle tasche posteriori e i gomiti che sbattevano come ali”) come la sua ombra, come ci resta aggrappato Suttree che ha poco altro, e per quanto mi riguarda mi bastano gli episodi con Harrogate che si stupra le angurie (“le sue pallide tibie in una pozza di jeans”), o il suo ubriacarsi in cella con il liquore di arance mezze guaste messe a fermentare o la sua lotta con il maiale o la sua caccia ai pipistrelli, per fare di “Suttree” un romanzo imprescindibile.

    Nel mondo di Suttree raccontato come da un visionario meccanico della natura da McCarthy non durerei il tempo di un paragrafo. Invocherei soccorso dopo l’incipit. Non saprei reggere lo sguardo di chi “c’ha gli occhi che sembrano due cerchi di piscio nella neve”, e lo abbasserei di colpo pure di non posarlo “sulle baracche di assi luride e sbilenche, sui terreni aridi e sassosi e i campi di falasco color ferro, le distese crepate di crostone calcareo e la ferrovia.”

    A Knoxville, Tennessee, 1951, mi sarei ammazzato dopo un quarto d’ora, o sarei andato a leccare il culo allo sceriffo chiedendone la corrotta protezione, siccome Suttree e la gente di Suttree (con quanti uomini e donne ha splendidamente e impietosamente popolato il suo romanzo, McCarthy?) non se lo sarebbero fatto leccare, se non per piacere o pagamento. Non avrei retto. Non avrei voluto reggere. Non mi sarebbe interessato reggere. Avrei fatto a meno di reggere e sarei scappato molto prima. Avrei rivolto altrove il viso, perché la storia di Lot l’hanno raccontata male: chi si volta indietro resta di sale, ma chi prosegue senza voltarsi indietro perde la sua ombra e quindi la sua identità e il suo pepe . Perché la storia di Orfeo la raccontano male: chi si volta indietro perde Euridice, ma chi non lo fa perde se stesso assieme a Euridice. Lo sguardo di Medusa è quello di chi non guarda.

    La natura raccontata da McCarthy è piena in sé e non sa che farsene dell’uomo che o la fa soccombere o ne soccombe.

    “All’altro capo della cala un serpente muso di porco rincagnato e rigonfio dormiva arrotolato tra i resti essiccati di uno schifo.”

    “Un tarabuso svettava su una zampa accerchiato da scirpi e nell’acqua nuotavano piccoli serpenti.”

    “Una vecchia scritta su una vecchia insegna diceva vagamente che era vietato entrare. Qualcuno doveva averla girata perché indicava il mondo esterno. Tuttavia lui proseguì. Dicendosi che era solo di passaggio.”

    “Un piviere attraversava la barra di silt come un uccello del tirassegno.”

    “Escrementi fumanti scuri e mucronati su una lastra di scisto impastata di ossa, squame, frammenti di conchiglia.”

    “Licheni anelliformi di un verde acceso che si spandevano sulla roccia come minuscoli vulcani di giada.”

    Le parole di Suttree quando rinviene il cadavere del cenciaiolo devono essere anche quello di McCarthy al cospetto della sua letteratura, quando scrive: “Si passò una mano nei capelli e si protese in avanti a guardarlo. Non hai nessun diritto di rappresentare così la gente, disse. Un uomo è tutti gli uomini. Non hai diritto a tanto squallore.”

    È il romanzo dello squallore, del disfacimento, della barbarie, dell’umanità umiliata che umilia se stessa, il romanzo degli ultimi, è dei romanzi necessari scritti contro la volontà dei padri giudiziosi.

    “Nella sua ultima lettera mio padre diceva che il mondo è guidato da coloro che sono disposti ad assumersi la responsabilità della sua guida. Se è la vita che ti sembra di perderti posso dirti io dove trovarla. Nei tribunali, negli affari, al governo. Nelle strade non succede niente. Nient’altro che una pantomima composta da impotenti e casi umani.”

    Nella strada avvengono le storie che io non conosco, che sfioro, che fuggo, che non voglio impersonare. Sono le storie di Lazzaro richiamato indietro dal paradiso per dire agli altri quanto si può essere morti da vivi.

    “Io non sopporterei di andare in paradiso e poi dover tornare, e lei?”

    Una storia al di fuori della civiltà, o dove la civiltà ha fallito e è implosa, dove tutto si deve ridiscutere: cos’è la solidarietà, la lealtà, la morale, la speranza, chi è Dio e se si è mai trovato a dormire in una casa galleggiante o nella cella di un penitenziario. Eppure faticando per stare a galla lungo il corso del fiume dello schifo c’è questa elementare voglia di amare e di desiderare e di sopravvivere per amare e desiderare e sopravvivere ancora, scansando come si può la morte e le solitudini che la preannunciano, per sapendo “come la carne sia così fragile da essere poco più di un sogno.” No, proprio per questo.

    Perché la carne è così fragile da essere poco più di un sogno.

    ha scritto il 

  • 4

    Indimenticabili protagonisti...

    Sebbene io non ritenga Suttree esattamente un brav'uomo, più scorrono le pagine, più non riesci a non affezionarti a lui e a tutti i suoi amici... specialmente ad Harrogate... Peccato per la scrittura ...continua

    Sebbene io non ritenga Suttree esattamente un brav'uomo, più scorrono le pagine, più non riesci a non affezionarti a lui e a tutti i suoi amici... specialmente ad Harrogate... Peccato per la scrittura, a mio parere a tratti un po' pesante e stracarica di figure retoriche che rendono faticosa la narrazione. Descrizioni minuziose e attente, un vero affresco dell'America anni '50.
    Recensione completa qui: http://www.passionsworld.it/suttree-cormac-mccarthy/

    ha scritto il 

  • 5

    Dove i vivi e i morti sono una cosa sola

    “In piedi tra le foglie urlanti Suttree invocava il fulmine. Che scoppiò e tuonò e lui indicò il proprio cuore ottenebrato e lo supplicò per un po' di luce. Sennò riduci queste ossa in cenere. Si sede ...continua

    “In piedi tra le foglie urlanti Suttree invocava il fulmine. Che scoppiò e tuonò e lui indicò il proprio cuore ottenebrato e lo supplicò per un po' di luce. Sennò riduci queste ossa in cenere. Si sedette contro un albero e guardò il temporale spostarsi sopra la città. Sono forse un mostro, ci sono dei mostri dentro di me?”

    Sul silenzioso fiume Tennessee, Suttree è un naufrago che diserta la vita, un profugo in fuga dalla quiete di una esistenza programmata, che in un lungo viaggio dietro agli occhi bendati della notte oltrepassa il tempo per unirsi definitivamente a quelli che sono stati, agli amici diseredati e disperati, che vivono dell'ebbrezza e del tuono. C'è una breve scena con Suttree ubriaco in Chiesa che ricorda il suo passato e parla con il prete: una anticipazione piena di grazia e mistero del girovagare profetico della sua anima nella seconda metà del romanzo. Quando trova l'amore, la natura si oppone; non ci si può ribellare alla sventura, bisogna cedere alla potenza degli elementi. Quando costruisce il benessere, tutto svanisce, ogni verità annega nella follia. Il racconto inizia e finisce con un cadavere sconosciuto. Un suicida si getta nel fiume, il corpo di un vagabondo giace nel letto di Suttree. Tra ubriacature e risse, la violenza e la miseria trascinano via le esistenze dei suoi compagni, senza compromessi né incantesimi, in un'allucinazione che non perdona. Ossessionato dalla morte del gemello e orfano di un figlio, Suttree lascia la casa galleggiante e si rimette in viaggio, disilluso superstite che non si può più arrendere. Muovendosi tra Vicolo Cannery e Huckleberry Finn, McCarthy incarna la voce nomade e sotterranea della letteratura, che coinvolge tutto e interamente, e costruisce la sua odissea onirica e oltremondana; percorso da un daimon metafisico e attratto da una mitologia dell'umiltà, evoca il destino di vagabondi, ladri, derelitti, paria, balordi, giocatori, ruffiani, sgualdrine e streghe in un canto epico e doloroso che si perde in un cielo di cenere.

    “Un suo doppio, un controsuttree in quei boschi lo stava evitando e Suttree temeva che se la figura non si fosse alzata e dileguata costringendolo quindi di fronte a se stesso in quella foresta oscura non si sarebbe mai più ripreso né avrebbe ritrovato il senno e anzi avrebbe brancolato immemore e farneticante appresso a quel fantomatico clone, di sole in sole e per sempre attraverso un emisfero ostile”.

    ha scritto il 

  • 0

    commento in divenire per il GdL

    cominciato oggi....ma solo a me sembra faulkneriano?
    cioè il senso di desolazione e la narrazione frammentata non hanno il respiro di Mentre Morivo? o sto delirando?

    s ...continua

    commento in divenire per il GdL

    cominciato oggi....ma solo a me sembra faulkneriano?
    cioè il senso di desolazione e la narrazione frammentata non hanno il respiro di Mentre Morivo? o sto delirando?

    secondo giorno:

    no, non è scorrevole, però lui è un duro, un sopravvissuto, meno positivo del protagonista di La Strada, ma tosto e rassegnato...non so se lo reggo per tutta la durata del libro, mi fa fatica seguire la sua rassegnazione...e il senso di già visto che striscia sotto il racconto mi infastidisce un poco...

    ha scritto il 

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