Tempi difficili

Di

Editore: Newton Compton (Grandi Tascabili Economici, 650)

3.8
(1384)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 288 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Spagnolo , Chi tradizionale , Catalano , Chi semplificata

Isbn-10: 8854120332 | Isbn-13: 9788854120334 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Curatore: Mario Martino

Disponibile anche come: Paperback , Altri , eBook , Copertina rigida

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Scienze Sociali

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Descrizione del libro
Scritto intorno alla metà dell’Ottocento, Hard Times è uno dei romanzi più rappresentativi dei poderosi cambiamenti nel modo di produrre e di lavorare che vanno sotto il nome di rivoluzione industriale. Esso pone al centro di uno sfaccettato intreccio narrativo la vita di patimenti e di impotente ribellione di due operai, Stephen e Rachael, non più giovanissimi. La loro vita non-vita si consuma nella simbolica Coketown, una città fittizia dietro la quale occorre individuare però Preston, vicino Manchester, colta in un momento storicosociale determinato, quello dei drammatici scioperi che vi ebbero luogo tra il 1853 e il 1854. Ma la rivoluzione industriale, di cui l’Inghilterra è protagonista e punta avanzata, non si limita alle modalità di produzione: i suoi effetti investono il modo di abitare e di divertirsi, di amare, di pensare, di educare, di organizzare e articolare lo Stato. In Hard Times, sullo sfondo ideologico dell’epoca (dall’utilitarismo, al pragmatismo, al liberalismo), si snoda così la vita dell’educatore Gradgrind e della sua famiglia, del banchiere e industriale Bounderby, dell’aristocratico e cinico Harthouse, e di Sissy e Sleary, appartenenti al mondo contrapposto ed emarginato del circo.

«Oberato da tali pensieri, fino al punto da avere la terribile sensazione di non riuscire più a contenerli, di trovarsi in una qualche nuova e corrotta relazione con le cose tra le quali passava e di vedere tingersi di rosso l’alone nebbioso d’ogni lampione, Stephen tornò a casa per trovarvi riparo.»
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  • 4

    Facts! …nothing but facts!

    Mai titolo e sottotitolo di un romanzo furono così adeguati e attuali in ogni epoca (sia nell’ottocento sia nel duemila) come questo. Più che “this times” però, il sottotitolo dovrebbe recitare “all t ...continua

    Mai titolo e sottotitolo di un romanzo furono così adeguati e attuali in ogni epoca (sia nell’ottocento sia nel duemila) come questo. Più che “this times” però, il sottotitolo dovrebbe recitare “all times”, perché è come se i tempi difficili descritti nel libro narrassero le circostanze che stiamo vivendo adesso nel XXI secolo, poiché assistiamo ad andamenti sociali essenzialmente identici a quelle di allora.
    Nel 1853 ci fu in Inghilterra, nella cittadina di Preston vicino a Manchester, uno dei primi scioperi in cui gli operai chiedevano migliori condizioni di lavoro e assistenza per chi si ammalava o rimaneva infortunato sul lavoro. Dickens, sempre molto sensibile alle cause dei più deboli, rimase colpito da questi fatti e decise di dedicare alla vicenda della cittadina di Preston un romanzo dal titolo Hard Times. For this times, che prende il titolo dalle opere pubblicate dal filosofo Carlyle cui è dedicato il libro.
    Il romanzo fu pubblicato a puntate sulla rivista letteraria “Household Works” di proprietà dello stesso Dickens, fra l’aprile e l’agosto del 1854. L’intento dello scrittore inglese, quando decise di comporre questo romanzo, era quello di sostenere la campagna in favore della riforma sulle condizioni di lavoro (in quel tempo veramente molto dure e orribili), memore delle esperienze lavorative in una fabbrica di lucido da scarpe durante la sua infanzia.
    Il romanzo è suddiviso in tre parti i cui titoli (Semina – Falciatura – Raccolto) sono legati ad un versetto della Bibbia, che recita: “ognuno raccoglie ciò che ha seminato”.
    Il libro si apre su Coketown, cittadina immaginaria (in realtà Preston) del nord dell’Inghilterra, invasa da fabbriche che emettono un fumo denso che oscura il cielo sopra la città. Qui vi è l’istituto di Mr. Grangrid, dirigente della scuola e membro del parlamento che crede nel materialismo, nell’utilitarismo e detesta ogni forma di fantasia; vuole che a scuola si applichi il metodo dei fatti; vale a dire insegnare agli alunni l’importanza dei fatti concreti riducendo la realtà circostante a numeri e percentuali, obbligandoli ad usare solo e soltanto “i fatti” e vietandogli di usare la fantasia; rendendo così gli alunni degli autonomi senz’anima. Lo stesso metodo educativo lo ha applicato nella sua famiglia, nell’educazione dei propri figli soprattutto dei due maggiori: Louisa e Tom.
    In questa città dov’è proibito fantasticare un bel giorno arriva il circo equestre di Sleary, simbolo concreto di un mondo ricco di divertimenti e di fantasia, antitesi del modello di vita materialista della società. Un giorno Mr. Grandgrid sorprende i suoi due figlioli mentre sbirciano da un buco nel tendone (che hanno fatto loro stessi) per guardare gli artisti circensi, scoprendo in questo modo che i figli sono, come tutti i bambini normali, incuriositi dal circo. Deciso a non permettere che il circo s’insedi in città, perché non conforme all’austerità lavorativa, Mr. Grandgrid e l’industriale Bounderby, vanno a parlare con il proprietario del circo per intimargli di andarsene. Qui sono accolti dalla giovane Sissy (Cecilia) Jupe, figlia del clown del circo, che li porta dal proprietario; in lei Mr. Grandgrid riconosce la nuova alunna (la numero venti come lui la chiama) della scuola, l’unica che non riesce a adattarsi alla teoria dei “fatti”…

    Tempi difficili è una delle ultime opere scritte dall’autore inglese, in cui troviamo un Dickens più cupo come se ormai avesse perso la fiducia che provava per la società che lo circondava. Hard Times, questo il titolo originale, è considerato dalla maggior parte delle persone come uno dei romanzi minori del grande scrittore inglese; forse perché diverso dagli altri suoi romanzi cui si è abituati (sia in termini sia di mole sia nel numero dei personaggi), ma che più d’ogni altro ci offre uno spaccato sull’Inghilterra del periodo. Uno spaccato di un mondo che cambia, di cui Dickens riesce a cogliere le inquietudini e soprattutto le ipocrisie della classe borghese, che non vuole concedere i diritti a coloro che lavorano alle loro dipendenze.
    La penna dello scrittore inglese è come al solito affilata nell’analizzare la natura umana, i suoi comportamenti e le sue contraddizioni; al contrario degli altri suoi libri qui decide di misurarsi con lo sviluppo economico e tecnologico, che in quel periodo stava conoscendo uno sviluppo sfrenato e disordinato, e con la conseguente ripercussione sociale.
    Anche al centro di Hard Times, come in ogni romanzo dickensiano, vi sono temi a lui cari; nello specifico in questo romanzo vi è l’eterno scontro tra borghesia e operai, tra ragione e sentimento, tra opportunismo e altruismo; però il tema principale (e tanto caro allo scrittore inglese) è quello dell’istruzione. Qui Dickens si scaglia contro un’educazione rigorosa, basata su temi utilitaristici, incentrati su valori reali e concreti, che bandiscono la creatività, e le materie artistiche come la musica, la letteratura e la poesia, poiché nocive alla formazione dell’“uomo moderno”. Un’epoca quella della massiccia industrializzazione, di crudele materialismo, basato sul mito del profitto a tutti i costi, della produttività e della statistica; in cui la società vive solo di benessere materiale e per accumulare ricchezza, e educa e alleva i giovani ad essere solo degli aridi automi, delle macchine privi d’umanità e sentimenti; un’epoca che, ahimè!, ho visto molto simile alla nostra. Dickens muove un’accusa molto dura nei confronti della società, scagliandosi contro quel sistema che schiavizza l’uomo in nome del progresso scientifico e tecnologico, togliendole ogni dignità ma soprattutto sogni e speranze per il futuro.

    Dickens sa usare le parole come nessun altro e queste si trasformano davanti ai nostri occhi in immagini, suoni e sensazioni; è una penna che ha la straordinaria capacità di tratteggiare in maniera evocativa e brillante il paesaggio che fa da sfondo al romanzo. Fin dalla prima pagina si è subito trasportati a Coketown, letteralmente città del carbone, quel carbone che ha caratterizzato e ha costituito la fonte principale della rivoluzione industriale; una cittadina dall’atmosfera deprimente, in cui il nero è il colore predominante; ci sembra di essere subito circondati dal rumore assordante delle fabbriche, dal fumo nero che esce dalle ciminiere che offusca il cielo e annerisce i muri delle case; respiriamo l'odore acre della polvere, ci perdiamo tra le sue stradine strette tutte uguali tra loro, e incontriamo i suoi abitanti incolori, apatici mentre si muovono tutti allo stesso modo come degli automi.
    In questa città, oltre allo spaccato della situazione di vita degli operai, che vivono la loro vita come se fossero delle macchine, l’autore inserisce e tratteggia, con la sua solita ironia sagace, una varietà poliedrica di personaggi (questa volta in numero minore rispetto ad altre volte) come solo lui è in grado di creare.
    Ogni personaggio ha una propria storia e un proprio percorso, alcuni sono dominati dai calcoli e dai fatti, altri da sentimenti e passioni; tutti subiscono una crescita, alcuni in positivo altri in negativo. Fin da subito facciamo la conoscenza di Mr. Grandgrid, il cui nome, in inglese, significa letteralmente macinare e opprimere, che poi è quello che Grandgrid fa nei confronti delle personalità dei suoi allievi e figli. Proprietario della scuola e con incarichi politici a livello nazionale, “eminentemente pratico” (come lui stesso si descrive), sposato con una donna esile e pallida che delega l’educazione dei propri figli al consorte, è irremovibile nelle sue convinzioni; dalla forma squadrata (così lo descrive sarcasticamente l’autore per sottolinearne la rigidità e la mancanza di fantasia), ritiene non sia vantaggioso accudire il lato morale del carattere; non è una persona cattiva ma ha fatto della “filosofia utilitaristica” la teoria della propria vita, ritenendola in grado di spiegare e dominare tutto. Questo principi cerca di indottrinarli ai suoi figli soprattutto ai due maggiori: Louisa e Tom.
    Louisa è una giovane ragazza che non vuole arrendersi all’educazione paterna, ha un’immaginazione vivace e curiosa, vuole leggere libri ed andare a vedere il circo; con il passare degli anni però, si trasforma in una ragazza gelida, inaridita in ogni ispirazione; abituata a soffocare ogni impulso e a non incoraggiare confidenze, si arrende al volere paterno e sposa Mr Bounderby, amico del padre e molto più grande di lei. Louisa, dopo il matrimonio, conduce una vita apatica, metodica e senza emozioni, con un’unica eccezione: suo fratello Tom; per lui farebbe di tutto anche sposare un uomo che lei odia. Tom è un personaggio delineato in maniera sublime da Dickens (dire che è odioso è dire poco); vede il tetto paterno come una prigione e non vede l’ora di andarsene. Descritto molte volte come un bamboccio (soprannome che gli calza a pennello), è un ragazzo viziato, irresponsabile, spendaccione, fannullone che approfitta dell’affetto della sorella per indurla a sposare Bounderby (sfruttando il debole che l’uomo ha per la sorella), sperando che un simile passo possa avvantaggiarlo nella sua carriera, permettendole di andare a lavorare per lui e quindi emanciparsi dall’ingombrante figura paterna.
    I fratelli Grandgrid, con il proseguire della vicenda, si rivelano il prodotto della mentalità paterna così devota alla filosofia dei “fatti”; sono poveri nell’anima, deturpata da un’educazione rigida volta a fargli diventare delle “macchine”; entrambi sono l’emblema del fallimento di questo sistema educativo: Louisa sarà una donna infelice, intrappolata in un matrimonio d’interesse; mentre il fratello Tom diventa un criminale costretto a fuggire dalla propria città.
    Il personaggio che ho trovato più viscido (tanto da ricordarmi un altro personaggio dickensiano già incontrato: l’ossequioso Uriah Heep) è stato Mr Josiah Brounderby. Banchiere, commerciante e imprenditore più ricco della città, è dedito anche lui alla filosofia utilitarista; pieno di sé, odioso, ottuso e arido, ricorda in continuazione a tutti la rigida educazione ricevuta e come si sia “tirato su dalla pozza d’acqua stagnante dov’era stato abbandonato”, per vantarsi della sua capacità di uscire dalla povertà per elevarsi nel suo nuovo status sociale. Per dare più lustro alla sua scalata sociale, ospita in casa Mrs. Sparsit, che vive in casa del magnate al solo scopo di essere esibita come esempio della sua gran gratitudine. Mrs. Sparsit, che vive alla spalle di Bounderby, al contrario di quest’ultimo è di nobili origini ma ora è caduta in disgrazia; è una signora dal profilo romano, ipocrita, gelosa, acida, invadente, maligna ed influente, che si è vista soffiare da sotto il naso la possibilità di diventare la padrona di casa dalla giovane Louisa, nei cui confronti prova una divorante gelosia; degna compagna dell’ottuso Bounderby è forse il personaggio su cui si concentra maggiormente la verve dell’autore ed è delineato più argutamente tra tutti quelli che vi compaiono. La signora Sparsit trama contro Louisa quando in casa Bounderby compare Mr. James Harthouse; giovane rampollo della società londinese, prototipo dell’uomo annoiato di tutto e di tutti, indolente e languido non ha nessuno scopo nella vita; arriva nella cittadina di Coketown con lo scopo di farsi appoggiare ed aiutare da Grandgrid e Bounderby ad entrare in parlamento. Quando compare in casa Bounderby si accorge subito che c’è qualcosa di strano: Louisa, la giovane moglie dell’industriale, è una creatura triste ma allo stesso tempo affascinante; infatuatosi di lei (che vede come una sfida, qualcosa per annoiarsi durante il suo soggiorno nella cittadina), si finge amico di Tom, dopo aver notato che il punto debole della giovane è il grande affetto prova per il fratello, e vuole sfruttarlo per conquistarla. Anche se per buona parte del libro ho desiderato che lei fuggisse con lui, durante il colloquio che Harthouse ha con Sissy nelle pagine finali, mi ha convinto del contrario.
    Sissy (Cecilia) Jupe è e rimane un personaggio positivo durante tutto il racconto. Orfana di madre, figlia del clown del circo equestre, è abbandonata improvvisamente dal padre allontanatosi misteriosamente dal circo in cui lavorava; è adottata dal signor Grandgrid che le offre la possibilità di frequentare la scuola; lì, però, è l’unica persona che non riesce a adattarsi alla filosofia dei “fatti” che cercano di insegnarle, preservando così la sua generosità, la sua naturalezza, la sua capacità di sognare e immaginare. Sissy è il personaggio che rappresenta l’immaginazione, la carità, la bontà, la speranza e la buona fede, ed è una sorta di alter ego di Louisa. Cecilia, grazie alla sua personalità e al suo buon cuore, ha un’influenza positiva sulla famiglia Grandgrid, sarà l’unico personaggio a trionfare alla fine del romanzo.
    Non mi è piaciuto molto, però, come è stata utilizzata nel romanzo; Sissy è una figura, che secondo me, all’inizio è ben costruito ma, in seguito, è stato lasciato nel dimenticatoio. Un personaggio che poteva essere seguito e approfondito di più.
    Altro personaggio che nel libro mantiene il suo lato umano è Stephen Blackpool (letteralmente pozza nera), operaio della fabbrica Bounderby. Stephen è un povero lavoratore con una vita difficile e con problemi di famiglia: è perseguitato dalla moglie alcolizzata e prostituta, che lo ha lasciato ma che torna saltuariamente a casa per spillargli dei soldi, da cui non può divorziare perché non possiede i soldi necessari per farlo; non esita a chiedere consiglio a Bounderby su come possa divorziare da una moglie simile, perché vuole sposarsi con la dolce Rachel, sua amica e collega di cui è innamorato, che lo conforta nei momenti difficili cui, però, non può offrirle nient’altro che amicizia poiché gli sono proibite le nozze. Vittima dello sfruttamento industriale (è la rappresentazione di tutti quei lavoratori senza diritti e senza futuro), odiato, allo stesso tempo, dal padrone e dai colleghi per la sua decisione di non schierarsi con le scelte del sindacato. Stephen è uno dei personaggi più onesti e umili usciti dalla penna di Dickens.
    Tutti i personaggi (aspetto in cui Charles dà sempre il meglio di sé) sono ben caratterizzati e particolari, tratteggiati con ironia e in maniera grottesca come solo lo scrittore inglese riesce a fare; alcuni sono ironici e divertenti, altri odiosi e malvagi; nessuno si salva, nella loro esistenza, dalla miseria, sia da quella esteriore che li circonda, sia da quella interiore che li consuma.

    Tempi difficili è uno dei tanti romanzi sociali, comparsi attorno a quegli anni con l’intento di denunciare le condizioni disastrose dei lavoratori; nell'opera, secondo me, le rivendicazioni degli operai e le loro condizioni sono descritti in maniera superficiale e poco approfondita (sono descritti meglio dalla Gaskell), sono evocati per lo più evocati in termini sentimentali, come se Dickens si limitasse a denunciare la loro situazione, senza andare a fondo; il sindacalismo (non fa una bella figura, sembra un'organizzazione di violenti; basti pensare alla figura del sindacalista Slackbridge dipinto come un sobillatore dalla scarsa sostanza, che usa l'arma dello sciopero come un ricatto) e il capitalismo sono due argomenti che servono solo come contorno alle vicende personali dei personaggi del romanzo.

    Questo romanzo è forse il libro più cupo e amaro fra quelli, scritti da Dickens, che ho letto finora; stavolta, però, l’autore inglese non è riuscito a coinvolgermi e ad appassionarmi come in altri suoi libri, forse a causa della sua brevità e il suo essere meno corale rispetto agli altri romanzi nonostante sia denso e intenso allo stesso tempo; benché si legga con piacere ho avuto la sensazione che fosse, in alcune parti, un po’ “pressato”, rispetto ai tanti argomenti che Dickens voleva trattare; non ho avuto il tempo di affezionarmi ai personaggi e mi è mancato quel lato sentimentale che mi piace nei romanzi dello scrittore inglese (se il libro avesse avuto una lunghezza maggiore, ad esempio la scena del Pozzo del diavolo, sicuramente sarebbe stata raccontata meglio e in maniera più approfondita); insomma ho avuto la sensazione che lo avesse voluto terminare in fretta e, a mio modesto parere, senza questa fretta sarebbe stato migliore.

    Hard times è un’opera che ha il ritmo cadenzato di una catena di montaggio; che affronta le enormi disparità tra le classi ricche e quelle povere; dove anche la proposta di matrimonio è analizzata, come un qualsiasi altro argomento, con statistiche e percentuali sui matrimoni nel Regno Unito tra persone con un’enorme differenza d’età; è considerata esclusivamente con senso pratico poiché l’amore è una cosa bislacca, una mera fantasia; un romanzo dal linguaggio vivido, scritto con garbo, dall'ironia tagliente e sarcasmo graffiante, con un tocco di humor che non guasta; una vicenda meno intricata del solito, scorrevole, ricca di allusioni, riflessioni e tematiche attuali ancora oggi; dall'incipit divertente e martellante come il battere del martello sull'incudine, dai dialoghi ben costruiti, in cui l'autore ci mostra come le ipocrisie e cattiverie sono caratteristiche dei singoli individui e non esclusive di una sola classe sociale; ed un finale poco consolatorio che trasmette una grande amarezza (ma anche speranza) nei confronti dell'umanità.

    Tempi difficili ci mostra la sterilità della vita senza immaginazione, e ci insegna che un mondo solamente razionale e una società meno umana in cui si persegue solo il profitto economico, è sicuramente una società condannata all'infelicità e ad un eterno senso d'inutilità e vuoto.

    “Dunque, voglio solo Fatti. Insegnate a questi ragazzi e ragazze soltanto Fatti. Solo di Fatti c’è bisogno nella vita. Piantate nient’altro, estirpate tutto il resto. Solo con i Fatti si educano le menti di animali razionali e nient’altro riuscirà mai loro di alcuna utilità. Questi sono i principi in base ai quali educo i miei figli, e questi sono i principi in base ai quali educo questi ragazzi. Perciò, signore, attenetevi ai fatti!”

    ha scritto il 

  • 3

    Continua la mia immersione nel grandissimo Dickens, ma questo è a mio parere un romanzo fra i suoi meno riusciti.
    Certo, la preveggenza con cui pone in luce tutti i mali che scaturiscono da una (allor ...continua

    Continua la mia immersione nel grandissimo Dickens, ma questo è a mio parere un romanzo fra i suoi meno riusciti.
    Certo, la preveggenza con cui pone in luce tutti i mali che scaturiscono da una (allora agli albori) società industriale e che vanno a riflettersi su un’educazione sbagliata, su una totale perdita di senso morale ed etico dell’intera società basata esclusivamente sul profitto, che idolatrizza il denaro e la sua produzione, il progresso solo i quanto finalizzato a questo scopo sostituendolo a qualsiasi altro dio, è sorprendente, lucida e attualissima ancora oggi in questa tristissima epoca di tardo capitalismo. Ma alla fine si rivela proprio il punto debole di questo libro. Dickens è più a suo agio quando ambienta le sue storie a Londra, nel fulcro di quella società vittoriana che conosce meglio, in quell’aria in cui è cresciuto e che respira quotidianamente e che per questo riesce a renderci più viva e vera mostrandoci le sue ipocrisie e inventando personaggi più vitali di questi, anche (e soprattutto) quando ridotti a semplici macchiette.
    Anche le dimensioni inabituali per lui di questo romanzo di ‘sole’ trecento pagine scarse non lo aiutano a sviluppare appieno un racconto corale, che ruota intorno a diversi protagonisti nessuno dei quali riesce alla fine ad emergere come personaggio indimenticabile.
    Ed ecco quindi che l’intento moraleggiante, la denuncia sociale e politica prendono il sopravvento sulla capacità inventiva, sulla fantasia e sulla pura arte cui (ironia della sorte) proprio questo libro voleva affermare l’irrinunciabilità e la supremazia sul freddo e scientifico realismo di un progresso piegato all’esclusivo servizio economico e alla fine politico, rendendo il romanzo un po' squilibrato e il tutto vagamente piatto, incapace di prendere il volo. Peccato.

    ha scritto il 

  • 5

    Gigantesco

    Niente da fare. Dickens mi prende come pochi.
    Ha sempre questo pregio (ma anche difetto, volendo) che non mi accorgo di quanto tempo passo a leggere le sue pagine. Me lo sono divorato. Così come Il Ci ...continua

    Niente da fare. Dickens mi prende come pochi.
    Ha sempre questo pregio (ma anche difetto, volendo) che non mi accorgo di quanto tempo passo a leggere le sue pagine. Me lo sono divorato. Così come Il Circolo Pickwick, David Copperfield etc.

    Stephen Blackpool è immenso.
    Bounderby è fantastico.
    Gradgrind è eccezionale.
    La signora Sparsit pure.

    Mette insieme vere e proprie bordate alla società capitalistica ottocentesca e elementi umoristici; rappresenta (un po' grossolanamente) l'imprenditore e il sindacato.
    Dà un grande spaccato sull'educazione e sui rapporti di classe e soprattutto, sul lavoro.
    Unico appunto: Sissy avrebbe meritato ancora un po' più di spazio.

    ha scritto il 

  • 0

    Critica alla società vittoriana con humor molto british

    Godevolissima la lettura di questo romanzo tra i più noti di Dickens che con garbo e humor descrive la vita di una cittadina industriale dell'epoca vittoriana.Descrive con particolare dovizia di parti ...continua

    Godevolissima la lettura di questo romanzo tra i più noti di Dickens che con garbo e humor descrive la vita di una cittadina industriale dell'epoca vittoriana.Descrive con particolare dovizia di particolari i personaggi:alcuni dominati da puri fatti e aridi calcoli e altri dalle passioni e sentimenti.Critica il capitalismo e denuncia le condizioni disumane dei lavoratori e alla fine lascia una speranza nonostante i "tempi difficili".

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    0

    il mondo sociale di metà ottocento

    Dickens in questo romanzo dimostra tutta la sua bilità di narratore cogliendo le inquietudini di un mondo che sta cambiando, le ipocrisie di un mondo che non vuole cedere il passo ai diritti di chi la ...continua

    Dickens in questo romanzo dimostra tutta la sua bilità di narratore cogliendo le inquietudini di un mondo che sta cambiando, le ipocrisie di un mondo che non vuole cedere il passo ai diritti di chi lavora.
    Uno spaccato meno corale rispetto ad altri romanzi di Dickens ma ugualmente forte e intenso. mette alla berlina il concreto fatuo di chi non vuole accettare le novità che avanzano, la fantasia e l'umanità di chi è debole.

    ha scritto il 

  • 4

    Romanzo che affronta tematiche sociali di allora (ma che possono riguardare tranquillamente anche quelle odierne) tra la classe più povera e quella ricca. Rispetto ad altre storie che ho letto di Dick ...continua

    Romanzo che affronta tematiche sociali di allora (ma che possono riguardare tranquillamente anche quelle odierne) tra la classe più povera e quella ricca. Rispetto ad altre storie che ho letto di Dickens questa forse è quella più drammatica.

    ha scritto il 

  • 3

    I fatti o la fantasia ? Dickens ha la soluzione

    Accettabile. Dickens non lo amo, è inutile. Certe descrizioni sono molto belle. L'ho letto per un esame..ma non credo possa essere una lettura da ripetere in futuro...

    ha scritto il 

  • 4

    Ogni anno, in questo periodo, mi piace immergermi nel mondo Dickensiano. Adoro l'atmosfera che da subito mi circonda, i personaggi dalla caratterizzazione perfetta che mi sembra quasi di conoscere dav ...continua

    Ogni anno, in questo periodo, mi piace immergermi nel mondo Dickensiano. Adoro l'atmosfera che da subito mi circonda, i personaggi dalla caratterizzazione perfetta che mi sembra quasi di conoscere davvero, le tipiche macchiette in stile Dickens che dispensano battute o perle di saggezza a seconda dei casi.
    Il nucleo centrale di questo romanzo è l'eterno contrasto tra borghesia e popolo operaio, qui rappresentati dalla superba ottusità di due benestanti e da uno dei personaggi forse più onesti e umili usciti dalla penna di questo scrittore. Ma c'è un terzo elemento ed è forse questo la punta della critica Dickensiana in questo romanzo, ovvero l'educazione giovanile, improntata su sistemi estremamente utilitaristici, incentrati su valori concreti e reali e sulla completa esclusione del "sentire", delle emozioni, dei valori morali... il tutto rappresentato da giovani quasi senza cuore, del tutto insensibili ai bisogni e alle esigenze delle classi sociali inferiori.
    Dickens riesce ad essere ironico, come è suo solito, ma al tempo stesso si conferma un grande narratore per la capacità di regalarci pagine veramente struggenti e profonde che portano, inevitabilmente, a riflettere.
    Non è stato amore come con Grandi speranze, questo va detto, ma ho apprezzato tantissimo questo romanzo, amo sempre più questo scrittore...

    ha scritto il 

  • 5

    Romanzo industriale

    Bellissimo romanzo sociale e pedagogico in cui l'interesse è focalizzato sulla città manifatturiera che appare aspra, disperata e oscurata dalla coltre di fumo in cui i suoi abitanti sono omologati al ...continua

    Bellissimo romanzo sociale e pedagogico in cui l'interesse è focalizzato sulla città manifatturiera che appare aspra, disperata e oscurata dalla coltre di fumo in cui i suoi abitanti sono omologati all'ambiente circostante e si comportano come delle macchine, in quello spazio che si è istituito sulla mortificazione di tutto ciò che non è funzionale, esibendo un'innaturale uniformità.
    Dickens si concentra sull'opposizione fatti - immaginazione ed esprime il suo rifiuto dell'utilitarismo che nega l'esistenza degli impulsi e dei bisogni umani: polemizza contro uno stile di fabbrica che intorpidisce le menti, una produzione macinante che toglie il divertimento della vita. L' opposizione tra la vita vissuta in modo istintivo ed emotivo e quella vissuta in modo freddo e calcolato a mio parere è riuscita benissimo nell'episodio della descrizione del cavallo in cui il bambino figlio dei fatti utilizza termini scientifici per definirlo.
    Dickens pone anche i termini di uno scontro ideologico apparentemente irrisolvibile tra la borghesia e il proletariato: tra i due ceti non esistono né valori né linguaggi comuni, così nasce il conflitto di classe intrecciato all' antagonismo, all'odio e al disprezzo.
    Ma in mezzo a questo grigiore si intravede anche uno spiraglio di speranza attraverso il personaggio di Louisa, la quale senza l'aiuto di Sissy non avrebbe mai conquistato quella floridezza emotiva che tanto le è mancata durante l'infanzia.

    ha scritto il 

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