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Tempi difficili

Di

Editore: Newton Compton (Grandi Tascabili Economici, 650)

3.8
(1227)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 288 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Spagnolo , Chi tradizionale

Isbn-10: 8854120332 | Isbn-13: 9788854120334 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Curatore: Mario Martino

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , eBook

Genere: Fiction & Literature , History , Social Science

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Descrizione del libro
Scritto intorno alla metà dell’Ottocento, Hard Times è uno dei romanzi più rappresentativi dei poderosi cambiamenti nel modo di produrre e di lavorare che vanno sotto il nome di rivoluzione industriale. Esso pone al centro di uno sfaccettato intreccio narrativo la vita di patimenti e di impotente ribellione di due operai, Stephen e Rachael, non più giovanissimi. La loro vita non-vita si consuma nella simbolica Coketown, una città fittizia dietro la quale occorre individuare però Preston, vicino Manchester, colta in un momento storicosociale determinato, quello dei drammatici scioperi che vi ebbero luogo tra il 1853 e il 1854. Ma la rivoluzione industriale, di cui l’Inghilterra è protagonista e punta avanzata, non si limita alle modalità di produzione: i suoi effetti investono il modo di abitare e di divertirsi, di amare, di pensare, di educare, di organizzare e articolare lo Stato. In Hard Times, sullo sfondo ideologico dell’epoca (dall’utilitarismo, al pragmatismo, al liberalismo), si snoda così la vita dell’educatore Gradgrind e della sua famiglia, del banchiere e industriale Bounderby, dell’aristocratico e cinico Harthouse, e di Sissy e Sleary, appartenenti al mondo contrapposto ed emarginato del circo.

«Oberato da tali pensieri, fino al punto da avere la terribile sensazione di non riuscire più a contenerli, di trovarsi in una qualche nuova e corrotta relazione con le cose tra le quali passava e di vedere tingersi di rosso l’alone nebbioso d’ogni lampione, Stephen tornò a casa per trovarvi riparo.»
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  • 3

    Hard Times. For These Times.
    Tempi difficili
    è il libro di Dickens più amato da professori e affini. Devo dire che invece io non l’ho amato particolarmente: il problema è che è molto denso pur non essendo molto lungo (strano, per questo autore).
    Comunque, checché ne dicano (sop ...continua

    Hard Times. For These Times.
    Tempi difficili
    è il libro di Dickens più amato da professori e affini. Devo dire che invece io non l’ho amato particolarmente: il problema è che è molto denso pur non essendo molto lungo (strano, per questo autore).
    Comunque, checché ne dicano (soprattutto nelle quarte di copertina), questo romanzo NON è un romanzo sulle classi operaie, che compaiono pure poco all’interno della narrazione. Tempi difficili non è un romanzo sulle classi operaie. È un romanzo sul capitalismo e su ciò che non funziona all’interno di questo sistema. Tempi difficili è un romanzo sulla borghesia che ha creato e segue un tipo di pensiero che, secondo l’autore, la porterà alla distruzione dei sentimenti umani. Ed è quello che succede a Gradgrind e ai suoi figli, che, non riuscendo ad esprimere il loro disagio, commetterrano azioni errate o addirittura criminali. Ma per loro c’è una salvezza, c’è una redenzione, che passa attraverso la piccola Sissy Jupe, dotata di quella “intelligenza delle emozioni” che la distingue e non la fa soccombere sotto il peso dei Fatti.

    ha scritto il 

  • 3

    I tempi difficili nelle incertezze di Dickens

    La rivoluzione industriale nel Regno Unito portò oltre ai radicali cambiamenti e ai nuovi fenomeni e soggetti sociali anche una critica dell'arte e della cultura che si affaticava attorno a quei tempi di macchine, scioperi, classi sociali e radicalismo in cui si formò anche il romanzo sociale ing ...continua

    La rivoluzione industriale nel Regno Unito portò oltre ai radicali cambiamenti e ai nuovi fenomeni e soggetti sociali anche una critica dell'arte e della cultura che si affaticava attorno a quei tempi di macchine, scioperi, classi sociali e radicalismo in cui si formò anche il romanzo sociale inglese. Erano gli anni difficili tra il 1840 e il '50, quando il paese sull'orlo della rivoluzione in campo letterario doveva nuovi spunti al maestro di tutti: Walter Scott. Charles Dickens ugualmente, solo si differenziava per i toni picareschi, l'ironia e un labile divisorio tra fantastico e reale che sempre lo distingueranno. Migliore narratore e il più popolare del suo tempo, esponente tanto come linea che come ideologia della nuova letteratura progressista, riusciva a scindere il romanzo dal messaggio sociale che lanciava tanto da ricoprire così una schiera di lettori a 360°. “Tempi difficili” che è un'opera della maturità riesce a smussare, ma non di molto, i difetti stilistici e quella posizione filantropica non sempre così utile né all'arte né alle cause sociali per le classi meno agiate che da sempre lo facevano sentire un “sociologo dei buoni sentimenti”. Egli, che non superò mai la condizione di esclusione toccatagli negli anni dell'infanzia, dalla classe media alla povertà, non prese mai una posizione definitiva e radicale ma di certo lo si può ritenere un nemico dei conservatori e del capitalismo anglo-olandese del tempo. In “Tempi difficili” dicevo, la sua concezione si amplia: i problemi del urbanizzazione e della città industriale in tutti i suoi capillari sono sempre più chiari, come netta sembra essere la meta e la lotta emancipatrice del proletariato. Ma i suoi limiti interpretativi della società ricadono inevitabilmente nel romanzo, non riuscendo così a dar corpo e ad illuminare la realtà che lentamente andava muovendosi trasformando le cose in un complesso groviglio di concause. E' così che l'analisi sul capitalismo resta sorprendentemente banale e il concetto dello sciopero viene descritto negativamente come un ricatto, o quasi una mancanza nei confronti dell'economia del paese. Infatti la simpatia di Dickens va ad uno dei suoi personaggi, Stephen Blackpool, che non prende parte allo sciopero e, per un'atavica propensione regressiva, si sente quasi solidale con il padrone...è la “morale del cane” fedele nonostante i maltrattamenti, che l'autore “confonde” con i suoi sentimenti, con la sua vicinanza alle anime più semplici come gli ingenui, i bambini, la gente incolta, e così via. Dickens fraintende quindi la buona volontà del singolo come soluzione dei contrasti non considerando come la lotta fra capitale e lavoro abbia ormai preso una via inconciliabile e che quel dissidio sarà sempre più fondamentale e totalizzante per le parti sociali in campo.. “Tempi difficili” sembra invece rifarsi alla tradizione evangelica del non vivere di solo pane ma sembra quasi imbarazzante in un romanzo che narra della lotta per la conquista del pane...egli sembra quasi incapace di rinunciare al tentativo di conciliare le classi sociali con la retorica patriarcale del filantropo da una parte e un paziente lavoro di riconciliazione dall'altra. Ancora è nel credo della pace sociale quando i luddisti già da tempo distruggevano i telai e gli scioperi e le agitazioni erano ovunque. Bisogna ammettere che tutti questi punti dimostrano la poca chiarezza interiore dell'autore e la scarsità di audacia nello schierarsi. Dickens , anche per ingenuità ancora non sapeva quanto la pace sociale sarebbe costata alle classi meno abbienti ma sentiva la sua incoerenza e la pagava con i suoi seri disturbi nervosi che lo consumavano giorno dopo giorno...in fin dei conti i suoi valori fondanti erano soprattutto inquiete apparenze, malgrado lui. L'era vittoriana così mimetizzata da un sorriso che è smorfia e da un buonumore che è angoscia quotidiana, permettono di fondere naturalismo e verismo, che saranno più tardi le colonne portanti delle conquiste del romanzo inglese naturalista. Tutto il romanzo moderno d'oltremanica deriva da lui ma sarà anche sempre visibile il calco della caricatura che nasconde la realtà dura e cruda. Anche in “Tempi difficili” l'arte di ricreare un ambiente, di condurre i dialoghi e di riproporre un preciso periodo storico, riporta spesso ad una sensazione teatrale, come di ombre cinesi, in cui la rappresentazione è più importante di ciò che si vuole rappresentare. Il melodramma trasforma un tema così importante e lo riduce a stereotipi. Nel romanzo le figure più attraenti sono spesso veri e propri “borderline” ma i suoi scenari da una parte non usciranno mai da un copioso romanticismo mentre nello stesso momento i cupi fumi di Londra, a guardarli bene, sono le figure dei reietti, dei malati, dei menomati dalle guerre e dalle malattie. Sarà infatti l'inaspettata durezza della trama a fare dell'opera non una delle sue migliori ma senz'altro una delle più veritiere. Come un monumentale registro si avvicina soprattutto alla vita quotidiana della classe operaia, in cui l'autore trova quasi un punto di accesso nel fantastico o nell'astratto. E' un insieme globale che ricorda Francisco Goya o, ancor di più, Otto Dix nelle sue raffigurazioni tra ricchezza e emarginazione ma con un punto in comune: le nevrosi dei “Tempi difficili”...un esempio lampante è la ripugnante e menomata moglie dell'operaio Blachpool, poichè sembrerebbe quasi che Dickens, non arrivando ad un'analisi ampia per i suoi propri limiti artistici, cerchi nella “deformazione” dei corpi e nel calvario di costoro la perdita di ogni grazia e di ogni certezza nell'industrializzazione e nella tecnologia...è quindi questa la “valvola di sfogo” in cui l'autore ,considerandosi un borghese illuminato, non si riferirà mai né prenderà spunto narrativo dalle correnti radicali dell'epoca. Per Dickens esisterà sempre il contenimento a scapito dell'istigazione e la sua ingenuità metterà quasi allo stesso piano d'intenti la borghesia illuminata e gli industriali senza scrupoli delle fabbriche inglesi. Certo che i personaggi dell'opera si colgono sempre con una chiave interpretativa simbolica dove regnano ragione e istinto: dalla contrapposizione dell'utilitarismo esasperato di Mr Gradgrind , fino a Bounderbory e alle sue menzogne al quale Dickens concede l'impunità ma lo lascia nella sua vacua esistenza, dai figli infine, la generazione futura, fallimento dell'educazione “nuova”: Tom conoscerà la malavita e la prigione, Louisa un'esistenza vuota quanto grigia. Altro personaggio da considerarne la vicenda è Sissy Jupe che ha trascorso l'infanzia in un circo e di esso se ne porta una parte nel suo essere; Mr. Grandgrind che cercherà di “modificarla” nel tempio dell'utilitarismo assaporerà definitivamente il sapore della sconfitta, delle convenzioni come dei metodi educativi della cosìdetta società civile. Essa invece, che compensa la sua ignoranza con la potente sfera della fantasia, se ad una prima lettura può sembrare una vittima delle circostanze, rappresenta invece la forza “dell'altro versante” , quello della fantasia e del fantastico...è lei che allarga la crepa dei sogni e dell'immaginario, netta contrapposizione al grigio cielo reale di Londra. L'angolazione fondamentale del romanzo , infatti, è basata sulla conoscenza e i suoi crismi: con una tendenza gnoseologica Dickens si chiede della conoscenza e del dubbio infinito su ciò che è tale e ciò che non è...sul continuo contrasto tra apparenza e realtà...è questo filone riflessivo che distingue l'opera ed è sempre in questo stato di impotenza, triplicato emotivamente dalla “conosciuta emotività”dello scrittore che si giocano umori, impressioni, sogni incubi e realtà, non riuscendo a distinguere tra la peggiore poiché, nei tempi difficili difficile è trovare qualcosa di migliore...Un romanzo amaro, in cui se alcune questioni come l'ambientazione e la decadenza forzata della povertà danno il meglio è nel suo insieme che, in maniera assai particolare e strana, Dickens non riesce a cogliere o a catturare l'insieme che fa la storia, quella con la s maiuscola...colpisce una critica, a mio avviso centrata, di Orwell: “Dickens non mostra nessuna consapevolezza del fatto che la struttura della società può essere mutata. Disprezza i politici ed è un po' ostile al movimento più carico di speranze del suo tempo, il sindacalismo. In “tempi difficili” il sindacalismo è rappresentato come qualcosa di non molto distante da un'organizzazione di violenti.” Ed è proprio così, strutturato sul genere della favola morale, il romanzo ammonisce il lettore con i metodi paternalistici, danneggiando la struttura narrativa la quale appare a mio avviso compromessa dagli stessi personaggi, più stereotipi di una “fabula” che realistici caratteri in tempi davvero difficili. Si potrebbe parlare del teatro di Dickens per capire certi meccanismi del suo raccontare, ma resterebbero concetti periferici, non così utili per capire contraddizioni e convinzioni di uno scrittore apparentemente sicuro di sé e del suo lavoro ma comunque uno tra i più importanti di terra inglese.

    ha scritto il 

  • 2

    Mah, questo libro non mi ha convinto fino in fondo e non saprei spiegare il motivo. E' il primo libro che leggo di Dickens quindi non posso pronunciarmi più di tanto sull'autore, ma ho trovato questo libro un pò sfilacciato con personaggi abbozzati e una storia poco strutturata. Così così.

    ha scritto il 

  • 5

    Questo romanzo mi ha davvero stupito. Il tema principale del libro è l'utilitarismo che si basava sui "fatti" ed escludeva l'importanza dei valori morali e spirituali, nonché delle emozioni. Alla fine del romanzo emerge un bellissimo messaggio cioè che nella vita non bisogna solo imparare ma anc ...continua

    Questo romanzo mi ha davvero stupito. Il tema principale del libro è l'utilitarismo che si basava sui "fatti" ed escludeva l'importanza dei valori morali e spirituali, nonché delle emozioni. Alla fine del romanzo emerge un bellissimo messaggio cioè che nella vita non bisogna solo imparare ma anche divertirsi.

    ha scritto il 

  • 4

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/07/11/tempi-difficili-charles-dickens/


    “Ora, quello che voglio sono Fatti. Insegnati a questi ragazze e queste ragazze Fatti e niente altro. Solo di Fatti abbiamo bisogno nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo coi Fatti si pu ...continua

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/07/11/tempi-difficili-charles-dickens/

    “Ora, quello che voglio sono Fatti. Insegnati a questi ragazze e queste ragazze Fatti e niente altro. Solo di Fatti abbiamo bisogno nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo coi Fatti si può plasmare la mente degli animali che ragionano: il resto non servirà mai loro assolutamente nulla. Questo è il principio su cui ho allevato i miei figli, e questo è il principio su cui ho allevato questi fanciulli. Tenetevi ai Fatti, signore!
    La scena si svolgeva in un’aula scolastica semplice, nuda, monotona, sepolcrale, e l’indice quadrato dell’oratore dava enfasi alle osservazioni sottolineando ogni frase con una riga sulla manica del maestro. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dal muro quadrato della fronte dell’oratore, la quale aveva le sopracciglia per base, mentre gli occhi trovavano una comoda sistemazione in due scure ed ombrose caverne che si aprivano nel muro stesso. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dalla bocca dell’oratore, larga, sottile e dura. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dalla voce dell’oratore, inflessibile, secca e dittatoriale. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dai capelli dell’oratore, che si drizzavano a un’estremità della sua testa pelata, simile a una foresta di pini destinata a proteggere la lucida superficie del cranio tutto coperto di bernoccoli come la crosta di una torta di prugne, quasi che quella testa faticasse a trovare posto per tutti i solidi fatti che doveva immagazzinare all’interno. Il contegno sostenuto dell’oratore, l’abito quadrato, le gambe quadrate, le spalle quadrate, persino la cravatta, assestata per serrarlo alla gola con una stretta affatto comoda, da quel semplice fatto che era, tutto serviva a rafforzare maggiormente l’enfasi.
    - In questa vita abbiamo bisogno di Fatti, signore, Fatti e nient’altro.
    L’oratore, il maestro e la terza persona adulta presente indietreggiarono un poco ed abbracciarono con uno sguardo il piano inclinato di piccoli vasi disposti in ordine qua e là e pronti a ricevere imperiali litri di fatti, da colmarli fino all’orlo”.
    (Charles Dickens, “Tempi difficili”, ed. Bur Rizzoli)

    Dopo aver rimandato l’incontro per oltre due decenni, mi sono finalmente deciso a incontrare Charles Dickens, autore la cui fama mi era nota, ma che, per un motivo o l’altro, non avevo mai letto. Sorvolo sulle ragioni di quest’anomalo ritardo, ragioni che non sarebbero né interessanti né utili da esporre qui, e preferisco brindare a questa nuova amicizia tra lettore e scrittore. Non ho certezze in merito, ma presumo che “Tempi difficili” sia solo il primo di una lunga serie di romanzi di Dickens che leggerò. Avevo letto che qualcuno “rimproverava” a Dickens certi tratti di sentimentalismo e una minore capacità analitica - filosofica rispetto ad altri giganti della letteratura. Può darsi che questo giudizio non sia del tutto errato, ma se è vero che le sue pagine non hanno “scavato” in me come hanno fatto altri romanzi, è anche vero che il romanzo mi è piaciuto molto, che non l’ho trovato per niente viziato da sentimentalismo, e che ne ho apprezzato l’umorismo cupo, nonché l’ironia che permea tutti i dialoghi e che smaschera l’ipocrisia dei diversi protagonisti della storia.
    “Tempi difficili”, scritto a metà dell’Ottocento, è ambientato a Coketown, una cittadina grigia, sulla quale domina una cappa di vapore, prodotto delle industrie in fase di sviluppo, abitata da una massa di persone simili nell’aspetto, anch’esse incolori, uniformate, prive di slanci. Ho parlato di umorismo perché mi sembra che questa possa essere la nota dominante del romanzo. Dickens è abile nel cogliere la “coesistenza più o meno pacifica dei contrari in tutte le cose umane, per cui si viene a scoprire il comico nel tragico e nel solenne, e il tragico e il solenne nel comico, la saggezza nella follia e viceversa”, e ce lo mostra tratteggiando personaggi molto eterogenei tra loro, ma accomunati dall’essere invischiati nel fumo e nel fango di Coketown. Una rapida panoramica ci consente di capire quali sono i bersagli che Dickens colpisce, sia pure con maggiore o minore compartecipazione umana.
    Mr. Gradgrind è un uomo “eminentemente pratico”, un apostolo dell’utilitarismo, fanatico dei Fatti, che bandisce ogni fantasia dalla propria esistenza, convinto com’è che con la Ragione si possa spiegare e dominare tutto. I suoi princìpi vuole inculcarli anche al resto del mondo, a cominciare dai suoi cinque figli. Il sig. Bounderby è, invece, un ricchissimo imprenditore - banchiere dal sorriso metallico, che rimarca in continuazione la sua origine umile, e lo fa per vantare la propria capacità di uscire dalla povertà per assurgere al suo nuovo status sociale. Stephen Blackpool è una “Mano”, così sono definiti gli operai dai loro padroni; Blackpool ha una moglie alcolizzata e prostituta, vorrebbe separarsi da lei per mettersi con Rachael e non esita a chiedere aiuto proprio a Bounderby. Non manca il sindacalista demagogo e superficiale, abile soprattutto in sermoni accattivanti ma dalla scarsa sostanza, così come non manca il politico qualunquista in cerca di consensi per il suo Partito dei Fatti. Mi fermo qui nell’esporre i personaggi, omettendo altri protagonisti e le dinamiche che li legano, non volendo rovinare la lettura a chi avesse deciso di leggere l’articolo.
    Chiudo rilevando come “Tempi difficili” si “faccia leggere” con piacere, perché è attraversato da un continuo sorriso, sia pure amaro, con il quale Dickens ci mostra come le ipocrisie e le cattiverie, così come le bellezze, non siano prerogative esclusive di una determinata classe sociale, bensì dei singoli individui. Non posso affermare adesso che la mia relazione con Dickens proseguirà nell’idillio, ma di sicuro questo romanzo è stato un ottimo approccio.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Premetto che questo è il primo romanzo di Dickens che ho letto.
    Dickens critica pesantemente la filosofia utilitaristica alla base del capitalismo borghese(rappresentato da Gradring e Bounderby).
    Questa filosofia si rivelerà totalmente inutile e Gradring sarà costretto a ricredersi po ...continua

    Premetto che questo è il primo romanzo di Dickens che ho letto.
    Dickens critica pesantemente la filosofia utilitaristica alla base del capitalismo borghese(rappresentato da Gradring e Bounderby).
    Questa filosofia si rivelerà totalmente inutile e Gradring sarà costretto a ricredersi poiché i suoi figli sovvertiranno l'educazione imposta loro e la conseguente filosofia dei"Fatti".
    Ho particolarmente apprezzato la scrittura realistica di Dickens,piena di dettagli.
    Tuttavia, nel romanzo non c'è una soluzione e,come afferma Orwell nel suo saggio,D. ha una concezione alquanto filo-capitalista poiché egli si limita solo a denunciare la situazione,criticando il sindacato(incarnato nella figura di Slackbridge)con tratti grotteschi e ironici.

    ha scritto il 

  • 4

    Charles, a chi lo dici!

    Splendido romanzo sociale. Io da capra ignorante quale sono non avevo mai letto niente di Charles Dickens e ho ritenuto non essere degna di partire con uno delle sue più classiche opere. Questo romanzo sebbene sia ambientato nell'Inghilterra della rivoluzione industriale, è talmente attuale da es ...continua

    Splendido romanzo sociale. Io da capra ignorante quale sono non avevo mai letto niente di Charles Dickens e ho ritenuto non essere degna di partire con uno delle sue più classiche opere. Questo romanzo sebbene sia ambientato nell'Inghilterra della rivoluzione industriale, è talmente attuale da essere illuminante. Parla del conflitto sociale, ma non vi è traccia di rivolta sociale. Parla di logiche utilitaristiche al servizio della repressione del libero pensiero e dell'autodeterminazione degli individui. La visione della realtà da parte delle due classi sociali rappresentate è il frutto dell'imposizione di un paradigma che, appunto, è quello utilitarista. Anche oggi se ci pensiamo non è tanto diverso. Per questo Dickens è un autore che non può rimanere nell'epoca in cui è vissuto ma che, come ogni grande artista, supera tali confini per essere sempre in grado di parlare ad orecchie di ogni periodo storico.

    ha scritto il 

  • 4

    Quanto mi piace 'sto scrittore! Però...

    Ottimo Dickens, come sempre, ma stavolta un’osservazione critica voglio farla. Anzitutto, benché si legga con grande piacere – cosa nient’affatto sorprendente per chi lo conosce – si ha la sensazione che, rispetto al respiro che avrebbe potuto avere, qui e lì il romanzo sia stato leggermente “com ...continua

    Ottimo Dickens, come sempre, ma stavolta un’osservazione critica voglio farla. Anzitutto, benché si legga con grande piacere – cosa nient’affatto sorprendente per chi lo conosce – si ha la sensazione che, rispetto al respiro che avrebbe potuto avere, qui e lì il romanzo sia stato leggermente “compresso”. È verosimile che all’epoca Dickens avesse avuto bisogno di chiuderlo in fretta.
    A ogni modo – sorvolando sui consueti elogi e su quanto mi piaccia la narrativa ottocentesca – leggo sulle quarte di copertina che Hard Times fu concepito da Dickens come una critica dell’utilitarismo. Darò per scontato che sia così, benché personalmente abbia contato il termine non più di una volta. Se è così, mi sembra che Dickens dell’utilitarismo non abbia capito molto. Non mi sembra che la morale utilitaristica implichi la grettezza, l’indifferenza per la natura umana, direi quasi la mancanza di scrupoli che ci vede Dickens. È come se lui mettesse in campo un miscuglio di pseudo-utilitarismo, capitalismo e positivismo nella sua deriva più arida, producendo un risultato di sicuro effetto narrativo ma che storicamente mi sembra privo di riscontro. Fortunatamente dopo qualche anno ci avrebbe pensato J. S. Mill – con Utilitarianism (1861) e soprattutto con On Liberty (1859) – a mostrare che l’utilitarismo poteva portare a esiti del tutto diversi.

    ha scritto il 

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