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Tempi difficili

By Charles Dickens

(73)

| Mass Market Paperback | 9788854120334

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Book Description

Scritto intorno alla metà dell’Ottocento, Hard Times è uno dei romanzi più rappresentativi dei poderosi cambiamenti nel modo di produrre e di lavorare che vanno sotto il nome di rivoluzione industriale. Esso pone al centro di uno sfaccettato i Continue

Scritto intorno alla metà dell’Ottocento, Hard Times è uno dei romanzi più rappresentativi dei poderosi cambiamenti nel modo di produrre e di lavorare che vanno sotto il nome di rivoluzione industriale. Esso pone al centro di uno sfaccettato intreccio narrativo la vita di patimenti e di impotente ribellione di due operai, Stephen e Rachael, non più giovanissimi. La loro vita non-vita si consuma nella simbolica Coketown, una città fittizia dietro la quale occorre individuare però Preston, vicino Manchester, colta in un momento storicosociale determinato, quello dei drammatici scioperi che vi ebbero luogo tra il 1853 e il 1854. Ma la rivoluzione industriale, di cui l’Inghilterra è protagonista e punta avanzata, non si limita alle modalità di produzione: i suoi effetti investono il modo di abitare e di divertirsi, di amare, di pensare, di educare, di organizzare e articolare lo Stato. In Hard Times, sullo sfondo ideologico dell’epoca (dall’utilitarismo, al pragmatismo, al liberalismo), si snoda così la vita dell’educatore Gradgrind e della sua famiglia, del banchiere e industriale Bounderby, dell’aristocratico e cinico Harthouse, e di Sissy e Sleary, appartenenti al mondo contrapposto ed emarginato del circo.

«Oberato da tali pensieri, fino al punto da avere la terribile sensazione di non riuscire più a contenerli, di trovarsi in una qualche nuova e corrotta relazione con le cose tra le quali passava e di vedere tingersi di rosso l’alone nebbioso d’ogni lampione, Stephen tornò a casa per trovarvi riparo.»

108 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/07/11/tempi-dif… “Ora, quello che voglio sono Fatti. Insegnati a questi ragazze e queste ragazze Fatti e niente altro. Solo di Fatti abbiamo bisogno nella vita. Non piantate altro e sradi ...(continue)

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/07/11/tempi-dif…

    “Ora, quello che voglio sono Fatti. Insegnati a questi ragazze e queste ragazze Fatti e niente altro. Solo di Fatti abbiamo bisogno nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo coi Fatti si può plasmare la mente degli animali che ragionano: il resto non servirà mai loro assolutamente nulla. Questo è il principio su cui ho allevato i miei figli, e questo è il principio su cui ho allevato questi fanciulli. Tenetevi ai Fatti, signore!
    La scena si svolgeva in un’aula scolastica semplice, nuda, monotona, sepolcrale, e l’indice quadrato dell’oratore dava enfasi alle osservazioni sottolineando ogni frase con una riga sulla manica del maestro. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dal muro quadrato della fronte dell’oratore, la quale aveva le sopracciglia per base, mentre gli occhi trovavano una comoda sistemazione in due scure ed ombrose caverne che si aprivano nel muro stesso. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dalla bocca dell’oratore, larga, sottile e dura. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dalla voce dell’oratore, inflessibile, secca e dittatoriale. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dai capelli dell’oratore, che si drizzavano a un’estremità della sua testa pelata, simile a una foresta di pini destinata a proteggere la lucida superficie del cranio tutto coperto di bernoccoli come la crosta di una torta di prugne, quasi che quella testa faticasse a trovare posto per tutti i solidi fatti che doveva immagazzinare all’interno. Il contegno sostenuto dell’oratore, l’abito quadrato, le gambe quadrate, le spalle quadrate, persino la cravatta, assestata per serrarlo alla gola con una stretta affatto comoda, da quel semplice fatto che era, tutto serviva a rafforzare maggiormente l’enfasi.
    - In questa vita abbiamo bisogno di Fatti, signore, Fatti e nient’altro.
    L’oratore, il maestro e la terza persona adulta presente indietreggiarono un poco ed abbracciarono con uno sguardo il piano inclinato di piccoli vasi disposti in ordine qua e là e pronti a ricevere imperiali litri di fatti, da colmarli fino all’orlo”.
    (Charles Dickens, “Tempi difficili”, ed. Bur Rizzoli)

    Dopo aver rimandato l’incontro per oltre due decenni, mi sono finalmente deciso a incontrare Charles Dickens, autore la cui fama mi era nota, ma che, per un motivo o l’altro, non avevo mai letto. Sorvolo sulle ragioni di quest’anomalo ritardo, ragioni che non sarebbero né interessanti né utili da esporre qui, e preferisco brindare a questa nuova amicizia tra lettore e scrittore. Non ho certezze in merito, ma presumo che “Tempi difficili” sia solo il primo di una lunga serie di romanzi di Dickens che leggerò. Avevo letto che qualcuno “rimproverava” a Dickens certi tratti di sentimentalismo e una minore capacità analitica - filosofica rispetto ad altri giganti della letteratura. Può darsi che questo giudizio non sia del tutto errato, ma se è vero che le sue pagine non hanno “scavato” in me come hanno fatto altri romanzi, è anche vero che il romanzo mi è piaciuto molto, che non l’ho trovato per niente viziato da sentimentalismo, e che ne ho apprezzato l’umorismo cupo, nonché l’ironia che permea tutti i dialoghi e che smaschera l’ipocrisia dei diversi protagonisti della storia.
    “Tempi difficili”, scritto a metà dell’Ottocento, è ambientato a Coketown, una cittadina grigia, sulla quale domina una cappa di vapore, prodotto delle industrie in fase di sviluppo, abitata da una massa di persone simili nell’aspetto, anch’esse incolori, uniformate, prive di slanci. Ho parlato di umorismo perché mi sembra che questa possa essere la nota dominante del romanzo. Dickens è abile nel cogliere la “coesistenza più o meno pacifica dei contrari in tutte le cose umane, per cui si viene a scoprire il comico nel tragico e nel solenne, e il tragico e il solenne nel comico, la saggezza nella follia e viceversa”, e ce lo mostra tratteggiando personaggi molto eterogenei tra loro, ma accomunati dall’essere invischiati nel fumo e nel fango di Coketown. Una rapida panoramica ci consente di capire quali sono i bersagli che Dickens colpisce, sia pure con maggiore o minore compartecipazione umana.
    Mr. Gradgrind è un uomo “eminentemente pratico”, un apostolo dell’utilitarismo, fanatico dei Fatti, che bandisce ogni fantasia dalla propria esistenza, convinto com’è che con la Ragione si possa spiegare e dominare tutto. I suoi princìpi vuole inculcarli anche al resto del mondo, a cominciare dai suoi cinque figli. Il sig. Bounderby è, invece, un ricchissimo imprenditore - banchiere dal sorriso metallico, che rimarca in continuazione la sua origine umile, e lo fa per vantare la propria capacità di uscire dalla povertà per assurgere al suo nuovo status sociale. Stephen Blackpool è una “Mano”, così sono definiti gli operai dai loro padroni; Blackpool ha una moglie alcolizzata e prostituta, vorrebbe separarsi da lei per mettersi con Rachael e non esita a chiedere aiuto proprio a Bounderby. Non manca il sindacalista demagogo e superficiale, abile soprattutto in sermoni accattivanti ma dalla scarsa sostanza, così come non manca il politico qualunquista in cerca di consensi per il suo Partito dei Fatti. Mi fermo qui nell’esporre i personaggi, omettendo altri protagonisti e le dinamiche che li legano, non volendo rovinare la lettura a chi avesse deciso di leggere l’articolo.
    Chiudo rilevando come “Tempi difficili” si “faccia leggere” con piacere, perché è attraversato da un continuo sorriso, sia pure amaro, con il quale Dickens ci mostra come le ipocrisie e le cattiverie, così come le bellezze, non siano prerogative esclusive di una determinata classe sociale, bensì dei singoli individui. Non posso affermare adesso che la mia relazione con Dickens proseguirà nell’idillio, ma di sicuro questo romanzo è stato un ottimo approccio.

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    Sisifo77 said on Jul 11, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    *** This comment contains spoilers! ***

    Premetto che questo è il primo romanzo di Dickens che ho letto.
    Dickens critica pesantemente la filosofia utilitaristica alla base del capitalismo borghese(rappresentato da Gradring e Bounderby).
    Questa filosofia si rivelerà totalmente inutile e Grad ...(continue)

    Premetto che questo è il primo romanzo di Dickens che ho letto.
    Dickens critica pesantemente la filosofia utilitaristica alla base del capitalismo borghese(rappresentato da Gradring e Bounderby).
    Questa filosofia si rivelerà totalmente inutile e Gradring sarà costretto a ricredersi poiché i suoi figli sovvertiranno l'educazione imposta loro e la conseguente filosofia dei"Fatti".
    Ho particolarmente apprezzato la scrittura realistica di Dickens,piena di dettagli.
    Tuttavia, nel romanzo non c'è una soluzione e,come afferma Orwell nel suo saggio,D. ha una concezione alquanto filo-capitalista poiché egli si limita solo a denunciare la situazione,criticando il sindacato(incarnato nella figura di Slackbridge)con tratti grotteschi e ironici.

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    Thabità said on Apr 26, 2014 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    Charles, a chi lo dici!

    Splendido romanzo sociale. Io da capra ignorante quale sono non avevo mai letto niente di Charles Dickens e ho ritenuto non essere degna di partire con uno delle sue più classiche opere. Questo romanzo sebbene sia ambientato nell'Inghilterra della ri ...(continue)

    Splendido romanzo sociale. Io da capra ignorante quale sono non avevo mai letto niente di Charles Dickens e ho ritenuto non essere degna di partire con uno delle sue più classiche opere. Questo romanzo sebbene sia ambientato nell'Inghilterra della rivoluzione industriale, è talmente attuale da essere illuminante. Parla del conflitto sociale, ma non vi è traccia di rivolta sociale. Parla di logiche utilitaristiche al servizio della repressione del libero pensiero e dell'autodeterminazione degli individui. La visione della realtà da parte delle due classi sociali rappresentate è il frutto dell'imposizione di un paradigma che, appunto, è quello utilitarista. Anche oggi se ci pensiamo non è tanto diverso. Per questo Dickens è un autore che non può rimanere nell'epoca in cui è vissuto ma che, come ogni grande artista, supera tali confini per essere sempre in grado di parlare ad orecchie di ogni periodo storico.

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    Cristina Pascucci said on Mar 4, 2014 | 1 feedback

  • 3 people find this helpful

    Quanto mi piace 'sto scrittore! Però...

    Ottimo Dickens, come sempre, ma stavolta un’osservazione critica voglio farla. Anzitutto, benché si legga con grande piacere – cosa nient’affatto sorprendente per chi lo conosce – si ha la sensazione che, rispetto al respiro che avrebbe potuto avere, ...(continue)

    Ottimo Dickens, come sempre, ma stavolta un’osservazione critica voglio farla. Anzitutto, benché si legga con grande piacere – cosa nient’affatto sorprendente per chi lo conosce – si ha la sensazione che, rispetto al respiro che avrebbe potuto avere, qui e lì il romanzo sia stato leggermente “compresso”. È verosimile che all’epoca Dickens avesse avuto bisogno di chiuderlo in fretta.
    A ogni modo – sorvolando sui consueti elogi e su quanto mi piaccia la narrativa ottocentesca – leggo sulle quarte di copertina che Hard Times fu concepito da Dickens come una critica dell’utilitarismo. Darò per scontato che sia così, benché personalmente abbia contato il termine non più di una volta. Se è così, mi sembra che Dickens dell’utilitarismo non abbia capito molto. Non mi sembra che la morale utilitaristica implichi la grettezza, l’indifferenza per la natura umana, direi quasi la mancanza di scrupoli che ci vede Dickens. È come se lui mettesse in campo un miscuglio di pseudo-utilitarismo, capitalismo e positivismo nella sua deriva più arida, producendo un risultato di sicuro effetto narrativo ma che storicamente mi sembra privo di riscontro. Fortunatamente dopo qualche anno ci avrebbe pensato J. S. Mill – con Utilitarianism (1861) e soprattutto con On Liberty (1859) – a mostrare che l’utilitarismo poteva portare a esiti del tutto diversi.

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    pempi said on Oct 20, 2013 | 4 feedbacks

  • 7 people find this helpful

    Per tutti i tempi

    Ne avevo sempre sentito parlare con freddezza, ma questo romanzo si è rivelato il migliore che ho letto di Dickens dopo Canto di Natale e David Copperfield!Decisamente breve rispetto al consueto standard dickensiano, è anche più lineare e coerente: s ...(continue)

    Ne avevo sempre sentito parlare con freddezza, ma questo romanzo si è rivelato il migliore che ho letto di Dickens dopo Canto di Natale e David Copperfield!Decisamente breve rispetto al consueto standard dickensiano, è anche più lineare e coerente: segue le vicende di un numero ristretto di personaggi ben caratterizzati, tra cui spicca Louisa Grangrind(forse la prima donna dickensiana in cui mi sono imbattuta che si discosta dal solito clichè di bontà angelica e ha una personalità più sfaccettata) senza perdersi troppo in trame e sottotrame infarcite di personaggi secondari. Inoltre la critica alla visione del mondo arida e materialista che vigeva all'epoca, e che non possiamo certo dire si sia estinta, è estremamente attuale...

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    Angiemela said on Oct 17, 2013 | 1 feedback

  • 1 person finds this helpful

    Sissy

    Porterò per sempre nel cuore il personaggio di Cecily Jupe.

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    writerlaury said on Oct 13, 2013 | Add your feedback

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