Tempo di uccidere

Di

Editore: longanesi & c.

4.0
(1117)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 256 | Formato: Paperback

Isbn-10: A000039112 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
il primo vero capolavoro del dopoguerra letterario italiano: le vicende di un nostro ufficiale che non vorrebbe nè uccidere nè morire.
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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

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    Un capolavoro d’incastri, di sassolini lasciati per strada e poi ripresi. Una struttura mirabile (peccato per l’ultimo capitolo, ma di quello parlerò dopo), dove tutto regge e si sostiene vicendevolme ...continua

    Un capolavoro d’incastri, di sassolini lasciati per strada e poi ripresi. Una struttura mirabile (peccato per l’ultimo capitolo, ma di quello parlerò dopo), dove tutto regge e si sostiene vicendevolmente senza una vera e propria ossatura portante se non quell’andare senza senso in un’Africa rappresentata come un luogo irreale. E con il continuo pensiero di uccidere.
    Vuole uccidere tutti, il tenente di cui non sapremo mai il nome, dapprima Mariam, poi il dottore, poi il maggiore, infine Johannes e persino il piccolo Elias. Un desiderio distruttivo per liberarsi dalla paura di essere accusato di omicidio e poi condannato. O forse, un bisogno di distruggersi per scuotersi dall’indifferenza e dall’apatia a cui la vita del campo l’hanno condannato.

    Si trova, il tenente, in Abissinia durante la campagna fascista del 1936. Il caso – assurdo e indifferente e innocente come tutti i casi – lo porta a perdersi mentre, durante una breve licenza, va alla ricerca di un dentista. E’ il caso, quindi (il poco eroico mal di denti) che fa cercare al tenente una scorciatoia indicatagli da un giovane zelante soldato, e che lo fa perdere nella boscaglia, sino ad incontrare Mariam, che si sta lavando, nuda, in una pozza. Dopo la prima idea di chiedere la strada per l’altopiano alla donna e poi di andarsene, il tenente deciderà di pretenderne i favori. Questa sua decisione, come tutte le altre che prenderà lungo il romanzo, non sono dettate da chiare motivazioni, se non, forse, come ho detto prima, dal desiderio di scuotersi dall’apatia abulica e dalla morte sonnolenta della vita al campo. La donna lo allontana, seria, ma senza particolare rabbia, e alla fine giaceranno insieme. Di nuovo il caso, e il sassolino lasciato da Flaiano. La donna porta sui capelli un turbante bianco. Apparirà molto più tardi, in testa ad altre donne, un turbante simile, e il tenente scoprirà che è sinonimo di lebbra. Chi lo porta è un appestato, un intoccabile..

    Giace con la donna, il tenente, e di nuovo pensa di andarsene e di lasciarla, e di nuovo resterà con lei anche quella notte, così come resterà poi a lungo con Johannes, forse il padre di Mariam, che incontrerà in uno sperduto villaggio dove il vecchio vive ormai solo con i suoi morti.
    Poi, di nuovo il caso. Mentre lui e la donna giacciono abbracciati, l’ombra furtiva di qualcosa (una bestia feroce, forse), si avvicina al fuoco. Il tenente spara, e una pallottola colpirà gravemente Mariam. Ed ecco di nuovo il tormentarsi dell’uomo sulle decisioni da prendere: correre di notte, al buio, con le fiere spaventose che possono aggirarsi nella boscaglia a chiedere aiuto chissà dove e chissà a chi, o restare accanto alla donna morente? Infine, l’unica scelta che il tenente riterrà possibile: uccidere Mariam, nasconderne il corpo, evitare così possibili denunce ed arresti.
    Da qui, la sua odissea, fisica ed emotiva: vagherà a lungo per quell’angolo remoto di mondo, dove l’Africa non è più Africa ma un posto indeterminato che si fa metafora; incontrerà vari personaggi, penserà sempre e solo che possano sospettare di lui, e sempre desidererà ucciderli.

    Romanzo splendido, scritto in modo magistrale, dove la tensione dell’attesa del castigo, o forse del suo desiderio, mettono in continua tensione il lettore (il pensiero a Delitto e castigo di Dostoevskij mi è venuto spontaneo, oltre che a “Lo straniero” di Camus a cui molti hanno fatto riferimento per l’atmosfera esistenzialista, il non senso e l’apatia che percorrono il libro). Tutti i personaggi sono vividi e vivi, uno più incisivo dell’altro - di ognuno si ricorda un particolare, un sorriso, una frase, il carattere o lo sguardo, come la splendida figura di Johannes, ma anche il maggiore, e il piccolo Elias, e la stessa Mariam.
    Tempo di uccidere poteva essere un capolavoro se non fosse stato per quell’unico neo dell’ultimo capitolo, dove il tenente, assieme a un suo amico sottufficiale, fa un lungo excursus sugli avvenimenti capitatigli analizzando tutti e vari perché e percome, le diverse possibilità che avrebbero potuto essere “se”, le motivazioni degli atteggiamenti altrui, in un tentativo di chiarire dei lati oscuri che forse sarebbe stato meglio lasciare vaghi , invece “ha dovuto scrivere un ultimo capitolo per chiudere i buchi che le troppe combinazioni, simmetrie, coincidenze, avevano finito con l’aprire”.cit.
    Ma d’altra parte sono convinta che ogni romanzo non può che rischiare la perfezione, con la tenace speranza di non raggiungerla mai.

    ha scritto il 

  • 5

    C'è ben poco da "dire" su questo libro, va soltanto LETTO! E possibilmente tutto d'un fiato! Cosa che, per altro, viene anche decisamente facile data la maestria con la quale è stato scritto. Ad ogni ...continua

    C'è ben poco da "dire" su questo libro, va soltanto LETTO! E possibilmente tutto d'un fiato! Cosa che, per altro, viene anche decisamente facile data la maestria con la quale è stato scritto. Ad ogni pagina sfogliata tenti di ripeterti “Ok, un capitolo ancora e poi chiudo" ma poi non ce la fate! Anche quando gli occhi vi si chiudono per il sonno e la testa vi gira per la stanchezza, anche quando le lancette dell’orologio procedono inesorabili nella loro folle corsa in avanti e il pensiero dell’appuntamento che vi attende vi fa storcere il naso di stizza, si rimane là, appiccicati, come una mosca alla carta moschicida (facendo inesorabilmente tardi all’appuntamento!). Non stupisce il fatto che Flaiano, sia stato lo sceneggiatore di alcuni enormi registi italiani come Fellini e Monicelli. Le immagini descritte si dipanano davanti agli occhi del lettore come i frame avvincenti di un film d'avventura. Tante le sterzate...e le sferzate! E una suspence che si taglia col coltello dosata ad arte. Più di una lettura; direi proprio che si tratti di “un’esperienza”. Grande Flaiano!

    ha scritto il 

  • 5

    Misero me, brindo alla morte.

    Proprio come Flaiano, mio nonno andò in Etiopia, sbarcò a Porto Said, partecipò all'occupazione, ebbe un incidente, scrisse un diario e tornò. Prevedibilmente, il diario tradisce un "uomo del suo temp ...continua

    Proprio come Flaiano, mio nonno andò in Etiopia, sbarcò a Porto Said, partecipò all'occupazione, ebbe un incidente, scrisse un diario e tornò. Prevedibilmente, il diario tradisce un "uomo del suo tempo": suona retorico quanto un proclama di Mussolini e roboante come un’esternazione di D’Annunzio. Grottescamente fuori luogo, per il diario di uno spedito in Etiopia a morire di noia e di caldo. A chiudere un’infinita serie di tramonti, serate amichevoli, guardie inutili, considerazioni sulla superiorità della civiltà occidentale e aneddoti curiosi, c’è un brano surreale non privo di un certo magnetismo persuasivo. In esso il nonno si dipinge come l’eroe italico che torna a testa alta dopo aver offerto la propria vita sull’altare della Patria e che orgogliosamente pretende il saluto e il rispetto dei suoi connazionali. Può darsi che abbia copiato il brano da un reportage propagandistico, ma non escludo l’abbia scritto lui. Poco cambia: quel finale tradisce l’inconfessabile delusione di essere andato in Abissinia -di essere inviato in Abissinia dalla sua veneratissima Patria, solo per giocare a carte e bere con gli amici. Per due anni. Con la moglie incinta a casa e le vigne abbandonate a un estraneo. Se portò a casa delle cicatrici fu per un incidente stradale di cui non ha mai raccontato molto. Sospetto che non fosse una missione di vitale importanza.
    Quando mio nonno, di punto in bianco, prende a parlare di Patria, sofferenze, Onore e Orgoglio, sta (inconsapevolmente?) indorando e giustificando la gita in Abissinia. Vai in Africa 2 anni e al ritorno non puoi dire che hai passato il tempo a dormire, fare guardie o lavori inutili, andare a donne e giocare a carte.

    Quindi le vicende di mio nonno e del protagonista del romanzo sono quasi speculari: tanto caldo, due risate coi commilitoni, un po’ di lavoro inutile e uno sfortunato incidente fuori dalle ore di servizio. Flaiano non prova neanche a costruire un’epica sul nulla, intuendo che il contesto si presta più a un racconto esistenziale. Fa del protagonista un giovane ufficiale non particolarmente brillante. Buona istruzione, poco carattere, subisce gli eventi e i capricci del caso: una carie dolorosa lo costringe a chiedere una licenza per cercare un dentista; un soldato lo accompagna in furgone ma escono di strada; i soccorsi tardano e lui decide di procedere a piedi; sbaglia strada a un crocicchio perché una carcassa copre un’indicazione; si imbatte in un’etiope e tenta goffamente di concupirla; di notte, crede di sentire uno sciacallo e spara, ma ferisce la donna. E così via, di male in peggio. Un incubo in prima persona nella mente alterata del protagonista, che è goffo, privo di carattere eppure pronto ad ogni miseria pur di venirne fuori. Naturalmente non fa che affondare sempre di più; naturalmente è ancora una volta il caso a decidere che si salverà. Ma dopo 400 pagine, sappiamo che il salvataggio è solo apparente, e che Mariam lo tormenterà per il resto della vita.

    ha scritto il 

  • 0

    Ecco, non potevo disconoscere che i miei argomenti erano meschini, ma erano quelli; e proprio la loro meschinità me li faceva apparire assai forti. Un processo, una licenza revocata, lo scandalo. Ma ...continua

    Ecco, non potevo disconoscere che i miei argomenti erano meschini, ma erano quelli; e proprio la loro meschinità me li faceva apparire assai forti. Un processo, una licenza revocata, lo scandalo. Ma dovevo dunque temere lo scandalo? Non avevo ancora pensato a Lei.

    Non servirà al tenente pensare a Lei.
    Il gorgo in cui la paura di essere scoperto, e tutti gli eventi che si susseguiranno ad aggravare la sua situazione emotiva fino al pluf del nulla è successo – gli eserciti occupanti sono impuniti, in ogni dove e in ogni tempo – non mi rendono il tenente simpatico.
    Nessuna pietà nonostante il suo “dramma”.

    “Nella figura del giovane ufficiale italiano, come nell’avventura di cui è protagonista, non vi è nulla di eccezionale, anzi all’origine vi è la banalità più assoluta: un mal di denti e un viaggio da compiere alla ricerca di un dentista.”
    Questo si dice nella postfazione, ricordando quanto sia stato antieroico il protagonista del personaggio di Flaiano, nel 1947, quando ricordare della guerra in Abissinia, dopo il baratro del secondo conflitto mondiale, poteva essere considerato assai sconveniente.

    La banalità più assoluta, la banalità del male.
    Un’insofferenza esagerata ho provato nei confronti dell’egoismo dell’anonimo tenente e del suo dramma.
    Il dramma è semmai per il corpo della giovane etiope su cui il vecchio non potrà vegliare.
    Il dramma è per la distinzione tra Lei e le altre, che “Quando scopriranno il Tempo, “ dissi “diverranno come tutte le ragazze di questo mondo, ma di un genere inferiore, molto inferiore. Ora mi divertono,” aggiunsi “perché sanno perdere tempo, proprio come gli alberi e gli animali.".
    Il dramma è pensare ad uno scalcagnato ufficiale battere il bastone o il frustino contro la gamba per intimorire un altro uomo.
    Il dramma è scrivere nelle lettere a Lei “di un bimbo che avremmo atteso e portato avanti nella vita” e scacciarne un altro come un cane pulcioso.

    Non c’è paura che giustifichi la rinuncia alla dignità.
    Che orrore l'umanità piccola piccola, meschina, dentro e fuori la guerra.

    [Mai dovrebbe essere tempo di uccidere.]

    ha scritto il 

  • 4

    "Lei forse conosceva tutti i segreti che io avevo rifiutato senza nemmeno approfondire, come una misera eredità, per accontentarmi di verità noiose e conclamate. Io cercavo la sapienza nei libri e lei ...continua

    "Lei forse conosceva tutti i segreti che io avevo rifiutato senza nemmeno approfondire, come una misera eredità, per accontentarmi di verità noiose e conclamate. Io cercavo la sapienza nei libri e lei la possedeva negli occhi, che mi guardavano da duemila anni, come la luce delle stelle che tanto impiega per essere da noi percepita." (p. 21)

    ha scritto il 

  • 3

    Ingredienti: un militare a spasso per la boscaglia d'Etiopia, animali e indigeni come sfondi quasi immobili del paesaggio, un male fisico che sembra contagiare l'anima, una serie di eventi che partono ...continua

    Ingredienti: un militare a spasso per la boscaglia d'Etiopia, animali e indigeni come sfondi quasi immobili del paesaggio, un male fisico che sembra contagiare l'anima, una serie di eventi che partono dalla noia, sfiorano la tragedia e terminano in farsa.
    Consigliato: a chi vuol esplorare sentieri già battuti da "Lo straniero" con una storia degna del primo premio Strega, a chi vuol osservare le volontarie conseguenze macroscopiche di un microscopico e involontario errore.

    ha scritto il 

  • 4

    Lo spazio e il tempo in cui si ambienta questo romanzo (rispettivamente l'Abissinia di fascista memoria e gli anni 30 della campagna coloniale italiana, appunto) sono del tutto ininfluenti; così come ...continua

    Lo spazio e il tempo in cui si ambienta questo romanzo (rispettivamente l'Abissinia di fascista memoria e gli anni 30 della campagna coloniale italiana, appunto) sono del tutto ininfluenti; così come gli accadimenti che si snodano lungo le pagine sono mere circostanze fortuite, tutt'altro che determinate da uno di quei protagonisti-eroi.

    Infatti il giovane ufficiale voce narrante della vicenda, rimane a poco a poco sempre più invischiato nella totale casualità delle vicende che vive, imprigionandosi da solo nelle angosciose sabbie mobili del volervi leggere un destino.

    Il romanzo è quindi completamente costituito del suo tormento interiore, reso da Flaiano con una straordinaria abilità stilistica, che mantiene costantemente la narrazione in atmosfere che si fanno da vagamente oniriche a sempre più deliranti e allucinate mano a mano che gli eventi precipitano, fino a stagnare in una rassegnata e inconcludente paranoia e sfociare infine in una provvida e meschina redenzione.

    "Tempo di uccidere" ci mette di fronte a quello che ognuno di noi è e che non ci piace ammettere: uomini che si disperano per i propri drammi senza saper compiere scelte influenti e che si perdonano con disarmante facilità una volta che è passata fortuitamente la tempesta.

    Per questo forse non vedi l'ora di giungere alla fine di questo romanzo magistralmente scritto, e uscire finalmente dalla melma dei tormenti del tenente, così angosciosamente umana.

    ha scritto il 

  • 2

    Meglio i nuovi - 11 dic 16

    Unico libro scritto dal mago della penna di Pescara, che preferiva (ed io con lui, di quello che ho letto) l’aforisma, la corta battuta, al massimo l’elzeviro. Come dimenticare la caustica brevità di ...continua

    Unico libro scritto dal mago della penna di Pescara, che preferiva (ed io con lui, di quello che ho letto) l’aforisma, la corta battuta, al massimo l’elzeviro. Come dimenticare la caustica brevità di “Si arriva a una certa età nella vita e ci si accorge che i momenti migliori li abbiamo avuti per sbaglio. Non erano diretti a noi.” (dal “Diario degli errori”) o di “La stupidità degli altri mi affascina ma preferisco la mia.” (dal “Frasario per passare inosservati in società”). O meglio ancora quando si nascondeva dietro un regista per stendere una sceneggiatura (come dimenticare la collaborazione con Fellini in “La dolce vita” o in “8 e ½”?). Ma qui siamo di fronte al suo unico romanzo e di questo vogliamo parlare. Romanzo strano, complesso nella genesi, fulminante nella riuscita. Dopo aver scritto brevi racconti sulla sua esperienza di guerra africana, viene stimolato dall’amico Leo Longanesi a raccordarli in una trama unica, ed a farne un libro. Con l’idea, visto che Flaiano era già discretamente noto per scritti su vati giornali e riviste, di usarlo per lanciare un premio letterario che nasce proprio all’uscita del libro. E che viene vinto proprio da Flaiano con questo libro pubblicato da … Longanesi. Torniamo allora al testo. Un libro sulla guerra, ed in particolare sulla guerra di conquista in Etiopia, quella del 1936, quella della fondazione dell’Impero, secondo Mussolini. Un libro però in cui non si parla direttamente della guerra (o se ne parla poco e di sfuggita). La guerra c’è, ci sono morti, odi, attacchi narrati, ed altro. Ma mai direttamente. Si vede più il quotidiano del protagonista, con tutte le sue avventure, con tutte le sue peregrinazioni mentali che lo postano spesso e volentieri fuori dal seminato. Mi ha ricordato talvolta il film di Scola “Il mondo nuovo” (che spero avrete visto, un film fondamentale per leggere la Storia dalla parte della storia). Pur partendo dalla propria esperienza etiopica, e dai brevi racconti che ne aveva già tratto, quando si avventura nel complesso del romanzo, il tutto viene avvolto da un’atmosfera surreale, da una concatenazione di eventi che rischia di travolgere il protagonista (e forse lo fa). Tutto comincia con un mal di denti che il nostro soldato, anzi tenente, vuole curare. Per questo chiede una mini-licenza per andare da un dentista normale e non dal cavadenti della compagnia. Durante il viaggio, rallentato da camion che saltano in aria ed altre vicissitudini simili dovute alla guerra in corso, decide di proseguire a piedi. In una valle, di una calma altrettanto surreale, incontra una donna bellissima con un turbante bianco in testa. Dato che, come diceva Villaggio in “Carlo Martello”, “più che l’onor poté il digiuno”, sappiamo come va a finire. Ma nella notte africana, riposando accanto alla bella, sente i rumori che tutti noi, passati per il continente nero, abbiamo imparato a sentire. Ha paura, spara, ed una pallottola vagante accidentalmente uccide la donna. Qui cominciano le “follie” del nostro. Seppellisce la donna, fugge, comincia a sentire male ad una mano, viene informato che le donne con turbante bianco sono bandite dai villaggi in quanto portatrici di lebbra, si convince che ha la lebbra lui stesso. Cerca di farsi curare da un medico senza scoprirsi, ha paura della reazione di questo, gli spara ma lo manca. Continua a fuggire raggiungendo Massaua, dove pensa di potersi imbarcare clandestinamente per l’Italia. Ma non ha i soldi, si lega ad un maggiore che si sta arricchendo con traffici illegali, lo deruba, e tenta di uccidere anche lui (togliendo i bulloni ad una ruota del camion). Il tenente continua ad accumulare paure: che si trovi il cadavere dell’africana, che il dottore ed il maggiore lo denuncino, che abbia seriamente la lebbra. Si rifugia allora nel bosco, presso il nero Johannes, che, dopo lunghi momenti di reciproca insofferenza (muta che nessuno parla la lingua dell’altro) arrivano ad una convivenza (quasi) pacifica. Tanto che Johannes lo cura, ed una volta guarito e stanco, il nostro eroe decide di tornare al comando per costituirsi. Ma dove scopre che nessuno lo ha denunciato, che la licenza non è scaduta, e che potrà tornare in Italia e riabbracciare la moglie. Sostenuto da lirismo surreale nella prima parte (stupenda la scena in cui il tenente mette una sigaretta in bocca ad un caimano), ad un certo punto Flaiano si rende conto che non può continuare ad accumulare storie su storie e deve avviarsi verso la fine. Scendendo dal surreale al reale si perde di slancio, di compattezza, e tutta la parte in cui l’antagonista non è più il tenente con sé stesso, ma si presenta nel nero Johannes, la trovo lenta e poco felice. Per questo non sono stato soddisfatto della lettura di pancia. Rimane quella di testa, rimane un libro che deve essere letto se si vuole entrare nei meandri di un’epoca che spesso viene poco seguita in libri e testi e romanzi ed altro. Ma un voto di testa a me non basta per arrivare ad una piena sufficienza. Mi dispiace per Flaiano, e tornerò a rileggere (e lo consiglio) solo l’appendice finale, quella “Aethiopia”, diario scritto durante la guerra dove vengono alla luce, direttamente, i pensieri e le sensazioni di un tenente a contatto con quello strano continente. Dove si capisce anche la nascita dell’antifascismo di Flaiano. Che qui saluto con un’altra sua frase “Da ragazzo ero anarchico, adesso mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi governa” (da “La solitudine del satiro”).
    “Sessanta [chilometri], insomma dodici ore di marcia di buon passo [cioè cinque chilometri all’ora, sotto il sole africano, mi sembra una buona prova… nota mia].” (229)

    ha scritto il 

  • 3

    un incubo. questo romanzo è un vero e proprio incubo, e dopo un po' nell'incubo è trascinato pure il lettore, che incomincia a sentire il caldo e la polvere, pruriti e sudore, e un fiato, un leggero f ...continua

    un incubo. questo romanzo è un vero e proprio incubo, e dopo un po' nell'incubo è trascinato pure il lettore, che incomincia a sentire il caldo e la polvere, pruriti e sudore, e un fiato, un leggero fiato, quel fiato fetente che ammorba l'aria del protagonista.
    mi è piaciuto? sì perché è scritto benissimo, perché l'analisi introspettiva è superba: lo uccido, non lo uccido, scappo sì, no. vado via? sì domani, e poi domani, e poi domani ancora...
    però dopo un po' non ne puoi più, vuoi che finisca 'sto libro, vuoi liberarti dall'angoscia, uscire da questo maledettissimo incubo.
    per cui per l'inquietudine che mi ha trasmesso, do tre stelle e non cinque.

    ha scritto il 

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