Tempo di uccidere

Di

Editore: Bompiani

4.0
(1111)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: 8845042464 | Isbn-13: 9788845042461 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Paperback

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Mistero & Gialli

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    Ecco, non potevo disconoscere che i miei argomenti erano meschini, ma erano quelli; e proprio la loro meschinità me li faceva apparire assai forti. Un processo, una licenza revocata, lo scandalo. Ma ...continua

    Ecco, non potevo disconoscere che i miei argomenti erano meschini, ma erano quelli; e proprio la loro meschinità me li faceva apparire assai forti. Un processo, una licenza revocata, lo scandalo. Ma dovevo dunque temere lo scandalo? Non avevo ancora pensato a Lei.

    Non servirà al tenente pensare a Lei.
    Il gorgo in cui la paura di essere scoperto, e tutti gli eventi che si susseguiranno ad aggravare la sua situazione emotiva fino al pluf del nulla è successo – gli eserciti occupanti sono impuniti, in ogni dove e in ogni tempo – non mi rendono il tenente simpatico.
    Nessuna pietà nonostante il suo “dramma”.

    “Nella figura del giovane ufficiale italiano, come nell’avventura di cui è protagonista, non vi è nulla di eccezionale, anzi all’origine vi è la banalità più assoluta: un mal di denti e un viaggio da compiere alla ricerca di un dentista.”
    Questo si dice nella postfazione, ricordando quanto sia stato antieroico il protagonista del personaggio di Flaiano, nel 1947, quando ricordare della guerra in Abissinia, dopo il baratro del secondo conflitto mondiale, poteva essere considerato assai sconveniente.

    La banalità più assoluta, la banalità del male.
    Un’insofferenza esagerata ho provato nei confronti dell’egoismo dell’anonimo tenente e del suo dramma.
    Il dramma è semmai per il corpo della giovane etiope su cui il vecchio non potrà vegliare.
    Il dramma è per la distinzione tra Lei e le altre, che “Quando scopriranno il Tempo, “ dissi “diverranno come tutte le ragazze di questo mondo, ma di un genere inferiore, molto inferiore. Ora mi divertono,” aggiunsi “perché sanno perdere tempo, proprio come gli alberi e gli animali.".
    Il dramma è pensare ad uno scalcagnato ufficiale battere il bastone o il frustino contro la gamba per intimorire un altro uomo.
    Il dramma è scrivere nelle lettere a Lei “di un bimbo che avremmo atteso e portato avanti nella vita” e scacciarne un altro come un cane pulcioso.

    Non c’è paura che giustifichi la rinuncia alla dignità.
    Che orrore l'umanità piccola piccola, meschina, dentro e fuori la guerra.

    [Mai dovrebbe essere tempo di uccidere.]

    ha scritto il 

  • 4

    "Lei forse conosceva tutti i segreti che io avevo rifiutato senza nemmeno approfondire, come una misera eredità, per accontentarmi di verità noiose e conclamate. Io cercavo la sapienza nei libri e lei ...continua

    "Lei forse conosceva tutti i segreti che io avevo rifiutato senza nemmeno approfondire, come una misera eredità, per accontentarmi di verità noiose e conclamate. Io cercavo la sapienza nei libri e lei la possedeva negli occhi, che mi guardavano da duemila anni, come la luce delle stelle che tanto impiega per essere da noi percepita." (p. 21)

    ha scritto il 

  • 3

    Ingredienti: un militare a spasso per la boscaglia d'Etiopia, animali e indigeni come sfondi quasi immobili del paesaggio, un male fisico che sembra contagiare l'anima, una serie di eventi che partono ...continua

    Ingredienti: un militare a spasso per la boscaglia d'Etiopia, animali e indigeni come sfondi quasi immobili del paesaggio, un male fisico che sembra contagiare l'anima, una serie di eventi che partono dalla noia, sfiorano la tragedia e terminano in farsa.
    Consigliato: a chi vuol esplorare sentieri già battuti da "Lo straniero" con una storia degna del primo premio Strega, a chi vuol osservare le volontarie conseguenze macroscopiche di un microscopico e involontario errore.

    ha scritto il 

  • 4

    Lo spazio e il tempo in cui si ambienta questo romanzo (rispettivamente l'Abissinia di fascista memoria e gli anni 30 della campagna coloniale italiana, appunto) sono del tutto ininfluenti; così come ...continua

    Lo spazio e il tempo in cui si ambienta questo romanzo (rispettivamente l'Abissinia di fascista memoria e gli anni 30 della campagna coloniale italiana, appunto) sono del tutto ininfluenti; così come gli accadimenti che si snodano lungo le pagine sono mere circostanze fortuite, tutt'altro che determinate da uno di quei protagonisti-eroi.

    Infatti il giovane ufficiale voce narrante della vicenda, rimane a poco a poco sempre più invischiato nella totale casualità delle vicende che vive, imprigionandosi da solo nelle angosciose sabbie mobili del volervi leggere un destino.

    Il romanzo è quindi completamente costituito del suo tormento interiore, reso da Flaiano con una straordinaria abilità stilistica, che mantiene costantemente la narrazione in atmosfere che si fanno da vagamente oniriche a sempre più deliranti e allucinate mano a mano che gli eventi precipitano, fino a stagnare in una rassegnata e inconcludente paranoia e sfociare infine in una provvida e meschina redenzione.

    "Tempo di uccidere" ci mette di fronte a quello che ognuno di noi è e che non ci piace ammettere: uomini che si disperano per i propri drammi senza saper compiere scelte influenti e che si perdonano con disarmante facilità una volta che è passata fortuitamente la tempesta.

    Per questo forse non vedi l'ora di giungere alla fine di questo romanzo magistralmente scritto, e uscire finalmente dalla melma dei tormenti del tenente, così angosciosamente umana.

    ha scritto il 

  • 2

    Meglio i nuovi - 11 dic 16

    Unico libro scritto dal mago della penna di Pescara, che preferiva (ed io con lui, di quello che ho letto) l’aforisma, la corta battuta, al massimo l’elzeviro. Come dimenticare la caustica brevità di ...continua

    Unico libro scritto dal mago della penna di Pescara, che preferiva (ed io con lui, di quello che ho letto) l’aforisma, la corta battuta, al massimo l’elzeviro. Come dimenticare la caustica brevità di “Si arriva a una certa età nella vita e ci si accorge che i momenti migliori li abbiamo avuti per sbaglio. Non erano diretti a noi.” (dal “Diario degli errori”) o di “La stupidità degli altri mi affascina ma preferisco la mia.” (dal “Frasario per passare inosservati in società”). O meglio ancora quando si nascondeva dietro un regista per stendere una sceneggiatura (come dimenticare la collaborazione con Fellini in “La dolce vita” o in “8 e ½”?). Ma qui siamo di fronte al suo unico romanzo e di questo vogliamo parlare. Romanzo strano, complesso nella genesi, fulminante nella riuscita. Dopo aver scritto brevi racconti sulla sua esperienza di guerra africana, viene stimolato dall’amico Leo Longanesi a raccordarli in una trama unica, ed a farne un libro. Con l’idea, visto che Flaiano era già discretamente noto per scritti su vati giornali e riviste, di usarlo per lanciare un premio letterario che nasce proprio all’uscita del libro. E che viene vinto proprio da Flaiano con questo libro pubblicato da … Longanesi. Torniamo allora al testo. Un libro sulla guerra, ed in particolare sulla guerra di conquista in Etiopia, quella del 1936, quella della fondazione dell’Impero, secondo Mussolini. Un libro però in cui non si parla direttamente della guerra (o se ne parla poco e di sfuggita). La guerra c’è, ci sono morti, odi, attacchi narrati, ed altro. Ma mai direttamente. Si vede più il quotidiano del protagonista, con tutte le sue avventure, con tutte le sue peregrinazioni mentali che lo postano spesso e volentieri fuori dal seminato. Mi ha ricordato talvolta il film di Scola “Il mondo nuovo” (che spero avrete visto, un film fondamentale per leggere la Storia dalla parte della storia). Pur partendo dalla propria esperienza etiopica, e dai brevi racconti che ne aveva già tratto, quando si avventura nel complesso del romanzo, il tutto viene avvolto da un’atmosfera surreale, da una concatenazione di eventi che rischia di travolgere il protagonista (e forse lo fa). Tutto comincia con un mal di denti che il nostro soldato, anzi tenente, vuole curare. Per questo chiede una mini-licenza per andare da un dentista normale e non dal cavadenti della compagnia. Durante il viaggio, rallentato da camion che saltano in aria ed altre vicissitudini simili dovute alla guerra in corso, decide di proseguire a piedi. In una valle, di una calma altrettanto surreale, incontra una donna bellissima con un turbante bianco in testa. Dato che, come diceva Villaggio in “Carlo Martello”, “più che l’onor poté il digiuno”, sappiamo come va a finire. Ma nella notte africana, riposando accanto alla bella, sente i rumori che tutti noi, passati per il continente nero, abbiamo imparato a sentire. Ha paura, spara, ed una pallottola vagante accidentalmente uccide la donna. Qui cominciano le “follie” del nostro. Seppellisce la donna, fugge, comincia a sentire male ad una mano, viene informato che le donne con turbante bianco sono bandite dai villaggi in quanto portatrici di lebbra, si convince che ha la lebbra lui stesso. Cerca di farsi curare da un medico senza scoprirsi, ha paura della reazione di questo, gli spara ma lo manca. Continua a fuggire raggiungendo Massaua, dove pensa di potersi imbarcare clandestinamente per l’Italia. Ma non ha i soldi, si lega ad un maggiore che si sta arricchendo con traffici illegali, lo deruba, e tenta di uccidere anche lui (togliendo i bulloni ad una ruota del camion). Il tenente continua ad accumulare paure: che si trovi il cadavere dell’africana, che il dottore ed il maggiore lo denuncino, che abbia seriamente la lebbra. Si rifugia allora nel bosco, presso il nero Johannes, che, dopo lunghi momenti di reciproca insofferenza (muta che nessuno parla la lingua dell’altro) arrivano ad una convivenza (quasi) pacifica. Tanto che Johannes lo cura, ed una volta guarito e stanco, il nostro eroe decide di tornare al comando per costituirsi. Ma dove scopre che nessuno lo ha denunciato, che la licenza non è scaduta, e che potrà tornare in Italia e riabbracciare la moglie. Sostenuto da lirismo surreale nella prima parte (stupenda la scena in cui il tenente mette una sigaretta in bocca ad un caimano), ad un certo punto Flaiano si rende conto che non può continuare ad accumulare storie su storie e deve avviarsi verso la fine. Scendendo dal surreale al reale si perde di slancio, di compattezza, e tutta la parte in cui l’antagonista non è più il tenente con sé stesso, ma si presenta nel nero Johannes, la trovo lenta e poco felice. Per questo non sono stato soddisfatto della lettura di pancia. Rimane quella di testa, rimane un libro che deve essere letto se si vuole entrare nei meandri di un’epoca che spesso viene poco seguita in libri e testi e romanzi ed altro. Ma un voto di testa a me non basta per arrivare ad una piena sufficienza. Mi dispiace per Flaiano, e tornerò a rileggere (e lo consiglio) solo l’appendice finale, quella “Aethiopia”, diario scritto durante la guerra dove vengono alla luce, direttamente, i pensieri e le sensazioni di un tenente a contatto con quello strano continente. Dove si capisce anche la nascita dell’antifascismo di Flaiano. Che qui saluto con un’altra sua frase “Da ragazzo ero anarchico, adesso mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi governa” (da “La solitudine del satiro”).
    “Sessanta [chilometri], insomma dodici ore di marcia di buon passo [cioè cinque chilometri all’ora, sotto il sole africano, mi sembra una buona prova… nota mia].” (229)

    ha scritto il 

  • 3

    un incubo. questo romanzo è un vero e proprio incubo, e dopo un po' nell'incubo è trascinato pure il lettore, che incomincia a sentire il caldo e la polvere, pruriti e sudore, e un fiato, un leggero f ...continua

    un incubo. questo romanzo è un vero e proprio incubo, e dopo un po' nell'incubo è trascinato pure il lettore, che incomincia a sentire il caldo e la polvere, pruriti e sudore, e un fiato, un leggero fiato, quel fiato fetente che ammorba l'aria del protagonista.
    mi è piaciuto? sì perché è scritto benissimo, perché l'analisi introspettiva è superba: lo uccido, non lo uccido, scappo sì, no. vado via? sì domani, e poi domani, e poi domani ancora...
    però dopo un po' non ne puoi più, vuoi che finisca 'sto libro, vuoi liberarti dall'angoscia, uscire da questo maledettissimo incubo.
    per cui per l'inquietudine che mi ha trasmesso, do tre stelle e non cinque.

    ha scritto il 

  • 4

    Mi chiedevo se era quella la rassegnazione, quel vuoto aspettare, contando i giorni  come i grani di un rosario, sapendo che non ci appartengono, ma che pure dobbiamo vivere perchè ci sembrano preferi ...continua

    Mi chiedevo se era quella la rassegnazione, quel vuoto aspettare, contando i giorni  come i grani di un rosario, sapendo che non ci appartengono, ma che pure dobbiamo vivere perchè ci sembrano preferibili al nulla

    ha scritto il 

  • 4

    Travaglio interiore di un soldato italiano durante la guerra d'Etiopia legato più a sue vicende personali che alla guerra stessa. Coinvolto suo malgrado nella morte di una giovane indigena rischierà l ...continua

    Travaglio interiore di un soldato italiano durante la guerra d'Etiopia legato più a sue vicende personali che alla guerra stessa. Coinvolto suo malgrado nella morte di una giovane indigena rischierà la rovina totale a causa di paure, remore e paranoie legate soprattutto al timore di aver contratto la lebbra. Avvincente il percorso interiore che lo porta a isolarsi in una terra straniera spesso ostile e incomprensibile. Il finale arriva improvvisamente provvido a fare tana-libera-tutti.

    ha scritto il 

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