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Tempo di uccidere

Di

Editore: Bompiani

4.0
(1008)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: 8845042464 | Isbn-13: 9788845042461 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Paperback

Genere: Fiction & Literature , History , Mystery & Thrillers

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Descrizione del libro
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  • 4

    La simbologia dietro alla narrazione: Il tempo di Flaiano...non solo di uccidere.

    Mio nonno Emilio, classe 1911, padovano, partecipò alla guerra, nella fanteria, contro l'Etiopia. Tra le poche foto che riuscì a portarsi a casa, assieme a una piccola scimmietta, ce n'è una che mi ha ...continua

    Mio nonno Emilio, classe 1911, padovano, partecipò alla guerra, nella fanteria, contro l'Etiopia. Tra le poche foto che riuscì a portarsi a casa, assieme a una piccola scimmietta, ce n'è una che mi ha sempre colpito: una donna del luogo, bellissima, che con un barattolo di latta, si lava ai bordi del fiume. Si intravvedono appena le sue forme di ragazza giovane, la sua fiera disinvoltura, e il volto e i riccioli sono tanto belli, esempio di come le eritree e le etiopi vengano considerate di una bellezza elettiva, per i loro lineamenti e la pelle ambrata, frutto sia di stirpi regali, quanto di stupri da parte di spagnoli e portoghesi e quanti altri. Dietro alla foto vi è una pudica didascalia: “donna del luogo mentre si fa il bagno”...seppi poi, non dalla voce diretta di Emilio, morto nel 1968, che costei lo guarì dalle febbri malariche, scaldandolo con le pelli di capra e il suo corpo, e che egli riuscì a sopravvivere alla prigionia degli inglesi proprio per le cure di questa ragazza...Mia nonna, saggia e dolce, ma anche ironica, rivedendolo vivo e provato dal trauma della guerra, le diceva solo: “seee, pèi de cavara e erbe, sarà sta a so pee a guarirte...” che dal padovano all'italiano diventa “see pelli di capra e erbe, sarà stata la sua pelle a guarirti”. Ecco, questo aneddoto famigliare, per nulla scontato, l'ho sempre portato con me, nelle due volte che lessi “Tempo di uccidere”, e ho vissuto la contrapposizione tra l'esperienza del soldato semplice Emilio e questo giovane ufficiale, e di come sia impossibile interpretare con i “se” e con i “ma” o raccontare con i “forse” anche il passato, nei suoi piccoli grandi fatti di ogni uomo. Il romanzo, scritto da Flaiano nel 1946-47, nelle giornate isolate del primo inverno milanese, fu edito dall'amico fraterno Longanesi, e rappresenta l'antitesi pura al torrente neorealista degli anni '40. E' facile infatti imbrogliarsi, e considerare quest'opera tra le moltissime narrazioni dell'esperienza di guerra resistenziale passate attraverso questo fenomeno essenzialmente spontaneo, ma che si incanalò, col passare degli anni, sempre di più verso una “supervisione” della Sinistra, con il Pci in testa (famose le polemiche che esclusero l'amareggiato Vittorini e ancor di più quelle su “Metello” di Pratolini, che sancirono di fatto, la fine appunto dell'esperienza neorealista). Ma in “Tempo di uccidere”, Flaiano fa propria l'intenzione allegorica, sia per la predisposizione nel demistificare luoghi ormai comuni con uno stile completamente antiretorico, sia per quella frammentarietà che poi divenne negli anni il suo cavallo di battaglia, tra aforismi e brevi frecciate, ma soprattutto per un'interpretazione che va colta nei suoi simbolismi. Lo scrittore si distacca subito dallo stereotipo colonizzato-colonizzatore, ma offre una lettura molto più ampia, di un confronto millenario e ancora presente tra differenti esistenze di civiltà a confronto, in un'esperienza assolutamente intimista e per nulla corale. Il protagonista è un giovane ufficiale senza nome, come a sottolineare il simbolo di ciò che egli rappresenta, l'autore già lo descrive segnato da un'incertezza interiore, traumatizzato dalla guerra e dalla vastità, quasi allucinatoria delle immense distese di sabbia e sterpi. Lo stile, scritto in prima persona ci avvicina alla complessa confusione psico fisica del soldato, alla sua paura recondita, alla sorpresa quasi lieta, nel vedere Mariam, la ragazza del luogo mentre al fiume si lava, concentrata e astratta, donna nelle sue fattezze e felice miraggio, sotto la calura di una terra quasi ostile. E' questo uno dei momenti più alti del libro. Dall'osservare la giovane senza che lei subito se ne accorga, fino al contatto con lei, al gioco che poi, con dei passaggi che possono essere solamente letti, si elevano a pagine bellissime: dal tentativo di entrare in comunicazione fino ad un leggero contatto fisico, si rileva poi l'atto più terribile e vigliacco di una violenza, una sottomissione, che Mariam vive come va vissuta nella sua tradizione. Ecco che l'incontro scontro di scherzo fino al sopruso e alla violenza, Flaiano lo trasforma con grande maestria, nella scena primaria del mondo. Ecco allora che ogni impossibilità di comprendersi in un attimo, lascia spazio a sensazioni che come un ribollire sotterraneo, prende l'ufficiale, e lo pone dinanzi a cose quasi visionarie: quello che nel suo modo di vivere si chiama desiderio, prevaricazione, sopraffazione, dinnanzi all'altera indigena, ai suoi modi poco o niente capibili, tutto diventa “segreto complesso”. In un Africa “culla dell'uomo” l'uomo occidentale non riconosce più i suoi canoni “civilizzati”, ma vede attraverso la visione di un vero e proprio processo di identità, un contatto con il suo inconscio che durerà il tempo di una notte...di quando credendo d'essere attaccato da una belva, spara e il proiettile di rimbalzo va a ferire Mariam in modo grave. E qui, con la superficialità dell'uomo bianco, le da il colpo di grazia, per non farla soffrire ancora. Di rilievo alcune costanti tematiche dello scrittore: la casualità che domina le esistenze, l'incomunicabile che si trasforma in equivoci dalla portata devastante, e in quei punti oscuri, fino ad essere indecifrabili e quasi nascosti dal costrutto narrativo principale. Ed in fine, la vita come catena ininterrotta di errori, casualità, incidenti, che nella loro apparente(?) fatalità, cambiano la giornata il destino, la vita di un uomo...La fine del romanzo, che sembra quasi deludere per il calare del pathos, è forse spiegabile nel fatto che c'erano, come testimoniano i documenti presso il Fondo Manoscritti di autori moderni e contemporanei dell'università di Pavia, altre eventuali versioni finali. Dopo la morte della donna, l'ufficiale sprofonderà in uno sconforto allucinatorio, temendo sanzioni da parte del comando, non è tanto il rimorso quindi a farlo delirare, ma la paura. La paura di un uomo in guerra che uccide quasi per sbaglio, che non riconosce le sue responsabilità, se non dinnanzi al giudizio della corte marziale...e questo tempo, legato nel titolo al verbo uccidere, sembra la condanna più alta. Con il suo dilatarsi come si dilata la savana africana, con il suo sbiadirsi, com'è sbiadita la mente del soldato, come se la natura e la coscienza fossero il termometro di quel pezzo d'Africa centro-occidentale. Flaiano è qui che completa la sua figura di questo anti eroe dall'orologio rotto e senza bussola. La beffa finale ricostruisce in maniera più ampia , quello che lo scrittore, nel suo stile unico di questo suo unico romanzo, sembra volerci dire. Arrivato finalmente al comando e autodenunciatosi, fa sembrare un lieto fine alla “delitto e castigo”....è invece la noncuranza generale ad assolvere l'assassinio...”Il prossimo” conclude l'autore, “è troppo occupato con i propri delitti per accorgersi dei nostri”. Così questo grande autore, oltre la vulgata rassicurante del neorealismo, rivendica l'importanza di una conoscenza critica delle dinamiche interiori dell'essere umano. Nella sua intransigenza che può ricordare quella di Morselli, Sciascia o Pasolini, lo scrittore pescarese mette molta carne al fuoco, tra tutte le sue più articolate analisi vi è quella, la più semplice, di un tentativo di capire perché due guerre mondiali nel giro di nemmeno mezzo secolo...nulla è rimasto... “tempo di uccidere e tempo di sanare; tempo di...” è un verso dell'Ecclesiaste che sta in prima di pagina. anche quello perduto nel romanzo, come cartina per fare due boccate di tabacco.

    ha scritto il 

  • 4

    Un pugno nello stomaco. Il romanzo di Flaiano ha il pregio di raccontare una storia non molto nota: la vicenda dell'occupazione italiana dell'Eritrea. Inizia da un mal di denti e poi i fatti si susseg ...continua

    Un pugno nello stomaco. Il romanzo di Flaiano ha il pregio di raccontare una storia non molto nota: la vicenda dell'occupazione italiana dell'Eritrea. Inizia da un mal di denti e poi i fatti si susseguono intrecciandosi nelle scelte sbagliate e paranoiche del protagonista. Un bel personaggio l'anziano Ascaro.

    ha scritto il 

  • 4

    Avventura in terra coloniale durante la breve estate dell'imperialismo italiano (ridicola e tragica parentesi in quanto a eccidi e stragi gratuite) nel 1936. Ma questo paradossalmente non è importante ...continua

    Avventura in terra coloniale durante la breve estate dell'imperialismo italiano (ridicola e tragica parentesi in quanto a eccidi e stragi gratuite) nel 1936. Ma questo paradossalmente non è importante.

    Il protagonista assomiglia per metà a Raskolnikov di Delitto e Castigo: la storia non è altro che un viaggio interiore attraverso i meandri della mente del protagonista. Ne esplora le motivazioni, le azioni, i sensi di colpa, ciò che è disposto a fare.

    Si avverto qualcosa anche dello Straniero di Camus: le motivazioni sono assurde, è un esplorazione dell'inutilità e della gratuità di ogni azione, dove la moralità non è altro che un velo da mostrare agli altri e il male tutto abbraccia.
    L'umano non ci fa una bella figura.

    ha scritto il 

  • 4

    "Il prossimo è troppo occupato con i propri delitti per accorgersi dei nostri".
    Romanzo collocato in una dimensione atemporale o sovratemporale, nonostante sia storicamente e geograficamente circoscri ...continua

    "Il prossimo è troppo occupato con i propri delitti per accorgersi dei nostri".
    Romanzo collocato in una dimensione atemporale o sovratemporale, nonostante sia storicamente e geograficamente circoscritto: è l'Africa, Etiopia, durante l'avventura coloniale italiana.
    Ma il dramma del protagonista è tutto interiore, è la sua guerra personale con la colpa, la fuga dalla responsabilità, l'inclinazione al delitto, i multiformi fantasmi del senso di colpa.
    I personaggi, vittime e carnefici, sono tutti significanti di una condizione universale entro la quale i rapporti di prevaricazione, i soprusi, la crudeltà gratuita e fortuita, le riparazioni impossibili costituiscono l'assurdo della contesa entro cui l'essere umano in ogni tempo in ogni luogo si dibatte. In questo senso "Tempo di uccidere" ha veramente il respiro di un classico (tragico).

    ha scritto il 

  • 3

    Dopo una decina d'anni passati ad informarmi su qualsiasi libro ed autore, ho deciso di far decidere al destino. Toh, Tempo di uccidere, non so cosa sia. Toh, Ennio Flaiano, non so chi sia.
    Probabilme ...continua

    Dopo una decina d'anni passati ad informarmi su qualsiasi libro ed autore, ho deciso di far decidere al destino. Toh, Tempo di uccidere, non so cosa sia. Toh, Ennio Flaiano, non so chi sia.
    Probabilmente qualcuno potrà obiettare, "ooooh, ma come, non conosci X che ha fatto Y?", ma andando a scavare probabilmente avrei già letto autori a voi sconosciuti.
    E insomma inizio questo libro, capisco che si parla di guerra e di Abissinia (a proposito, sapete che sulle accise della benzina in Italia state ancora pagando il contributo per quella guerra?).
    Un tenente, evidentemente bipolare, guarda con indifferenza un'indigena. Poi ci va a letto. Poi vuole lasciarla. Poi ci sta insieme. Poi, senza fare particolari spoiler, incontra altre persone con cui diventa amico -diciamo-, motivo giusto per meditare d'ucciderle.
    È uno di quei libri che leggi e non consiglieresti, per quanto non ti abbiano fatto esclamare "madonna, sto libro sembra scritto da Moccia!".

    ha scritto il 

  • 3

    Il fatto è che questo pur godibile romanzo, per altro ambiziono per l'evidente volontà di sublimare la guerra d'Africa in un percorso interiore personale, non sembra figlio delll'arguzia di Flaiano e ...continua

    Il fatto è che questo pur godibile romanzo, per altro ambiziono per l'evidente volontà di sublimare la guerra d'Africa in un percorso interiore personale, non sembra figlio delll'arguzia di Flaiano e della raffinatezza della sua penna. Ne patisce il confronto e il giudizio finale è per forza contenuto.

    ha scritto il 

  • 4

    Vincitore del primo premio Strega nel 1947, non conoscevo questo titolo ma devo dire di esserne stato completamente catturato. Come hanno già scritto altri utenti, si tratta di un racconto molto soffe ...continua

    Vincitore del primo premio Strega nel 1947, non conoscevo questo titolo ma devo dire di esserne stato completamente catturato. Come hanno già scritto altri utenti, si tratta di un racconto molto sofferto e paranoico del protagonista, un tenente dell'esercito Italiano in Abissinia nella guerra del 1935-1936, che per diverse ragioni avrà modo di soffrire interiormente, fare considerazioni profonde su se stesso, sulla vita, sulla morte, sulla guerra... Non voglio dire altro perché non mi piace fare spoiler in nessun caso! Secondo me è un titolo che deve essere letto.

    ha scritto il 

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