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Tennis, Tv, trigonometria, tornado

e altre cose divertenti che non farò mai più

Di

Editore: Minimum Fax

4.2
(686)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 320 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8886568762 | Isbn-13: 9788886568760 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Christian Raimo , Martina Testa , Vincenzo Ostuni

Disponibile anche come: eBook

Genere: Fiction & Literature , Philosophy , Social Science

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Descrizione del libro
Esilaranti reportage "dietro le quinte" da un'edizione degli Australian Open di tennis e dal set di Strade perdute di Lynch; fotografie inedite della vita di provincia americana in un Midwest animato da bizzarrie meteorologiche e chiassose fiere campionarie; geniali riflessioni sul rapporto di odio/amore fra la televisione e la narrativa contemporanea. In sei saggi sui generis, un'analisi caleidoscopica della società e della cultura postmoderna condotta al tempo stesso con lo sguardo acuto e distaccato del critico e quello entusiasta del fan, e percorsa da una vena inesauribile di ironia.
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  • 4

    L’intelligenza di quest’uomo è fuori discussione, una specie di piovra neuronica che spande i suoi tentacoli in dieci direzione diverse nello stesso istante. La sua prosa, la tendenza all’argomentazione multipla, con proliferazione metastatica di note al di sotto, stanno lì a dimostrarlo. Non dic ...continua

    L’intelligenza di quest’uomo è fuori discussione, una specie di piovra neuronica che spande i suoi tentacoli in dieci direzione diverse nello stesso istante. La sua prosa, la tendenza all’argomentazione multipla, con proliferazione metastatica di note al di sotto, stanno lì a dimostrarlo. Non dico che Wallace sarà mai uno dei miei scrittori di punta, perché è probabilmente più cerebrale di quanto io prediliga, ma ha quell’arma affilata che si chiama ironia e una profondità critica spaventosa. Non per fare l’esagerato, ma credo che il suo saggio sul nostro amato Lynch sia uno dei migliori, certo il più affascinante, che abbia mai letto sul regista di Missoula; perché Wallace unisce un’abbagliante prodezza critica a una partecipazione bruciante che è propria del fan, di quello che da ragazzo correva alla prima proiezione di Blue velvet, del cinefilo anche un po’ nerd che ricorda persino la data di quel fatidico giorno. E a proposito di Lynch ha scritto un paio di cosette su cui ha incontrato il mio enorme favore (e ora che ho il supporto di cotal anfitrione lo posso pure ripetere e sottoscrivere: del tipo, Dune è il film più brutto di Lynch, hai voglia a voler tirare fuori i se e i ma, a dire sì però in realtà anche nel casino hollywoodiano si nota… si nota un cazzo, si nota che sto film è brutto, senza appello; o del tipo che lui predilige Blue velvet e Eraserhead a Wild at heart, che io continuo sempre a guardare con sospetto e che sottolinea come Fire walks with me nonostante sia un’ammirevole sperimentazione sia purtroppo un film non riuscito).

    continua, con alcune citazioni, qui

    http://noodlesjournal.wordpress.com/2008/10/06/tennis-tv-trigonometria-tornado-e-altre-cose-che-non-faro-mai-piu/

    ha scritto il 

  • 4

    sei articoli che testimoniano l'unicità dello sguardo critico e dell'ironica prosa di DFW. basta il titolo dell'ultimo articolo della raccolta "l'abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l'assurdità e l ...continua

    sei articoli che testimoniano l'unicità dello sguardo critico e dell'ironica prosa di DFW. basta il titolo dell'ultimo articolo della raccolta "l'abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l'assurdità e la completezza dell'essere umano" per comprendere di trovarsi davanti ad un unicum assoluto. chi lo definisce genio, chi autore di culto, chi sostiene che tali giudizi siano assolutamente esagerati. poco importa, è unico e in questo, io credo, risiede la sua grandezza e questo mi spinge a leggerlo nonostante le difficoltà che la sua lettura prevede e impone. perché è indubbio che la scrittura di DFW non sia semplice e lineare (anzi, lo dichiara in altri saggi, la complessità della sua scrittura nasce dalla volontà di stimolare il lettore, di imporgli una lettura attiva, pensante, nient'affatto rilassante), ed è altrettanto indubbio che alcuni brani possano risultare indigesti perché prevedono delle conoscenze pregresse che magari non si possiedono(io ho faticato tantissimo leggendo quello sul cinema di Lynch, ad esempio), però il volume, nel suo insieme, risulta godibilissimo grazie allo stile di Wallace, alla varietà dei temi presenti (nonostante alla fine tutti riconducano all'uomo ed alla società), alla sua ironia che pervade ogni pagina, alla sua asocialità che lo porta ad esser ipercritico e a possedere una visione particolare della società consumista e mediatica in cui siamo immersi e, infine, alla sua passione che emerge quasi violenta dai brani dedicate al tennis o al cinema.

    ha scritto il 

  • 0

    Recensione 2010: Wallace avrebbe potuto scrivere saggi su qualsiasi argomento, anche il più ostico o il meno interessante, e io l'avrei letto lo stesso e mi sarebbe piaciuto tantissimo.
    Qui si parla di tennis (mai praticato), di Lynch (credo di aver visto solo dieci minuti del suo Mulholland ...continua

    Recensione 2010: Wallace avrebbe potuto scrivere saggi su qualsiasi argomento, anche il più ostico o il meno interessante, e io l'avrei letto lo stesso e mi sarebbe piaciuto tantissimo. Qui si parla di tennis (mai praticato), di Lynch (credo di aver visto solo dieci minuti del suo Mulholland Drive), di trigonometria (di cui non ricordo nulla), di fiere del bestiame nella campagna americana (mai viste, ma mi hanno ricordate un altro saggio di Wallace sugli oscar del cinema porno, contenuto in Considera l'aragosta), tutte cose che non mi interessano neanche un po'. Però leggere Wallace è sempre una gioia per gli occhi (adoro le digressioni, la logorrea e il modo in cui ha reinventato l'uso delle note a margine) e per il cervello (sono tutti saggi molto intelligenti). L'articolo sulla televisione, poi, è quasi profetico.

    ha scritto il 

  • 4

    Doveva succedere e alla fine è successo. Con Tennis, tv, Trigonometria (e altre cose divertenti che non farò mai più) il repertorio ancora non letto di David Foster Wallace si riduce a soli due libri, i quali, a dire la verità, non mi tirano in modo particolare. Il rap spiegato ai bianc ...continua

    Doveva succedere e alla fine è successo. Con Tennis, tv, Trigonometria (e altre cose divertenti che non farò mai più) il repertorio ancora non letto di David Foster Wallace si riduce a soli due libri, i quali, a dire la verità, non mi tirano in modo particolare. Il rap spiegato ai bianchi e Tutto e di più. Storia compatta dell’infinito: il primo per l’argomento trattato (anche se è vero che leggere Wallace è sempre interessante anche se avesse voluto parlare di infradito indossate d’inverno), il secondo perché credo di non esserne all’altezze e di perdermi in (per me) ubriacanti discussioni di cui non capirei molto se non le vergole e la punteggiatura. Così, ben sapendo questo, Tennis, tv, Trigonometria se ne era rimasto buono buono sullo scaffale della libreria, in attesa di essere preso in mano e letto per dare l’estremo saluto al grande scrittore americano. Il momento è giunto quando ho desistito dall’ossessiva volontà di riguardare tutto Twin Peaks, giusto per affrontare il saggio riguardante David Lynch quanto più preparato possibile. Gli ultimi timori sono caduti quando mi sono imbattuto in quel muro che prende il nome di Twin Peaks Stagione 2, nella quale visione mi sono arenato senza più avere né la forza né la curiosità di andare avanti. Abbandonato questo ultimo pregiudizio ho preso il volume e l’ho iniziato a leggere con una attenzione maniacale anche nello sfogliare le singole pagine, proprio come se il libro fosse una specie di reliquia religiosa. Quindi, che dire. C’è da dire che non tutto è di estrema bellezza, come spesso accade alle raccolte in generale, e soprattutto alle raccolte di saggi in particolare. Ci sono alcuni episodi che sembrano voler essere di proposito ardui da leggere, al di là dell’argomento che trattano: sono le parole e la struttura a quasi navigare contro il lettore. Allo stesso modo però ci sono alcuni altri articoli che risplendono di una speciale luce della quale non si può non esimersi dal lasciarsi accecare. Niente di eclatante, sia chiaro, almeno per chi è abituato alle vette raggiunte in altre circostanze da Wallace, ma pur sempre picchi ben al di sopra della media. Già a partire dal primo saggio che apre la raccolta, nella quale Wallace si autocelebra e al contempo disegna il panorama del Midwest; ma anche il secondo, sul binomio tra gli scrittori moderni americani e la televisione, soffermandosi soprattutto in modo molto preciso sull’avvento e la vita di quest’ultima; passando dal già citato articolo sul David Lynch e il famoso reportage sulla fiera statale dell’Illinois. A rimanere più impresso però, chiudendo in bellezza il libro e forse anche la mia esperienza riguardo gli inediti di Wallace, è l’ultimo saggio dal titolo lunghissimo riguardante un tennista se seconda fascia quale Michael Joyce. Qui Wallace riesce a unire la sua proverbiale passione per il tennis e la sua capacità di capire le persone, andando a prendere di mira non un giocatore di altissimo livello, come sarebbe accaduto poi con Roger Federer, quanto piuttosto andando a indagare sulla natura di chi un fuoriclasse non lo diventerà mai. È con queste parole, e queste riflessioni, che vanno a studiare per cercare di capire la natura di una passione che è meglio ricordare il David Foster Wallace che ha scritto Tennis, tv, Trigonometria. Oltre questo c’è poco da dire, se non forse: so long, David.

    ha scritto il 

  • 4

    LE BELLE SORPRESE

    Ho conosciuto Foster Wallace attraverso "Infinite Jest" e "La scopa del sistema". Il primo mi era piaciuto un sacco, tant'è l'ho divorato con una media di 70 pagine l'ora.
    Il secondo l'ho detestato fortemente.


    Wallace in veste di romanziere non resta impresso. Il vero talento sprecato.
    Lui ...continua

    Ho conosciuto Foster Wallace attraverso "Infinite Jest" e "La scopa del sistema". Il primo mi era piaciuto un sacco, tant'è l'ho divorato con una media di 70 pagine l'ora. Il secondo l'ho detestato fortemente.

    Wallace in veste di romanziere non resta impresso. Il vero talento sprecato. Lui da il meglio di sé in veste di saggista. Quando intinge la penna in un'ironia dissacrante e molto english, senza eccedere. Senza cadere nelle facili trappole della retorica.

    Questo gioiellino l'ho letto per puro caso: ero a Parigi e non avevo più nulla da leggere. E allora ho davvero preso la prima cosa mi è capitata a tiro. Io che rifiuto di avvicinarmi al tennis, che ho una relazione complicata con la trigonometria e che considero la tv alla stregua di una cianfrusaglia. Però i tornado mi affascinano... e allora ho cominciato a sfogliare questo libro in metro, non aspettandomi davvero nulla in cambio. Chiedendogli semplicemente che mi distraesse dal ciarlare dei parigini e dalle loro bizzarre scelte in fatto di scarpe da indossare.

    E invece Foster Wallace mi ha preso a sberle e mi ha tenuta incollata alle sue pagine.

    Un libro che avrei voluto scrivere io. Un libro che mi ha fatto sentire vicina a questo geniale scrittore che purtroppo era chiaro non sarebbe sopravvissuto in questo mondo spigoloso.

    ha scritto il 

  • 4

    « chi è solo, come chi fa lo scrittore, ama guardare a senso unico. [..] le persone sole tendono a restare sole perché rifiutano di sostenere i costi psicologici richiesti dal vivere in mezzo agli altri essere umani. sono allergici alle persone. le persone hanno su di loro effetti troppo profondi ...continua

    « chi è solo, come chi fa lo scrittore, ama guardare a senso unico. [..] le persone sole tendono a restare sole perché rifiutano di sostenere i costi psicologici richiesti dal vivere in mezzo agli altri essere umani. sono allergici alle persone. le persone hanno su di loro effetti troppo profondi. »

    « è il tipo di misogino che esce con una donna, se la scopa e non la richiama più, o il tipo che esce con una donna, se la scopa, e poi la uccide? e la vera questione su cui riflettere è: quanto sono diversi questi due tipi? »

    ha scritto il 

  • 4

    Illuminante

    Quando un libro ti trasmette la voglia di approfondire, ti appassiona e ti fa riflettere su aspetti di un qualcosa che ha sempre fatto parte in qualche modo della tua vita, allora lo scrittore ha vinto. Wallace affronta alcuni temi come la televisione, la vita del tennista del circuito ATP, fino ...continua

    Quando un libro ti trasmette la voglia di approfondire, ti appassiona e ti fa riflettere su aspetti di un qualcosa che ha sempre fatto parte in qualche modo della tua vita, allora lo scrittore ha vinto. Wallace affronta alcuni temi come la televisione, la vita del tennista del circuito ATP, fino ad arrivare ad una piccola biografia di David Lynch attraverso l'osservazione del set del suo film Strade Perdute e lo fa con quella straordinaria umanità priva di cinismo, ma al contempo molto lucida, accattivante, intima. Grazie a questo testo ho deciso di vedere l'intera serie Twin Peaks, sorridendo per alcuni aspetti che lo scrittore americano aveva colto e leggendo l'arte del cineasta con occhi più maturi, consapevoli. Grazie Wallace, anche per questo.

    ha scritto il 

  • 3

    Una raccolta di saggi su vari argomenti: cinema, tennis, rapporto fra televisione e narrativa. In alcuni punti non è di facilissima lettura ma è sicuramente da leggere per la profondità di alcune riflessioni sulla società contemporanea; molto acute, per esempio, le riflessioni sull'ironia come ar ...continua

    Una raccolta di saggi su vari argomenti: cinema, tennis, rapporto fra televisione e narrativa. In alcuni punti non è di facilissima lettura ma è sicuramente da leggere per la profondità di alcune riflessioni sulla società contemporanea; molto acute, per esempio, le riflessioni sull'ironia come arma usata in eccesso come forma di autodifesa (soprattutto dalla TV). Emblematica la citazione di Hyde riportata nel libro "la vera ironia si usa solo in casi di emergenza. L'uso prolngato la fa diventare la voce di gente in gabbia che ha finito per amare le proprie sbarre".

    ha scritto il 

  • 3

    wallace ha in parte ragione quando osserva che l'ironia può essere un mezzo per addormentare le persone e di certo l'atteggiamento di molti ironici coatti è stupido e fastidioso, oltre che controproducente. tuttavia, esagera la portata del fenomeno: solo le classi con un certo grado di istruzione ...continua

    wallace ha in parte ragione quando osserva che l'ironia può essere un mezzo per addormentare le persone e di certo l'atteggiamento di molti ironici coatti è stupido e fastidioso, oltre che controproducente. tuttavia, esagera la portata del fenomeno: solo le classi con un certo grado di istruzione praticano costantemente quella che chiamano ironia, e che in genere non lo è. la grande massa è ancora impermeabile al discorso dissimulato, non lo capisce e non lo riconosce nemmeno. in un certo senso questo non cambia molto il discorso, perchè solo le classi istruite cercano di farsi un'idea del mondo che vada oltre l'episodico, un modello del mondo: cambia però l'aspetto pratico, perchè non è questa minoranza a dare alle cose la forma che hanno.

    ha scritto il 

  • 4

    La cronaca di tre giorni passati ad assistere ad alcune riprese di Strade perdute di David Lynch: resoconto interessante, cinematograficamente molto competente e tanto divertente ("i francesi a quanto pare venerano Lynch come se fosse Dio, anche se il fatto che esaltino allo stesso modo Jerry Lew ...continua

    La cronaca di tre giorni passati ad assistere ad alcune riprese di Strade perdute di David Lynch: resoconto interessante, cinematograficamente molto competente e tanto divertente ("i francesi a quanto pare venerano Lynch come se fosse Dio, anche se il fatto che esaltino allo stesso modo Jerry Lewis forse dà un sapore diverso al complimento..."); l'affettuoso racconto di alcuni giorni trascorsi alla Fiera Statale dell'Illinois (ma è proprio necessario, chiedo al traduttore, mettere in bocca a un americano espressioni in dialetto romanesco per rendere un linguaggio trasandato e troppo colloquiale? Una cosa francamente irritante e detestabile); il capitolo, per una come me totalmente disinteressata all’argomento, sorprendentemente appassionante dedicato al tennis e al tennista Michael Joyce.

    Chiaramente, però, la parte più interessante è il saggio dedicato al rapporto tra cultura americana contemporanea, spettatore medio e televisione. Un rapporto in cui l'ironia è per Foster Wallace la chiave di lettura e l'elemento fondante. Un'ironia che finisce per essere la difesa alla paura del ridicolo e la giustificazione alle tante, troppe, ore passate davanti alla televisione. Ironia che diventa autoironia che diventa sarcasmo. Autoironia assorbita e fatta propria (e quindi svuotata di efficacia) dalla stessa televisione per tenere attaccato a sé lo spettatore creando con lui una sorta di complicità ai danni di quel pubblico generale di cui questi fa d’altro canto parte. Ironia utilizzata per prendersi in giro da soli - e qui torna la paura del ridicolo - prima che lo faccia qualcun altro: “La televisione ha nei confronti dell’ironia lo stesso atteggiamento che la gente sola di cultura elevata ha nei confronti della televisione. La televisione ha paura della capacità di smascheramento che possiede l’ironia, e allo stesso tempo ne ha bisogno”. Ironia come "astuta superiorità" adottata dalla generazione di scrittori contemporanei e dalla cultura americana, che è poi anche l’atteggiamento di tutti coloro che disdegnano snobisticamente la TV e si sentono molto “fighi” nel farlo, “il logoro cinismo dei critici televisivi che ridicolizzano e sviliscono proprio il fenomeno che hanno scelto con cura come se fossero dei missionari”. Questa ironia, questo approccio cinico e irriverente, finiscono per diventare "fattori non di riscatto ma di depauperamento per la cultura di oggi che gli scrittori sperimentali cercano di descrivere". Perché l'ironia, secondo Foster Wallace, alla lunga stufa e diventa inefficace, perché è capace solo di demolire e smontare e del tutto inefficace quando si tratta di ricostruire, perché è uno strumento che permette "di interdire la domanda senza occuparsi del suo oggetto".

    Al contrario di questo approccio teso solo a smantellare, Foster Wallace offre nelle ultimissime righe di questo saggio una sua modesta proposta per una nuova forma di ribellione che non sia solo dissacrazione e cinismo, bensì l'opposto, e che sembra tanto, a posteriori, un suo personale manifesto d'intenti: "I veri futuri 'ribelli' letterari in questo paese potrebbero benissimo emergere come uno strano gruppo di ANTIribelli, guardoni nati che osano in qualche modo rifiutare il ruolo di spettatori ironici e che abbiano l’infantile faccia tosta di essere sostenitori e rappresentanti di una serie di principi privi di doppi sensi. Che semplicemente si occupino dei problemi e delle emozioni poco trendy della vita quotidiana americana con rispetto e convinzione. Che rifuggano dall’artificiosità, da quella forma di stanchezza annoiata che fa tanto ‘in’. Questi antiribelli sarebbero fuori moda, sarebbero sorpassati, chiaramente, ancor prima dell’inizio. Palesemente repressi. Retrogradi, antiquati, ingenui, anacronistici. Forse sarà proprio quello il punto. (…) Oggi i rischi sono diversi. I nuovi ribelli potrebbero essere artisti pronti a rischiare lo sbadiglio, gli occhi al cielo, il sorriso di sufficienza, le strizzatine d’occhio, la parodia dei fini umoristi. A rischiare di essere accusati di sentimentalismo, di melodrammaticità. Di eccessiva sprovvedutezza. Di debolezza. Di essere bendisposti a farsi fregare da un mondo di spioni e guardoni che temono lo sguardo e il ridicolo altrui più di una condanna ai lavori forzati.”

    Che a me sembra proprio quello che DFW ha cercato di essere e fare, ad esempio, con Il re pallido (il fatto che poi si tratti di un’opera non completamente riuscita è dovuto solo alla sua morte prematura) e tanti suoi racconti. E che per un’associazione di idee che mi è venuta spontanea leggendo il passaggio sopra, mi appare molto in sintonia con la sua personale concezione del vero eroismo e del vero spirito etico, come qualcosa di esercitato nell’ombra senza esibizioni fintamente non volute e frecce autorefenziali puntate su di sé a dimostrare quanto si è bravi, nobili, eroici.

    ha scritto il 

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