Teresa Raquin

Di

Editore: Fratelli Fabbri Editore

4.0
(1908)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 251 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Spagnolo , Portoghese , Tedesco , Svedese , Olandese

Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Luigi Martin

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Rilegato in pelle , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Criminalità , Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
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  • 5

    Quando il peccato genera la morte

    Una Parigi lontana dal comune splendore romantico accoglie la storia di Thérèse Raquin. Nel susseguirsi di scene anguste si svolge un adulterio dal tono sinistro, un noir che dissolve tutta la sua vic ...continua

    Una Parigi lontana dal comune splendore romantico accoglie la storia di Thérèse Raquin. Nel susseguirsi di scene anguste si svolge un adulterio dal tono sinistro, un noir che dissolve tutta la sua vicenda in una tetra abitazione adibita a negozio. La giovane Thérèse, dopo aver sposato il rachitico cugino Camille, s'innamora di Laurent, un rozzo opportunista che decide di sbarazzarsi del suo rivale, facendolo annegare nelle acque della Senna durante una gita in barca. Quando il delitto lascia spazio ad un logorante rimorso, la vita degli amanti si trasforma in un incubo animato da visioni e odio reciproco. Così, In un continuo succedersi di allucinazioni, la presenza spettrale della vittima sembra apparire tra i due assassini, si introduce addirittura nel loro letto fino all’insostenibile sensazione che un abbraccio tra i due comprenda anche il corpo rigonfio del cadavere. Nei sussulti dell’insonnia e nei terrori della notte, Thérèse e Laurent vivono lo stesso malessere e patiscono le stesse angosce. Due bruti, due bestie travestite da esseri umani create per sperimentare l’unione di temperamenti diversi. Nella prefazione al romanzo, Zola scrive di aver scelto personaggi smoderatamente dominati dai nervi e dal sangue, privi di libero arbitrio, trascinati in ogni atto della vita dalla fatalità della carne. I loro amori rappresentano l’appagamento di un bisogno in cui l’anima è assente, e l’omicidio che essi commettono è la conseguenza del loro adulterio, un peccato che genera morte, una conseguenza che accettano come i lupi accettano l’uccisione della loro preda.

    ha scritto il 

  • 4

    l'ozio inaspriva i tormenti

    Come al solito tante grazie alla "descrizione del libro" che mi ha detto il finale. Essendo un classico non potevo cominciare a leggerlo con il fascino del mistero: è un classico, devo sapere già come ...continua

    Come al solito tante grazie alla "descrizione del libro" che mi ha detto il finale. Essendo un classico non potevo cominciare a leggerlo con il fascino del mistero: è un classico, devo sapere già come finisce. Vabbè.
    Detto questo, ho trovato molto bella e intensa la prima parte, con descrizioni soffocanti e scure. Mi sembrava quasi di sentire nelle ossa l'umido della merceria e di respirare la pesante aria di malattia della camera di Camille. La seconda parte, quella della conquista e dell'attesa, viene forse un po' troppo tirata per le lunghe, e non ho troppo apprezzato il fatto che i due amanti cominciassero a pensare e comportarsi allo stesso modo (mi sembra una caratterizzazione approssimativa).
    La triste storia della signora Raquin sembra essere causata dalle sue stesse mani, avendo cresciuto un figlio debole ed egoista e una nipote oppressa e la pena che posso provare per lei nella parte finale può essere attutita solo da questo.
    Thérèse e Laurent sono la perfetta rappresentazione del "attento a quello che desideri, perché potresti ottenerlo". L'amore carnale può sopravvivere quando non ci sono più ostacoli a frenarlo? Pare di no.

    ha scritto il 

  • 4

    Il "Delitto e castigo" francese

    Si tratta di un romanzo nero, cupo. Non c'è personaggio che sia men che meschino, gretto. Tant'è vero che a volte, tali personaggi, risultano bidimensionali, ritratti un poco con l'accetta. Di consegu ...continua

    Si tratta di un romanzo nero, cupo. Non c'è personaggio che sia men che meschino, gretto. Tant'è vero che a volte, tali personaggi, risultano bidimensionali, ritratti un poco con l'accetta. Di conseguenza, la storia risulta, in alcuni tratti, ripetitiva e l'intreccio lento a svolgersi, con Zola che pare perdersi nel continuo porre in risalto sempre le stesse situazioni, gli stessi umori (ne è testimonianza la più volte evocata contrapposizione tra sangue e nervi).
    Eppure, non mancano alcune espressioni folgoranti, nel loro parossismo. Soprattutto, emerge prepotentemente il tema centrale del romanzo: l'intreccio dicotomico tra delitto e castigo, affrontato certo in modo differente dal Dostoevskij dell'anno precedente. Zola è (italo-)francese, e basti questo. Non offre la profondità filosofica dei russi; in compenso, concede di più all'estetica letteraria.
    Irrompe, poi, nella tragica vicenda tra Lorenzo e Teresa, l'affascinante inevitabilità del processo, della punizione. Se non saranno gli uomini a stabilire le colpe (nel tribunale del diritto), vi provvederanno le coscienze (nel foro interno della ragione). Dove manca la punizione pubblica soccorre quella privata.
    Un richiamo, pur sintetico, va riferito ai veri propri aspetti da romanzo dell'orrore, evidenti soprattutto quando Lorenzo tenta di ricominciare a dipingere, nonché in ciò che accade alla Raquin nella parte finale dell'opera (anche per lei altro non è che la meritata punizione, visto come ha cresciuto Teresa? O è l'unica vittima illibata di Zola?).
    Lui e lei, Lorenzo e Teresa, sempre così diversi, sono invece uguali nel terrore. Comune è il delitto, comune l'espiazione.

    ha scritto il 

  • 3

    Non sono mai riuscita a finire Delitto e Castigo, ma posso dire di avere finito questo. I personaggi mi sono stati così simpatici che non ho potuto non tirare un sospiro di sollievo quando la vicenda ...continua

    Non sono mai riuscita a finire Delitto e Castigo, ma posso dire di avere finito questo. I personaggi mi sono stati così simpatici che non ho potuto non tirare un sospiro di sollievo quando la vicenda si conclude come si conclude. Grazie Zola

    ha scritto il 

  • 3

    Atmosfere cupe, buie e cattive sono la principale caratteristica di questo romanzo di Zola; non c’è nulla di positivo, di piacevole e di salvabile nella storia dei protagonisti che sono soltanto invas ...continua

    Atmosfere cupe, buie e cattive sono la principale caratteristica di questo romanzo di Zola; non c’è nulla di positivo, di piacevole e di salvabile nella storia dei protagonisti che sono soltanto invasi dalla smania, più o meno accentuata, di assopire i propri bisogni, le proprie pulsioni, i propri istinti. Diventa quindi squallido e triste l’incontro tra i due amanti, non c’è mai sentimento, non c’è speranza. E’ un libro estremamente pessimistico su come può essere vissuta una vita.

    ha scritto il 

  • 0

    Ritratto di signora

    In questo romanzo Zola paga ancora un tributo all'immaginario gotico-romantico, specie con la violenta rappresentazione del cadavere e del fantasma dell'annegato; tuttavia, qui si nota già la mano fel ...continua

    In questo romanzo Zola paga ancora un tributo all'immaginario gotico-romantico, specie con la violenta rappresentazione del cadavere e del fantasma dell'annegato; tuttavia, qui si nota già la mano felice e spietata con cui viene ritratta la miseria dei rapporti umani tra le classi più povere della società di Parigi. Thérèse è una sorella di Emma Bovary, ma più nervosa, inquieta e spietata; il suo sogno d'amore, la sua fame di calore e vita si trasformeranno nel suo peggiore incubo.E qui Zola inizia l'impietosa galleria delle scene della vita parigina, scene di assoluto sfacelo morale e perciò di abbrutimento e decadenza; un inferno in cui principali carnefici e vittime, spesso riuniti nella medesima persona, sono le donne -come confermeranno poi i grandi romanzi del ciclo dei Rougon -Maquart.

    ha scritto il 

  • 4

    Si scrive adulterio ma si legge omicidio.

    Se non fosse per queste dannatissime introduzioni, i classici potrebbero essere amati come meritano.

    Lo ammetto: adoro i libri classici. Ma odio profondamente l'idea dell'Introduzione. La vedo sempre ...continua

    Se non fosse per queste dannatissime introduzioni, i classici potrebbero essere amati come meritano.

    Lo ammetto: adoro i libri classici. Ma odio profondamente l'idea dell'Introduzione. La vedo sempre come una specie di legge tirannica che il lettore si deve sorbire. Questo crea "un clima" di pesantezza, che poi leggendo lo splendido romanzo di Zola non v'è. Leggetela all'inizio, alla fine o al centro del libro, questa Introduzione è infinita e pesante. Se avete l'animo del ribelle, cosa che a me manca con le letture, non fatevi del male come me: saltatela senza troppi complimenti.

    Il romanzo, in ogni caso, l'ho trovato estremamente all'altezza della sua fama. Mi è piaciuto. Anche la scrittura è scorrevole, la storia, pur conoscendone a grandi linea la trama, non mi ha annoiata ma catturata.

    ha scritto il 

  • 5

    Grande esempio di naturalismo

    La penna di Zola dipinge con grande maestria la storia tragica di Teresa e Lorenzo. Amore, odio, rimorso si mischiano insieme in una vicenda che sfocia nel giallo.
    Grande esempio della corrente del na ...continua

    La penna di Zola dipinge con grande maestria la storia tragica di Teresa e Lorenzo. Amore, odio, rimorso si mischiano insieme in una vicenda che sfocia nel giallo.
    Grande esempio della corrente del naturalismo che coinvolge ed emoziona.

    ha scritto il 

  • 5

    “Quando non c’è più speranza nel futuro, il presente si colora di una spaventosa amarezza”

    Un romanzo cupo e claustrofobico , con lo sfondo di una Parigi che resta nell'ombra , su un adulterio portato alle estreme conseguenze , ma soprattutto sul senso di rimorso di due amanti completament ...continua

    Un romanzo cupo e claustrofobico , con lo sfondo di una Parigi che resta nell'ombra , su un adulterio portato alle estreme conseguenze , ma soprattutto sul senso di rimorso di due amanti completamente succubi di un delirio di sensi che li porta a compiere un atto orrendo .
    Per la minuziosa indagine degli stati d'animo dei due protagonisti lungo il percorso della loro progressiva aberrazione mentale , del del loro abbrutimento sotto il peso sempre più insostenibile dell'atrocità commessa , si potrebbe definirlo più un trattato di psicologia che un romanzo decisamente “noir”e , se si pensa che fu pubblicato nel 1867 , si può ben comprendere come esso sia stato ampiamente criticato , ed addirittura avversato , dai critici dell'epoca .
    Un'opera nella quale l'egoismo prevale su tutto , dove lo splendido tratteggio di ogni personaggio , inclusi quelli cosiddetti “di contorno” , la colloca di diritto fra quelle di spicco della letteratura “realistica” ottocentesca francese e che , a dispetto dei suoi quasi centocinquant'anni , è ancora tale da appassionare il lettore .

    ha scritto il 

  • 5

    La Thérèse di Zola: quando a fallire è la critica

    Quando Thérèse Raquin apparve nel 1867, a dispetto del discreto successo di pubblico, la critica non tardò a gridare allo scandalo: immorale, dicevano; osceno.
    Lo stesso Louis Ulbach parlò, in un arti ...continua

    Quando Thérèse Raquin apparve nel 1867, a dispetto del discreto successo di pubblico, la critica non tardò a gridare allo scandalo: immorale, dicevano; osceno.
    Lo stesso Louis Ulbach parlò, in un articolo pubblicato su Le Figaro, di “littérature putride”, a voler sottolineare l’atmosfera obbrobriosa e lussuriosa del romanzo, giudicato da menti moraliste, circondato da mera ipocrisia, la stessa che Zola combatté durante la sua carriera di giornalista e romanziere, attraverso articoli tanto assennati quanto mordaci.
    Lo scalpore che suscitò la sua Thérèse costrinse l’autore a scriverne una prefazione l’anno successivo, dove, ancora una volta, diede sfogo al suo risentimento compiaciuto e pungente:

    “Non mi lamento affatto di questa accoglienza; al contrario, sono felice di constatare che i miei colleghi hanno i nervi sensibili come le fanciulle”.

    È così che Zola, all’epoca ventisettenne, si sente costretto a dover illustrare la sua opera, soffermandosi sui principi della scrittura naturalista, analoga al metodo scientifico, e paragonandola al lavoro di dissezione che un chirurgo opera su un cadavere: è una scrittura che mostra la realtà in modo oggettivo, privo di sentimentalismi e idee personali; una scrittura analitica, scientifica; uno studio fisiologico che dimostra le conseguenze dell’ambiente sociale e delle patologie psichiche umane.
    Nel romanzo, Zola analizza l’unione tra un temperamento nervoso e uno sanguigno: la giovane Raquin e Laurent, il suo amante.
    Thérèse cresce in un ambiente chiuso e soffocante con la zia, docile merciaia e madre di Camille, ragazzo esile e malaticcio, estraneo alla virilità e infantilmente egoista.
    Dopo aver sposato il cugino, la giovane, carica di ardori repressi, si rassegna con rancore e insofferenza a una vita scialba e monotona nella merceria della zia, nel tetro passaggio parigino del Pont-Neuf, popolato da botteghe squallide e buie.
    Tutto cambia con l’arrivo di Laurent, aitante impiegato e sedicente pittore, nonché amico d’infanzia di Camille.
    La passione è immediata: nasce violenta, carica di inibizioni che mettono a nudo la vera natura dei giovani: opposti e complementari, lascivi e calcolatori, i due arrivano a uccidere il marito della donna simulando un incidente in barca, sicuri di una vita insieme.
    Le conseguenze dell’omicidio non tardano ad arrivare: il senso di colpa sfocia in allucinazioni macabre e inquietanti, il fantasma dell’annegato toglie il sonno e li trascina in un abisso ineluttabile, in una tragica insania che sconvolge e addolora.
    Thérèse Raquin è un’esperienza traumatica e raccapricciante, narrata con maestria; mette a dura prova la calma del lettore, provocando i suoi nervi e l’oggettività della lettura grazie a una penna accorta e impeccabile.
    È però uno studio, un’analisi accurata e attuale di ciò che ci circonda, e che spinge a rimuovere pregiudizi e idee perverse durante la lettura.
    Accuse, queste, a cui Zola rispose franco, sardonico. Divertito.

    “Ci vuole l’ostinata cecità di certa critica per costringere un romanziere a fare una prefazione. Poiché, per amor di chiarezza, ho commesso l’errore di scriverne una, invoco il perdono delle persone intelligenti che non hanno bisogno, per vederci chiaro, che gli si accenda una lanterna in pieno giorno”.

    ha scritto il 

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