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Terroni

Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero "meridionali"

Di

Editore: Piemme

3.7
(640)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 308 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8856612739 | Isbn-13: 9788856612738 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: eBook , Paperback

Genere: History , Political , Social Science

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Descrizione del libro
Fratelli d'Italia... ma sarà poi vero? Perché, nel momento in cui ci si prepara a festeggiare i centocinquant'anni dall'Unità d'Italia, il conflitto tra Nord e Sud, fomentato da forze politiche che lo utilizzano spesso come una leva per catturare voti, pare aver superato il livello di guardia. Pino Aprile, pugliese doc, interviene con grande verve polemica in un dibattito dai toni sempre più accesi, per fare il punto su una situazione che si trascina da anni, ma che di recente sembra essersi radicata in uno scontro di difficile composizione. Percorrendo la storia di quella che per alcuni è conquista, per altri liberazione, l'autore porta alla luce una serie di fatti che, nella retorica dell'unificazione, sono stati volutamente rimossi e che aprono una nuova, interessante, a volte sconvolgente finestra nella facciata del trionfalismo nazionalistico. Terroni è un libro sul Sud e per il Sud, la cui conclusione è che, se centocinquant'anni non sono stati sufficienti a risolvere il problema, vuol dire che non si è voluto risolverlo. Come dice l'autore, le due Germanie, pur divise da una diversa visione del futuro, dalla Guerra Fredda e da un muro, in vent'anni sono tornate una. Perché da noi non è successo?
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  • 4

    "Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni. E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni "anti-terrorismo", come i marines in Iraq.
    Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridio ...continua

    "Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni. E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni "anti-terrorismo", come i marines in Iraq. Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico [...] Ignoravo che, in nome dell'Unità nazionale, i fratelli d'Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma".

    Questo è l'incipit del libro. Che ha riproposto qui su questo Social (leggere i commenti, please) la stessa diatriba, le stesse "divisioni" Nord-Sud che intendeva denunciare. Ora, a differenza dell'autore, io qualcosa sapevo, sebbene non avessi mai trovato il modo di approfondire. Seguimi. "1860. Un esercito di napoletani, imbottiti dell'idea di Patria, tentò di buttare a mare un pugno di briganti che assaliva la sua Patria. Fra quei briganti c'erano diversi ufficiali napoletani disertori della loro Patria. Per l'appunto furono i briganti a vincere. Ora ognuno di loro ha in qualche piazza d'Italia un monumento come eroe della Patria." Questo brano è del 1965. Autore: Don Lorenzo Milani (Lettera ai cappellani militari). Ecco uno che "sapeva" (e che insegnava quel che sapeva). ------------------ Il libro ha una sola pecca: lo stile. Troppo colloquiale (sembra di stare ad un tavolino del bar ad ascoltare lo zio d'America -zio emigrato dal Sud, verosimilmente- che discetta di storie terribili e "maravigliose"). Trattandosi di un pamphlet, l'opera è chiaramente, com'è giusto, di tipo divulgativo (con l'autore che correttamente, senza infingimento alcuno, si muove per quello che è: un giornalista), ma la materia è così seria ed aspra ed ostica che avrei preferito un taglio diverso, un maggiore equilibrio di forma e contenuto.

    ha scritto il 

  • 4

    … Prima di voltare pagina, bisogna leggerla ...


    Non siamo un paese, perché è mancata, dopo il Risorgimento, dopo il fascismo, la civiltà di esaminarsi e giudicarsi. (…) La nostra è storia di crimini impuni per ragion di stato. E questa assuefazione all'impunità e al sopruso ha una connotazione pure geografica, ha generato un'idea di cittad
    ...continua

    Non siamo un paese, perché è mancata, dopo il Risorgimento, dopo il fascismo, la civiltà di esaminarsi e giudicarsi. (…) La nostra è storia di crimini impuni per ragion di stato. E questa assuefazione all'impunità e al sopruso ha una connotazione pure geografica, ha generato un'idea di cittadinanza minore, rassegnata a tollerare, se a proprio danno, quel che per altri è intollerabile. Pondelandolfo non è sul Sand creek; al sud non c'erano gli indiani. La coscienza del paese può tacere.

    L'impoverimento del Meridione per arricchire il nord non fu la conseguenza, ma la ragione dell'unità d'Italia. La ragione dei pratici; quella dei romantici era un ideale. Vinsero entrambi.

    ha scritto il 

  • 1

    Davvero scadente

    Mi consola il fatto d'aver visto che molti altri non hanno apprezzato per niente questo saggio,a metà tra lo storico e il contemporaneo.
    Stando a quanto sostiene l'autore il Sud era prima dell'Unità d'Italia un regno ricco,felice,pieno di risorse,con poca criminalità,invidiato e copiato dalle pri ...continua

    Mi consola il fatto d'aver visto che molti altri non hanno apprezzato per niente questo saggio,a metà tra lo storico e il contemporaneo. Stando a quanto sostiene l'autore il Sud era prima dell'Unità d'Italia un regno ricco,felice,pieno di risorse,con poca criminalità,invidiato e copiato dalle principali potenze europee come la Franca e l'Inghilterra.Invece il Piemonte era povero,depresso,in bancarotta.Già qui mi viene una riflessione:io non mi intendo di storia e non giudico,ma mi sembra esagerata queste descrizione tutta positiva del Sud e così negativa del Nord.Poi,una descrizione più che realistica dei saccheggi,distruzioni,violenze e sevizie fatte dai "nordici".A questo credo,perchè purtroppo è una triste realtà della guerra.Certo,la cosa raccapricciante è che fosse fatta dagli italiani verso altri italiani,fratelli di sangue e di stirpe. Poi per tutto il libro si raccontano le conseguenze sempre negative per il sud dell'unità d'Italia: leggi a sfavore,saccheggi più o meno leciti,impoverimento a favore delle regioni settentrionali.Conseguenze ovvie,la criminalità organizzata e l'emigrazione,mali che tuttora affliggono il meridione. Non ho e non ho mai avuto pregiudizi contro i meridionali,da me ritenute persone stupende,ma a mio giudizio questo libro esagera al contrario.Sicuramente odioso il comportamento e l'atteggiamento di tanti leghisti contro il sud,ma questo libro è capovolto,cioè razzista ai danni del nord. Convinta poi che la verità il più delle volte stia nel mezzo,possibile che il sud fosse tutto stupendo prima dell'unità?Neanche una pecca,una critica in tutto il libro. Poi ripetitivo,petulante,lungo e noioso in troppi punti,si salta di palo in frasca,da un argomento all'altro senza filo logico,si fa fatica a seguire il discorso,troppa fatica. Uno stile discutibile e non piacevole,che rende difficile e non bella la lettura. Non parliamo poi della conclusione : secondo l'autore sarebbe auspicabile una scissione dell'Italia,che porterebbe vantaggi grandi al sud.Sicuramente bisogna fare di più per il Mezzogiorno,ma credo che la secessione non sia una bella soluzione per il paese.... Bocciato su tutti i fronti!Mi aspettavo decisamente di meglio. Non leggetelo.

    ha scritto il 

  • 4

    Letto da: Peppe.


    La storia scritta da chi ha perso. Documentato e colmo di fatti storici interpretati e proposti per i non-vincitori dell'unità d'Italia. Diverse volte un certo senso di revanscismo non si riesce a nascondere fra le righe. Ma fatta la tara, il netto del saggio è interessant ...continua

    Letto da: Peppe.

    La storia scritta da chi ha perso. Documentato e colmo di fatti storici interpretati e proposti per i non-vincitori dell'unità d'Italia. Diverse volte un certo senso di revanscismo non si riesce a nascondere fra le righe. Ma fatta la tara, il netto del saggio è interessante.

    ha scritto il 

  • 1

    Se fossi in malafede potrei esordire dicendo "Sebbene io venga dal profondo Nord, non ho nessun pregiudizio verso il Sud e verso i meridionali per questo, questo e quest'altro motivo". Oppure potrei premettere che ritengo la Lega Nord un partito di minorati mentali, che il Nord è stato ed è, in p ...continua

    Se fossi in malafede potrei esordire dicendo "Sebbene io venga dal profondo Nord, non ho nessun pregiudizio verso il Sud e verso i meridionali per questo, questo e quest'altro motivo". Oppure potrei premettere che ritengo la Lega Nord un partito di minorati mentali, che il Nord è stato ed è, in parte, un problema per il Sud (ma nello stesso tempo un enorme possibilità di riscatto), che i fatti della mia vita m'hanno portato molte volte giù per l'Italia e che mi sono sempre trovato benissimo e a casa, pur con certe perplessità (frutto di osservazioni, di vari pregiudizi, di un modo differente di concepire alcuni aspetti del mondo e della vita).

    Tuttavia non sono in malafede e, pur pensando tutte quelle cose, non vorrei usarle qui come premessa. Vorrei solo conoscere e leggere un resoconto oggettivo e storicamente attendibile degli anni dell'Unità italiana: perché sono semplicemente curioso di approfondire i motivi del ritardo del Sud e dei suoi mille problemi che si trascinano sempre negli anni e perché credo fermamente che la verità farebbe bene a tutta questa nazione di eterni imbroglioni e simulatori. Tutto qui. Con umiltà e cercando di togliermi di dosso quella certa aria di superiorità che inevitabilmente ti finisce addosso (cosa, questa, che farebbe bene a tutto il Nord).

    Poi mi imbatto in questa "cosa". Che non è un saggio di storia, e quindi gli si può perdonare l'assenza delle note a piè di pagina o a fine libro come si fa di solito coi bravi giornalisti, che di solito sanno raccontare (e questa bravura gli vale la mia totale assoluzione). I bravi giornalisti, però, ti schiaffano sempre, da qualche parte, una bibliografia di qualche pagina di saggi, monografie, articoli, come si fa in un qualunque testo che voglia darsi una rispettabilità scientifica.

    Qui non c'è niente di simile. Il problema, purtroppo, non sta però solo lì.

    I problemi sono tanti, e sono talmente enormi da far precipitare la "cosa" negli abissi più oscuri della spazzatura editoriale. Questo "saggio" è il fondo della fossa delle Marianne della saggistica storica.

    Prima di tutto, è scritto e pensato malissimo. Il testo è imbarazzante a livello sintattico; è ancor più imbarazzante dal punto di vista strutturale, saltando di palo in frasca a ogni momento (a livello storico, temporale, culturale); è reso illeggibile da centinaia di ridicole e infantili domande retoriche che vengono continuamente poste. La divisione in capitoli è puramente indicativa, poiché non si segue un filo logico, ma un groviglio che mischia di tutto. E quando dico di tutto, intendo veramente di tutto.

    Poi c'è la parte puramente storica. Che è semplicemente un vergognoso, interminabile, terrificante piagnisteo degno del peggior macchiettismo antimeridionale. Un lamento tutt'altro che nobile e dolente (come alcuni fatti drammatici avvenuti in quegli anni avrebbero potuto - dovuto! - far nascere), carico di un livore e di un odio tanto violento e feroce verso il Nord Italia da far impallidire anche i migliori (si fa per dire) leghisti. Un odio che trasfigura il resoconto storico in un insieme disordinato e informe di fatti (trattati sempre in maniera clamorosamente partigiana), sensazioni e dati. Senza che ci sia una, e dico una, assunzione di responsabilità o autocritica.

    Sui dati si potrebbe tranquillamente scrivere un libro di replica pari all'originale. Ci sono talmente tante balle e talmente colossali da non poter essere qui raccontate tutte; alcune sono già state trattate nelle recensioni (mie o di altri) di altri libri di quel periodo.

    Due cose mi hanno però colpito molto e vale la pena raccontarle.

    La prima è l'intero capitolo "Educazione alla minorità", in cui si cerca di ricondurre la passività dei meridionali rispetto ai problemi della loro terra all'effetto di una sorta di secolare esperimento psicologico sociale imposto dai settentrionali (sul modello, per intendersi, dei meccanismi che portarono -sto citando- cittadini assolutamente normali a diventare spietate guardie carcerarie nei lager nazisti). Il Nord che arrivò, colonizzò, sradicò usi e punti di riferimento secolari per imporre la propria dominazione. Punti di riferimento che erano la monarchia più reazionaria e arretrata d'Europa, un clero onnipresente e pochi latifondisti onnipotenti. Punti di riferimento "antichi", dice l'autore, come quelli che hanno Giappone e Cina. Già. Peccato che Giappone e Cina siano cresciuti e diventati moderni solo dopo che quei "valori antichi" (che, di solito e in una parola, si chiamano medioevo) erano stati sostituiti parzialmente o del tutto. Bene o male che fosse dal punto di vista antropologico e culturale.

    Che l'Unità non abbia poi risolto tutti i problemi, che ne abbia creato di nuovi è sacrosanta verità: ma affermare quello che ho, brevemente, riportato sopra, con quei paragoni, è un'offesa sia al Meridione che alla verità.

    La seconda cosa è il fatto compiuto, secondo l'autore, del complotto che Francia e UK ordirono per far crollare l'idilliaco Regno delle Due Sicilie. Piano malefico organizzato col favore della Massoneria e con beneficiario il Regno di Sardegna perché (udite udite) le due superpotenze europee del tempo temevano la concorrenza economica del Regno borbonico. Sì, avete capito bene. Francia e Gran Bretagna.

    Non mi dilungherò a ripetere le castronerie sulle classifiche economico-militare-tecnologiche copiate e incollate dai formidabili siti neoborbonici per confutarne le incredibili (nel senso più letterale del termine) tesi, ma mi limiterò a una semplice osservazione.

    Se Francia e UK temevano economicamente un Regno da 8-9 milioni di abitanti, con il livello industriale e tecnologico che aveva (al loro confronto), per quale motivo contribuire a disfarlo e favorire coscientemente la formazione di un nuovo stato di 25-30 milioni di abitanti potenziali, con capacità industriali, militari, politiche enormemente superiori?

    So già che non riceverò risposta.

    Concludo dicendo semplicemente che questo libro è prima di tutto un'offesa al Meridione, a tutte le persone che cercano ogni giorno di migliorarlo facendo del loro meglio; è un'offesa alla memoria degli anni violenti e drammatici dell'Unità, poiché non contribuisce affatto ad avvicinarsi alla verità e a comprendere quelle tragedie; è un'offesa al Nord Italia, che ha le sue innegabili colpe, ma che non può tollerare di essere preso come un caprio espiatorio; è un'offesa alla ricerca storica e alla letteratura.

    Questo libro è soltanto una spalla su cui i peggiori istinti del Sud (nostalgici, criminali, ladri, profittatori) possono appoggiarsi e, sorridendo maligni, raccontarsi come le colpe siano tutte degli altri. Affinché tutto rimanga sempre uguale.

    Complimenti, Aprile.

    ha scritto il 

  • 5

    L'eloquenza e l'incisività del sottotitolo, peraltro di particolare efficacia, spiega fin troppo bene la ragione profonda che ha spinto l'Autore, un meridionale che ha lavorato molti anni nel settentrione, a scrivere questo interessantissimo libro. In esso viene ripercorsa la storia dei "rapporti ...continua

    L'eloquenza e l'incisività del sottotitolo, peraltro di particolare efficacia, spiega fin troppo bene la ragione profonda che ha spinto l'Autore, un meridionale che ha lavorato molti anni nel settentrione, a scrivere questo interessantissimo libro. In esso viene ripercorsa la storia dei "rapporti" tra Nord e Sud dandone una lettura diversa, oserei dire capovolta, da quella che si è consolidata nei manuali che abbiamo studiato a scuola. Riccamente documentato, raccontato con sferzante e graffiante ironia, arricchito da numerose citazioni, fatti e aneddoti, esso appare restituire le ragioni (e l'orgoglio!) di essere terroni. Non manca qualche punta di estremismo soprattutto quanto si sostiene che per il Sud andare "da soli" significherebbe avere "la possibilità di trasformare i ritardi in occasioni di sviluppo; senza doverci rinunciare come adesso, nell'attesa che chi ha in mano le leve del Paese decida 'se ce lo meritiamo". Ma anche questi aspetti ne rendono più bella ed interessante la lettura.

    ha scritto il 

  • 5

    da conservare

    è un lavoro molto prezioso e vivo su un argomento che non si tratta molto, ma che è illuminante su molti punti di vista. ironico anche se di parte, risveglia alcune coscienze e dà una severa scrollata ad alcune abitudini date per assodate. molto belli gli ultimi due capitoli.

    ha scritto il 

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