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Testaments Betrayed

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Publisher: Faber and Faber

4.0
(321)

Language:English | Number of Pages: 256 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) French , Italian , Spanish , German

Isbn-10: 0571173373 | Isbn-13: 9780571173372 | Publish date:  | Edition New Ed

Translator: Linda Asher

Also available as: Hardcover

Category: Non-fiction , Philosophy , Reference

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Book Description
In the course of nine sections, this book examines the major situations of our time in the light of the wisdom of the great novelists: Kafka; Stravinsky; Hemingway; Rabelais; and Janacek. Ultimately, this brings about the question of the betrayed testaments of Europe, art and the novel.
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  • 0

    Viaggio nel tempo della Letteratura

    BREVE INTRODUZIONE… Devo ammettere che tentare di recensire – o perlomeno solo parlarne – questo saggio di Kundera, mi incute un certo timore referenziale.Il motivo sta nella omplessità della struttur ...continue

    BREVE INTRODUZIONE… Devo ammettere che tentare di recensire – o perlomeno solo parlarne – questo saggio di Kundera, mi incute un certo timore referenziale.Il motivo sta nella omplessità della struttura e del pensiero dell’opera, che abbraccia una vastità di temi, opere, autori: un viaggio nel tempo (della letteratura).
    In realtà non si tratta di un vero e proprio saggio, quindi non credetelo tale e non temete: l’edizione Adelphi, nella quarta di copertina, lo definisce “un romanzo che ha per protagonista il romanzo stesso”. Giusto. Ma non basta. Definirlo romanzo, sì, rende bene l’idea dello stile fluido, per nulla dissimile da quello che i lettori dei romanzi di Kundera già conoscono; e la stessa struttura di Parti, Capitoli e Paragrafi (molto brevi) è tipica di un romanzo; eppure, ancor più giusto di Romanzo sarebbe definirlo una Piacevole Conversazione Tra Amici: sagace, stimolante, persino divertente.
    L’impressione è di starsene seduti in un salotto elegante, circondati da scaffali colmi di libri, una sinfonia ottocentesca in sottofondo da un grammofono d’epoca e la luce di un camino scoppiettante. E di fronte a noi avere uno dei maggiori scrittori e intellettuali contemporanei, che ci parla di romanzieri e musicisti, Rabelais così come Tolstoj, Cervantes e allo stesso tempo Hemingway, Bach e Stravinskij, ma soprattutto Kafka, e per ognuno dei temi affrontati, per ognuno degli autori citati, scoprire l’idea di mondo intorno alla loro figura e le illuminanti interpretazione e riflessione di Kundera.
    E inoltre è una introspezione psicologica e antropologica di tutte le fasi della letteratura, una vera leccornia per chi ama i libri e le Lettere.… CON PREMESSA Credo che come introduzione abbia già detto molto, ma concedetemi solo una premessa. Non mi cimenterò in una recensione o una critica: non solo perché, per essere adeguata, richiederebbe lo spazio non di una pagina ma di un intero libro, e davvero è meglio di no; bensì non vorrei rendere prosaica, con la mia voce, un’opera tutta da gustare e da scoprire ognuno per sé: cosicché, se avrete voglia di leggerla, in quel salotto con Kundera ci sarete solo voi e lui, e nessun altro a privarvi del privilegio di quella intimità.
    Quel che farò è proporre cinque citazioni accompagnate (non sempre, altrimenti il danno del mio intervento supererebbe il beneficio della citazione), da una breve considerazione (per le riflessioni di Kundera mi limito alla citazione e basta; lungi da me parafrasarle. Perché spiegare una tesi che nel libro Kundera spiega infinite volte meglio di me?), così da poter concedere un ‘assaggio’ che spero possa far venire ‘appetito’.

    1.
    «Lo humour: lampo divino che rivela tutta l’ambiguità morale del mondo e la profonda incompetenza dell’uomo a giudicare gli altri; humour: l’euforia che nasce dal conoscere la relatività delle umane cose, il bizzarro piacere che deriva dalla certezza che non ci sono più certezze» [p. 39]
    L’humour ha contraddistinto “il primo tempo” della storia del romanzo. Boccaccio, Cervantes e Rabelais sono stati i pionieri del romanzo europeo; e di conseguenza tutto il romanzo europeo, da Boccaccio ai giorni nostri, è figlio dell’humour. Ci ritroviamo oggi, tuttavia, di fronte a un parricidio, o meglio ad un atto di estremo nichilismo, nel significato turgeneviano del termine: il romanzo moderno e contemporaneo, a partire da Scott e Balzac (con i quali il romanzo europeo si avvia per “il secondo tempo”), ha rimosso quel primo tempo dalla cui costola è stato generato, e l’esigenza della verosimiglianza ha reso Boccaccio, Cervantes e Rabelais dei cattivi modelli, sicché lo stesso humour è diventato “la cattiva coscienza del romanzo”. La bellezza della citazione di Kundera risiede nel restituire a questo genere la sublimità e la riverenza che gli spettano e gli dobbiamo.

    2.
    «È questa la prima clausola del suo [di Beethoven] testamento artistico destinato a tutte le arti, a tutti gli artisti, clausola che io formulerei così: non bisogna considerare la composizione (l’organizzazione architettonica dell’insieme) come una matrice preesistente, trasmessa all’autore affinché questi la riempia con la sua invenzione; la composizione stessa deve essere un’invenzione, un’invenzione che vede impegnata tutta l’originalità dell’autore» [p. 166]
    Non è un caso che Kundera qui precisi “tutte le arti”. Come per Beethoven e chi fa musica, questo “testamento” può ben valere anche per uno scrittore, così come per un pittore e per qualunque persona che più semplicemente vive. Ognuna delle azioni che compiamo quotidianamente, da una occasionale conversazione alle più personali abitudini, segue sempre modelli e convenzioni già predisposti. Non si tratta di ridurre la vita a opera d’arte, nell’anacronistico significato che gli dava l’estetismo; bensì, forse più banalmente, che l’organizzazione architettonica di tutto quel che siamo e facciamo sia essa stessa quel che siamo e facciamo. La matrice delle nostre azioni, creazioni e invenzioni sia nostra, personale, effetto e risultato di noi stessi! Già Nietzsche diceva che per gli uomini è più facile accettare la realtà così com’è, piuttosto che trasformarla. Ma come sarebbe il mondo, o anche solo la nostra vita, se ognuno di noi evitasse di accettare “matrici preesistenti” da riempire meramente?, e svolgesse il proprio lavoro, pensasse, parlasse, mangiasse un tramezzino attribuendovi una personale interpretazione, infondendovi la propria personalità? Beethoven e Kundera ci donano un elogio della creazione e della creatività, che si sia scrittori, musicisti o esseri viventi.

    3.
    «Guardatevi intorno, in metropolitana; vedrete che tutti quanti, seduti, in piedi, si ficcano un dito in un qualche orifizio del viso, nell’orecchio, in bocca, nel naso; nessuno si sente osservato dagli altri e ciascuno pensa di scrivere un libro per poter esprimere il proprio unico e inimitabile io che si esplora le narici; nessuno ascolta nessuno, tutti scrivono e ciascuno scrive come se ballasse il rock: da solo, soltanto per se stesso, concentrato su di sé, eppure facendo gli stessi movimenti che fanno tutti gli altri.»[p 225]
    C’è forse bisogno di aggiungere altro?

    4.
    «Un libro è il prodotto di un altro io, diverso da quello che si manifesta nelle abitudini quotidiane, nei rapporti sociali, nei vizi … L’io dello scrittore si manifesta unicamente nei libri» [p 256]
    Non è Kundera a dirlo, ma Proust. Se Kundera inserisce le parole di Proust e concede a lui di esprimere questo pensiero, ecco che anch’io mi permetto di riportare una citazione di Proust, non di Kundera.
    Gli amanti lettori probabilmente percepiranno un alone di magia intorno a queste parole, per il fascino di una frase capace di asserire che ogni scrittore è un dottor Jackyll e un Mister Hyde. Per chi invece si cimenta nella scrittura con una certa costanza, la sensazione può essere simile a quella provata di fronte allo specchio da Vitangelo Moscarda, nel notare, per la prima volta dopo una vita, un difetto al naso: ma dunque chi sono io?
    Senza aggiungere altro, ritengo che questa citazione racchiuda e trasmetta tutta la bellezza alchemica di ogni pensiero, storia o idea riportate in scrittura, che la si guardi dalla prospettiva del lettore o da quello del suo autore. E ci svela che forse solo gli artisti hanno la possibilità di riuscire a conoscere il proprio io.

    5.
    « Prima che il diritto d’autore divenisse legge, è stato necessario che si affermasse un certo atteggiamento di rispetto nei confronti dell’autore. Questo atteggiamento, maturato lentamente nel corso di alcuni secoli, mi sembra oggi in via di dissoluzione. Non vedo, altrimenti, come si potrebbe accompagnare uno spot pubblicitario per la carta igienica con una musica di Brahms. O pubblicare nel plauso generale versioni ridotte dei romanzi di Stendhal. Se quell’atteggiamento di rispetto nei confronti dell’autore esistesse ancora, tutti si chiederebbero: ma Brahms sarebbe d’accordo? E Stendhal non andrebbe su tutte le furie?» [p. 260]
    Il vero problema non è la dissoluzione esclusiva del rispetto nei confronti di un artista, quanto nei confronti nella quasi totalità del pensiero, del lavoro e della creazione intellettuali. Possiamo già evincerlo dai dati di successo lavorativo che hanno oggi i laureati in una facoltà umanistica e in una tecnico-scientifica: il mondo del lavoro oggi rispecchia perfettamente tale involuzione.
    Un professore negli anni ’50 riceveva riverenti e ossequiosi trattamenti e la sua professione era percepita con rispetto e come motivo d’onore. Essere professore negli anni ’50 era un privilegio. Essere professore oggi è… niente, non è assolutamente niente. È un semplice lavoro, pari a qualsiasi altri, se non anzi inferiore.
    Conoscere la filosofia nel ‘700 o nell’ ‘800 era anch’esso un motivo di onore e di orgoglio. E oggi? Qual è l’opinione che si ha oggi di chi studia filosofia? Retorica domanda!
    Ma quali sono le cause di questa involuzione?
    Certo, per rispondervi, ci sarebbe bisogno di un sociologo e di una indagine sociologica. Quel che credo tuttavia è che a spostare l’ago della bilancia sia stata la cosiddetta rivoluzione tecnologica (e vi includo mezzi di comunicazione di massa, radio, televisioni e da ultimo internet) che sta caratterizzando l’età contemporanea e gli anni duemila. Così come la rivoluzione industriale ha segnato una cesura nella vita dell’uomo, stravolgendola completamente, così, oggi, questa trasformazione (e non è da ritenere conclusa: ci siamo nel bel mezzo, se non addirittura all’inizio) sta stravolgendo nuovamente la vita dell’umanità: abitudini e modus vivendi così come principi, etiche e morali.
    Il merito di Kundera è di essere stato un visionario: “I testamenti traditi” è stato pubblicato nel 1992: era l’alba della telefonia cellulare e di internet. Già nel 1992 aveva intuito quanto solo oggi, alla luce delle nuove scoperte e invenzioni, con facilità possiamo osservare.

    questa e altre recensioni su ilrifugiodellircocervo.wordpress.com

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  • 4

    Non è bello ciò che è bello ma ciò che piace…e i gusti letterari e musicali di Kundera - se talvolta mi è capitato di aver presenti i soggetti delle sue digressioni - spesso mi è capitato di non condi ...continue

    Non è bello ciò che è bello ma ciò che piace…e i gusti letterari e musicali di Kundera - se talvolta mi è capitato di aver presenti i soggetti delle sue digressioni - spesso mi è capitato di non condividerli.
    Ad esempio non ho gradito la banalizzazione che fa del rock: se si ignora ciò di cui si parla, giova di gran lunga tacerne.
    Nonostante ciò il libro mi è piaciuto: a metà strada fra il saggio letterario-musicale, la critica di costume e l’autointervista, si potrebbe piuttosto definirlo uno zibaldone di pensieri, aneddoti e recensioni che alla fin fine risulta sia utile che dilettevole.
    Utile perché classifica in maniera originale le varie età del romanzo - visto come genere artistico a sé stante - e le pone in parallelo a quelle della cultura musicale.
    Utile perché ci parla sia dal punto di vista del Kundera lettore che da quello del Kundera autore che, da quello inedito, di “sindacalista” di tutta l’umana genia creatrice di arte, richiamandosi ad un “diritto d’autore” in senso più universale che meramente giuridico, spostando continuamente la prospettiva di chi legge e facendolo riflettere su dati di fatto cui il profano non è avvezzo a impiegare la propria attenzione.
    Per farlo non rimane nel vago ma corrobora i concetti con esempi concreti: il titolo ci richiama alla mente la controversa questione delle ultime volontà di Kafka circa la distruzione almeno parziale dei propri scritti e la divulgazione scriteriata che di rimando ne ha fatto l’amico Max Brod e questo è il leitmotiv che ci accompagna per tutta la lettura. Il discorso però coinvolge numerosi altri artisti, adulterati, traditi, offesi o strumentalizzati;
    sul banco degli imputati critici miopi, traduttori ubriachi di protagonismo, biografi gossippari, editori insensibili, direttori d’orchestra infedeli, fino ai casi più comuni e quotidiani : ma Brahms avrebbe gradito che un suo pezzo fosse il commento musicale di uno spot pubblicitario di una marca di carta igienica?
    Ma il libro è anche dilettevole, e addirittura imperdibile, per gli estimatori di Kundera, che hanno occasione di pascersi, nero su bianco, del pensiero dell’autore, della probabile genesi biografica del suo amore per il modernismo postproustiano e postmalheriano, del suo modo di relazionarsi con la lettura di altri artisti, e con alcuni episodi chiave del suo vissuto: tutti elementi che sottendono all’ispirazione del nostro.
    Kundera stesso mi redarguirebbe per quest’ultimo periodo scritto, e argomenterebbe come Proust vs. Sainte - Beuve che l’Io che scrive è un secondo Io che nulla c’azzecca con quello privato e personale della vita di tutti i giorni…ma non importa: anche noi ottusi lettori che Eco chiamerebbe “empirici”abbiamo diritto alle nostre piccole gratificazioni…

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  • 4

    ...

    con questo saggio ho terminato la bibliografia di kundera, sono contenta di aver lasciato questo libro per ultimo, perchè leggendolo per la prima volta ho visto Kundera lettore più che scrittore.
    e ch ...continue

    con questo saggio ho terminato la bibliografia di kundera, sono contenta di aver lasciato questo libro per ultimo, perchè leggendolo per la prima volta ho visto Kundera lettore più che scrittore.
    e che lettore! Kafka, Gombrowicz, Broch, Rabelais, Cervantes... sono solo alcuni degli scrittori che K. commenta e recensisce
    e che recensioni!
    stupisce tanta cultura e stupisce ancora di più l'assoluta mancanza di saccenza...e poi le bellissime digressioni sulla musica.
    un grande prova di saggistica (in cui vengono sviluppati e migliorati i temi già presenti nel precedente "l'arte del romanzo".
    Per me Kundera (così come Marquez, di cui era amico) è un semi-dio.

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  • 5

    1992

    Un ensayo sobre literatura y música. Kundera fue pianista de jazz.

    Analiza, con una erudición increíble, la relación entre la literatura, la política y la música a través de los siglos, recreándose e ...continue

    Un ensayo sobre literatura y música. Kundera fue pianista de jazz.

    Analiza, con una erudición increíble, la relación entre la literatura, la política y la música a través de los siglos, recreándose en temas diversos como la polémica creada alrededor de la novela "Los versos satánicos", de Salman Rushdie, disección de los estilos literarios del propio Rushdie, Kafka y Dostoievski, los errores habituales al traducir a otros idiomas la obra de Kafka, la evolución de la música clásica y polémicas entre compositores y musicólogos, la relación entre la música pop rock y las tendencias ideológicas de las últimas décadas, etc...

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  • 4

    "Personne n'est plus insensible que les gens sentimentaux"

    Libro di critica letteraria che Kundera ha scritto direttamente in francese mescolando musicologia e filosofia. I testamenti traditi del titolo sono quelli di Kafka, autore del quale l'editoria modern ...continue

    Libro di critica letteraria che Kundera ha scritto direttamente in francese mescolando musicologia e filosofia. I testamenti traditi del titolo sono quelli di Kafka, autore del quale l'editoria moderna ha pubblicato ogni scartoffia, incurante delle ultime volontà dello scrittore, che avrebbe voluto eliminare tutta la sua opera omnia. Finendo, purtroppo, per affidarla all'amico sbagliato.

    Kundera oscilla armoniosamente tra l'opera di Stravinski e la costruzione della trama e la genesi della colpevolezza ne "Il Processo" di Kafka, richiama alla mente i discorsi dei suoi connazionali appena usciti dagli "orribili quarant'anni" e rimprovera a Orwell e al suo osannato 1984 di aver ridotto la vita ad un'esistenza appiattita sulla politica.
    Kundera s'incammina sul solco tracciato da Proust e si schiera contro il francese Sainte-Beuve e i critici che hanno voluto indovinare la vita degli autori leggendola nelle righe delle loro opere. A cominciare da Hemingway.

    Saggio illuminante. Ricco di riflessioni, considerazioni personali sull'emigrazione, dove spuntano qua e là bozzetti di pentagrammi e collane di note. E dove, forse suo malgrado, Kundera permea ogni singola riga del suo vissuto personale, lasciando trapelare un (involontario?) paragone con Stravinski, che aveva scelto come unica patria la sua musica.

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  • 4

    I testamenti traditi parla di tutti quegli sgarbi, censure, fraintendimenti che la critica - spesso in buona fede- e in generale il panorama culturale ha fatto ad autori e anche compositori che, natur ...continue

    I testamenti traditi parla di tutti quegli sgarbi, censure, fraintendimenti che la critica - spesso in buona fede- e in generale il panorama culturale ha fatto ad autori e anche compositori che, naturalmente, non si meritavano niente di tutto questo e ne hanno perito, e ne periscono ancora adesso nel nostro immaginario. E Kundera si fa portavoce di questa piccola indagine privata prendendo in esame, in generale, in una via quasi "personale" le sue figure preferite, tant'è vero che Kafka e Stravinskij sono i leitmotiv di questo saggio - e attenti allo spoiler dietro all'angolo, vi racconta praticamente trame intere o in modo particolareggiato scene fondamentali. Uno studio veramente piacevole con una guida che ti fa sentire rilassata, sempre ben disposta verso un autore che si dimostra sempre inquadrato nell'"opione personale" e non nel sistema di precetti su tal materia - rivela a volte dei sentimenti personali su certi libri; certi autori che ti fanno sentire proprio il bocciolo caldo tra le pagine (cosa ho appena detto?), ti fa sentire curiosa, a volte quasi affamata di prendere ed andare a tua volta a scoprire i titoli di cui parla (a me è successo, ad esempio, con I quarantanove racconti di Hemingway, che spero di leggere presto).
    Ho appreso tante cose e sconfitto preconcetti che ammetto di aver avuto anche io:

    "La kafkologia ha semopre espresso dubbi sulla virilità del suo autore e disserta con grande compiacimento sul martirio della sua impotenza. Perciò Kafka è ormai diventato il santo protettore dei nevrotici, dei depressi, degli anoressici, dei malaticci e degli svitati, nonché il patrono delle preziose ridicole e degli isterici (nel film di Orson Welles, K. urla istericamente, mentre i romanzi di Kafka sono in realtà i meno isterici dell'intera letteratura).
    I biografi che non sanno nulla della vita sessuali delle proprie consorti, sono però convinti di conoscere quella di Stendhal o di Faulkner. Su quella di Kafka mi arrischierei soltanto a dire che la vita erotica (piuttosto complicata) della sua epoca aveva ben poco in comune con la nostra: le ragazze non facevano l'amore prima del matrimonio, e a uno scapolo rimanevano solo due possibilità: le signore sposate di buona famiglia o le donne facili delle classi inferiori (commesse, cameriere, e naturalmente, prostitute).
    L'immaginario dei romanzi di Brod si alimentava alla prima di queste due fonti, ed è perciò che il suo è un erotismo esaltato, romantico (adulteri drammatici, suicidi, gelosie patologiche) e asessuato: "Le belle donne sbagliano nel pensare che per un uomo di carattere sensibile conti soltanto il possesso fisico. Quest'ultimo non è che un simbolo, e conta assai meno del sentimento..Tutto l'amroe dell'uomo mira solo a conquistare la benevolenza e la bontà della donna" scrive nel Regno incantato dell'amore.
    L'immaginario erotico dei romanzi di Kafka, invece, attinge quasi esclusivamente alla seconda fonte: "Passavo davanti al bordello come davanti alla casa dell'amata" leggiamo in una pagina di diario del 1910 (la frase è censurata da Brod)."

    Un passo che ho trovato inaspettato, proprio per il fatto che ho pensato sempre a Kafka proprio con tutte le caratteristiche che Kundera riporta per "descrivere la sua mitizzazione", e non pensavo assolutamente che potesse invece essere un uomo più dalla frase attinta per la seconda fonte, anzi, forse un po' da quella di Brod. Ecco, Brod è uno dei simboli di questo "tradimento ai testamenti": Brod venerava Kafka, si è battuto fino all'ultimo perché non cadesse nell'ombra dopo la sua morte - vendeva poco e niente di già-, e ha fatto ogni sforzo possibile per mettere in luce le sue opere, ma come? Cosa vedeva esattamente Brod in Kafka? Lo vedeva non per ciò che era davvero, ma per una possibile conferma delle sue idee, tant'è che lo censura quando Kafka quasi irrispettosamente devia dal suo immaginario molto più casto; e noi lettori subiamo ancora la sua mutilazione, non rispettiamo più Kafka per quello che era, ma per un'immagine che non rispetta quella "reale", un'immagine corrotta dall'affano di Brod di far quadrare le opere di Kafka per ciò che lui riteneva giusto fare, come poi ha ritenuto giusto tradire proprio le ultime parole dell'amico pubblicando i suoi scritti invece che bruciarli. Lo fareste, voi? Oltraggereste le ultime volontà di un vostro caro agendo arbitrariamente? Da qui infatti prende proprio il titolo, Brod che tradisce il testamento - si potrebbe dire - di Kafka.
    Ora che sono riportati integralmente sembrano quasi lontani questi continui tradimenti di Max Brod a Kafka attraverso le sue modifiche arbitrarie e le sue arbitrarie decisioni nel post-mortem; ma ogni giorno ancora adesso gli autori subiscono continui tradimenti dai propri traduttori. Kundera - fissato - riporta di nuovo due o tre frasi riguardanti di nuovo un'opera di Kafka e riporta le traduzioni date in francese delle edizioni che ha scovato: nessuna di queste riporta esattamente per ciò che dovrebbe essere il pezzo, dando ogni volta al significato che voleva imprimere Kafka una sfumatura del tutto diversa, a volte addirittura erronea. Quanto può essere difficile il compito del traduttore? Lo stesso Kundera dopo un approfondito studio arriva alla conclusione che è impossibile tradurre proprio quel passo in una lingua diversa, e non si può fare altro che avvicinarsi il più possibile ad esso.
    Non tutti sono come Kundera: ci sono diversi traduttori che vogliono imporre la propria personalità allo scritto, traducendo di nuovo deliberatamente certi termini dando loro un significato che non prevedono nell'originale. Una traduzione che vuole imprimere la propria voce sopra quella di un altro è quella di Pavese in Uomini e topi: bellissima, davvero, ma non stai di nuovo "tradendo" Steinbeck imponendo la tua voce sopra la sua? Non posso confrontare l'originale per dire quanto sia stato reso davvero (mi fido di Pavese!), ma comunque si sente Pavese ancora prima di Steinbeck, già dall'andamento poetico del testo. Come essere sicuri che sia davvero la resa più fedele del testo di Steinbeck, senza nessun Cesare attorno a lui? Ma è davvero giusto sovvrapporre la propria personalità a quella di un altro, se in fondo l'obiettivo è diffondere lui attraverso uno specchio il più possibile trasparente?
    Magari io, lettrice che non ha ancora potuto confrontare l'originale, ho un'idea di Uomini e topi che si discosta, anche se di poco, dall'originale.
    Eppure com'è possibile che non sia così?

    Il problema ormai ha secoli di esistenza instancabile: oggi con le traduzioni - a volte proprio lasciate lì, senza la necessaria cura -, ieri con Brod che si batteva in buona fede per Kafka, ma sbagliando; e poi ancora con Janacek. compositore ceco (Kundera dedica la metà del testo anche alla musica classica, sono proprio una dummy in materia ma è sempre interessante leggerlo) le cui opere liriche sono state tradotte e a volte addirittura modificate nella loro musicalità e struttura per aderire alle specifiche esigenze di un teatro o di un altro - non è anche questo un piccolo crimine? che diritto abbiamo di porre le mani sull'opera di un altro, alla fine? - e ancora lo scrittore polacco Gombrowicz che fu messo in luce sempre in buona fede e con foga, ma insistendo sui suoi caratteri locali, forzandolo alla propria nazione che comunque non lo apprezzava, vedendo in lui valori che non intendeva trasmettere pur di adeguarlo allo spirito nazionale, non si pensò di esportarlo, di inserirlo nei posti dove sarebbe potuto essere apprezzato per ciò che era.
    Insomma: la manipolazione volontaria e involontaria dei testi altrui è un piccolo crimine - a volte consapevole, a volte no - che avviene da sempre e molto spesso, e Kundera ce lo mostra in diverse declinazioni spaziando tra letteratura e musica con un'ottima capacità di coinvolgimento (ci mancavano solo thé e pasticcini), mi ha fatto persino venire voglia di provare i suoi compositori tanto amati, gettarmi in questa nebbia della musica classica di cui ho conoscenze talmente vaghe; ché è meglio se non dico quali sono esattamente per autodifesa.

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  • 4

    "Il conformismo dell’opinione pubblica è una forza che si è eretta a tribunale e il tribunale non può perdere tempo con i pensieri, il suo compito è quello di istruire processi."
    (Le strade nella nebb ...continue

    "Il conformismo dell’opinione pubblica è una forza che si è eretta a tribunale e il tribunale non può perdere tempo con i pensieri, il suo compito è quello di istruire processi."
    (Le strade nella nebbia, p. 232)

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