The Bell Jar

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Publisher: Faber Faber Inc

4.2
(1746)

Language: English | Number of Pages: 258 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Chi traditional , Spanish , German , Italian , Swedish , Finnish , Catalan , Dutch , Polish , Farsi , Czech , French

Isbn-10: 0571081789 | Isbn-13: 9780571081783 | Publish date:  | Edition New Impression

Also available as: Hardcover , School & Library Binding , Audio Cassette , Audio CD , Mass Market Paperback , Library Binding , Others , eBook

Category: Biography , Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature

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Book Description
The Bell Jar chronicles the breakdown of the brilliant, beautiful, enormously talented, and successful Esther Greenwood, a woman slowly going under -- maybe for the last time. Sylvia Plath masterfully draws the reader into Esther's demise with such intensity that the character's insanity becomes completely real, even rational -- as probable and accessible an experience as going to the movies. Such deep penetration into the dark and harrowing corners of the psyche is an extraordinary accomplishment and has made The Bell Jar a haunting American classic.
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  • 5

    "L'oscurità mi cancellò come gesso sulla lavagna"

    Guardo l'immagine [allegata], scovata in rete, di una Sylvia Plath illuminata da uno smagliante sorriso.
    I suoi occhi intelligenti e divertiti. Anch'essi luminosi e apparentemente così felici.
    E non m ...continue

    Guardo l'immagine [allegata], scovata in rete, di una Sylvia Plath illuminata da uno smagliante sorriso.
    I suoi occhi intelligenti e divertiti. Anch'essi luminosi e apparentemente così felici.
    E non mi capacito, non mi capacito che una mente così arguta e brillante abbia potuto fare un gesto così tragico ed estremo. La testa nel forno, non si concilia, non si sovrappone all'immagine che sto osservando ora e a quella che si delinea a fine di una lettura che lascia apertura alla vita.

    La campana di vetro è un racconto marcatamente autobiografico, che descrive in maniera asciutta, con una scrittura priva di pietismi e di sbavature patetiche, ma con sguardo lucido e quasi da narratore esterno, le dinamiche che spinsero l'autrice ad un primo tentativo di suicidio.

    Una prima parte divertente e divertita, in cui la protagonista, vive e descrive con grande ironia la vita di una ventenne di ottime speranze, studentessa eccellente, ammirata e corteggiata, che fa da subito i conti con tutto ciò in cui non si riconosce. Non le tornano le convenzioni, i ruoli preconfezionati e prestabiliti, il dover seguire percorsi tracciati solo perché appartenente al genere femminile.

    "Non riuscivo a sopportare l'idea che una donna dovesse avere una sola vita e pura, mentre un uomo potesse averne due: una pura e l'altra no"

    Una seconda parte in cui la malattia [depressione] si palesa. L'impossibilità di uscire dalle convenzioni, l'impossibilità di vivere assecondando il proprio pensiero e la propria vocazione. L'insonnia, l'impossibilità di leggere, l'impossibilità di nutrirsi, l'impossibilità di scrivere.
    La campana di vetro entro cui, in una immagine molto cruda, il fidanzato aspirante medico, le mostra feti abortiti, immagine che torna a definire stato d'animo e condizione della protagonista.

    "Per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota, e che è bloccata là dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno."

    La campana di vetro delle convenzioni, che probabilmente per la più parte delle persone, rappresenta una sicura zona di comfort, per chi si distingue, per chi nasce postumo come Sylvia, non è che una terribile prigione, una condizione che impedisce il proseguimento della vita.

    "Mi sentivo come un cavallo da corsa in un mondo senza piste"

    E mi vien da pensare, parafrasando le tue parole, Sylvia, felice di averti conosciuto attraverso queste pagine, non ha ragione il tuo prosaico fidanzato, la poesia non è polvere, così come la letteratura non è polvere, "la gente, piuttosto, è fatta di niente come la polvere, curare tutta quella polvere non è meglio che scrivere poesie, che la gente ricorderà e ripeterà a se stessa quando sarà infelice, con lo stomaco in disordine o l'insonnia"

    Peccato, davvero peccato, che quella campana tu non sia riuscita a romperla in altro modo.

    said on 

  • 5

    IL BRUTTO SOGNO E' IL MONDO

    Un momento brillante, vissuto a New York, grazie ad una borsa di studio per lavorare in una rivista di moda, si trasforma, per Esther Greenwood, in un salto nel vuoto, come la fine che fanno tutti suo ...continue

    Un momento brillante, vissuto a New York, grazie ad una borsa di studio per lavorare in una rivista di moda, si trasforma, per Esther Greenwood, in un salto nel vuoto, come la fine che fanno tutti suoi vestiti, la sera in cui lei stessa li lancia fuori dalla finestra dell’ultimo piano dell’albergo.

    Il ritorno alla provincia per la pausa estiva, il senso di irrisolto, l’incapacità di decidere del suo futuro, la sensazione di sentirsi “come una cavallo da corsa senza pista” nell’America galoppante degli anni Cinquanta, l’oppressione, come se fosse schiacciata da una campana di vetro che le toglie l’aria, la perdita del sonno e di tutte quelle cose che, prima, la facevano stare bene, come leggere, scrivere, mangiare, la portano ad una lenta e graduale alienazione, ai limiti di una follia che le fa ripetutamente studiare il modo migliore per farla finita, fino all’ultimo tentativo messo in atto, quello che la farà rinchiudere in manicomio, affrontare la pazzia, propria e altrui, sperimentare la pratica dell’elettroshock, tecnica molto in voga in quegli anni.

    Il disagio di Esther ti permea, mentre leggi la sua storia, fino a farti vivere in apnea, proprio come sotto ad una campana di vetro e lasciandoti un forte senso di vuoto e tristezza.

    Unico romanzo di Sylvia Plath, semi-autobiografico, per le molteplici similitudini tra la protagonista e l’autrice, morta suicida nel 1963.

    “Un’altra cosa che detesto è quando la gente ti chiede allegramente come stai, sapendo benissimo che stai da cani, e si aspetta pure che rispondi: – Bene.”

    “Dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia aria mefitica.”

    “Per chi è chiuso sotto una cmpana di vetro, vuoto e bloccato come un bambino nato morto, il brutto sogno è il mondo. Un brutto sogno. Io ricordavo tutto.”

    LA CAMPANA DI VETRO – SYLVIA PLATH

    EDIZIONI OSCAR MONDADORI

    TRADUZIONE DI: Adriana Bottini

    PREZZO DI COPERTINA: € 9,50

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  • 5

    prima sei immerso nel mondo delle ragazze di buona famiglia dell'america del dopoguerra e qui il libro sembra avere quasi un tono più leggero (anche se -inaspettate- arrivano le sensazioni che qui fin ...continue

    prima sei immerso nel mondo delle ragazze di buona famiglia dell'america del dopoguerra e qui il libro sembra avere quasi un tono più leggero (anche se -inaspettate- arrivano le sensazioni che qui finirà male) e non possiamo non condividere lo sguardo disgustato di esther e ti aspetti una sua ribellione, poi arriva la crisi e la seconda metà: suicidi e manicomi e elettroshock, paure e solitudine, e il tono quasi "distaccato" (uso le virgolette perchè non ho idea se sia il termine migliore da usare: ma è quello che si avvicina di più) rafforza la sensazione di gelo che senti pagina dopo pagina.
    la forza della plath come narratrice era enorme: il punto non è che le vicende narrate vengano dalla sua vita privata (per quanto il fatto che molte situazioni e sensazioni le abbia vissute in prima persona è un dato di fatto), il punto è la sua capacità di farti sentire quello che sta provando.

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  • 3

    Dipende

    Il libro è ben scritto, indubbiamente ci troviamo davanti un'autrice in contatto con le sue emozioni: è febbrile e desiderosa di far crollare le speranze del lettore parola dopo parola. Ti rendi conto ...continue

    Il libro è ben scritto, indubbiamente ci troviamo davanti un'autrice in contatto con le sue emozioni: è febbrile e desiderosa di far crollare le speranze del lettore parola dopo parola. Ti rendi conto che non è un finale felice quello che t'aspetta. Lo consiglio se si è in un momento della propria vita sereno e rilassato, altrimenti si rischierebbe di calcare ancora di più un certo sconforto di vivere insensato e che spesso ci accompagna. Io personalmente non ho gradito questo libro perché mi ha molto infastidita lo stacco emotivo tra le due "parti" del libro, nel senso: non ho capito l'elemento scatenante della brusca e rovinosa scivolata di Esther verso l'oblio. Mi è rimasto fino all'ultimo un "MA PERCHé" in canna. Magari voi la risposta la trovate.

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  • 5

    Tremendamente bellissimo!
    Una discesa nell'universo femminile in primo luogo e contemporaneamente nella psicosi.
    Non riesco e non posso decidere quale dei due percorsi mi abbia conquistato di più.
    Mer ...continue

    Tremendamente bellissimo!
    Una discesa nell'universo femminile in primo luogo e contemporaneamente nella psicosi.
    Non riesco e non posso decidere quale dei due percorsi mi abbia conquistato di più.
    Meravigliosa Sylvia Plath.

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  • 4

    Comunque da leggere

    Libro un pochino lento, non c'è quella bramosia di girare pagina e finire il capitolo a tutti i costi...anche se la scrittrice è molto brava alcune pagine sono veramente ottime (sicuramente avrebbe d ...continue

    Libro un pochino lento, non c'è quella bramosia di girare pagina e finire il capitolo a tutti i costi...anche se la scrittrice è molto brava alcune pagine sono veramente ottime (sicuramente avrebbe dato molto alla letteratura) così come sono belle molte sue poesie.
    La storia è semplice, una ragazza che cerca di vivere una vita normale ma che non trova stimoli in niente...e sente che tutto intorno a lei, amici,lavoro,famiglia si stringe in un enorme campana di vetro.
    Consigli di leggerlo

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  • 4

    settimane d'insonnia

    Ma quanto mi piace leggere del male di vivere.
    Esther è giovane, libera e brillante, ma si sente inadeguata, incompleta, inutile e strana. Una ragazza che sembra ben inserita nel contesto di amicizie ...continue

    Ma quanto mi piace leggere del male di vivere.
    Esther è giovane, libera e brillante, ma si sente inadeguata, incompleta, inutile e strana. Una ragazza che sembra ben inserita nel contesto di amicizie e lavoro, ma che piano piano nel racconto mostra la sua stanchezza, l'oppressione di una campana di vetro invisibile agli altri che la avvolge togliendole l'aria e il benessere.
    Esther potrebbe essere felice per quello che ha, ma vede solo ipocrisia nella gente, e imbrogli, ignoranza ed egoismo: passa metà del libro a pensare al suicidio, tanto da farlo apparire in superficie anche per la madre e i dottori che la hanno in cura.
    Esther finisce in manicomio, ma quello non sembra un posto adatto a lei. Vuole solo dormire.

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  • 4

    Per quanto mi sia sforzata, durante ogni pagina di questo libro leggevo la storia di Esther ma sapevo che in fondo stavo leggendo la storia di Sylvia. Sylvia non è riuscita, nemmeno nel suo unico roma ...continue

    Per quanto mi sia sforzata, durante ogni pagina di questo libro leggevo la storia di Esther ma sapevo che in fondo stavo leggendo la storia di Sylvia. Sylvia non è riuscita, nemmeno nel suo unico romanzo, a prendere le distanze dalla sua sofferenza, dal suo male di vivere, che anche in queste pagine, è sempre protagonista. E’ un romanzo di rara delicatezza, lieve pur nella disperazione di ciò che racconta. Ma l’ha scritto Sylvia Plath, non potrebbe essere altrimenti.

    said on 

  • 4

    “Io sono, io sono, io sono”

    Una certa sensazione di inadeguatezza aleggia fin dalle prime pagine di questo romanzo in buona parte autobiografico, malgrado lo stile leggero e informale che lo caratterizza.
    Esther, promettente stu ...continue

    Una certa sensazione di inadeguatezza aleggia fin dalle prime pagine di questo romanzo in buona parte autobiografico, malgrado lo stile leggero e informale che lo caratterizza.
    Esther, promettente studentessa della borghesia di Boston, vince insieme ad altre undici ragazze un concorso letterario indetto da una rivista di moda femminile.
    Il premio è uno stage di un mese presso la redazione di New York, con la possibiltà di godere gratuitamente di tutto ciò che la megalopoli offre.
    La Grande Mela è lì, invitante e caotica, e non riuscire a morderne almeno un pezzo guidando la propria esistenza nella giusta direzione significa essere dei perdenti:
    “Ma io non guidavo proprio un bel niente, nemmeno me stessa”.
    Nel libro emerge chiara la condizione ambigua della donna americana degli anni Cinquanta: se da un lato se ne incoraggia l'istruzione invitandola a coltivare le proprie passioni, dall'altro c'è sempre per lei la meta suprema da cui non può prescindere: sposarsi, accudire il marito, avere dei figli.
    La sensibilità e l'intelligenza di Esther la portano a respingere ciò che la morale comune le impone e a prendere le distanze dal ragazzo che dovrebbe sposare, cominciando a disprezzarlo dopo un episodio che le rivela la misura della sua ipocrisia.
    Il disagio lascia gradualmente il posto ad un vero e proprio malessere: è l'incertezza del futuro, il fatto di non sentirsi attraente, la sostanziale solitudine della ragazza:
    “Sentivo le lacrime urgere in me, e lì lì per traboccare come l'acqua in un bicchiere troppo pieno”.
    Emblematici il distacco e l'indifferenza con cui le cortesi persone dell'ambiente patinato che la circonda reagiscono al suo pianto, facendola sentire “fiacca e tradita”.
    I primi allarmanti segni di alienazione mentale si manifestano poco prima del suo ritorno a casa, sotto forma di strani comportamenti descritti con logica apparente:
    “...tenevo il viso immobile e quando dovevo parlare lo facevo attraverso i denti senza muovere il labbro. Veramente non vedevo perché la gente dovesse guardarmi così”.
    Esther non riesce più a dormire, mangiare, leggere, ha il terrore di perdere completamente la ragione, ma ciò che le fa soprattutto desiderare di morire è il fatto di non riuscire più a scrivere, lei che sogna di diventare una poetessa.
    Tutto le si confonde in testa e le diventa indifferente: “...sarei sempre rimasta là seduta sotto la medesima campana di vetro soffocando nella mia stessa aria viziata”.
    La falsità di una società bacchettona e tutte le ferite del passato sembrano attaccarla sotto forma di grigiume, angoscia soffocante, sedute di elettroshock, e il lettore si ritrova dall'altra parte della barricata: quella del malato mentale oggetto di sguardi diffidenti e risatine.
    Ma è il dolore di una mente brillante e alienata ciò che spicca su tutto, il bisogno di Esther di trovare un appiglio, qualcuno di cui fidarsi che le tenda una mano nel suo precipitare verso la follia.
    “Io sono, io sono, io sono”, è il canto disperato del suo cuore, che la richiama alla vita tutte le volte in cui corteggia la morte.
    Guarire significa avere la forza di rassegnarsi, tornare ad apprezzare le piccole gioie quotidiane, dimenticare l'attrazione che esercitano su di lei gli oggetti affilati.
    La sua prosa è schietta, la sua poesia disincantata:
    “Morire
    E’ un’arte, come ogni altra cosa.
    Io lo faccio in modo eccezionale.
    Io lo faccio che sembra come inferno.
    Io lo faccio che sembra reale.
    Ammettete che ho la vocazione”.

    said on 

  • 3

    La Campana de cristal es la obra en prosa más famosa de la poetisa Sylvia Plath. Al ser una obra semiautobiográfica, tiene un inestimable valor para conocer un poco más el trastorno mental que atormen ...continue

    La Campana de cristal es la obra en prosa más famosa de la poetisa Sylvia Plath. Al ser una obra semiautobiográfica, tiene un inestimable valor para conocer un poco más el trastorno mental que atormentó a la autora a lo largo de toda su vida. Pero desde el punto de vista literario, es una novela tremendamente sobrevalorada que me ha dejado más bien indiferente.

    Los primero que me llamó la atención es la forma en la que está escrita, en especial el tratamiento que recibe el personaje principal. Plath despersonaliza mucho a Emily debido a la enorme distancia que deja entre ella y el lector. Los sentimientos de la protagonista te llegan de forma muy atenuada, lo que hace realmente difícil empatizar con ella. Y eso es lo extraño ya que está narrado en primera persona.
    Además se nota mucho que su autora es poeta. A la elegancia y ritmo del texto se le suma que casi todas las emociones de Emily se desencadenan por una circunstancia externa, generalmente el clima, pero no solo eso. El silencio, el aspecto de una persona, la disposición de los muebles de una habitación, etc. es suficiente para que la protagonista alcance una emoción, normalmente depresiva. Y esto a lo largo de más de 350 páginas acaba por aburrir a cualquiera.

    La historia, si es que puede llamarse así, trata sobre un periodo de la vida de Emily Greenwood, estudiante universitaria aplicada, que tiene una crisis nerviosa a raíz de un viaje a Nueva York que le hace ingresar en un manicomio. Pero la trama no es contada de manera lineal, si no que da muchos saltos hacia recuerdos, escenas supérfluas y otras que no llegas a comprender del todo. No sigue una estructura fija y prueba de ello es que el final es igual que el principio y, por supuesto, te quedas igual. Solo sigues un rato la vida de Emily y después la abandonas a su suerte.
    El personaje principal resulta un poco superficial y vacío, producto de una construcción a medias que supongo solo entenderá Sylvia Plath. Creo que Emily tiene tantas características de la propia Plath, que a ésta se le olvidó contar algunas cosas para aclarar la situación.

    Resumiendo La Campana de Cristal es una bella obra en cuanto al como está hecha, pero su contenido es bastante insulso. Puede que se deba al hecho de que Sylvia Plath ha sabido escribir una obra personal, pero no intimista, de la que el lector se ve siempre excluido. Probablemente a esto se deba mi tedio y hastío mientras la leía. Aún así la manera en la que está hecha es suficientemente atractiva y extraña como para recomendar su lectura. Pero mentalizaros antes ya que la campana de cristal de la depresión siempre está al acecho cuando lees a Sylvia Plath.

    said on 

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