The Bell Jar

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Publisher: Harper & Row (Quality Paperback Book Club)

4.2
(1689)

Language: English | Number of Pages: 296 | Format: Others | In other languages: (other languages) Chi traditional , Spanish , German , Italian , Swedish , Finnish , Catalan , Dutch , Polish , Farsi , Czech , French

Isbn-10: 1427070342 | Isbn-13: 9780965026338 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Hardcover , School & Library Binding , Audio Cassette , Audio CD , Mass Market Paperback , Library Binding , eBook

Category: Biography , Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature

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Book Description
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  • 4

    settimane d'insonnia

    Ma quanto mi piace leggere del male di vivere.
    Esther è giovane, libera e brillante, ma si sente inadeguata, incompleta, inutile e strana. Una ragazza che sembra ben inserita nel contesto di amicizie ...continue

    Ma quanto mi piace leggere del male di vivere.
    Esther è giovane, libera e brillante, ma si sente inadeguata, incompleta, inutile e strana. Una ragazza che sembra ben inserita nel contesto di amicizie e lavoro, ma che piano piano nel racconto mostra la sua stanchezza, l'oppressione di una campana di vetro invisibile agli altri che la avvolge togliendole l'aria e il benessere.
    Esther potrebbe essere felice per quello che ha, ma vede solo ipocrisia nella gente, e imbrogli, ignoranza ed egoismo: passa metà del libro a pensare al suicidio, tanto da farlo apparire in superficie anche per la madre e i dottori che la hanno in cura.
    Esther finisce in manicomio, ma quello non sembra un posto adatto a lei. Vuole solo dormire.

    said on 

  • 4

    Per quanto mi sia sforzata, durante ogni pagina di questo libro leggevo la storia di Esther ma sapevo che in fondo stavo leggendo la storia di Sylvia. Sylvia non è riuscita, nemmeno nel suo unico roma ...continue

    Per quanto mi sia sforzata, durante ogni pagina di questo libro leggevo la storia di Esther ma sapevo che in fondo stavo leggendo la storia di Sylvia. Sylvia non è riuscita, nemmeno nel suo unico romanzo, a prendere le distanze dalla sua sofferenza, dal suo male di vivere, che anche in queste pagine, è sempre protagonista. E’ un romanzo di rara delicatezza, lieve pur nella disperazione di ciò che racconta. Ma l’ha scritto Sylvia Plath, non potrebbe essere altrimenti.

    said on 

  • 4

    “Io sono, io sono, io sono”

    Una certa sensazione di inadeguatezza aleggia fin dalle prime pagine di questo romanzo in buona parte autobiografico, malgrado lo stile leggero e informale che lo caratterizza.
    Esther, promettente stu ...continue

    Una certa sensazione di inadeguatezza aleggia fin dalle prime pagine di questo romanzo in buona parte autobiografico, malgrado lo stile leggero e informale che lo caratterizza.
    Esther, promettente studentessa della borghesia di Boston, vince insieme ad altre undici ragazze un concorso letterario indetto da una rivista di moda femminile.
    Il premio è uno stage di un mese presso la redazione di New York, con la possibiltà di godere gratuitamente di tutto ciò che la megalopoli offre.
    La Grande Mela è lì, invitante e caotica, e non riuscire a morderne almeno un pezzo guidando la propria esistenza nella giusta direzione significa essere dei perdenti:
    “Ma io non guidavo proprio un bel niente, nemmeno me stessa”.
    Nel libro emerge chiara la condizione ambigua della donna americana degli anni Cinquanta: se da un lato se ne incoraggia l'istruzione invitandola a coltivare le proprie passioni, dall'altro c'è sempre per lei la meta suprema da cui non può prescindere: sposarsi, accudire il marito, avere dei figli.
    La sensibilità e l'intelligenza di Esther la portano a respingere ciò che la morale comune le impone e a prendere le distanze dal ragazzo che dovrebbe sposare, cominciando a disprezzarlo dopo un episodio che le rivela la misura della sua ipocrisia.
    Il disagio lascia gradualmente il posto ad un vero e proprio malessere: è l'incertezza del futuro, il fatto di non sentirsi attraente, la sostanziale solitudine della ragazza:
    “Sentivo le lacrime urgere in me, e lì lì per traboccare come l'acqua in un bicchiere troppo pieno”.
    Emblematici il distacco e l'indifferenza con cui le cortesi persone dell'ambiente patinato che la circonda reagiscono al suo pianto, facendola sentire “fiacca e tradita”.
    I primi allarmanti segni di alienazione mentale si manifestano poco prima del suo ritorno a casa, sotto forma di strani comportamenti descritti con logica apparente:
    “...tenevo il viso immobile e quando dovevo parlare lo facevo attraverso i denti senza muovere il labbro. Veramente non vedevo perché la gente dovesse guardarmi così”.
    Esther non riesce più a dormire, mangiare, leggere, ha il terrore di perdere completamente la ragione, ma ciò che le fa soprattutto desiderare di morire è il fatto di non riuscire più a scrivere, lei che sogna di diventare una poetessa.
    Tutto le si confonde in testa e le diventa indifferente: “...sarei sempre rimasta là seduta sotto la medesima campana di vetro soffocando nella mia stessa aria viziata”.
    La falsità di una società bacchettona e tutte le ferite del passato sembrano attaccarla sotto forma di grigiume, angoscia soffocante, sedute di elettroshock, e il lettore si ritrova dall'altra parte della barricata: quella del malato mentale oggetto di sguardi diffidenti e risatine.
    Ma è il dolore di una mente brillante e alienata ciò che spicca su tutto, il bisogno di Esther di trovare un appiglio, qualcuno di cui fidarsi che le tenda una mano nel suo precipitare verso la follia.
    “Io sono, io sono, io sono”, è il canto disperato del suo cuore, che la richiama alla vita tutte le volte in cui corteggia la morte.
    Guarire significa avere la forza di rassegnarsi, tornare ad apprezzare le piccole gioie quotidiane, dimenticare l'attrazione che esercitano su di lei gli oggetti affilati.
    La sua prosa è schietta, la sua poesia disincantata:
    “Morire
    E’ un’arte, come ogni altra cosa.
    Io lo faccio in modo eccezionale.
    Io lo faccio che sembra come inferno.
    Io lo faccio che sembra reale.
    Ammettete che ho la vocazione”.

    said on 

  • 3

    La Campana de cristal es la obra en prosa más famosa de la poetisa Sylvia Plath. Al ser una obra semiautobiográfica, tiene un inestimable valor para conocer un poco más el trastorno mental que atormen ...continue

    La Campana de cristal es la obra en prosa más famosa de la poetisa Sylvia Plath. Al ser una obra semiautobiográfica, tiene un inestimable valor para conocer un poco más el trastorno mental que atormentó a la autora a lo largo de toda su vida. Pero desde el punto de vista literario, es una novela tremendamente sobrevalorada que me ha dejado más bien indiferente.

    Los primero que me llamó la atención es la forma en la que está escrita, en especial el tratamiento que recibe el personaje principal. Plath despersonaliza mucho a Emily debido a la enorme distancia que deja entre ella y el lector. Los sentimientos de la protagonista te llegan de forma muy atenuada, lo que hace realmente difícil empatizar con ella. Y eso es lo extraño ya que está narrado en primera persona.
    Además se nota mucho que su autora es poeta. A la elegancia y ritmo del texto se le suma que casi todas las emociones de Emily se desencadenan por una circunstancia externa, generalmente el clima, pero no solo eso. El silencio, el aspecto de una persona, la disposición de los muebles de una habitación, etc. es suficiente para que la protagonista alcance una emoción, normalmente depresiva. Y esto a lo largo de más de 350 páginas acaba por aburrir a cualquiera.

    La historia, si es que puede llamarse así, trata sobre un periodo de la vida de Emily Greenwood, estudiante universitaria aplicada, que tiene una crisis nerviosa a raíz de un viaje a Nueva York que le hace ingresar en un manicomio. Pero la trama no es contada de manera lineal, si no que da muchos saltos hacia recuerdos, escenas supérfluas y otras que no llegas a comprender del todo. No sigue una estructura fija y prueba de ello es que el final es igual que el principio y, por supuesto, te quedas igual. Solo sigues un rato la vida de Emily y después la abandonas a su suerte.
    El personaje principal resulta un poco superficial y vacío, producto de una construcción a medias que supongo solo entenderá Sylvia Plath. Creo que Emily tiene tantas características de la propia Plath, que a ésta se le olvidó contar algunas cosas para aclarar la situación.

    Resumiendo La Campana de Cristal es una bella obra en cuanto al como está hecha, pero su contenido es bastante insulso. Puede que se deba al hecho de que Sylvia Plath ha sabido escribir una obra personal, pero no intimista, de la que el lector se ve siempre excluido. Probablemente a esto se deba mi tedio y hastío mientras la leía. Aún así la manera en la que está hecha es suficientemente atractiva y extraña como para recomendar su lectura. Pero mentalizaros antes ya que la campana de cristal de la depresión siempre está al acecho cuando lees a Sylvia Plath.

    said on 

  • 3

    The Bell Jar (1963)

    Mi è piaciuta moltissimo la parte ambientata a New York, che finisce con l'emblematica scena dei vestiti lasciati volare via nel vento dal tetto dell'albergo. La seconda parte, quella della malattia m ...continue

    Mi è piaciuta moltissimo la parte ambientata a New York, che finisce con l'emblematica scena dei vestiti lasciati volare via nel vento dal tetto dell'albergo. La seconda parte, quella della malattia mentale, è stata difficile da leggere, non mi ha coinvolta. Inutili le 6 poesie da Ariel inserite alla fine senza contestualizzazione

    "Avrei voluto dirle che se ci fosse stato soltanto qualcosa che andava male nel mio corpo, sarebbe stato meraviglioso, avrei voluto avere qualche brutta malattia piuttosto che quella confusione nella mente, ma mi sembrò tanto complicato e faticoso esprimere quell'idea che non dissi nulla." p.160

    "L'aria nella campana di vetro mi stava attorno come ovatta e mi impediva di muovermi." p.163

    "Come facevo a sapere se un giorno o l'altro - al college, in Europa o in qualche luogo, in qualsiasi luogo - la campana di vetro, con le sue distorsioni opprimenti, non sarebbe discesa di nuovo sopra di me?" p.211

    said on 

  • 4

    Desequilibrada novela semiautobiografica, con la que Sylvia Plath ahonda en los horrores y padecimientos que provocan los trastornos psíquicos o mentales.
    Abismos depresivos que generan confusión, y q ...continue

    Desequilibrada novela semiautobiografica, con la que Sylvia Plath ahonda en los horrores y padecimientos que provocan los trastornos psíquicos o mentales.
    Abismos depresivos que generan confusión, y que acuchillan vivamente la fragilidad sensitiva de los estados emocionales.
    A través del uso de la primera persona, y de pinceladas tan límpidas como traslúcidas, la autora busca ansiosamente el final a esa sinuosa e inquietante pesadilla.
    Lamentablemente no hay que olvidar que esta genial poetisa acabó sucumbiendo nuevamente a la enfermedad: se quitó la vida de un plumazo, suicidándose mediante la inhalación de gas.

    said on 

  • 4

    Triste

    Un libro emotivamente difficile che mi ha lasciato molta tristezza
    Parte leggero e frizzante e mi ha ricordato un po' Il meglio della vita, poi ovviamente diventa qualcos'altro e l'umore della protago ...continue

    Un libro emotivamente difficile che mi ha lasciato molta tristezza
    Parte leggero e frizzante e mi ha ricordato un po' Il meglio della vita, poi ovviamente diventa qualcos'altro e l'umore della protagonista, la sua malattia, la sua vita con la malattia mi ha reso difficile scindere il libro dalla vita dell'autrice e quindi mi e' anche difficile dara un giudizio al libro, che e; molto bello ma come ho detto gia' molto triste

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  • 2

    TRE AGGETTIVI per descriverlo: cupo, ambiguo, triste.

    DUE FRASI per commentarlo:
    un romanzo fortemente autobiografico piuttosto cupo e demotivante in cui la scrittrice narra l’evolversi distruttivo de ...continue

    TRE AGGETTIVI per descriverlo: cupo, ambiguo, triste.

    DUE FRASI per commentarlo:
    un romanzo fortemente autobiografico piuttosto cupo e demotivante in cui la scrittrice narra l’evolversi distruttivo del bipolarismo mentale che affligge la giovane protagonista Esther (siamo nell’America degli anni ’60), fino al tentato suicidio e l’internamento in una casa di cura per malati mentali.
    La descrizione di alcuni episodi agghiaccianti sorprende per la lucidità e la naturalezza con cui i dettagli vengono narrati, tuttavia il romanzo mi è parso nel suo insieme molto lugubre e deprimente.

    UNA CITAZIONE per ricordarlo: "So che avrei dovuto essere grata nei confronti di Mrs. Guinea, il problema è che non riuscivo a sentire niente. Se mi avesse dato un biglietto per l’Europa o mi avesse regalato una crociera intorno al mondo, non avrebbe fatto alcuna differenza per me, perché dovunque io mi trovi – seduta sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o Bangkok -, sarei sotto la stessa campana di vetro, a soffocare nella mia stessa aria acida."

    CONSIGLIATO A: chi ama romanzi sul male di vivere e le realtà “schiacciate”.

    said on 

  • 2

    Nella postfazione di Claudio Gorlier si riporta un aneddoto secondo cui la stessa Plath parlava di questo libro "con un certo imbarazzo, come di un lavoro da principiante che aveva dovuto scrivere per ...continue

    Nella postfazione di Claudio Gorlier si riporta un aneddoto secondo cui la stessa Plath parlava di questo libro "con un certo imbarazzo, come di un lavoro da principiante che aveva dovuto scrivere per liberarsi del passato". Mi tocca darle ragione.
    Lo stile troppo colloquiale non aiuta a dare dignità a una storia semplice e una protagonista abbastanza immatura. Una trentina di pagine molto intense emotivamente, a partire da pagina 145, risollevano un po' il romanzo.

    said on 

  • 5

    Non si può fare una recensione su un libro del genere.
    Non è una questione di quanto sia stata brava a inventarsi i personaggi o a trovare la trama giusta...questa è lei.
    Un'opera d'arte è bella quand ...continue

    Non si può fare una recensione su un libro del genere.
    Non è una questione di quanto sia stata brava a inventarsi i personaggi o a trovare la trama giusta...questa è lei.
    Un'opera d'arte è bella quando riflette il suo autore; in questo libro troviamo tutte le turbe mentali di Sylvia. Se siete delle persone positive o volete leggere qualcosa che vi tiri su il morale girate al largo.

    said on 

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