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The Broom Of The System

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Publisher: Penguin

4.1
(2214)

Language:English | Number of Pages: 480 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) German , Italian , Spanish , Catalan

Isbn-10: 0143116932 | Isbn-13: 9780143116936 | Publish date: 

Illustrator or Penciler: Riley

Also available as: Hardcover , eBook , Others

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Humor

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Book Description
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  • 3

    Ho finito la scopa.

    Ebbene sì. E ho tirato in lungo prima di scrivere la recensione.
    Un po’ perché non avevo molto tempo. E un po’ tanto perché è imbarazzante non scrivere qualcosa di entusiastico su questo scrittore. Quelli tosti che ci capiscono di genialità lo chiamano confidenzialmente DFW. Io ci capisco ...continue

    Ebbene sì. E ho tirato in lungo prima di scrivere la recensione.
    Un po’ perché non avevo molto tempo. E un po’ tanto perché è imbarazzante non scrivere qualcosa di entusiastico su questo scrittore. Quelli tosti che ci capiscono di genialità lo chiamano confidenzialmente DFW. Io ci capisco poco, quindi lo chiamo signor Wallace.
    Ci sono scrittori decisamente geniali, su questo non ci piove. Non si limitano a scrivere che A è andato da B fermandosi per bere un aperitivo al bar di C. Macché, troppo facile e scontato.
    Il vero genio ti narra che A, andando da B, ha incrociato un casino di persone. Ti racconta delle mezze storie su di loro che non c’azzeccano niente con A. E neanche con B, a voler proprio essere pignola. Ma se vai avanti a leggere senza farti cogliere da raptus e scaraventare il libro dalla finestra, scopri che tutta questa gente va a confessarsi al bar di C.
    Quindi in fondo una certa attinenza c’è. Bisogna solo scoprirla. Magari il genio omette di svelare se A è poi riuscito ad andare da B, che sembrava essere il fine ultimo della storia, il suo nocciolo. E tu, finito il libro, resti lì come un’ allocca a chiederti: embè? Ma non importa, questo fa parte della genialità.

    Ora, secondo me, questi scrittori geniali sono tutti un po’ sconvolti, ed è anche bello, a me gli sconvolti piacciono un casino. Però bisogna distinguere: c’è lo sconvolto calmo, che ti fa sognare mentre leggi, sicché ti senti leggera come una piuma in dieta dimagrante, e ti vedi navigare in cielo fra bianche nuvole, su una mongolfiera cullata dal vento, mentre * i pallidi giganti misteriosi stanno in silenzio. E se la mongolfiera cigola malamente alla voltata manco la senti, da quanto sei rilassata.
    Come succede con Murakami, per dirne uno a caso.

    E poi c’è lo sconvolto agitato, che ti fa venire l’attacco d’ansia mentre leggi, sicché ti vedi in un parcheggio sotterraneo lercio mentre partecipi a un rave con dei tipi piercingati e i capelli a cresta di gallo. E muori di sete ma non ti fidi a bere perché chissà cos’hanno messo dentro la Cola. E ti scappa la pipì ma non vai in bagno perché temi di trovarci dentro un paio di quelli lì con i jeans calati a mezz’asta che ti chiedono di autografargli le chiappe, con la scusa che così non si dimenticano di te.
    Come succede con il signor Wallace.

    Insomma, criticate, dite quello che volete, ma non vado oltre le ☆☆☆
    Proverò a leggere altro di suo. Forse.

    * grazie a Dino Buzzati per il gentile contributo.

    said on 

  • 4

    ho scoperto DFW, o almeno ho iniziato, e già mi sento un po' meno sola. Lo amo per lo stile e i personaggi, per le trame che non vanno da nessuna parte in specifico, come la vita. Ed è tutto pieno di senso, ma anche senza. E poi era un cremone, l'ho subito capito!

    said on 

  • *** This comment contains spoilers! ***

    4

    Impressioni discordanti su questo libro. Da un lato ammetto di aver sofferto un po' dello stile particolare di Wallace, quasi teatrale nei suoi paragrafi fatti interamente di dialoghi, nelle descrizioni assenti che devono essere ricostruite dai commenti dei personaggi, ma nello stesso tempo propr ...continue

    Impressioni discordanti su questo libro. Da un lato ammetto di aver sofferto un po' dello stile particolare di Wallace, quasi teatrale nei suoi paragrafi fatti interamente di dialoghi, nelle descrizioni assenti che devono essere ricostruite dai commenti dei personaggi, ma nello stesso tempo proprio tale particolarità mi intrigava e attirava. Allo stile si aggiunge poi la trama stessa: il primo impatto è stato quasi traumatico, la surrealità e quasi assurdità di certe scene mi ha lasciato spesso perplessa, ma andando avanti ci si abitua e la si comincia ad apprezzare, tanto più quando è narrata con l'abilità di Wallace. Ho apprezzato i temi trattati, la ricorrenza di certi topoi e il senso particolare di umorismo che emergeva talvolta nei dialoghi. Ci ho messo un po' a superare lo scoglio del primo impatto, ma da lì in poi mi sono goduta tutta la lettura. Fino al finale...
    Tra tutte le (non poche) particolarità di questo libro è quella che mi ha lasciato più perplessa. Il penultimo capitolo mi ha ricordato ancora più fortemente una scena teatrale, con tutti i personaggi del dramma in scena, ma non sono riuscita ad afferrare il 'quid' che voleva trasmettere l'autore con tale scena. L'ultimo capitolo poi, che termina così bruscamente, mi ha anche fatto venire il dubbio che magari stavo leggendo un e-book difettoso... Mi hanno lasciato un po' l'amaro in bocca tutti i fili slegati della trama che non giungono a conclusione, ma era probabilmente nelle intenzioni dell'autore.
    Voto: 8,5

    said on 

  • 2

    Non sempre il racconto che ha in mente l'autore emerge in modo lucido, o forse fluisce e basta, o forse sono io che non sento, o forse o forse. Ottima tecnica di scrittura anche se c'è una difficoltà di costruzione. Avvincenti ed efficaci i racconti inseriti che interrompono il fluire nevrotico. ...continue

    Non sempre il racconto che ha in mente l'autore emerge in modo lucido, o forse fluisce e basta, o forse sono io che non sento, o forse o forse. Ottima tecnica di scrittura anche se c'è una difficoltà di costruzione. Avvincenti ed efficaci i racconti inseriti che interrompono il fluire nevrotico. La verbosità dell'autore oscilla fra alte vette, notevoli intuizioni e basso profilo. Non mi ha convinto, non lo consiglio. Un libro che spiazza che vorresti/nonvorresti continuare a leggere.

    said on 

  • 2

    Spesso con Wallace ti ritrovi a leggere, con attenzione sempre crescente, decine e decine di pagine con la convinzione che in quelle pagine si trovi il senso della questione. Ne sei certo.
    Andando avanti inizi a credere che te lo sia fatto sfuggire, questo senso.
    E allora torni indiet ...continue

    Spesso con Wallace ti ritrovi a leggere, con attenzione sempre crescente, decine e decine di pagine con la convinzione che in quelle pagine si trovi il senso della questione. Ne sei certo.
    Andando avanti inizi a credere che te lo sia fatto sfuggire, questo senso.
    E allora torni indietro e ricominci, decine e decine di pagine, ma il senso continua a sfuggire. Affiora il dubbio che non ci sia alcun senso ma, nonostante questo, non ti senti fregato. Come sempre Wallace, o il traduttore Perroni, riesce ad essere incredibilmente avvincente anche se assolutamente privo di senso. Ma quando un libro conta 500 pagine la scrittura avvincente da sola non basta.
    Tutte queste parole devono avere un significato!
    Le uniche parti con un barlume di svolgimento tradizionale, intreccio o comunque un accenno di storia, sono i brevi racconti letti da Rick e Lenore. E saranno proprio quei racconti, insieme ad improvvisi momenti di comicità e pura follia, a permettere al lettore, almeno a me, di arrivare fino alla fine, quando il romanzo si sarà ormai trasformato in un’estenuante seduta psicoanalitica nella quale il dottore scoprirà di avere più numerosi e gravi problemi rispetto ai suoi assistiti.

    said on 

  • 5

    Da novellina

    Allora, scrivo questa recensione a distanza di tempo. La verità è che non so esattamente cosa scrivere, ma è un libro che mi ha colpito e quindi ho deciso di scriverci su qualcosa. Parto dal fatto che non ho mai letto Wallace e che da qualche anno fisso "Infinite Jest", un po' come una sfida e un ...continue

    Allora, scrivo questa recensione a distanza di tempo. La verità è che non so esattamente cosa scrivere, ma è un libro che mi ha colpito e quindi ho deciso di scriverci su qualcosa. Parto dal fatto che non ho mai letto Wallace e che da qualche anno fisso "Infinite Jest", un po' come una sfida e un po' perché mi attira, nelle librerie. Non essendomi mai imbattuta nell'autore però ho deciso di partire da qualcosa di più fattibile*. Questo libro mi è piaciuto parecchio. Ho letto parecchie recensioni e di alcuni che dicevano che non ci fosse un nesso logico, che ci fossero personaggi a caso e che ad un certo punto la maggior parte dei dialoghi, giacché inconcludenti, risultassero noiosi. Io non ho riscontrato nessuno dei punti precedenti: a/b) anche se frammentario, il nesso logico c'è. Ogni personaggio è perfettamente collegato, anche se da un filo sottilissimo, o almeno, è un veicolo che scatena un'azione. È un libro da leggere con la dovuta attenzione, perché c'ho che sfugge può essere un dettaglio importante. Questo mi fa capire che non è una lettura per tutti. Ok, il finale "non c'è" ma sinceramente non lo ritengo una mancanza rilevante. c) I discorsi senza attinenza non li ho trovati noiosi, anzi sono particolarmente divertenti sopratutto perché fuori contesto. Ho subito pensato a quei dialoghi che aprono i film di Tarantino. Avete presente il discorso iniziale ne "Le Iene" sulle mance da dare alle cameriere?
    Io credo che l'approccio a questo libro non debba essere di pretesa, ma bisogna lasciarsi trasportare dal flusso e dagli eventi delineati dall'autore. L'ho visto come un devertissement, una sperimentazione che ho apprezzato parecchio. Ho adorato le metafore esagerate e il metatesto, per non parlare del personaggio di Lenore.

    *numero di pagine

    said on 

  • 1

    Allora. Parce sepulto, diceva quello. E io lo parco il sepulto, eccome se lo parco. La prima volta che ho sentito parlare di David Foster Wallace è stata quando è morto. Prima, mai. E per qualche giorno mi era sembrato che non averlo letto - dai, non hai letto Infinite Jest? E neanche La scopa ...continue

    Allora. Parce sepulto, diceva quello. E io lo parco il sepulto, eccome se lo parco. La prima volta che ho sentito parlare di David Foster Wallace è stata quando è morto. Prima, mai. E per qualche giorno mi era sembrato che non averlo letto - dai, non hai letto Infinite Jest? E neanche La scopa del sistema? - fosse una terribile colpa da espiare al più presto. Insomma, devo confessare che ero un po' preoccupato: questo signore americano qua, un mezzo genio mezzo drogato mezzo alcolizzato mezzo depresso mezzo matto, si è suicidato a quarantasei anni nella mia più totale inconsapevolezza. Un tarlo lo divorava dall’interno, hanno scritto i migliori coccodrillisti, e io felice e contento, indifferente ai suoi drammi. Che vergogna. Per espiare sono corso in libreria e ho preso un suo libro a caso – Oblio – perché di solito faccio così: quando voglio iniziare un autore o parto cronologicamente o parto con un libro a caso. A rifletterci bene, non è che ci siano altri modi, ma mi piace pensare di mettere in pratica sagaci strategie. Sono tornato a casa, ho letto un racconto, forse due, al limite tre, e mi sono detto che no, non ero pronto per la superba scrittura del maestro contemporaneo. Nel frattempo la moda DFW un po’ è scemata. Gli articoli celebrativi sono diminuiti e insomma, il nostro genio è stato un po’ meno considerato. Ma sempre genio è rimasto: le poche righe apparse qua e là sulla stampa tenevano in gran considerazione la sua opera. Per tacere, poi, delle recensioni entusiaste dei lettori su forum, blog e social network. Allora sono io, mi sono detto. Avrò sbagliato libro, ho provato a spiegarmi. Qua bisogna tentare di nuovo, mi sono convinto. Stavolta parto in ordine, ho infine deciso. Ho preso in mano La scopa del sistema, ben consapevole di trovarmi di fronte all’opera struggente di un formidabile genio, e mi sono lasciato andare. Sarebbe stato meglio se mi fossi messo a leggere le possenti riflessioni di Christian Raimo. Non ce la faccio, proprio non capisco DFW. Una storia insulsa che nemmeno c’è, personaggi abbozzati, accennati, lasciati a metà. Artifici verbali a gogò, che poi diventano solo verbosità artificiale. Bisogna sospendere l’incredulità, e spesso pure la noia. Fuori c’è un bel sole, in tv c’è la Premier League, le figlie chiamano, la moglie pure. Ma chi me lo fa fare a me? Un libro mi deve prima di tutto divertire. E per divertirmi deve soddisfare due condizioni principali: ci deve essere una storia e lo scrittore deve comparire il meno possibile. Qua la storia… tu c’hai capito qualcosa? E il narratore è onnipresente, ok DFW sei bravo bravissimo, però spostati, lèvati, ho capito che ci tieni tanto a mostrarmi quanto sia bello e forte e figo, fammi leggere il libro però. Non hai capito, dice quello, DFW scrive una storia senza senso perché il mondo è senza senso, la vita è senza senso, tutto è senza senso. Più di cinquecento pagine per sostenere una roba che Vasco Rossi, dico Vasco Rossi, ha riassunto in un mirabile verso: questa storia una senso non ce l’ha... Va bene da ragazzino, quando ogni autore un po’ audace ti fa scoprire delle cose nuove, però Cecco Angiolieri si studia a quattordici anni, dopo c’è anche dell’altro. Dopo si cresce e si va avanti e che la vita non abbia senso, caro adolescente brufoloso, lo abbiamo capito già da un pezzo. Se proprio devi continuare a ripeterlo, trova almeno un modo un po’ originale per farlo. Per esempio con un romanzo. O con una storia. Io non capisco come possa entusiasmare questa letteratura qua. È l’equivalente affettato e intelligente dei libri Harmony. È un’enorme presa per il culo in cui addetti ai lavori e lettori si trascinano estasiati, contenti di far parte di qualcosa che poco comprendono ma che bisogna apprezzare per partito preso. Una specie di meccanismo identitario: ho letto DFW e ne capisco di letteratura; ho letto DFW e accidenti se ne so; ho letto DFW e l’America contemporanea ora ve la spiego io. E se invece non lo leggiamo e capiamo siamo solo dei rozzi bifolchi, come Remo e Augusta alla Biennale di Venezia. Il tutto, ovviamente, in attesa che un redivivo Fantozzi si alzi in piedi e urli ai quattro venti che siamo di fronte solo all’ennesima cagata pazzesca.

    said on 

  • 4

    Note si Note no

    anche a questo libro i link alle note funzionano ad intermittenza-; con pazienza accedo ai segreti celati a fondo capitolo..
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    possibile che a tutti questo libro è piaciuto di più ed a me piaccia di meno di infinite jest?? pare di si ...continue

    anche a questo libro i link alle note funzionano ad intermittenza-; con pazienza accedo ai segreti celati a fondo capitolo..
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    possibile che a tutti questo libro è piaciuto di più ed a me piaccia di meno di infinite jest?? pare di si, ma sono solo a metà , c'è ancora l'altra metà..
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    bello, si, si, si ma IJ è meglio

    said on 

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