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The Broom of the System

By

Publisher: Little, Brown Book Group

4.1
(2186)

Language:English | Number of Pages: 480 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) German , Italian , Spanish , Catalan

Isbn-10: 0349109230 | Isbn-13: 9780349109237 | Publish date: 

Also available as: Hardcover , eBook , Others

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Humor

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Book Description
A visionary, a craftsman, a comedian and as serious as it is possible to be without accidentally writing a religious text. He can do anything with a piece of prose, and it is a humbling experience to see him go to work on what has passed up till now as "modern fiction". He's so modern he's in a different time-space continuum from the rest of us. Goddamn him' Zadie Smith The mysterious disappearance of her great- grandmother and twenty-five other elderly inmates from a Shaker Heights nursing home has left Lenore Stonecipher Beadsman emotionally stranded on the edge of the Great Ohio Desert. But that is simply one problem of many for the hapless switchboard operator, seriously compounded by her ongoing affair with boss Rick Vigorous; the TV stardom of her talking cockatiel, Vlad the Impaler; and other minor catastrophes that threaten to elevate Lenore's search for love and self-detemination to new heights of spasmodic weirdness.
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  • 5

    Da novellina

    Allora, scrivo questa recensione a distanza di tempo. La verità è che non so esattamente cosa scrivere, ma è un libro che mi ha colpito e quindi ho deciso di scriverci su qualcosa. Parto dal fatto che non ho mai letto Wallace e che da qualche anno fisso "Infinite Jest", un po' come una sfida e un ...continue

    Allora, scrivo questa recensione a distanza di tempo. La verità è che non so esattamente cosa scrivere, ma è un libro che mi ha colpito e quindi ho deciso di scriverci su qualcosa. Parto dal fatto che non ho mai letto Wallace e che da qualche anno fisso "Infinite Jest", un po' come una sfida e un po' perché mi attira, nelle librerie. Non essendomi mai imbattuta nell'autore però ho deciso di partire da qualcosa di più fattibile*. Questo libro mi è piaciuto parecchio. Ho letto parecchie recensioni e di alcuni che dicevano che non ci fosse un nesso logico, che ci fossero personaggi a caso e che ad un certo punto la maggior parte dei dialoghi, giacché inconcludenti, risultassero noiosi. Io non ho riscontrato nessuno dei punti precedenti: a/b) anche se frammentario, il nesso logico c'è. Ogni personaggio è perfettamente collegato, anche se da un filo sottilissimo, o almeno, è un veicolo che scatena un'azione. È un libro da leggere con la dovuta attenzione, perché c'ho che sfugge può essere un dettaglio importante. Questo mi fa capire che non è una lettura per tutti. Ok, il finale "non c'è" ma sinceramente non lo ritengo una mancanza rilevante. c) I discorsi senza attinenza non li ho trovati noiosi, anzi sono particolarmente divertenti sopratutto perché fuori contesto. Ho subito pensato a quei dialoghi che aprono i film di Tarantino. Avete presente il discorso iniziale ne "Le Iene" sulle mance da dare alle cameriere? Io credo che l'approccio a questo libro non debba essere di pretesa, ma bisogna lasciarsi trasportare dal flusso e dagli eventi delineati dall'autore. L'ho visto come un devertissement, una sperimentazione che ho apprezzato parecchio. Ho adorato le metafore esagerate e il metatesto, per non parlare del personaggio di Lenore.

    *numero di pagine

    said on 

  • 1

    Allora. Parce sepulto, diceva quello. E io lo parco il sepulto, eccome se lo parco. La prima volta che ho sentito parlare di David Foster Wallace è stata quando è morto. Prima, mai. E per qualche giorno mi era sembrato che non averlo letto - dai, non hai letto Infinite Jest? E neanche La scopa ...continue

    Allora. Parce sepulto, diceva quello. E io lo parco il sepulto, eccome se lo parco. La prima volta che ho sentito parlare di David Foster Wallace è stata quando è morto. Prima, mai. E per qualche giorno mi era sembrato che non averlo letto - dai, non hai letto Infinite Jest? E neanche La scopa del sistema? - fosse una terribile colpa da espiare al più presto. Insomma, devo confessare che ero un po' preoccupato: questo signore americano qua, un mezzo genio mezzo drogato mezzo alcolizzato mezzo depresso mezzo matto, si è suicidato a quarantasei anni nella mia più totale inconsapevolezza. Un tarlo lo divorava dall’interno, hanno scritto i migliori coccodrillisti, e io felice e contento, indifferente ai suoi drammi. Che vergogna. Per espiare sono corso in libreria e ho preso un suo libro a caso – Oblio – perché di solito faccio così: quando voglio iniziare un autore o parto cronologicamente o parto con un libro a caso. A rifletterci bene, non è che ci siano altri modi, ma mi piace pensare di mettere in pratica sagaci strategie. Sono tornato a casa, ho letto un racconto, forse due, al limite tre, e mi sono detto che no, non ero pronto per la superba scrittura del maestro contemporaneo. Nel frattempo la moda DFW un po’ è scemata. Gli articoli celebrativi sono diminuiti e insomma, il nostro genio è stato un po’ meno considerato. Ma sempre genio è rimasto: le poche righe apparse qua e là sulla stampa tenevano in gran considerazione la sua opera. Per tacere, poi, delle recensioni entusiaste dei lettori su forum, blog e social network. Allora sono io, mi sono detto. Avrò sbagliato libro, ho provato a spiegarmi. Qua bisogna tentare di nuovo, mi sono convinto. Stavolta parto in ordine, ho infine deciso. Ho preso in mano La scopa del sistema, ben consapevole di trovarmi di fronte all’opera struggente di un formidabile genio, e mi sono lasciato andare. Sarebbe stato meglio se mi fossi messo a leggere le possenti riflessioni di Christian Raimo. Non ce la faccio, proprio non capisco DFW. Una storia insulsa che nemmeno c’è, personaggi abbozzati, accennati, lasciati a metà. Artifici verbali a gogò, che poi diventano solo verbosità artificiale. Bisogna sospendere l’incredulità, e spesso pure la noia. Fuori c’è un bel sole, in tv c’è la Premier League, le figlie chiamano, la moglie pure. Ma chi me lo fa fare a me? Un libro mi deve prima di tutto divertire. E per divertirmi deve soddisfare due condizioni principali: ci deve essere una storia e lo scrittore deve comparire il meno possibile. Qua la storia… tu c’hai capito qualcosa? E il narratore è onnipresente, ok DFW sei bravo bravissimo, però spostati, lèvati, ho capito che ci tieni tanto a mostrarmi quanto sia bello e forte e figo, fammi leggere il libro però. Non hai capito, dice quello, DFW scrive una storia senza senso perché il mondo è senza senso, la vita è senza senso, tutto è senza senso. Più di cinquecento pagine per sostenere una roba che Vasco Rossi, dico Vasco Rossi, ha riassunto in un mirabile verso: questa storia una senso non ce l’ha... Va bene da ragazzino, quando ogni autore un po’ audace ti fa scoprire delle cose nuove, però Cecco Angiolieri si studia a quattordici anni, dopo c’è anche dell’altro. Dopo si cresce e si va avanti e che la vita non abbia senso, caro adolescente brufoloso, lo abbiamo capito già da un pezzo. Se proprio devi continuare a ripeterlo, trova almeno un modo un po’ originale per farlo. Per esempio con un romanzo. O con una storia. Io non capisco come possa entusiasmare questa letteratura qua. È l’equivalente affettato e intelligente dei libri Harmony. È un’enorme presa per il culo in cui addetti ai lavori e lettori si trascinano estasiati, contenti di far parte di qualcosa che poco comprendono ma che bisogna apprezzare per partito preso. Una specie di meccanismo identitario: ho letto DFW e ne capisco di letteratura; ho letto DFW e accidenti se ne so; ho letto DFW e l’America contemporanea ora ve la spiego io. E se invece non lo leggiamo e capiamo siamo solo dei rozzi bifolchi, come Remo e Augusta alla Biennale di Venezia. Il tutto, ovviamente, in attesa che un redivivo Fantozzi si alzi in piedi e urli ai quattro venti che siamo di fronte solo all’ennesima cagata pazzesca.

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  • 4

    Note si Note no

    anche a questo libro i link alle note funzionano ad intermittenza-; con pazienza accedo ai segreti celati a fondo capitolo..
    _____________________________________________________
    possibile che a tutti questo libro è piaciuto di più ed a me piaccia di meno di infinite jest?? pare di si, ma sono so ...continue

    anche a questo libro i link alle note funzionano ad intermittenza-; con pazienza accedo ai segreti celati a fondo capitolo.. _____________________________________________________ possibile che a tutti questo libro è piaciuto di più ed a me piaccia di meno di infinite jest?? pare di si, ma sono solo a metà , c'è ancora l'altra metà.. _________________________________________________________

    bello, si, si, si ma IJ è meglio

    said on 

  • 0

    No sé com valorar aquest llibre. És una anada d'olla monumental, sembla les "parides" que escrivíem amb els companys quan estudiàvem batxillerat... Podria ser l'argument de qualsevol pel·lícula d'aquestes d'humor americà gamberro.

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  • 4

    Prime 200 pagine: sorprendenti, geniali, divertenti. Quando ti ricapita?? Poi tutto si affatica nella seconda metà, e ti piglia l'amarezza perché ormai lo avevi consigliato e mezzo mondo.

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  • 4

    Una banda di idioti

    In questo primo romanzo di Wallace ho ritrovato molti dei caratteri di Infinite Jest.
    Ma mancano per fortuna le centinaia di note farmacologiche, le boiate matematiche e le tirate cinematografiche da film d'essai.


    Nella Scopa del sistema Wallace è più monocorde: suona la cord ...continue

    In questo primo romanzo di Wallace ho ritrovato molti dei caratteri di Infinite Jest. Ma mancano per fortuna le centinaia di note farmacologiche, le boiate matematiche e le tirate cinematografiche da film d'essai.

    Nella Scopa del sistema Wallace è più monocorde: suona la corda del minestrone surreale andante. Forse l'unica che gli riesce veramente bene pizzicare.

    E io ho riso di gusto, ho seguito divertito le vicende sconclusionate del libro e amato tutti i suoi personaggi strampalati.

    Avrei dato anche cinque stellette se solo fossi riuscito a scordare per un attimo che l'autore è la stessa persona che mi ha martellato i coglioni per 1300 pagine e 429 note in Infinite Jest. Ma ancora non riesco.

    said on 

  • 5

    love Lenore

    Mi piace questa ragazza. Un bel personaggio femminile, come se ne trovano pochi. Perennemente incavolata con il mondo che le sta aggrappato al polpaccio e non riesce a scrollarselo via. Alla fine son tante machiette che rotolano via, fuori dal suo orizzonte. Fantastico anche il fratello drogato.< ...continue

    Mi piace questa ragazza. Un bel personaggio femminile, come se ne trovano pochi. Perennemente incavolata con il mondo che le sta aggrappato al polpaccio e non riesce a scrollarselo via. Alla fine son tante machiette che rotolano via, fuori dal suo orizzonte. Fantastico anche il fratello drogato.

    said on 

  • 4

    Due + Una

    Questo strano e folgorante romanzo d’esordio fu scritto da Wallace negli anni ottanta, quando l’autore aveva 25 anni e io ne avevo 15, ma che sfortunatamente lessi la prima volta solamente intorno ai ventotto anni, verso la fine degli anni novanta, e poi una seconda volta, qualche giorno fa, ...continue

    Questo strano e folgorante romanzo d’esordio fu scritto da Wallace negli anni ottanta, quando l’autore aveva 25 anni e io ne avevo 15, ma che sfortunatamente lessi la prima volta solamente intorno ai ventotto anni, verso la fine degli anni novanta, e poi una seconda volta, qualche giorno fa, nell’estate del 2014, da dove scrivo. Il filosofo Eraclito, che aveva fama di essere un pensatore criptico e oscuro sosteneva (ma in questo caso abbastanza chiaramente) che non è possibile bagnarsi i piedi per due volte nello stesso fiume. Come a dire, non si può vivere lo stesso tipo di esperienza due volte, e l’ho sempre vista come un’osservazione in chiave nostalgica. Il passato è passato ed è inutile tentare di riviverlo. Il personaggio di un romanzo letto di recente mi ha però fatto vedere questa affermazione sotto un aspetto più ottimista, interpretandolo come “ogni volta che si fa il bagno nello stesso fiume si trova sempre nuova acqua”. Credo che un’affermazione simile sia perfettamente calzante per chi rilegge un romanzo a distanza di tempo, poiché io, rileggendo La scopa del sistema mi sono reso conto d’aver trovato parecchia acqua nuova, rispetto alla mia prima lettura, avvenuta quasi 15 anni fa.

    Negli anni novanta avevo letto una buona parte dei classici che conosco, quindi per me fu una decade molto formativa da quel punto di vista. Ma fu anche un decennio di letture contemporanee quasi sempre deludenti (A parte la scoperta di Gesualdo Bufalino, di Thomas Pynchon e Don Delillo, un trio della morte che precedette di pochi mesi il quarto cavaliere, Roberto Bolano, ma questa è un’altra storia) I contemporanei di quegli anni non c’entravano nulla con i quattro mostri citati ed erano quasi tutti vacui, noiosi, pieni di ciance vaniloquenti, romanzi letti di sera e dimenticati la mattina. Perlomeno quelli che leggevo io. Tra questi, credevo d’aver pescato l’ennesimo romanzo che non avrebbe lasciato il segno, e mi lasciai convincere a leggerlo solamente per il suo incipit*. In teoria, La scopa del sistema si potrebbe riassumere come la storia di una ragazza in cerca della sua bisnonna (ex studiosa di Wittgenstein) scappata da una casa di cura, e di un amore non corrisposto. Ma dire che sarebbe riduttivo sarebbe… riduttivo. La scopa del sistema è un favoloso caleidoscopio di personaggi, costruito con diversi linguaggi stilistici, non facile da apprezzare se si è soliti leggere romanzi con una struttura prevedibile o storie che richiedono al lettore il semplice intervento di occhi e cervello. Scrivo questo perché la prima volta che lo lessi penso proprio d’essermi limitato a leggerlo in questo modo. Mi aveva impressionato per l’originalità (ma che banalità!) per i personaggi memorabili come il pappagallo Vlad l’Impalatore, il poco vigoroso Mr Vigorous, la bellissima Mindy Metalman e tanti altri. Ma non avevo colto invece il vero messaggio del romanzo: raccontare utilizzando all’interno della stessa storia narrazioni, registri, stili e giochi linguistici diversi per dimostrare il wittgenstiano concetto della “narrabilità” delle cose, o meglio, per dimostrare che nella nostra vita maturiamo un certo tipo di esperienza a seconda dei modi con cui comunichiamo e riceviamo informazioni.

    Averlo saputo all’epoca! Non a quella della mia prima lettura della Scopa, ma ancora prima, quando il romanzo fu scritto, nel 1987. Avevo quattordici anni e gli unici grandi autori che avevo letto erano Poe e Calvino, credo. Ed ero innamorato di una ragazza che avevo conosciuto alla prima festa di capodanno fuori da casa. Sicché, questa era una ragazza in presenza della quale io diventavo scemo, balbuziente, smanioso, e comparativamente gigantesco. Una delle tre o quattro sole donne da cui mi sia sentito irresistibilmente attratto sessualmente nella mia non breve vita. E comunque eccoci là. Nel mio primo genetliaco di libertà a partecipare alla festa di capodanno, dove da un lato noi maschietti in completo chi blu chi grigio e tutti indistintamente con capelli gellati all’indietro e naso fremebondo, e dall’altro lato loro, ottenebrante miasma di lana e capigliature cofanate anniottanta e cashmere e occhi e cotone e caviglie e perle, con dentro Lei, accanto al tavolo degli stuzzichini, lei in gonna corta e felpa monogrammata, che chiacchierava tranquillamente con le amiche e peculariamente non danzante per tutta la sera, e ormai era quasi mezzanotte, e noi là, coi nostri completi eleganti e azzimatissimi, con l’acquolina in bocca e pronti per l’assalto finale. Ed eccoci muovere con una lentezza impossibile, da èra geologica, sul pavimento di cedro, col fuoco del caminetto sicuramente e appropriatamente riflesso e danzante al centro dei nostri occhi. Movemmo, e all’improvviso io le fui davanti. Che già le parlavo, to’ ma guarda chi si vede, ostentando accidentalità onde evitare che tutto si dissolvesse altrettanto all’improvviso, e accanto a noi un paio di sue amiche dotate di acconciature torreggianti, che però si tenevano in disparte per non incappare nella rete di tensione sessuale che schioccava e crepitava nell'aria tra Emilia e me, amiche che ci fissavano, che fissavano me attente a cogliere anche il minimo passo falso, le maledette Bangels sul giradischi, “Manic Monday”, e le mie mani prepararono una specie di stuzzichino, un involtino di mortadella riverso in un Ritz, e lei no grazie, però fissandomi con dolcezza, dichiarandosi già con lo sguardo pronta e disposta a partecipare all’elaborato e spossante gioco, nessun problema, e io mi infilai in bocca lo stuzzichino, e il Ritz parve esplodere in un deserto di polvere, e poi la mortadella, e ricordo che lei stava parlando dell’imminente uscita del film nove settimane e mezzo (o forse era Labyrinth?) e lì l’inevitabile orrendo invito a ballare intraprese la sua migrazione salmonide dal mio intestino verso il mio cervello, e avevo una mano nella tasca dei pantaloni, a inzuppare di sudore se stessa e la stoffa, e in un lampo catastrofico pensai a qualcosa di spiritoso da dire, per procrastinare il momento dell’invito a ballare, e il cuore mi balzò in gola, e la gola mi strizzò, e spasmodicamente mi distolsi da me stesso per dire la cosa spiritosa a Emilia N, che mi guardava negli occhi con fiducia infondata, e tentai di dire la cosa, e quando aprii la bocca ne volò fuori un bolo gigantesco. Vestigia predigerite e insalivate di Ritz e mortadella, volò fuori e atterrò sulla zona carnosa del naso di Emilia N, e lì stette. E le amiche gelarono, mute, e quel po’ di stuzzichino ancora in bocca si mutò in ghiaccio e aderì per sempre al mio palato, e le maledette Bangels cantarono “Walk like an Egyptian”, e a Emilia si paralizzarono tutte le attività vitali, virtualmente morta per lo schifo, schifo che per una pietas non di questa terra ella cercò di dissimulare sorridendo, e cominciò a fugare nella borsetta in cerca di un Kleenex, sempre con quell’osceno impasto di crosta e carne spiaccicato sulla punta del naso, e io lo vedevo come dal fondo di un cannocchiale, e poi pietosamente il mondo cessò di essere, e io divenni infinitamente piccolo e infinitamente denso, una minuscola stella nera ammiccante luce negativa da dentro una massa di indumenti e scarpe evacuate. Quello fu il mio assaggio di inferno nel 1987, e il mese che seguì quella notte è un vuoto irrecuperabile, un gigantesco beep steso su un’alttrettanto gigantesca imprecazione. Quella porzione di mio cervello è andata lessa per sempre. All’epoca non esisteva ancora un fondo dei miei pensieri dove avrei potuto trovare la lettura inebriante di Wallace né un giradischi che suonasse una canzone di Amy Winehouse anziché delle maledette Bangels. Ma oggi non c’è più vergogna in quel ricordo, solo un po’ di felicità per aver accanto un libro amico, e di tristezza, che avverto sempre più intensa per via della mia incapacità di spiegarlo o descriverlo come meriterebbe. Leggete La scopa del sistema.

    http://youtu.be/oLwccfUjdUk

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