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The Crying of Lot 49

By Thomas Pynchon

(51)

| Paperback | 9780060931674

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Book Description

The highly original satire about Oedipa Maas, a woman who finds herself enmeshed in a worldwide conspiracy, meets some extremely interesting characters, and attains a not inconsiderable amount of self knowledge.

193 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Pierce Inverarity è un personaggio sfuggente; un mistificatore, a dispetto del suo cognome. Quando telefona ad Oedipa, anni dopo la loro rottura, lo fa sempre con voci e cadenze diverse, anche all’interno della stessa conversazione, prendendosi gioco ...(continue)

    Pierce Inverarity è un personaggio sfuggente; un mistificatore, a dispetto del suo cognome. Quando telefona ad Oedipa, anni dopo la loro rottura, lo fa sempre con voci e cadenze diverse, anche all’interno della stessa conversazione, prendendosi gioco di lei, come impersonando tutti i ruoli di una partita di cui lui solo sembra essere a conoscenza. Eppure, in quel tranquillo pomeriggio d’estate, la voce che dall’altra parte della cornetta raggiunge la vecchia fiamma è controllata, priva di inflessioni, e porta un messaggio chiaro: Pierce è morto e l’ha nominata sua esecutrice testamentaria.

    È così che la follia si affaccia nella vita di Oedipa Maas, contagiando chiunque la circondi oppure semplicemente allucinando la sua prospettiva, trattandosi dell’unica che abbiamo la possibilità di seguire. Non inganni l’apparente linearità: se L’incanto del lotto 49 costituisce un’opera insolita per i canoni di Pynchon, lo è soltanto in merito alle proporzioni.

    Poco più di un centinaio di pagine gli bastano per articolare un mondo pieno di segnali in mezzo ai quali il lettore non può che perdersi, anzi pare proprio spinto a farlo. Non a caso quel finale aperto, quasi minaccioso, ieratico: la verità, se esiste, siede in una stanza dalla quale noi tutti restiamo chiusi fuori.

    Per eseguire le volontà di Inverarity, Oedipa si sposta nella cittadina californiana di San Narciso, che è poi una località fittizia: dettaglio trascurabile, se non apparisse sempre più chiaro nel corso della lettura che Pynchon sta intorbidando le acque, mescola i riferimenti e fa passare tutto per un fatto accidentale. Una serie di fatti accidentali. Può davvero avere un qualche significato l’inversione di due lettere in un avviso pubblico dell’ufficio postale? Non è certo più strano di vedere in tv un film con le scene montate alla rinfusa. Ma è davvero meno intenzionale di un’opera teatrale inscenata con più di qualche modifica al testo originale?

    Non dovrebbe esserlo, visto il cospicuo numero di pagine che occupa la tragedia in questione; non se questa ha in qualche modo a che fare con un gruppo di corrieri postali… Come in Amleto, la finzione nella finzione sembra suggerire l’emergere di una verità di cui ci è dato cogliere solo i prodromi e non certo al riparo dal rischio di misinterpretarli.

    Alla fine, ciò che otteniamo non è una definizione chiara né lo svelamento inequivocabile di una cospirazione storica, ma la lucida follia di chi comprende, con almeno trent’anni di anticipo, quanto possa essere cruciale il controllo delle comunicazioni in un mondo in cui le informazioni vanno moltiplicandosi a dismisura. Potrebbe apparire pura paranoia in stile pynchoniano pensare che parlando dell’american mail l’autore abbia inteso parlare anche dell’american male, visto il pressoché totale disfacimento di ogni figura maschile attorno a una protagonista dal nome tanto improbabile quanto pregnante; eppure, nemmeno un anno fa non avremmo tacciato di una patologia simile chi ipotizzasse un governo nazionale pronto a spiare il traffico delle comunicazioni?

    Per scoprire di più: http://grulloparlante.wordpress.com

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    Lorenzo Antonazzo said on Jul 7, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Ah,il fastidio morale di approcciarsi alle opere minori.Per questo romanzo si possono trovare in rete,una quantità assoluta di red flags da terrorizzare chiunque.Ma,dato che la valutazione di un opera minore è oggettivamente un delirio collettivo sog ...(continue)

    Ah,il fastidio morale di approcciarsi alle opere minori.Per questo romanzo si possono trovare in rete,una quantità assoluta di red flags da terrorizzare chiunque.Ma,dato che la valutazione di un opera minore è oggettivamente un delirio collettivo soggettivo,non ci facciamo spaventare da farneticazioni pastorali(americane)sparse per il web.Quindi?Ci troviamo dinnanzi,senza dubbio,ad un opera minore.Sopratutto se scorgo nel mio libro delle verità che Pynchon ha scritto un capolavoro assoluto come l'Arcobaleno della gravità.La sensazione generale è stata quella di un apparizione voyueristica.La lettura c'è stata ma in disparte,senza coinvolgimento.La trama in sè,considerando Pynchon,è piuttosto lineare.La protagonista tale Oedipa Maas riceve un eredità multimilionaria da il suo ex-marito Inverarity.La nostra alla notizia,lascia il marito attuale e si dirige presso San Narciso per incontrare l'avvocato Metzeger,co-esecutore testamentario.Da questo incontro,seguiranno una serie infinita di personaggi e storie incredibili.Tra cui l'indizio di una tromba(da suonare sia chiaro) simbolo di un potere occulto che governa il sistema postale americano collegato con l'eredità Inverarity e la multinazionale Yoyodine.La trama in realtà risulta avvicente,il percorso della protagonista verso l'ossessione e il delirio è ben descritto.Ma,francamente a distanza di tempo non mi ricordo assolutamente nulla di questo romanzo.Non mi ricordo specificatamente i fatti e i dialoghi importanti o le frasi eclatanti.Mi ricordo che è ben scritto,che lo stile di Pynchon è piuttosto lineare e mi ha riportato alla mente Gaddis e che probabilmente può risultare più affrontabile rispetto a un Mason e Dixon del caso,sopratutto per i neofiti.Però siamo lontani dalla genialità che serpeggia nella produzione pynchoniana.Come ritmica,come dedalo di colori di pura espressività nella prosa.Qua c'è ma in piccoli sprazzi e per me è un romanzo bypassabile.Ma ripeto,chi non ha mai letto la produzione di questo autore troverà nell'"Incanto" un ottimo prologo per avvicinarsi al caos controllato-incontrollato dell'Arcobaleno della Gravità.Su una cosa concordo però.Credo che sia,il romanzo più vivisezionato e copiato dagli autori americani degli ultimi vent'anni.Non solo stilisticamente ma anche contenutisticamente.Peccato per l'idea di base,una interessante riflessione sulle multinazionali,sul loro potere predominante e sul pericolo di uno stato nello stato,occulto e insondabile.Tutto shakerato in un semi delirio surreale.Tanta roba per il '65.Comprendo lo stato di incoerenza di questa recensione.Ma Pynchon per me è sempre Pincione.

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    Sine qua Non said on Jul 6, 2014 | Add your feedback

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    Il padre del postmodernismo.

    Avete presente il concetto di brain-storming? Ecco più o meno è quello che si prova leggendo questo breve romanzo. Pur apprezzando molto il postmodernismo non avevo mai letto Pynchon e così ho deciso di iniziare dal suo romanzo più famoso, "L'incanto ...(continue)

    Avete presente il concetto di brain-storming? Ecco più o meno è quello che si prova leggendo questo breve romanzo. Pur apprezzando molto il postmodernismo non avevo mai letto Pynchon e così ho deciso di iniziare dal suo romanzo più famoso, "L'incanto del lotto 49" appunto. Il libro racconta una storia molto semplice a prima vista: una giovane donna riceve una lettera da parte di un avvocato nel quale viene avvertita che un suo ex è deceduto e che le ha lasciato una parte di eredità. Logicamente però, come ben saprete se avete mai letto un romanzo postmoderno, questa trama principale è solo la punta dell'iceberg. Infatti la nostra Oedipa (anche il nome non è casuale...) cercando informazione su questa eredità verrà a scoprire di un'organizzazione lobbistica chiamata Tristero che gestisce un "metodo alternativo" (leggi "segreto") di posta parallela a quella nazionale, la cui istituzione ha origini antichissime. Nel corso del romanzo inoltre compariranno diversi personaggi dai "nomen omen" (uno su tutti, Gervis Khan...) e molte saranno le situazione ambigue, spesso ai limiti del grottesco, che ci porteranno verso una fine-non fine tipica del romanzo postmoderno. La scrittura è complessa, resa ancora più difficile dalla traduzione piena di refusi e spesso non corretta, la trama è solo apparentemente semplice, in realtà è un libro che si presta a mille interpretazioni diverse e non è di facile comprensione, e sono solo 174 pagine... Non è il postmodernismo di De Lillo, quello è più lineare, ha un inizio e una fine, non è il postmodernismo di Palahniuk, che segue sempre un solito percorso, è più quello di Foster Wallace, quasi un realismo isterico, in cui spesso ci si allontana moltissimo dalla trama principale, quasi a perdere contatto con essa, e ci si avventura in digressioni secondarie completamente estranee alla faccenda (o almeno apparentemente). Se avete letto "Oblio" di Foster Wallace avrete subito capito a cosa mi riferisco, d'altronde quest'ultimo ha ammesso diverse volte di essere stato influenzato da Pynchon. In conclusione, se vi piace il postmodernismo leggetelo ma sappiate che non è un romanzo tanto agevole, un solo consiglio: non fermatevi a pensare a ogni digressione su quale sia o non sia il significato, perché non è detto che ci sia, il postmodernismo spesso è un esercizio di stile, l'autore ci mette dentro molto della sua conoscenza su ogni campo, anche cose eccessivamente specifiche, che a volte servono, a volte appesantiscono la storia. Il postmodernismo, a mio modo di vedere, si può riassumere con la frase "La bellezza è negli occhi di chi guarda", ogni lettore può dare ai vari passaggi un suo significato, più o meno giusto, o magari non dargliene alcuno, e credo che sia proprio qui, nell'interpretazione, il bello del postmodernismo. Pynchon nè è il padre, se vi piace o vi incuriosisce lo stile in questione, leggetelo.

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    Giovannino said on Jun 9, 2014 | Add your feedback

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    Proprio ordinaria, come casalinga, la giovane Oedipa Maas davvero non sembra . Ha una laurea in letteratura che non le è mai servita a granché (ma potrebbe tornarle utile), per cominciare. Poi un marito, Wendell “Mucho” Maas, che in qualunque attivit ...(continue)

    Proprio ordinaria, come casalinga, la giovane Oedipa Maas davvero non sembra . Ha una laurea in letteratura che non le è mai servita a granché (ma potrebbe tornarle utile), per cominciare. Poi un marito, Wendell “Mucho” Maas, che in qualunque attività si imbarchi (prima addetto al ritiro di auto usate presso un concessionario, quindi disk jockey in una radio locale) sembra condannato a patire come una “perenne nausea grigia” l’altrui sofferenza, nella sua più sciatta e banale quotidianità. E, ancora, un legale di famiglia invaghito di lei e incattivito da una violenta avversione per Perry Mason; e uno psichiatra (con tremendi altarini da nascondere) che l’ha in cura per una serie di allucinazioni e vorrebbe includerla in uno speciale programma sulle dipendenze di natura chimica. Come se tutto questo non fosse già abbastanza, il vero colpo basso glielo riserva un ex compagno di quelli da romanzo – il potentissimo magnate Pierce Inverarity, con interessi nei più disparati ambiti imprenditoriali – che prima di tirare le cuoia la nomina sorprendentemente propria esecutrice testamentaria: un incarico da diventarci pazzi, che lei tuttavia accetta di buon grado, magari per levare le tende dall’asfittica aria di casa e dall’alienazione coniugale. Sedotta dal subdolo Metzger, avvocato con trascorsi da attore e coesecutore, la donna segna con il tradimento il primo passo nello sprofondo da sabbie mobili di una presunta cospirazione mondiale chiamata Tristero, un sentiero sommerso e misterioso che le si svela poco alla volta attraverso strani segni e coincidenze quantomeno curiose, in una prospettiva sempre più gravata da inquietudini, risvolti profetici e ombre paranoidi, con un simbolo ricorrente che sembra apparire ovunque all’improvviso (un corno da postiglione con la sordina). Abbracciando quasi per vocazione un tetro fatalismo, Oedipa diviene nel contempo strumento e destinatario di una grande rivelazione. Veste i panni dell’indagatrice e comincia a raccogliere sul campo testimonianze e presagi in uno stato di perenne mesmerismo, incrociando sulla propria strada tutta una serie di grottesche figurine che parrebbero uscite dalla fantasia malata di uno sciroccato in preda a incubi (alla maniera di Burroughs, in sedicesimo). Ma quello ordito dalla fantomatica e secolare organizzazione sarà davvero il frutto di un’ossessionante allucinazione nella mente della protagonista, minata forse come il suo sfarfallante marito da un qualche abuso con l’LSD? O non si potrebbe trattare, piuttosto, di un preciso complotto organizzato ai suoi danni dall’amante di un tempo, come estrema beffa per farla uscire di senno? Oppure c’è da credere che esista veramente un’organizzazione clandestina che si occupa di poste e comunicazioni dalla notte dei tempi, rigorosamente a margine del controllo statale? La risposta ci è abilmente negata dal finale con i suoi puntini di sospensione, e poco male: l’ambiguità con cui si chiude vale sicuramente al testo qualche punto in più e conferma un livello qualitativo in netta crescita dopo un avvio alquanto fiacco e macchinoso.

    A quasi cinquant’anni dalla prima pubblicazione, “L’Incanto del Lotto 49” appare più un superbo esercizio di stile che non un romanzo davvero memorabile, rimarchevole per la sua atmosfera sinceramente angosciante e torbida ma non certo per i suoi personaggi stilizzati, poco incisivi, cui manca lo spessore romantico di un vero predestinato con tutti i crismi come il leggendario Tyrone Slothrop. Una prova generale per l’autore di Glen Cove, già perfettamente a proprio agio nella pianificazione di un ampio dedalo di digressioni e sottotrame, vicoli ciechi e curiose corrispondenze metatestuali (l’ardita rappresentazione de “La Tragedia del Corriere” del drammaturgo fittizio Wharfinger, e il macabro racconto dell’altrettanto posticcia strage di soldati alleati sulle rive del “Lago di Pietà”, le più incisive). Nondimeno, l’opera era in netto anticipo sui tempi ed è invecchiata in maniera più che dignitosa. Ne sono una prova le visioni contorte e deformanti, unico tangibile punto di contatto con la California dei tardi sessanta, che in Pynchon si mostra già ripiegata ben oltre i suoi stereotipi (surfisti canzonettari a parte, ma anch’essi modernissimi) e sembra aver sopravanzato di molto la propria data di scadenza: la Bay Area di San Francisco, Berkeley e San Narciso scorrono come inquietanti (ma sostanzialmente vuote) quinte teatrali illuminate da un sole spento, animate da una ridente desolazione e compromesse dal loro avvilente disincanto piccolo borghese, alquanto insolito per un testo del 1966. Un bel tono sinistro, le immancabili epifanie a ciclo continuo, un’immedesimazione dettata con l’artificio al lettore e qualche nebulosa suggestione di sapore storico piazzata in una selva di rimandi per lo più incoerenti e di false piste, non bastano tuttavia a fare del secondo romanzo di Pynchon il grande capolavoro di cui tanti hanno cianciato. E’ l’opera che ha influenzato più di ogni altra David Foster Wallace, ci può stare, ma rivela ancora più scaltrezza elusiva che autentico talento post-modernista: un semplice adescamento finemente ricamato, laddove in seguito ci sarà spazio per una sublime affabulazione.
    Da plotone d’esecuzione chi ha curato traduzione e revisione di questo Einaudi Stile Libero: mai visti tutti assieme così tanti refusi, nomi storpiati, sconnessioni sintattiche e quant’altro. Una scandalosa galleria degli orrori che non può non indisporre. Il libro sarebbe da tre stelle e mezzo ma tocca arrotondare verso il basso per colpa di questa pessima edizione.

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    Seashanty said on Apr 7, 2014 | Add your feedback

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    Vedo la gente con il corno con sordina.

    Altro elogio alla paranoia, autentico chiodo fisso di Pynchon. Un libro breve, intenso, ma al contempo non indimenticabile (proprio ora che scrivo, cerco di sforzarmi sul nome di alcuni protagonisti). Oedipa Maas (eccola!) è la protagonista, colei ch ...(continue)

    Altro elogio alla paranoia, autentico chiodo fisso di Pynchon. Un libro breve, intenso, ma al contempo non indimenticabile (proprio ora che scrivo, cerco di sforzarmi sul nome di alcuni protagonisti). Oedipa Maas (eccola!) è la protagonista, colei che è alla ricerca della Verità, che parte dal ruolo di esecutrice testamentaria del suo ex uomo arcimiliardario ed arriva a guardarsi alle spalle, non si capisce se per malattia psichica o verità nascosta.
    La paranoia cresce, il grande complotto sembra partire dai tempi antichi. Il genio dello scrittore risiede nell'ipnotizzarti con queste storie, diciamolo pure, assurde, talvolta volontariamente incomprensibili. Eppure, quando ci si appresta ad iniziare un suo libro, ci si chiede cosa cazzo si è inventato stavolta sto dentone in bianco e nero con la tenuta da marinaretto.
    eppure in questo caso ed ancora una volta, mi son sentito "vittima" de L'arcobaleno della gravità", che sembra assorbire tutto e riemettere in salsa sovraffina. Ma basterà questa ulteriore sensazione a fermarmi?

    No.

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    Marco Migliorato said on Feb 5, 2014 | 1 feedback

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    "I came," she said, "hoping you could talk me out of a fantasy."
    "Cherish it!" cried Hilarius, fiercely. "What else do any of you have? Hold it tightly by its little tentacle, don't let the Freudians coax it away or the pharmacists poison it out of y ...(continue)

    "I came," she said, "hoping you could talk me out of a fantasy."
    "Cherish it!" cried Hilarius, fiercely. "What else do any of you have? Hold it tightly by its little tentacle, don't let the Freudians coax it away or the pharmacists poison it out of you. Whatever it is, hold it dear, for when you lose it you go over by that much to the others. You begin to cease to be."

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    Aglaja said on Jan 15, 2014 | Add your feedback

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