The Dark Tower, Book 7

The Dark Tower

By

Publisher: Hodder & Stoughton

4.3
(2290)

Language: English | Number of Pages: 736 | Format: eBook | In other languages: (other languages) Spanish , French , German , Italian , Polish , Portuguese , Dutch , Chi traditional , Chi simplified , Czech , Greek , Russian

Isbn-13: 9781848941151 | Publish date: 

Also available as: Hardcover , Audio CD , Audio Cassette , Paperback

Category: Fiction & Literature , Horror , Science Fiction & Fantasy

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Book Description
The final volume sees gunslinger Roland on a roller-coaster mix of exhilarating triumph and aching loss in his unrelenting quest to reach the dark tower.Roland's band of pilgrims remains united, though scattered. Susannah-Mia has been carried off to New York to give birth, Terrified of what may happen, Jake, Father Callahan and Oy follow.Roland and Eddie are in Maine, looking for the site which will lead them to Susannah. As he finally closes in on the tower, Roland's every step is shadowed by a terrible and sinister creation. And finally, he realises, he may have to walk the last dark strait alone...You've come this far, Come a little farther, Come all the way, The sound you hear may be the slamming of the door behind you. Welcome to The Dark Tower.
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  • *** This comment contains spoilers! ***

    1

    Spoiler senza speranza

    Quasi mi dispiace di aver colto un'occasione per comprare Shining, perché la lettura dell'immensa, monumentale, inutilmente interminabile saga della Torre Nera è stata sufficiente per togliermi ogni i ...continue

    Quasi mi dispiace di aver colto un'occasione per comprare Shining, perché la lettura dell'immensa, monumentale, inutilmente interminabile saga della Torre Nera è stata sufficiente per togliermi ogni interesse o simpatia verso King.
    E' la traduzione che lo penalizza oppure, come in realtà credo, il pubblico è disposto a considerare un grande scrittore chiunque abbia l'inventiva e la convinzione per dilatare in centinaia di pagine quel che si sarebbe potuto condensare in un terzo dello spazio? E come commentare l'ego di uno scrittore che non solo fa convergere in un suo libro personaggi di altri libri, ma a un certo punto fa diventare personaggio se stesso, identifica quel sé-personaggio come uno dei cardini dell'intero universo e – però – conclude la sua saga con una noticina in cui chiede ai lettori di non scrivergli e non fargli visita perché ci tiene alla privacy?

    Ho iniziato questa saga perché mi è stata consigliata, perché avevo letto poco altro di Stephen King, e infine perché l'avvicinarsi dell'adattamento televisivo mi hanno spronato a non permettere che il primo impatto con una storia che mi veniva descritta come favolosa avvenisse attraverso gli spoiler su Facebook. Così ho preso in mano con piacere i libroni che promettevano una di quelle letture bulimiche, una scorpacciata avventurosa. Non sapevo praticamente niente della storia, sono andata incontro all'ignoto. Anche per questo ho voluto finire: per capire se, magari nella pagina dopo, qualcosa di geniale potesse giustificare le opinioni entusiastiche e salvare quello che mi appariva sempre più come un treno sconclusionato di idee raffazzonate e lanciate verso un'inevitabile distruzione. (Avete apprezzato la citazione? Il gioco di parole e l'ironia? Perché è il genere di arguto rimando che inserisce King in questa serie. Roba di altissima qualità, prosa sopraffina).
    Arrivata all'ultimissima pagina dell'ultimissimo libro (no, non leggerò La leggenda del vento) posso dire: no. Non ci sono salvataggi.

    Non c'è nulla che funzioni in questa saga.

    La cosa meno snervante è l'ambientazione: non è fantasy, non è western, non è fantascienza. Ottimo. Una cosa diversa, nuova: mi va bene, in teoria. Mi affido allo scrittore fiduciosa.
    Solo che non è una cosa nuova: è ciò che ho già trovato in ogni singolo libro di King che abbia letto (non molti, come detto, ma sufficienti a stufarmi). La vacuità degli spazi americani, il tempo che non ha più senso, l'orrore in forma animale ma anche l'orrore del buio dentro di noi e sotto i nostri piedi, nascosto nei posti più prosaici, generato dal caos, senza scopo e senza spiegazione. E' qualcosa che funziona in senso lovecraftiano, e per i primi libri King se la cava rimanendo in bilico su quella linea: tutto è reale ma anche metaforico, perché il mondo (tutti i mondi) stanno in qualche maniera cambiando e crollando, e dal buio in cui sprofondano escono Cose. Il problema è che all'ennesimo mostrone che sembra un insetto, che spunta giusto per impepare un po' l'ennesimo cunicolo e viene lasciato indietro per l'ennesima volta, la pregnanza di questo elemento dell'ambientazione comincia a sbiadire. E uno inizia a chiedersi: che senso ha?
    Quel che di sicuro accade in un fantasy e non accade qui, è che l'autore sa (e il lettore si aspetta) di dover fare ciò che chiamiamo world-building: poiché i suoi personaggi non si muovono nel mondo che noi conosciamo, o non solo, è necessario che l'autore immagini e descriva un convincente mondo che ospiti le loro azioni, e che di quel mondo l'autore conosca caratteristiche, potenzialità e soprattutto limiti, in maniera da dare un senso di verosimiglianza e coerenza alla storia, oltre che sostanza all'intreccio. Ci sono modi geniali in cui ciò può essere fatto senza pedanteria, senza rifarsi per forza a Tolkien, senza mettersi a inventare lingue o rimanere per forza paludati nell'ambientazione medieval da campagna di Dungeons & Dragons (e un esempio di ciò è, per citare un signor nessuno, il mondo di Terry Pratchett). Si può fare metanarrativa, si può fare commistione di generi, sovvertire le regole. Ma c'è una differenza tra questo e la cumulazione di qualsiasi cosa passi per la testa dell'autore, il quale infatti, palesemente, è molto più convincente quando ricorre agli elementi a lui più familiari o quando descrive il nostro mondo.

    Una menzione in quanto a credibilità la meritano anche i personaggi.
    I personaggi di King sono in generale bizzarri, ma quelli femminili sono fantastici. In parte anche perché sono pochissimi. In tutta la saga ne compare solo uno che possegga una tridimensionalità (incidentalmente, l'unico che non vada a letto con Roland, anche se poi ne partorisce il figlio grazie a un demone ermafrodito – un gran bell'uso di una nozione poco credibile, ripresa da tradizioni ebraiche mai citate e scollegate da qualsiasi altro elemento della storia). Le altre sono poco più di nomi: occasionali amanti di Roland, delle lanciatrici di piatti letali che però sono sottomesse ai mariti e non hanno mai pensato di essere più che casalinghe, la vecchia Tabitha, la fastidiosissima Mia. La stucchevole e bidimensionale amata, Susan Delgado, e l'esigua popolazione femminile di Mejis (Cordelia, Coral) sono il risultato migliore, che è tutto dire.
    Io non sono il tipo che fa normalmente un gran caso a queste cose, e se un romanzo è per qualche motivo incentrato su dei personaggi maschili non me la prendo. Nel caso di King però la sproporzione era così evidente e i personaggi femminili così sistematicamente stereotipati e accantonati, che ho iniziato a notarlo. Sono maschi Eddie, Jake, Mort, i credibili mafiosi italiani e il fratello di Eddie; Walter e Marten, i cattivi di Lud, gli antichi amici di Roland e i suoi maestri, tutti i notabili di Mejis; ogni singolo scagnozzo, seguace o tenente di John Farson e John Farson stesso; père Callahan e i personaggi della sua storia, i notabili del Calla, i Manni; Calvin Torre, Deepneau, il padrino di Susannah, John Cullum; Mordred, Sayre, la quasi totalità dei taheen e uomini bassi; Brautigan e i suoi amici, i capi di Algul Siento, i tre King, Patrick, Dandelo e ovviamente il Re Rosso. Persino il bimbolo, persino i robot. Persino il treno è un maschio e ci tiene a sottolinearlo.

    Un'altra cosa che ho personalmente trovato sempre più fastidiosa è l'autoreferenzialismo che King porta a nuove vette. Non cita solo se stesso (le sue frasi, i suoi motti). Non si inserisce solo come personaggio nella storia insieme a vecchi personaggi. Pretende anche di costruire un'avventura che vorrebbe universale, e che si svolge unicamente nello spazio geografico, temporale, culturale e mentale dell'America. Tutti i personaggi che provengono dal nostro mondo o da mondi simili al nostro sono americani, anche l'ultima delle comparse che prima di morire ha un breve monologo interiore (con solo una piccolissima e bizzarra eccezione nei panni dell'uomo d'affari scandinavo incontrato da Susannah); la lingua parlata da tutti è l'inglese o una sua versione poco diversa; ogni volta che l'azione si sposta dal mondo di Roland, si sposta in America; ma soprattutto, il mondo di Roland stesso è americano, nel paesaggio, nella cultura, nei riferimenti. Nelle cinquemila pagine circa che ho letto, ho contato sulle dita di una mano la volta in cui viene nominato un evento storico, una marca o un personaggio che non sia americano. Come per la mancanza di personaggi femminili realistici, non ci ho fatto caso inizialmente e ho poi pensato che questo fosse coerente con la volontà di King di scrivere un “suo” fantasy, un'epopea americana. Entro la fine, però, quando ormai si parlava di salvare l'universo, la stonatura era troppo forte. Non è semplicemente che la storia è incentrata su un'avventura americana di personaggi americani: l'impressione che si ha è di un universo costituito da moltissimi mondi in ciascuno dei quali esiste soltanto l'America.

    Un autore ha il diritto di impostare alcuni assiomi a cui il lettore, che d'altronde sta già applicando una sospensione dell'incredulità, deve credere perché così è. Più o meno solidi che siano, quegli assiomi sono necessari per imbastire la storia, ma se sono fatti bene si compenetrano con essa, aggiungono significato e contribuiscono a creare un'ambientazione a cui il lettore si appassionerà. Anche Martin non ha mai spiegato perché nel suo mondo le stagioni durano anni anziché mesi, ma poiché ha intessuto questo elemento con il resto della sua trama in maniera coerente, poiché lo ha usato come spunto per suggerire un significato più profondo di determinati avvenimenti e per creare un'atmosfera che caratterizza l'intera ambientazione, quell'elemento funziona. Certi elementi di una trama o di un'ambientazione sono come qualcosa che l'autore ti costringe a comprare all'inizio della lettura, per forza, dandoti solo la sua garanzia che i tuoi soldi saranno ben spesi. E nel caso della Torre Nera, non lo sono.

    La ciclicità degli espedienti – il mostro che assume sembianze umane, l'interminabile build up di una scaramuccia che poi avrà conseguenze irrisorie, i villaggi popolati di comparse caratterizzate con l'accetta, lo sdoppiamento di personalità, il robot più o meno ostile che però ha esattamente la capacità tecnologica necessaria in quel momento – costituiscono la struttura sempre più labile sulla quale King inizia a operare iniezioni massicce della sua personale visione di un deus ex machina.

    Spiegare in maniera concreta le motivazioni dei suoi personaggi non è necessario, perché tutto è ka. Va bene: in questo mondo esiste il ka che è come uno che ha già letto il copione e ogni tanto ti comunica che devi andare di là anche se non c'è nessun motivo, o che tra poco morirai. Prendo atto.

    In questo mondo inoltre esistono diverse specie e forme di magia: anche questo non è necessario spiegare. Il mondo è diverso dal nostro, e se specie mai nominate prima compaiono nel quinto o sesto libro all'improvviso, è perché questo mondo sta crollando, il tempo e lo spazio si dilatano eccetera. E' lo stesso motivo per cui grandi espedienti utilizzati nei libri precedenti non compaiono più. Nel quarto libro una cosa chiamata “sottigliezza” è descritta come un fenomeno sempre più diffuso e pericoloso, ed è utilizzata come parte di un piano di attacco e/o fuga. Mai più comparirà. Prendo atto.

    Nella saga della Torre Nera ci sono personaggi che compaiono, rimangono con noi raccontandoci storie interminabili per centinaia di pagine, poi muoiono o prendono un'altra strada: non sapremo più nulla di loro, Roland sta ancora andando verso la Torre Nera e nulla è cambiato. Roland corre molti pericoli ma siccome è la pistola più veloce del west li sconfigge tutti e – indovinate – va verso la Torre Nera. Ogni singolo episodio si rivela autoconclusivo, lascia dietro di sé forse qualche indizio o suggerimento che non porterà a una deviazione, un'indagine, un cambiamento di rotta o una novità perché tutto è parte del ka e Roland sa già tutto; ogni singolo personaggio viene lasciato da parte.
    Un modo per sottolineare la strenua volontà che è l'elemento caratterizzante di Roland, un ritorno alle origini, la descrizione di un percorso di formazione e di una ricerca ciclica e infinita che in fondo ci coinvolge tutti? Sicuramente sì, nelle intenzioni di King. Solo che fatto malissimo e inutilmente prolisso.

    Roland e i suoi amici non usano bussole perché nel mondo in cui si trovano non c'è certezza che il punto cardinale rimanga dove dovrebbe; e l'impressione è che l'autore abbia composto la saga gravato dello stesso handicap. A un certo punto compare un personaggio mai nominato prima, di cui non si sa nulla tranne che ha un potere incredibilmente forte e che, nelle ultime trenta pagine, risolve tutto e sconfigge il male. Male che rappresenta il nemico ultimo di Roland, dell'universo e anche nostro, ed è raffigurato da un vecchio che lancia gridolini da un balcone, cercando di ucciderti con il lancio di bombe volanti chiamate “Harry Potter” e che viene sconfitto dopo circa dieci pagine. Quel vecchio, ci viene detto, è l'Inferno; dovrebbe fare un sacco di paura. E' dietro a tutto quello che è successo finora, solo che non si sa bene come.

    “Non si sa bene come” è il motto dichiarato di questa saga e a mio parere anche l'unica risposta possibile alla domanda su come abbia potuto avere alcun tipo di successo.

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  • 5

    Favourite quote:

    "You needn't die happy when your time comes, but you must die satisfied, for you have lived your life from the beginning to the end and ka is always served".

    said on 

  • 4

    Nonostante il finale un po' raffazzonato e sbrigativo, nonostante l'autoerotismo letterario di King (a me avevano sempre detto che la self-insertion era una brutta cosa, ma evidentemente varia in base ...continue

    Nonostante il finale un po' raffazzonato e sbrigativo, nonostante l'autoerotismo letterario di King (a me avevano sempre detto che la self-insertion era una brutta cosa, ma evidentemente varia in base a quanto sei bravo a scrivere), nonostante i soliti immensi flashback di personaggi che hanno scritto 'morirà a breve' sulla fronte è un bel libro.
    E secondo me non c'è bisogno di leggere l'ultimo capitolo, come King in effetti avverte di non fare (magari perché gli è stato imposto dall'editore...)

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  • 5

    Olan

    Childe Roland alla Torre Nera giunse.
    Ognuno di noi ha la sua Torre Nera, ognuno lotta per arrivarci.

    Non so se sarò saggio come Roland, o furbo come Eddie, o generoso come Susannah, o coraggioso come ...continue

    Childe Roland alla Torre Nera giunse.
    Ognuno di noi ha la sua Torre Nera, ognuno lotta per arrivarci.

    Non so se sarò saggio come Roland, o furbo come Eddie, o generoso come Susannah, o coraggioso come Oy...spero solo di arrivarci un giorno, alla mia Torre Nera.

    Dico grazie King.

    said on 

  • 4

    Arrivo qui attraverso gli altri sei. Mi piacciono le storie in cui c’è una specie di missione impossibile, in cui sembra che il male, soprattutto quello che ognuno ha dentro – la stronzaggine prima di ...continue

    Arrivo qui attraverso gli altri sei. Mi piacciono le storie in cui c’è una specie di missione impossibile, in cui sembra che il male, soprattutto quello che ognuno ha dentro – la stronzaggine prima di tutto – sembra avere armi infinite. Mi piacciono le storie lunghe che non sembrano lunghe perché cammini e cammini e trovi sempre qualcosa per cui vale la pena di andare avanti. Mi piacciono le storie in cui appaiono eventi improbabili ma affascinanti, dai quali esci con la consapevolezza di essere qualcuno che sta facendo qualcosa di inutile per sé ma di utile per gli altri. Mi piacciono le storie dove i paesaggi sono posti dove camminare, ridere e piangere. Mi piace stare vicino a questo cowboy triste che non cede mai.

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  • 3

    Ultimo libro della serie che mi ha lasciato a volte deluso e appassionato. Il finale mi ha sorpreso e anche se durante la serie spesso la ricerca della torre viene accantonata è appassionante vedere c ...continue

    Ultimo libro della serie che mi ha lasciato a volte deluso e appassionato. Il finale mi ha sorpreso e anche se durante la serie spesso la ricerca della torre viene accantonata è appassionante vedere come rimane sempre come tema di fondo coinvolgendo il lettore nell'ossessione di Roland.

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    5

    Letto da: Laura.

    Se avessi saputo prima che tutta la storia raccontata nella saga della Torre Nera era cosi' avvincente avrei letto tutti e sette i libri uno dietro l'altro.
    Probabilmente mi sarei com ...continue

    Letto da: Laura.

    Se avessi saputo prima che tutta la storia raccontata nella saga della Torre Nera era cosi' avvincente avrei letto tutti e sette i libri uno dietro l'altro.
    Probabilmente mi sarei commossa ancora di piu' arrivando alla fine e congedandomi dal ka-tet.
    Ma tutto ritorna e forse, in un altro quando e in un altro dove, riprendero' in mano questa storia per ritrovare anch'io ancora una volta la mia Torre Nera.

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  • 4

    Si conclude con questo volume la saga di La Torre Nera: Roland di Gilead, il pistolero, con i compagni che ha raccolto attorno a sé durante il viaggio, è di fronte al suo destino. Il gruppetto è sano ...continue

    Si conclude con questo volume la saga di La Torre Nera: Roland di Gilead, il pistolero, con i compagni che ha raccolto attorno a sé durante il viaggio, è di fronte al suo destino. Il gruppetto è sano e salvo, sebbene sparso per ogni dove (e ogni quando). In particolare, Roland, Eddie e John Cullum sono nel Maine del 1977, in Turtleback Lane, quando cominciano a capire che il mondo da cui stanno cercando di fuggire è l’unico reale, l’unico in cui il tempo vada solo in avanti, in linea retta… Per i lettori che con fedeltà e passione li hanno seguiti fin qui, vale la pena di ricordare che il meglio arriva sempre per ultimo. A patto che si abbia il coraggio di andare fino in fondo, naturalmente. Ma ormai mancano solo pochi passi… Ecco. Sentite questo tonfo? È una porta che si chiude dietro di voi. Benvenuti nella Torre Nera.

    said on 

  • 4

    Una grande saga, ma...

    La serie della Torre Nera mi ha intrattenuto per poco più di tre mesi. Avendo in libreria tutti e 7 i volumi delle avventure di Roland di Gilead e del suo ka-tet, mi sono dedicato esclusivamente ad es ...continue

    La serie della Torre Nera mi ha intrattenuto per poco più di tre mesi. Avendo in libreria tutti e 7 i volumi delle avventure di Roland di Gilead e del suo ka-tet, mi sono dedicato esclusivamente ad essi promettendomi, una volta cominciato "L’ultimo cavaliere" di non interrompere la lettura fino alla fine del settimo volume, "La Torre Nera", come se fosse un unico grande volume (e in realtà come tale può essere considerata l’intera serie, anche secondo l’opinione dello stesso autore). Per questo motivo non ho commentato ogni singolo libro (limitandomi al numero di stelle), ma l’intera saga nel suo insieme.
    Il voto complessivo che do all'intera saga è di 4 stelle e mezzo. La storia, lo stile i personaggi, gli ostacoli, i dialoghi, le descrizioni, tutto nella saga della Torre Nera è ben costruito e ideato dall’autore. Perciò non sarà di questo che parlerò, ma di quello che ha fatto in modo che il mio voto non raggiungesse le 5 stelle piene.
    Due cose fondamentalmente. Il finale della storia (che a mio modo di vedere non è propriamente un finale) e alcune ripetizioni di dialoghi o pensieri dei personaggi che secondo il mio punto di vista appesantiscono un po’ la lettura, ma questo è parte dello stile di King e non della serie, dal momento che la stessa cosa si riscontra in altri romanzi dell’autore.
    Ma veniamo al finale. Una volta raggiunta la tanto agognata Torre Nera, l’autore avvisa il lettore che la storia può considerarsi conclusa, che possiamo chiudere il libro e accontentarci di sapere che il nostro eroe ha raggiunto la sua meta. La giustificazione di tutto questo è che più che per scoprire il finale e conoscere le risposte, il vero scopo dell’avventura è di essersi goduti il viaggio fatto per giungere fin qui. Come giustificazione può anche starci, ma sfido qualunque lettore a chiudere il libro in questo punto. Sfido chiunque a rinunciare a entrare nella Torre insieme a Roland e scoprire le risposte a tutte le domande che emergono nel corso della saga.
    Non voglio anticipare niente su ciò che si trovi all’interno della Torre Nera e cosa aspetti Roland una volta giunto in cima. Dico soltanto che non era il finale che mi aspettavo dopo una così bella saga. Tutto questo non perché non abbia un senso, il finale il senso ce l’ha eccome. È difficile da spiegare senza anticipare niente. Prima ho detto che per me non può essere considerato un finale, ma adesso che un senso il finale ce l’ha. Non riesco a spiegarlo se non in questi termini. Non è un finale ma ha un senso. L’unico modo per comprendere il finale è leggerlo e dare una propria interpretazione.
    Infine vorrei dire qualcosa sui singoli volumi della saga. Considero i primi tre come un grande prologo all’intera vicenda che deve svolgersi, con la presentazione dei personaggi e del mondo (o meglio i mondi) in cui si muovono. Il quarto, a mio parere il migliore dell’intera serie, è fondamentale per comprendere meglio il carattere e la personalità del protagonista Roland, dal momento che è quasi interamente ambientato nel passato e racconta degli avvenimenti che lo stesso Roland più volte cita ai suoi compagni e di cui adesso mette al corrente. Gli ultimi tre volumi infine sono i più ricchi di azione e raccontano gli avvenimenti che porteranno al raggiungimento della Torre Nera, ma a mio modo di vedere, forse anche a causa della lunghezza della storia, sono qualitativamente inferiori ai primi.

    said on 

  • 5

    IL RE È MORTO, SALVATE IL RE

    LETTO IN EBOOK
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    Un grande scrittore si riconosce anche dal coraggio. Un grande scrittore non ha paura di non essere capito e, anche se scrive cose complesse, viene compreso. Nel settimo ...continue

    LETTO IN EBOOK
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    Un grande scrittore si riconosce anche dal coraggio. Un grande scrittore non ha paura di non essere capito e, anche se scrive cose complesse, viene compreso. Nel settimo volume del ciclo “La Torre Nera”, intitolato anch’esso “La Torre Nera” (2004), Stephen King ci proietta subito nelle primissime pagine in una girandola di salti spazio-temporali, ci mostra una donna nera senza gambe e una bianca che non ne è priva e ci dice che sono la stessa persona, eppure non ci confonde. Tutto è chiaro e scorre bene. Almeno per chi, come me, ha già letto i precedenti sei volumi, ma direi anche per chi li dovesse ignorare (meglio però leggere i volumi in ordine, dato che formano un romanzo unitario). Spesso però gli autori, in questi casi hanno paura e si preoccupano di spiegare subito ai lettori cosa è successo prima, perché succedono certe cose e chi abbiamo davanti. Il risultato sono dei “sequel” in cui si perdono pagine e tempo nel tracciare inutili mappe di lettura.
    Di recente, per esempio ho letto i 3 volumi di “1Q84” dove il pur grande Haruki Murakami, dimostra di non avere questo coraggio e scrive un terzo volume che, in prevalenza, ripete cose già dette negli altri due. Un altro esempio di questo difetto potrebbe essere il ciclo “Hunger games”. Non è il caso di King, che con coraggio ci lancia subito nell’arena. I re non cercano il consenso, lo hanno, perché gli spetta.

    Il romanzo continua a muoversi tra mondi diversi (Medio-Mondo, Fine-Mondo, America, Rombo di Tuono…), epoche diverse, generi letterari diversi, ma dopo altri sei libri, sono tutti spazi-tempo che conosciamo, in cui il lettore si trova a casa e King sa essere un ottimo ospite, capace di far sentire a suo agio il lettore in qualunque casa lo ospiti.

    Se “La Torre Nera” è la saga della schizofrenia, dei doppi, dei gemelli, anche questo settimo volume non manca di produrre i suoi esempi. Vi troviamo addirittura un triplo sosia freudiano di Stephen King (il personaggio più che l’autore, se c’è una differenza), un terzetto, Fimalo (Superego), Feemalo (Ego) e Fumalo (Id), che vuole imitare le tre parti della psiche dell’autore, ma che, essendo solo imitazione, non sono veramente King. L’autore però è qui comunque uno dei personaggi determinanti della storia. Addirittura dalla sua salvezza dipende il destino dell’universo, anzi di tutti gli universi retti dalla Torre Nera. Dovranno essere i suoi stessi personaggi a entrare nel suo “Quando” per salvarlo.
    La visione dello spazio-tempo in questa saga di King, ricorda molto quella dell’ucronia nei miei romanzi, in particolare di quelli del ciclo di “Jacopo Flammer”. Per me, però, il tempo è un frattale, una serie infinita di linee che si dipartono da una serie infinita di punti delle infinite linee temporali, insomma, un “infinito alla terza potenza!!! La visione di King è più semplice: vede una principale linea spazio-temporale dalla quale si dipartono innumerevoli (non direi infinite) linee alternative.
    La linea temporale principale è quella in cui vive Stephen King (il “lato americano”). Lì se uno muore, muore veramente. Nelle altre linee temporali non esiste una vera morte, in quanto nulla di ciò che avviene è definitivo perché in altre linee temporali (io direi “Universi Divergenti”, King li chiama “Quando”) quel fatto, quella morte, possono non essere avvenuti. È così che Jake riesce a tornare sebbene l’abbiamo visto morire.
    Quello che avviene sul “lato americano” però è importante e determina tutto il resto. Per questo Roland deve a ogni costo salvare Stephen King, magari sacrificando se stesso o qualcuno dei suoi amici. Perché è King a scrivere la loro storia e se King morisse, il loro tempo si arresterebbe. Eppure King non è del tutto padrone del tempo del loro universo. Tutto è legato, lui può creare storie, ma quello che scrive è, in un certo senso, già scritto.
    In questo romanzo compare anche un secondo “autore-personaggio”, Patrick Danville, un ragazzo tenuto prigioniero forse dall’infanzia dal vampiro Joe Collins. È debole, scheletrico, malato, ingenuo, ma ha una capacità incredibile nel disegnare. È veloce come un pistolero con la matita al posto della pistola! E i suoi disegni hanno il potere di creare o modificare la realtà. Il suo ruolo sarà determinante nella lotta contro il Re Rosso, antagonista principale di Roland in questo volume.

    “La Torre Nera” è il settimo e conclusivo volume della saga, sebbene ci sia un ottavo che racconta fatti antecedenti e moltissimi romanzi di King siano fortemente connessi con questi, innanzitutto l’imprescindibile “Le notti di Salem”, ma anche “Insomnia”, qui più volte citato.
    Anche la saga di Harry Potter si conclude con il settimo volume e in entrambi si nota una moria impressionante di personaggi: sarà il Sette a portar loro sfiga o il fatto di essere giunti alla fine e di dover far piazza pulita?
    Eppure King come la Rowling cedono alla tentazione del lieto fine.

    Inevitabile, con il volume conclusivo di una lunga saga, parlare del finale e sempre i lettori si dividono tra quelli che approvano la scelta dell’autore e quelli che la disapprovano.
    Vorrei cercare di dire il meno possibile in merito alla soluzione adottata da King per concludere le vicende di Roland, ma anche qui, come nel suo uso dello spazio-tempo, sono rimasto colpito dalla comunanza di visione con i miei romanzi, in particolare “Giovanna e l’angelo”.
    Cercando di non entrare in dettagli, devo dire che il finale, pur unico, è, come i sosia di King, triplo. Non nel senso che King lasci tre finali alternativi, ma che per tre volte ho avuto la sensazione che la storia stesse per finire, ma il libro ha continuato ad andare avanti. La somiglianza con i miei finali, però, non è qui, ma nel fatto che il finale può essere considerato aperto, dato che molto altro ancora potrebbe succedere (ci sarebbe spazio sia per una saga prequel che per una sequel), e, soprattutto nel fatto che e è ciclico, nello stesso identico modo di “Giovanna e l’angelo”.
    Che il finale (pubblicato nel 2004) non sia veramente la conclusione di questo ciclo (iniziato nel 1982 con “L’ultimo cavaliere” e a cui King e i suoi fan sono particolarmente affezionati) è dimostrato non solo dalla pubblicazione nel 2012 di un nuovo episodio, “La leggenda del vento” (sebbene, a quel che leggo, narri fatti antecedenti il settimo), ma dall’appendice che segue il finale. Anche qui King mi ha stupito, anticipando i miei desideri di lettore. Leggendo i primi sei volumi, in effetti, ero stato incuriosito dalle citazioni di “Childe Roland alla Torre Nera giunse” di Robert Browning, ma proprio finendo di leggere “La Torre Nera” mi è venuta una particolare voglia di leggere quest’opera (e avevo persino pensato di pubblicarla sul mio blog). Ebbene, King piazza il poema di Browning proprio alla fine del romanzo, là (temporalmente parlando) dove avrei voluto trovarlo!
    Prima del “terzo finale” King blocca la macchina da presa, sale sul palco e si rivolge direttamente ai lettori per dir loro che in un romanzo il finale non è importante, perché un romanzo è come la vita, come un’avventura: va vissuto, va amata la strada che percorriamo assieme, non la meta, non la conclusione, non il finale, perché il finale è l’addio, la fine, la morte (dov’è il tasto per “condividere”?). Sarebbe come vivere una vita con l’obiettivo di morire! Invita allora il lettore a scegliere di fermarsi lì, di accontentarsi di quel finale aperto oppure di andare avanti (ma lo sconsiglia) e di affrontare il vero addio della storia. Ma King, come si diceva, non ama gli addii e il suo non lo sarà!

    “Tante profezie di insuccesso avevo subito, ero stato iscritto
    Tante volte nella , uno cioè dei cavalieri
    Che volsero i passi alla ricerca della Torre Nera,
    Che mi sembrava giusto fallire come loro,
    E ora mi tormentava il dubbio: ne sarò capace?”
    (“Childe Roland alla Torre Nera giunse” di Robert Browning)

    Firenze, 09/06/2015

    PERCHÉ ROLAND DESCHAIN NON È HARRY POTTER

    Credo che le due più grandi eptalogie scritte a cavallo del cambio di millennio siano la saga di Harry Potter e quella Roland Deschain di Gilead, la prima realizzata da J.K. Rowling, la seconda da Stephen King. Non conosco il numero di copie vendute da King per la saga della Torre Nera che ha per protagonista il pistolero di Gilead, ma sebbene immagino siano moltissime, credo che difficilmente possano essere comparate per quantità con quelle del maghetto di Hogwarts. Del resto la fama della saga fantasy della scrittrice inglese è planetaria anche grazie agli otto film tratti dai sette romanzi, mentre altrettanto non è ancora stato fatto con l’opera dell’americano.
    Entrambi comunque hanno il vantaggio di aver scritto in lingua inglese, cosa che è già un primo passo avanti verso il successo.
    Che cosa ha reso però Harry Potter un bestseller più della Torre Nera?
    Tempo fa avevo esaminato quelli che mi parevano i principali ingredienti della saga fantasy inglese e, in seguito, ho ripetuto l’analisi anche su altre opere (per esempio “Il cacciatore di aquiloni”, “La setta degli assassini”, “Amabili resti” “It”, “Il seggio vacante”, “I miserabili”). Quale scritto però si presta meglio del ciclo di King per un’analisi di questo tipo, se non altro per l’ampiezza comparabile delle due saghe e per la base fantasy di entrambe, con lunghe parti ambientate nel mondo “reale”?
    Gli elementi che avevo individuato nella saga di Harry Potter sono: trama, strutturazione, ambientazione costante, ripetitività e ritualità, magia come estraniazione dalla realtà, mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia, linguaggio inventato, amicizia, lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto, compenetrazione tra il Bene e il Male, tanti nemici grandi e piccoli, un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale, spettacolarità, competizione, mistero, suspance, paura, avventura, iniziazione e crescita verso l’età adulta, morte. Notavo anche che l’amore, pur presente, spesso centrale in tante opere, aveva un ruolo marginale.

    Vediamo, allora che uso fa Stephen King degli elementi usati dalla Rowling.

    Trama: nessuna saga di sette romanzi di centinaia di pagine ciascuno si può reggere senza una trama principale e alcune trame secondarie. Sembra scontato, ma ci sono romanzi corposi con trame troppo esili che come un corpo senza spina dorsale, si flettono sotto il peso delle pagine. Alla Quest di Roland si aggiungono le imprese che lui e i suoi amici dovranno affrontare in ciascun volume, a volte più di una per romanzo.

    Strutturazione: struttura e trama sono quasi la stessa cosa, ma la struttura è qualcosa di più, che nasce dall’unione di trama, ambientazione, morale e che presume un certo equilibrio tra le parti. I romanzi di King, in questo sono più caotici di quelli dell’inglese, sia per la pluralità di ambientazioni, sia per una morale meno definita.

    Ambientazione costante: in Harry Potter abbiamo due o tre ambienti centrali (la casa degli zii nel mondo reale, Hogwarts e magari Hogsmeade). I romanzi di King descrivono un viaggio e l’ambiente cambia continuamente, con salti avanti e indietro dall’uno all’altro, dal deserto delle aramostre alla New York del “lato americano” a New York alternative e ucroniche, al Medio-Mondo, al Fini-Mondo, al Entro-Mondo, al Oltre-Mondo, con Rombo di Tuono, Gilead, l’Eld, le Terre Desolate, in una geografia fantastica in cui non è facile orientarsi anche perché attraversa non solo lo spazio ma il tempo. Questo è per me un elemento affascinante di lettura, ma temo che possa disorientare i lettori più distratti e allontanarli dai libri.

    Ripetitività e ritualità: qualcosa di ripetitivo c’è, innanzitutto la costanza della ricerca della Torre Nera, poi l’apparizione delle Porte tra i mondi, le apparizioni di robot, alcune frasi rituali, ma King ama sorprendere e la sua è una storia in continuo movimento, non abbiamo certo la ciclicità del tempo scolastico di Hogwarts, anzi qui, addirittura, il tempo accelera, rallenta, va indietro, fa continui salti nel futuro e nel passato ed ere lontanissime si toccano. I Pistoleri hanno i loro mantra, le loro superstizioni, ma non sono veri riti. Questo allenta l’unitarietà dei romanzi e, soprattutto, non crea quel senso “domestico” che fa sentire il lettore a casa sua nei romanzi della Rowling.

    Magia come estraniazione dalla realtà: Harry Potter vuole fuggire da un mondo reale di “babbani” in cui si sente insoddisfatto. Gli amici americani di Roland sono strappati via da New York contro la loro volontà e Roland attraversa gli spazi tra i mondi non per un desiderio di soddisfazione personale, ma per una missione da cui non può prescindere. Anche lui è obbligato, seppure dalla propria stessa volontà. La magia è subita, non dominata e cercata, come dai maghetti di Hogwarts che cercano di studiarla e controllarla nella loro scuola di incantesimi. È dunque una magia con un fascino diverso e, temo, minore.

    Mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia: in questo King credo lasci indietro di qualche giro la Rowling. La saga della Torre Nera è la saga della schizofrenia, dei doppi, dei gemelli, della psiche disturbata. Persino le macchine, come il treno pensante Blaine il Mono sono schizofreniche, persino lo stesso autore compare nel romanzo sia di persona che una trinità di sosia dissociati. Gli amici di Roland hanno grossi problemi. Eddie Dean era un tossico, Susannah-Odetta-Detta è una schizofrenica con ben tre personalità, cui se ne aggiungerà una quarta che è più che altro possessione demoniaca (Mia)!

    Linguaggio inventato: mancano forse termini espliciti come in Harry Potter, ma già solo i nomi della geografia di Tutto-Mondo potrebbero bastare per riempire un piccolo vocabolario. Ci sono poi le espressioni usate ritualmente, come i ringraziamenti e i saluti, ci sono le storpiature di termini fatte da Roland che non capisce totalmente la nostra lingua, ci sono oggetti particolari cui vengono da nomi appositi, come i piatti assassini, le palle “modello Harry Potter” (con cui la saga di King rende omaggio a quella della Rowling). Nel complesso, però, non sia ha percezione di una struttura linguistica innovativa capace di entrare nel linguaggio comune dei lettori o almeno nella loro fantasia.

    Amicizia: a Hogwarts troviamo soprattutto l’amicizia sincera e spontanea dei bambini e degli adolescenti, ma non mancano amicizie mature e adulte. Lungo il sentiero della Torre Nera, Roland stringe amicizie profondissime, che vanno al di là delle esperienze comuni, al punto da doverle definire con un termine specifico: Ka-tet. Roland e i suoi, sono amici legati da un vincolo forte, che fa di loro più che una famiglia. Eppure l’essere questa amicizia così speciale, la rende irreale e quindi affievolisce il senso di immedesimazione. Alcuni personaggi si aggiungono lungo la via, a offrire la loro amicizia ai nostri eroi, ma sono più che altro compagni di avventure.

    Lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto: Roland lotta contro il male (qui è Rosso, più che Nero, dato che il Nero è il colore della Torre, dell’ordine, dell’equilibrio), difende il Bianco, cerca di impedire il crollo della Torre Nera, lo spezzarsi dei Vettori che la reggono, perché la fine dei Vettori e della Torre Nera significherebbe la fine di tutto, ma il male è sempre mescolato con un po’ di bene, sebbene tenda sempre a prevalere e, forse, non è davvero degno di essere scritto con la maiuscola. Roland per raggiungere il suo obiettivo sacrifica tutto, amici, famiglia, Ka-tet. La sua è certo una lotta del Bene contro il Male, ma se il Male appare con molte facce, quelle del Bene sono poche e spesso sono sul corpo di persone all’apparenza poco raccomandabili.

    Compenetrazione tra il Bene e il Male: si è detto sopra. I nostri eroi non sono dei santi, ma Pistoleri dal passato oscuro.

    Tanti nemici, grandi e piccoli: i nemici da affrontare sono davvero tanti, la “principessa da salvare” è soprattutto una: la Torre Nera, ma se alla fine incontreremo il drago che la custodisce (il Re Rosso), questo non è Voldermort, la cui presenza compenetra tutti i romanzi della serie di Harry Potter, vero antagonista del piccolo mago. Roland combatte contro tutto e tutti per salvare l’universo, ma non ha un vero antagonista e questo lo rende più fragile come personaggio. Non ha un nemico alla sua altezza in cui riflettersi.

    Un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale: la trasformazione da debole a forte non riguarda il protagonista, che conosciamo già forte, seppure con le sue debolezze,, ma tanti altri personaggi, dall’ex-tossico Eddie Dean, alla storpia schizofrenica cleptomane razzista di colore Odetta/Detta/Susannah/Mia, al bambino Jake Chambers che si trasforma in pistolero.

    Spettacolarità: non avremo le battaglie aeree contro i draghi e le partite di Quidditch, ma abbiamo epici scontri contro i robot-lupi, la corsa folle del treno schizofrenico Blaine il Mono, il deserto con le aramostre, i conflitti contro i gangster di New York!

    Competizione: nessuna gara, nessuna squadra l’una contro l’altra, ma la lotta per la sopravvivenza, gare mortali di indovinelli, duelli, battaglie. Qualcosa per cui parteggiare non manca, anche se non si può fare il tifo per i Grinfondoro e odiare i Serpeverde.

    Mistero: anche qui il Re dell’horror ha qualcosa da insegnare alla donna più ricca di Inghilterra. Anche se forse troppo mistero rimane tale e chi (non sono tra costoro), vorrebbe sempre sapere e capire tutto, potrebbe restare insoddisfatto. La magia narrativa di King sta proprio nel creare mondi quasi onirici, a volte dal sapore lovecraftiano, in cui non tutto è spiegato, in cui non occorre sapere tutto, perché la verità non è una sola, perché ogni cosa è vera, anche il suo opposto, come è vero che Jake è morto, ma anche vivo accanto a Roland, come è vero che una certa località si trova in un quartiere, ma anche in un altro. Che cosa siano davvero la Torre Nera e i Vettori non è dato sapere, ma solo intuire. Questo mi piace di questa serie, questo lasciare la verità e il senso delle cose in sospeso, questo lasciare spazio alla fantasia del lettore. Se altri “ingredienti” sono usati da King con maggior parsimonia, il Mistero lo sa padroneggiare alla grande, forse più dell’horror e della paura, per cui è celebre. In questo è molto diverso anche da Asimov, spesso citato nella saga per i suoi robot positronici, perché lo spirito da giallista del russo-americano non lascerebbe mai nulla senza una spiegazione razionale.

    Suspance: tutta quella che si può volere in un libro. Una suspance portata avanti per migliaia e migliaia di pagine, fatta forse più di consuetudine con i personaggi, di curiosità per le sempre nuove trovate dell’autore, di desiderio di proseguire lungo il sentiero del Vettore, più che di ansia o angoscia per gli eventi futuri.

    Paura: King per molti è un autore horror. Qui siamo davanti a una storia di diverso genere, ma non mancano brani ed elementi horror e l’americano sa bene come usarli.

    Avventura: se non è avventura questa! Un incredibile viaggio di un pistolero e i suoi compagni in una saga che mescola fantasy, western, horror, ucronia, romanzo gotico, fantascienza e molto altro ancora, in cui saranno affrontati killer spietati, robot assassini, gangster, trafficanti di droga e altri malavitosi,, treni pazzi, mostri lovecraftiani, incubi, crisi d’astinenza, ferite, malattie e molto altro ancora.

    Iniziazione e crescita verso l’età adulta: ogni avventura porta con sé una crescita. Certo il protagonista non è un ragazzino come Harry Potter, ma anche un adulto può aver bisogno di scoprire se stesso, i propri sentimenti repressi, l’amore, l’amicizia, il dolore. Ci sono poi il drogato, che trova nell’avventura la strada per disintossicarsi, la schizofrenica che combattendo ritrova unitarietà, il bambino che diventa ragazzo, se non adulto.

    Morte: di morte ne troverete tutta quella che vi serve. La strada di Roland verso la Torre Nera è disseminata di cadaveri, da quelli che non vediamo, ma che lui ricorda, per esserli lasciati indietro prima che la saga avesse inizio, a quelli che provoca tra i suoi nemici, a quelli che perde tra i suoi amici. C’è un vero confronto con la Morte, quella con la M maiuscola? Forse no. Forse neppure nel confronto con il Re Rosso. Roland alla fine è sopraffatto da tante morti, più che dalla Morte come concetto in sé.

    Amore: certo Roland ancora ripensa alla sua amata perduta, Eddie e Susannah si amano e si sposano, si perdono e si ritrovano, ma come nella saga di Harry Potter, anche qui l’amore o il sesso non mi paiono elementi centrali. Se c’è amore è più quello per la missione da compiere, per i compagni di avventura, per il Ka-tet.

    In conclusione, King usa in quantità maggiore della gran parte degli autori che conosco quelli che sono gli elementi fondamentali per un romanzo di successo. Come in cucina, non è certo la quantità di ingredienti a rendere speciale un piatto, ma il loro uso e il loro dosaggio e certo l’americano conosce come pochi il mestiere di cucinare storie, eppure sempre più mi convinco che un romanzo (e una saga ancor più) è tanto più buono, avvincente, coinvolgente, tanto più sono presenti gli ingredienti di cui sopra. Non a caso la Rowling è l’autrice più venduta del mondo e King uno dei maggiori autori mondiali di bestseller. A poco senso parlare di qualità di un romanzo, se non piace al pubblico. Se piace al pubblico, viceversa, un motivo ci deve essere.

    I ROMANZI DELLA TORRE NERA

    Prima di chiudere questo articolo, vorrei ricordare qualcosa sulla struttura della saga della Torre Nera.
    I volumi principali sono:
    1. La torre nera I: L'ultimo cavaliere (1982, pubblicato originariamente come romanzo breve; edizione rivista nel 2003) (The Dark Tower I: The Gunslinger)
    2. La torre nera II: La chiamata dei Tre (1987) (The Dark Tower II: The Drawing of the Three)
    3. La torre nera III: Terre desolate (1991) (The Dark Tower III: The Waste Lands)
    4. La torre nera IV: La sfera del buio (1997) (The Dark Tower IV: Wizard and Glass)
    5. La torre nera V: I lupi del Calla (il titolo annunciato era L'Ombra Strisciante[1][2]) (2003) (The Dark Tower V: Wolves of the Calla)
    6. La torre nera VI: La canzone di Susannah (2004) (The Dark Tower VI: Song of Susannah)
    7. La torre nera VII: La torre nera (2004) (The Dark Tower VII: The Dark Tower)
    8. La torre nera: La leggenda del vento (2012) (The Dark Tower: The Wind Through the Keyhole)

    Come si diceva il volume conclusivo è il settimo romanzo e l’ottavo ritorna indietro nella trama.
    Molti altri romanzi di King sono collegati al ciclo, ma direi che “Le notti di Salem” possa essere considerato come un prequel della serie, anche se si potrebbe leggere a metà, prima de “I lupi della Calla”, dato che sono soprattutto gli ultimi romanzi a farvi riferimento.
    In un racconti della raccolta “Tutto è fatidico” compare Roland.
    Altri romanzi connessi pare siano (ma devo leggerne ancora molti e verificare):
    “Insomnia” (citato nel settimo volume e in cui è protagonista Patrick Danville, personaggio fondamentale del settimo romanzo)
    “It” (se non altro per la tartaruga e una certa visione del mondo e per una possibile identità tra Dandelo e It)
    “L’ombra dello scorpione (che spero di leggere presto)
    “Desperation”
    “Cuori in Atlantide”
    “Il talismano”
    “La casa del buio”
    “Mucchio d’ossa”
    E, dicono, molti altri.
    Come Asimov (che ha unito tra loro i suoi principali cicli), anche King, a un certo punto della sua carriera, infatti, pare abbia sentito l’esigenza di creare un filo conduttore che tenesse legate tra loro tutte le sue numerose opere e ha trovato questo filo nella saga della Torre Nera. Insomma, una lettura quasi infinita, come i molti “Quando” in cui si svolge.

    said on 

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