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The Death of Grass

By

Publisher: Penguin

3.8
(276)

Language:English | Number of Pages: 194 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Italian , Spanish

Isbn-10: 0141190175 | Isbn-13: 9780141190174 | Publish date:  | Edition 2

Preface Robert Macfarlane

Also available as: Hardcover , Others , eBook

Category: Fiction & Literature , Science Fiction & Fantasy , Social Science

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Book Description
A post-apocalyptic vision of the world pushed to the brink by famine, John Christopher's science fiction masterpiece The Death of Grass includes an introduction by Robert MacFarlane.

At first the virus wiping out grass and crops is of little concern to John Custance. It has decimated Asia, causing mass starvation and riots, but Europe is safe and a counter-virus is expected any day. Except, it turns out, the governments have been lying to their people. When the deadly disease hits Britain, society starts to descend into barbarism. As John and his family try to make it across country to the safety of his brother's farm in a hidden valley, their humanity is tested to its very limits. A chilling psychological thriller and one of the greatest post-apocalyptic novels ever written, The Death of Grass shows people struggling to hold on to their identities as the familiar world disintegrates - and the terrible price they must pay for surviving.
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  • 2

    Me la sono cercata...

    Beh, lo so, avrei dovuto immaginarlo: il filone post-apocalittico novecentesco in salsa british è così...una brevissima e secca introduzione sulle cause scatenanti e, in men che non si dica, ci si rit ...continue

    Beh, lo so, avrei dovuto immaginarlo: il filone post-apocalittico novecentesco in salsa british è così...una brevissima e secca introduzione sulle cause scatenanti e, in men che non si dica, ci si ritrova immersi nel Medioevo prossimo venturo in una campagna disabitata e carica di insidie.
    Attenzione focalizzata sulla psicologia dei personaggi e non sulla catastrofe in sè, ridotta a squallidi e impietosi quadretti del Far West che sta lì in agguato, oltre la facciata della cosiddetta civiltà.
    Per chi apprezza il genere, è il massimo, io, francamente, alla cruda realtà, preferisco ancora gli stemperati giardini dell'Eden, che non sono nè prossimi nè venturi, ma sempre ben presenti per chi abbia la fantasia per individuarli.

    said on 

  • 4

    Il post apocalittico, se ben scritto s’intende, è capace di catturare nel morboso voyeurismo della possibile e plausibile bestialità che cova nell’essere umano civilizzato e trae ispirazione, se non f ...continue

    Il post apocalittico, se ben scritto s’intende, è capace di catturare nel morboso voyeurismo della possibile e plausibile bestialità che cova nell’essere umano civilizzato e trae ispirazione, se non fondamento, ne Il signore delle mosche che William Golding scrisse nel 1952 e pubblicò nel 1954.
    Il merito degli epigoni è stato soprattutto quello di traslare dall’isolamento a calamità estranee, spesso generate dall’uomo stesso, la causa scatenante del feroce bisogno di sopravvivenza capace di travolgere qualsiasi legge o coscienza.
    Penso a Io sono leggenda di Richard Matheson apparso nel 1954 e, appunto, a La morte dell'erba pubblicato nel 1956, fino ad arrivare al mastodontico L'ombra dello scorpione di Stephen King, allo spesso trascurato The Postman di David Brin e a due capolavori assoluti quali Cecità di Saramago e La strada di McCarthy.
    La morte dell'erba ha nella sua brevità la forza incisiva di trasmettere la spietata rapidità dell’imbarbarimento di persone comuni capaci di passare dal bridge all’assassinio in un contesto sociale completamente e repentinamente sovvertito.
    Davvero ben delineata e centrata la sindrome del capobranco e la figura del suo boia, come pure l’opposizione dei due fratelli che sfugge alla banalizzazione restando sempre accennata, fino a esplodere nel dolceamaro finale.

    said on 

  • 0

    Il romanzo si è rivelato diverso da come lo avevo immaginato dalla sinossi. La storia, infatti, non ruota attorno alla scelta di un ingegnere londinese di trasformarsi in agricoltore per sopravvivere ...continue

    Il romanzo si è rivelato diverso da come lo avevo immaginato dalla sinossi. La storia, infatti, non ruota attorno alla scelta di un ingegnere londinese di trasformarsi in agricoltore per sopravvivere ad una carestia - causata da un virus che colpisce le graminacee - bensì di come lo stesso riesca ad arrivare alla fattoria, di proprietà del fratello, nonostante disti "solo" una quarantina di chilometri da Londra.

    All'epoca della pubblicazione - correva l'anno 1956 - la storia è stata inserita nel filone fantascientifico-catastrofic, quello che io chiamo stile The day after: dalla Cina si diffonde in tutto il mondo un'epidemia vegetale, causata da un virus, che attacca inizialmente solo le coltivazioni di riso e successivamente tutte le altre graminacee. Ne consegue una carestia, che provoca la morte di tutte le specie la cui sopravvivenza dipende da grano e derivati, uomo compreso. Nel nostro caso la prima a scomparire è l'humanitas, intesa come pietas.

    Il grado di civiltà raggiunto dall’uomo in quattromila anni di evoluzione impiega poco più di un giorno a sgretolarsi sotto la pressione della lotta per la sopravvivenza.

    Gli anni in cui John Christopher scrive sono quelli del dopoguerra e in circolazione ci sono ancora molte armi e molti veterani di entrambe le guerre mondiali. Non credo, tuttavia, che oggi servirebbe più tempo per far switchare il cervello di chiunque in modalità tiro al bersaglio.

    È stato scientificamente provato che chiunque, in determinate circostanze, può trasformarsi in uno spietato assassino.

    Il romanzo mi ha ricordato altre due mie recenti letture: Suite francese, in cui la Nemirowsky descrive la fuga dei parigini all'avvicinarsi dell'esercito nazista e la conseguente, progressiva, perdita di senso civico dei fuggiaschi e Il club dei Bilderberg, dove compare un virus che attacca le coltivazioni. Si tratta dell'UG99 e, per chi non lo sapesse, esiste veramente, motivo per cui il romanzo di John Christopher è stato ripescato dagli archivi e definito "profetico".

    Mi auguro che non si arrivi mai agli estremi descritti nel romanzo, tuttavia "è pericoloso giungere ad una conclusione partendo dal ragionamento che, nel nostro breve periodo di osservazione, non ci siamo mai trovati di fronte ad un virus tanto aggressivo. Un uomo può vivere tutta una vita e non vedere nemmeno una cometa. Il che non significa che le comete non esistono".

    Leggendo il romanzo non mi ha mai sfiorato il dubbio che le reazioni di tutte le persone che conosco, compreso me stessa, non sarebbero state quelle dei protagonisti. Mors tua, vita mea è un vecchio proverbio e i nostri vecchi erano incredibilmente saggi.

    La morte dell’erba è un libro che consiglio a tutti, perchè propone l'argomento "lotta per la sopravvivenza" in un’ottica insolita. Non si può scaricare la colpa su cause esterne, come le guerre o I motivi religiosi. I virus appartengono alla Terra tanto quanto noi. L'uomo nei secoli si è dimostrato una specie altamente adattabile e, come diceva Darwin, in natura non vince il più forte, ma chi riesce meglio ad adattarsi al mutare delle condizioni. Secondo le teorie speciste l'uomo è la specie terrestre (avendo letto il Quinto Giorno di Schätzing la precisazione "terrestre" è d'obbligo) più intelligente ed evoluta. Io credo che i virus siano degli avversari temibili e che solo la superbia e l'arroganza tipica degli esseri umani impediscano ai più di vedere la realtà. D'altro canto questa mia convinzione non mi è di nessun conforto e, nel caso, non potrà mai essermi di nessun aiuto. Obiettivamente sarebbe molto più utile imparare a sparare.

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  • 3

    Nel complesso una lettura gradevole per appassionati del genere distopico e apocalittico. E' uno dei capostipiti del genere, però il libro sembra invecchiato male e alcune parti sono un po' datate o t ...continue

    Nel complesso una lettura gradevole per appassionati del genere distopico e apocalittico. E' uno dei capostipiti del genere, però il libro sembra invecchiato male e alcune parti sono un po' datate o troppo superficiali. L'edizione eBook è buona.

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  • 4

    Forse il vento diminuisce per l'agnello appena tosato?

    Libro forse troppo breve ma bellissimo. A leggerlo oggi si può anche considerarlo banale visto il mercato cinematografico e letterario saturo di trame che narrano di epidemie, di guerriglie e di un mo ...continue

    Libro forse troppo breve ma bellissimo. A leggerlo oggi si può anche considerarlo banale visto il mercato cinematografico e letterario saturo di trame che narrano di epidemie, di guerriglie e di un mondo apocalittico. Ma visto che è stato scritto nel 1956, lo scenario e la crudeltà delle situazioni magistralmente narrate, sono così attuali anche oggi che c'è veramente poco da stare allegri...

    "Io credo nell'autoconservazione, e per iniziare la lotta non aspetto di avere il coltello alla gola. Non è un atto di buon senso dare l'ultima crosta di pane dei nostri bambini a un mendicante affamato."

    "Ho una strana sensazione, e cerco di ignorarla. Di fronte a questo, essere oggetto di derisione ha poca importanza.”
    I personaggi principali con i loro dialoghi sono un punto di forza di questo romanzo, uno tra tutti il signor Pirrie magistralmente descritto dalle parole di Roger Buckley, amico del signor Custance: “non ci sono molti Pirrie in circolazione. E’ la perla nell’ostrica… dura e brillante, ma, per quanto riguarda l’ostrica, una malattia.”

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  • 3

    Non vi sono grandi colpi di scena in questo romanzo, né situazioni aberranti come potrebbero verificarsi ( e Si Verificano ) nella diuturna realtà delle catastrofi, naturali o indotte dall'uomo che si ...continue

    Non vi sono grandi colpi di scena in questo romanzo, né situazioni aberranti come potrebbero verificarsi ( e Si Verificano ) nella diuturna realtà delle catastrofi, naturali o indotte dall'uomo che siano. Tuttavia, lo si apprezza per la sua chiara descrizione del rovinoso crollo dell'etica convenzionale in situazioni di isolamento ( un po' come ne : Il signore delle Mosche, di W. Golding del 1954 ). Lo si legge distrattamente, senza troppo impegno, ma c'è qualcosa che mi colpisce : la capacità dell'Autore di prevedere il manifestarsi dell'incapacità umana di affrontare con determinazione, e collaborazione scevra da interessi politico-militari, un virus potenzialmente capace di portarci vicino all'estinzione della vita animale e umana. Vi sembra che esageri ? Andate a cercare notizie del fungo Ug99 scoperto nel 1999 in Uganda ( come l'Ebola), e successivamente diffusosi nell'arco degli anni dal 2001 al 2007 in Kenya, Etiopia, Yemen e Pakistan. Fungo in possesso della devastante forza di bloccare la capacità del grano di nutrirsi. Ecco, di questo libro mi ha colpito soprattutto l'introduzione di Robert Macfarlane , nell'edizione BEAT edita da Neri Pozza ( Ott. 2014).

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  • 5

    un visionario, come Ballard: ci sono autori che si possono apprezzare per questa capacità predittiva, ma Christopher è pure bravo a scrivere con uno stile asciutto ed emozionante.

    nel 1956 ha scritto ...continue

    un visionario, come Ballard: ci sono autori che si possono apprezzare per questa capacità predittiva, ma Christopher è pure bravo a scrivere con uno stile asciutto ed emozionante.

    nel 1956 ha scritto in pratica la sceneggiatura di tutti i film, che sarebbero stati girati decine di anni dopo, su pandemie zombie e sciagure naturali.

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  • 5

    John e David Custance sono due ragazzini che alla morte del padre vanno a trovare il nonno che vive in una vallata a nord dell’Inghilterra, Westmorland. Il luogo è chiuso in una gola e bagnato da un f ...continue

    John e David Custance sono due ragazzini che alla morte del padre vanno a trovare il nonno che vive in una vallata a nord dell’Inghilterra, Westmorland. Il luogo è chiuso in una gola e bagnato da un fiume impetuoso chiamato Lepe. Trascorrono qualche mese e tra i due fratelli sorgerà la netta sensazione su quella che sarà la loro inclinazione di vita.

    David pensa che la valle sia un paradiso e vorrebbe farsi insegnare dal nonno a coltivare la terra e stabilirsi lì. John invece è un matematico, sicuro di voler diventare un ingegnere. Così sarà per entrambi.
    La recensione continua su Contorni di noir:

    http://contornidinoir.it/2014/11/john-christopher-la-morte-dellerba/

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  • 4

    Esodo apocalittico

    Oggi questo filone "apocalittico" in letteratura si è sviluppato moltissimo, forse troppo.
    Tra gli antesignani, questo autore inglese ci ha dato già negli anni '50, anni di stenti per il Regno Unito, ...continue

    Oggi questo filone "apocalittico" in letteratura si è sviluppato moltissimo, forse troppo.
    Tra gli antesignani, questo autore inglese ci ha dato già negli anni '50, anni di stenti per il Regno Unito, uscito privatissimo dalle due guerre mondiali, un romanzo inquietante e pregevole nel quale si indovina una forte influenza "biblica" (in definitiva la marcia degli esuli da Londra al nord dell'isola è paragonabile alla peregrinazione nel deserto degli ebrei nell'Esodo e il conflitto tra i fratelli, l'agreste e il cittadino, echeggia palesemente la lotta tra campagna e città, tra Abele e Caino. E il Caino condottiero che diventa assassino - in un crescendo di cinismo e voluttà di comando assoluto che richiama il pessimismo dell'Hobbes del Leviatano - per assicurare la sopravvivenza al suo piccolo esercito in fuga ,trova la giustificazione morale della sua condotta nella volontà di ricostruire un mondo disgregato su basi, crediamo, "autoritarie". Interessante.

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  • 3

    ✰✰✰✰ molto buono

    Sono stati molti i racconti che hanno avuto per oggetto la fine della civiltà quale noi la conosciamo: alcuni interessati a proporre un mondo diverso, altri a narrare solo la sopravvivenza alla catast ...continue

    Sono stati molti i racconti che hanno avuto per oggetto la fine della civiltà quale noi la conosciamo: alcuni interessati a proporre un mondo diverso, altri a narrare solo la sopravvivenza alla catastrofe.
    E tanti sono stati i libri che hanno dovuto molto a questo genere a volte amato, a volte disprezzato.

    Il giorno dei trifidi (1951) narra di coltivazioni geneticamente modificate che si rivelano mortali per l’uomo, in una Terra in cui gli uomini, dopo una bellissima pioggia di meteore sono diventati quasi tutti ciechi. Saramago, a tempo perso, era probabilmente un lettore di fantascienza.

    Già dal 1901 un uomo erra in una terra desolata e vuota (La nube purpurea). Poi tanti altri: Terra bruciata, Il ponte di quattro giorni, Lot che raccontano la fuga per la sopravvivenza attraverso un mondo divenuto ostile. 50/60 anni dopo arriva La strada a dare il tocco della letteratura a queste storie di “serie b”.

    Il racconto è del 1956. Undici anni dopo la fine della guerra.
    Un virus attacca le graminacee. Prima il riso e poi, nonostante gli sforzi di tutti, anche il resto.
    Nonostante le convinzioni di Ann e John e i commenti più cinici di Roger, due famiglie di amici decidono di lasciare Londra e raggiungere un’isola valle del nord Gran Bretagna dove vive il fratello di John. Altre persone si aggregheranno al piccolo gruppo e ciò che troveranno sul percorso farà cambiare molte convinzioni. Il protagonista è il viaggio e ciò che il cambiamento opera sulle menti e sui cuori. La fine del viaggio finisce il racconto. Ciò che avverrà poi non è più così importante. Sarà oggetto di altri racconti.

    Qualcuno può eccepire che le donne siano inevitabilmente quelle che cucinano. Glissando sul fatto che fu scritto nel 1956, preferirei anch’io essere la cuoca piuttosto che l’assassina, sia pur per difesa. Cosa che probabilmente ha pensato anche Ann, dopo aver usato il fucile e prima di lessare le patate.

    27.10.2014 (rilettura)

    said on 

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