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The Hare with Amber Eyes

A Hidden Inheritance

By

Publisher: Vintage

4.1
(475)

Language:English | Number of Pages: 368 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Italian , Danish , German , Spanish , Catalan

Isbn-10: 0099539551 | Isbn-13: 9780099539551 | Publish date: 

Also available as: Hardcover , eBook

Category: Art, Architecture & Photography , Fiction & Literature , History

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Book Description
At the heart of Edmund de Waal's strange and graceful family memoir, The Hare with Amber Eyes, is a one-of-a-kind inherited collection of ornamental Japanese carvings known as netsuke. The netsuke are tiny and tactile--they sit in the palm of your hand--and de Waal is drawn to them as "small, tough explosions of exactitude." He's also drawn to the story behind them, and for years he put aside his own work as a world-renowned potter and curator to uncover the rich and tragic family history of which the carvings are one of the few concrete legacies. De Waal's family was the Ephrussis, wealthy Jewish grain traders who branched out from Russia across the capitals of Europe before seeing their empire destroyed by the Nazis. Beginning with his art connoisseur ancestor Charles (a model for Proust's Swann), who acquired the netsuke during the European rage for Japonisme, de Waal traces the collection from Japan to Europe--where they were saved from the brutal bureaucracy of the Nazi Anschluss in the pockets of a family servant--and back to Japan and Europe again. Throughout, he writes with a tough, funny, and elegant attention to detail and personality that does full justice to the exactitude of the little carvings that first roused his curiosity.
Sorting by
  • 5

    Non l'ho ancora concluso... ma si fa leggere come pochi. E' un grande libro di avventura e storia... dove il protagonista (i netsuke) viene vissuto da personaggi straordinari e intriganti. A fine libro posso solo dire che ho potuto scoprire una bellissima e rara perla.

    said on 

  • 5

    La meravigliosa storia di una famiglia e dei possessori di piccole, meravigliose sculture giapponesi, attraverso gli eventi personali e sociali, che vanno dalla seconda metà dell''800 ai giorni nostri.
    Un viaggio emozionato ma non lacrimoso attraverso tre Paesi, tutte le scelleratezze del secolo ...continue

    La meravigliosa storia di una famiglia e dei possessori di piccole, meravigliose sculture giapponesi, attraverso gli eventi personali e sociali, che vanno dalla seconda metà dell''800 ai giorni nostri. Un viaggio emozionato ma non lacrimoso attraverso tre Paesi, tutte le scelleratezze del secolo scorso, le grandiosità dell'800, e la vita privata dei possessori dei natsuke, in un ritratto poderoso e pieno dell'affetto che il confrontarsi con la propria storia, le proprie origini ha generato. Una lettura scorrevole, sempre interessante. Complimenti all'autore e al traduttore. Sicuramente il più bel libro letto quest'anno.

    said on 

  • 3

    Io ci ho visto l’evoluzione dei buddenbrook –che tra parentesi non mi ricordo bene se commerciassero anche loro in grano - la loro versione del 20esimo secolo.
    La storia della genealogia degli Ephrussi attraverso i viaggi della loro collezione di netsuke è un grande spunto narrativo.
    Peccato che, ...continue

    Io ci ho visto l’evoluzione dei buddenbrook –che tra parentesi non mi ricordo bene se commerciassero anche loro in grano - la loro versione del 20esimo secolo. La storia della genealogia degli Ephrussi attraverso i viaggi della loro collezione di netsuke è un grande spunto narrativo. Peccato che, come dice qualcuno, il saper scrivere è la caratteristica che contraddistingue lo scrittore, quando ciò è unito a una bella storia diventa magia; bene qui per 200 pagine c’è solo il primo ingrediente, il professor De waal scrive accademicamente benissimo in cristallina chiarezza, peccato che gigioneggia sulle descrizioni manco stesse dipingendo un quadro impressionista, un immenso google maps con le bandierine dei posti in cui passano i membri della famiglia Ephrussi, che dove si fermano incontrano e interagiscono con le celebrità del tempo. Lo squarcio della cartina arriva solo con la notte dei cristalli e l’epilogo silenzioso di Viktor e Emmy, in quel punto si alza il pathos, pur tenendo la scrittura un tono grabatissimo, prevale la storia degli uomini su quella degli oggetti: la tragedia di Viktor, che è il personaggio che ho amato di più perché conserva fra i registri di contabilità un libro di poesie, e la parabola di Iggie pioniere nella terra dei netsuke con lo sfondo di un amore che sembra omosessuale ma non lo si dice. Credo che lo sforzo più difficile che trasuda da queste pagine, visto l’originale autobiografismo, sia stato proprio misurare l’oggettività del dato, la storia narrata attraverso le cose appunto, con l’emotività del vissuto e del rivissuto delle proprie radici. E’ un discorso che secondo me porta lontano, ma va ricondotto alla sensibilità diversa del mondo anglo sassone o olandese, che dir si voglia, rispetto a quella latina, ed al mestiere dell’autore che non è scrivere ma insegnare per far capire, tant’ è che è uno dei pochi libri con tanti personaggi in cui mi sono mosso con un’agilità a me sconosciuta ma con un filo meno di feeling, diciamo un po’ troppo british. Detto ciò, da qui al capolavoro decantato da più parti ci sono dei chilometri. Piacevolezza di lettura ma poco movimento di budella. Se non per il momento in cui grazie ai simpatici tedeschi chi ha il cognome sbagliato si ritrova a perdere patrimonio, nazionalità e identità con una platea di stati confinanti che ipocritamente fanno finta di niente. E poi c’è quel senso di fine della guerra che nell’immaginario collettivo nostro ci si rappresenta sempre con i soldati americani che bacian le ragazze italiane a Roma, ed invece lo scenario è quasi sempre di desolazione e pertanto fertile all’ulteriore imposizione della cultura di chi ha vinto nonché a nuovi crimini in nome del giusto appena sancito. Insomma un libro denso come una cioccolata calda, ma senza la giusta gradazione alcolica che ci permetterebbe di leggere al di là delle parole scritte.

    said on 

  • 4

    E' un libro diverso dal solito: gli anni del nazismo e delle persecuzioni razziali visti da una famiglia colta e ricca, per dimostrare che i drammi non hanno riguardo per nessuno. La passione per le cose belle e la cultura sono in tutto il racconto. Si legge proprio bene.

    said on 

  • 5

    «Wunderkammer»

    Con passo da flâneur, come Edmund De Waal scrive a un certo punto del suo libro, l'autore si mette sulle tracce della collezione dei 264 netsuke (come ho avuto modo di imparare durante la lettura, piccole sculture giapponesi di avorio o di legno, non più grandi di una scatola di ...continue

    Con passo da flâneur, come Edmund De Waal scrive a un certo punto del suo libro, l'autore si mette sulle tracce della collezione dei 264 netsuke (come ho avuto modo di imparare durante la lettura, piccole sculture giapponesi di avorio o di legno, non più grandi di una scatola di fiammiferi, raffiguranti divinità, personaggi di ogni tipo, animali, piante) ricevuti in eredità dallo zio Iggie. Ci ammonisce subito, De Waal, e confesso che dopo poche pagine era stato proprio questo il mio primo pensiero, che non si tratterà della storia di un novello «Utz», lo splendido romanzo di Bruce Chatwin, anche se sin dalle prime pagine sembrerà di percepirne l'atmosfera, che non sarà nostalgico e inconsistente, ma che sarà storia dei netsuke, di quei netsuke, e che ne seguirà le tracce a ritroso fino a trovarne l'origine. «Da qualche parte» - scrive De Waal, critico, storico dell'arte e professore di ceramica alla University of Webminster, come recita la nota biografica uno dei più famosi artisti della ceramica inglese - «deve pur esserci una letteratura sul tatto, qualcuno avrà fissato in un diario o in una lettera quel momento fugace, la sensazione provata toccando uno di questi oggetti. Voglio cercare le impronte delle sue dita.» Non immagina, però, De Waal quanto ricco e quanto complesso sarà quel viaggio che si appresta a compiere, quanto la storia dei netsuke sia avvinghiata come l'edera a quella della sua famiglia - quella degli gli Efrussi, ricchi ebrei russi, commercianti di cereali prima e banchieri dopo, che verso la fine dell'Ottocento partono da Odessa per mettere radici in Europa, a Vienna a Parigi, in Svizzera, per diventare gli Ephrussi, ricchi e famosi ovunque, al pari dei Rotschild, con ville e palazzi sparsi in tutta Europa, famosi rispettati e invidiati sia in ambito finanziario che in ambito artistico e culturale - e quanto la ricerca delle origini di quelle piccole sculturine sembrerà metterlo di continuo - come il Giappone di Iggie - davanti a una scatola piena di caramelle, nella quale più si affondano le mani e più se ne scoprono, una dopo l'altra, sempre di più colorate e di più prelibate.

    È impossibile raccontare la ricchezza deI racconto di De Waal, della storia degli Ephrussi di Parigi - che con Charles, il collezionista e mecenate, finiranno per influenzare non solo l'alta società, ma anche la pittura, la letteratura, il collezionismo. Charles, l'uomo che finirà nella Recherche; Charles l'uomo che aveva per segretario Laforgue, per amici Monet, Renoir, Degas; Charles l'uomo che passeggia, immortalato per sempre, dentro a un quadro di Renoir; Charles, l'uomo che con i suoi duecentossessantaquattro ninnoli, acquistati in blocco, darà vita a una delle collezioni più ammirate di Parigi e poi se ne libererà offrendola in dono. O quella degli Ephrussi di Vienna - che con Viktor, lo studioso, l'erudito, costretto dalla sorte a occuparsi degli affari di famiglia, diventeranno baluardo della Ringstrasse, influenti punti di riferimento per gli Asburgo; Viktor e il suo Café Griendsteidl, una stazione meteorologica sul mondo; Viktor che nella Vienna fin de siecle vede trasformarsi il suo mondo poco alla volta fino a sprofondare nella follia e nell'orrore del nazismo; Viktor che vedrà la sua vita sconvolta da una fuga, e poi da un'altra ancora; Viktor che sarà per Musil quello che Charles è stato per Proust; Viktor e la perdita dell'identità. O dell'indipendenza e dello spirito libero di Iggie - uno degli Ignace degli Ephrussi - e della sua vita errabonda che trova quiete in Giappone; Iggie che riporta i netsuke a casa; Iggie e la sua eleganza; Iggie e il suo charme, e ancora una volta i suoi ninnoli che si affacciano su un tappeto di camelie guardando il lago, più che un lago uno stagno, uno stagno grande, alla Thoreau. O raccontare la variegata e sfaccettata personalità dell'affascinante Emmy che come una farfalla evanescente si muove per le stanze del Palais, o del rigore e l'animo poetico di Elizabeth e della sua corrispondenza con Rielke, o della discreta e silenziosa presenza di Jiro, o delle tasche e del materasso di Anna, della dedizione di Anna.

    E infatti non è possibile, nonostante abbia già speso tante parole per provarci, perché questa è una storia da leggere, da annusare e da guardare, da accarezzare e da mettersi in tasca - benché voluminosa- proprio come un netsuke, e da portare a passeggio con sé lasciandosi avvincere dalla delicatezza e dalla sensibilità di De Waal, dal suo entusiasmo, dalla sua commozione e dalla sua emozione, da una storia che come una matrioska, fedele alla sua natura, apre una dopo l'altra porte e finestre su mondi sempre più lontani che esercitano il fascino del canto delle sirene; da De Waal che, partito per inseguire i suoi ninnoli, si trova alla fine di un viaggio che somiglia proprio al suo inizio, a chiedere a se stesso, fra lettere e cartoline, quadri e netsuke, foto e poesie, palazzi e rovine, quanto sia giusto scavare nella storia delle persone; perché se anche solo perché possiedi qualcosa, non sei obbligato a tramandarla. Ma «il problema» si risponde «è che io invece vivo nel secolo sbagliato per bruciare le cose. Appartengo alla generazione sbagliata per lasciar perdere. […] Penso a tutti i roghi meticolosi appiccati da quegli altri, penso alla cancellazione sistematica delle storie, alle persone separate dai propri beni, e poi dai propri familiari, alle famiglie separate dai propri vicini di casa. E poi dal proprio paese. […] Penso ovviamente a tutti quei nomi nelle liste di deportazione. Se altri hanno prestato tanta attenzione a cose così importanti, anche io ho il dovere di dedicare lo stesso zelo a questi oggetti. Alla loro storia.» «Non so più» scrive quasi al termine del suo lungo camminare avanti e indietro nella storia della sua famiglia, da Parigi a Vienna, a Tokyo, a Odessa, «se questo libro parli della mia famiglia, della memoria, di me, o se sia ancora un libro su certi oggettini giapponesi.» Io dico che non importa, cosa sia, e per dirlo uso ancora una volta le sue parole: «Estrai un oggetto dalla tasca, lo posi davanti a te, e inizi. Inizi a raccontare una storia».

    «[…] E scopri che quel netsuke che tieni nel palmo, scolpito nell'avorio più chiaro di tutta la collezione, scintilla perché è una lepre che corre tra le onde rischiarate dalla luna.»

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  • 4

    È la terza saga famigliare che leggo quest'estate, prima i Mandrogni poi i Veneti di Canale Mussini.
    Questa è molto particolare: ricostruisce la storia di una famiglia di banchieri ebrei di origini russe attraverso la storia di una collezione di oggettini giapponesi e la ricostruzione è fatta da ...continue

    È la terza saga famigliare che leggo quest'estate, prima i Mandrogni poi i Veneti di Canale Mussini. Questa è molto particolare: ricostruisce la storia di una famiglia di banchieri ebrei di origini russe attraverso la storia di una collezione di oggettini giapponesi e la ricostruzione è fatta da uno dei discendenti della famiglia. Ma la storia della famiglia è veramente interessante e scritta in modo affascinante dall'autore che va nei vari luoghi, in tutto il mondo, in cui ha vissuto la famiglia x cercare l'atmosfera, le sensazioni che i suoi parenti hanno provato nelle diverse vicende che attraversano, anche in modo tragico, un secolo di storia

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  • 4

    È difficile dire cosa manchi a questo libro. Non l'amore che sia per la famiglia, per le avventure galanti o per la bellezza di quadri, libri, mobili, sculture. Non mancano i viaggi né le città nel loro splendore. Non l'esotismo né il fulgore della civiltà europea. Non il coraggio né i duelli, no ...continue

    È difficile dire cosa manchi a questo libro. Non l'amore che sia per la famiglia, per le avventure galanti o per la bellezza di quadri, libri, mobili, sculture. Non mancano i viaggi né le città nel loro splendore. Non l'esotismo né il fulgore della civiltà europea. Non il coraggio né i duelli, non l'ascesa di un impero finanziario né la distruzione e il suo quieto risorgere borghese. Non mancano né la gioia, né la felicità né la disperazione. Non manca la vita di tutti i giorni né l'episodio incredibile a raccontarlo. Non manca né la Storia né la cronaca. Insomma c'è tutto il necessario per un viaggio intimo alla riscoperta delle proprie radici meravigliose e dolorose che De Wald ci restituisce con pathos non comune perché come in ogni viaggio che si rispetti il viaggiatore che parte non è quello che arriva (e noi lettori in parte con lui)

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  • 4

    un viaggio nella memoria

    Lo ammetto, dopo le prime pagine ero un po' prevenuto, poi mi sono lasciato trasportare in questo viaggio nella storia e nella memoria. Sembra quasi di guardare un documentario con grandi sequenze in soggettiva. Veramente un bel lavoro di ricostruzione familiare mai banale e sorretto da una scrit ...continue

    Lo ammetto, dopo le prime pagine ero un po' prevenuto, poi mi sono lasciato trasportare in questo viaggio nella storia e nella memoria. Sembra quasi di guardare un documentario con grandi sequenze in soggettiva. Veramente un bel lavoro di ricostruzione familiare mai banale e sorretto da una scrittura fluida e comunicativa.

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  • 3

    4 stellette non sono veritiere come nno lo sarebbero state 3
    il libro si legge bene, scorrevole e piacevole
    la prima parte l'ho trovata abbastanza di scarso interesse; con la seconda e la terza l'attenzione si è fatta più viva. perchè? perchè parliamo della tragedia degli ebrei nella seconda guer ...continue

    4 stellette non sono veritiere come nno lo sarebbero state 3 il libro si legge bene, scorrevole e piacevole la prima parte l'ho trovata abbastanza di scarso interesse; con la seconda e la terza l'attenzione si è fatta più viva. perchè? perchè parliamo della tragedia degli ebrei nella seconda guerra mondiale. e parliamo di una famiglia ricca con varie diramazioni. la parte finale del libro già si spegne. e' facile rednere interessante una famiglia ricca che attraversa secoli di storia. la scusa poteva anche essere un divano o una sedia

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  • 5

    Un'eredità d'avorio e d'ambra

    Copio letteralmente: "Avete tra le mani un capolavoro" e "E' il libro perfetto, un tesoro che ti senti costretto a regalare e condividere con le persone che ami" e ancora "...un libro originale e incantevole".
    Delicato, affascinante, da rileggere in un'epoca della vita in cui i ritmi saranno meno ...continue

    Copio letteralmente: "Avete tra le mani un capolavoro" e "E' il libro perfetto, un tesoro che ti senti costretto a regalare e condividere con le persone che ami" e ancora "...un libro originale e incantevole". Delicato, affascinante, da rileggere in un'epoca della vita in cui i ritmi saranno meno frenetici. Bellissimo.

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