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The Idiot

By

Publisher: Dodo Pr

4.4
(6125)

Language:English | Number of Pages: 700 | Format: Others | In other languages: (other languages) Chi traditional , German , Italian , Russian , French , Spanish , Swedish , Greek , Portuguese

Isbn-10: 140990184X | Isbn-13: 9781409901846 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Hardcover , Mass Market Paperback , Audio CD , Audio Cassette , Library Binding , eBook

Category: Fiction & Literature , Philosophy , Religion & Spirituality

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Book Description
His other works include: Poor Folk (1846), The Village of Stepanchikovo (1859), TheInsulted and Humiliated (1861), The House of the Dead (1862), The Gambler ...
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  • 4

    Un bel mattone divorato! A parte gli scherzi, molto bello, più che altro fa così tanto piacere leggere questi classici! Anche se "Delitto e Castigo" mi ricordo mi piacque di più.

    Credo che dietro que ...continue

    Un bel mattone divorato! A parte gli scherzi, molto bello, più che altro fa così tanto piacere leggere questi classici! Anche se "Delitto e Castigo" mi ricordo mi piacque di più.

    Credo che dietro questa storia si sprechino le interpretazioni di uno psicologo. Anche solo leggendo la postfazione di Hermann Hesse si pensa a cose che solo superficialmente io ho colto. In ogni caso, la figura del protagonista é davvero interessante e bella e dispiace per lui che, in fondo, idiota nel senso di oltre ogni immaginabile bontà, ricade nella malattia della sua mente come difesa incoscia alla consapevolezza delle brutture del mondo. Non so se sia questa la morale, ma é così che l'ho senz'altro percepita.

    I monologhi sono forse un po' pesanti e mi fanno pensare che l'idea del Presidente Mattarella che Dostoevskij sia indicato per iniziare i giovani alla lettura sia un po' azzardata, ma poi mi ricredo grazie a tutto il resto e gli do ragione solo con qualche umile riserva.

    È molto garbato e buffo. Mi è sembrato inizialmente strano che già in un'epoca lontana un buono potesse essere considerato idiota... non so, lo avrei visto più in questo periodo storico.... ma evidentemente "la storia si ripete" e l'ingenuità e la bontà non sono mai stati un modo di essere comprensibile ed accettabile e, sicuramente, sono sempre stati atteggiamenti di cui approfittarsi.

    Fa anche ridere che ogni generazione, a questo punto da sempre, commenti prima o poi la degenerazione delle generazioni successive.

    Bellissimo l'utilizzo del termine "compassione" nel suo significato letterale ed anche se a tratti i personaggi sembrano fondamentalmente isterici, la sensibilità del principe, la sua empatia, sono commoventi ed il continuo riferimento alle sue espressioni facciali, grazie alle quali i suoi interlocutori riescono a capire che il suo modo di fare non è una presa in giro, mi fanno indubbiamente pensare alla netta antitesi con l'era della comunicazione digitale. Altro che emoticon!!!

    Concludo con un estratto della profonda dissertazione sul suicidio (eutanasia "ante litteram"?) di Ippolit: "per quale motivo c'è bisogno della mia rassegnazione? Non posso semplicemente essere mangiato, senza che si pretenda da me l'elogio di chi mi mangia? È mai possibile che là qualcuno se ne abbia veramente a male se io non voglio aspettare altre due settimane?

    said on 

  • 3

    Il cavaliere povero

    Quando decido di affrontare un libro dello scrittore russo, mi devo preparare psicologicamente e devo essere proprio nel periodo giusto per affrontare quello che so già sarà un lungo viaggio che potre ...continue

    Quando decido di affrontare un libro dello scrittore russo, mi devo preparare psicologicamente e devo essere proprio nel periodo giusto per affrontare quello che so già sarà un lungo viaggio che potrebbe stancarmi e stremarmi; so che dovrò avere una doppia dose di pazienza per sopportare dialoghi e digressioni su temi di cui non vado matta e proveranno ad appesantire un libro, la cui lettura non sarà facile come bere un bicchiere d’acqua.
    Dopo aver letto innumerevoli recensioni, alcune a dir poco entusiastiche, su questo libro ho pensato fosse il titolo giusto, tra i vari scritti dall’autore russo, per incontrare nuovamente Dostoevskij.
    L’ho iniziato piena d’entusiasmo, perché è uno di quei libri che non si può non leggere, ma man mano che andavo avanti capivo che non era come me lo aspettavo; alla fine questo lungo viaggio è stato più che altro una corsa ad ostacoli.

    L’inizio del libro è piuttosto affascinante. Il protagonista del romanzo, il principe Myškin, ultimo discendente di una nobile famiglia russa, appare per la prima volta agli occhi del lettore in un’umida giornata di novembre, in arrivo alla stazione ferroviaria di San Pietroburgo, dopo un lungo viaggio dalla Svizzera; vestito in modo inadeguato al clima russo, con un mantello senza maniche e un fagotto in mano, in cui ci sono tutti i suoi averi.
    Il principe soffre di attacchi epilettici ed era stato mandato a curarsi in una clinica svizzera dal sig. Pavliščev, ricco uomo russo amico del padre di Myškin, che aveva a cuore le sorti di tutti coloro con cui la natura era stata avara.
    Myškin torna nella sua patria natia, dopo aver ricevuto una cospicua eredità alla morte di una parente materna, con l’intento di costruirsi una nuova vita, cui però si presenterà totalmente e drammaticamente impreparato. Qui conosce vari personaggi, prima tra tutti una donna di cui s’innamorerà fatalmente da un solo sguardo ad un ritratto: Nastas’ja Filipovna.
    Nastas'ja è una donna molto bella, e grazie alla sua cospicua dote attira le attenzioni di vari pretendenti. Oltre a Myškin, sono interessati a lei anche il ricco e cinico commerciante Rogozin, e Ganja, il segretario del generale Epačin.
    A complicare questo triangolo – già di per sé complicato – è l’entrata in scena di un’altra donna: Aglaja Epačina, terzogenita del generale Epačin, per la quale il principe Myškin prova un amore sincero, che lo metterà diverse volte in contrasto con Elizaveta, madre della giovane Aglaja, e con Nastas’ja…

    Il principe Myškin ha sofferto sin da piccolo d’attacchi epilettici, violenti e frequenti, che hanno alterato la sua percezione della realtà; è bollato dalla società pietroburghese come un perfetto idiota anche se in realtà è molto intelligente.
    Dotato di una fiducia illimitata verso il prossimo, Myškin non rifiuta mai di prestare il proprio aiuto, anzi è talmente generoso che sconvolge le convenienze della società che lo circonda; una società meschina formata da uomini e donne che vivono nella tenebra dei propri drammi e problemi più o meno grandi, ma sono attratti e allo stesso tempo respinti dallo splendore emanato dal principe; un candore fatto di misericordia per il prossimo, che come dice Dostoevskij è l’unica vera legge dell’esistenza umana.
    Il lettore, come i vari personaggi, si ritrova affascinato dalla figura del protagonista, nel continuo turbinio delle varie emozioni che si alternano per tutta la durata del libro; nonostante tutto non sono riuscita ad entrare in empatia con il protagonista del romanzo, perché molti dei suoi comportamenti mi sono sembrati privi di ogni logica e di senso della realtà. Un uomo completamente e totalmente buono, di una bontà molto spesso esasperante, incapace di fare del male e di riconoscerlo negli altri.
    Durante la lettura è stato facile confondersi e perdere un po’ il filo del racconto, nello stare dietro alle inquietudini mentali del principe, che dapprima resta colpito da Nastas’ja, poi è affascinato da Aglaja e poi impazzisce nuovamente per la prima, tanto da farmi pensare che in realtà lui non sia mai stato innamorato di nessuna delle due ma è sempre stato spinto dalla volontà di salvarle da qualcosa.

    Un libro affollato che più affollato non si può da una miriade di personaggi, (studenti malati, leccapiedi, ubriaconi, militari, mantenute, nichilisti, attaccabrighe e principi) complessi, ridicoli e spesso fastidiosi che si alternano in scena, come se il libro fosse un susseguirsi di scene teatrali; spesso il loro comportamento mi è parso eccessivo, strano, insensato e poco coerente.
    Uno dei personaggi fra quelli minori che mi è piaciuto di più è Elizaveta Prokopf'evna, chiamata la generalessa; donna energica ma eternamente indecisa, tenera chioccia ma allo stesso tempo donna irascibile, ora ama ora disprezza il principe Myškin in eguale misura, che riesce a provare per l’idiota autentico affetto ma lo trasforma subito, per autodifesa, in un’affettività costrittiva che vorrebbe ricondurre il giovane Lev N. Myškin all’interno del sistema di convenienze in cui lei stessa si ripara.
    Lo stesso comportamento possiede sua figlia Aglaja, altro personaggio che mi è piaciuto tanto; ragazza dotata di feroce ironia, sprezzante, soggetta a sfuriate, capricciosa, beffarda, in poche parole un carattere veramente diabolico e irascibile, un’anima ribelle e anticonformista, ma che in fondo si rivela essere stufa della società del periodo, con una gran voglia di conoscere il mondo e d’essere indipendente. Personaggio che mi è parso veramente moderno.

    Il romanzo non ruota solo attorno alle storie d’amore del principe, Dostoevskij scrive pagine (anche se poche) di grande intensità in cui sono presenti vari argomenti cui il lettore è portato inevitabilmente a riflettere, quali: la fede religiosa, i mutamenti politici, il nichilismo, la condanna alla pena di morte, le passioni dell’animo umano, il ruolo sociale dell’aristocrazia e del socialismo, la sofferenza e il senso della vita e della morte.

    L’idiota è un romanzo denso e impegnativo, che però, secondo me, risente della pubblicazione a puntate e della fretta che il direttore metteva a Dostoevskij, cui quest’ultimo doveva inevitabilmente sottostare.
    Un libro che parte abbastanza bene ma poi diventa intricato, prolisso, pesante in certi punti, interminabile, pieno di monologhi, di dialoghi turbinosi e sconnessi, di fastidiosi e lunghi sproloqui di alcuni personaggi che rallentano la lettura e rendono il libro noioso e confusionario in molte parti.

    L’idiota si è rivelato essere un viaggio e una riflessione lunga più di 500 pagine, di come la bontà sia confusa con la stupidità, in cui non vi è redenzione finale, qui paga uno per tutti, l’unico che non ha colpe.

    "[...] io vi reputo il più onesto e il più giusto uomo di questo mondo; il più onesto e il più giusto di tutti: e, se dicono di voi che la vostra intelligenza... cioè, se dicono che voi siete malato di mente, sbagliano. Ebbene, io credo che chi dice queste cose sbagli. Perché, certo, voi non sarete del tutto sano di mente ma, in voi, l'intelligenza propriamente detta è più evoluta che in tutti quelli che vi criticano, fino a toccare punti che questa gente non sogna nemmeno.”

    said on 

  • 5

    Non tenterò nemmeno di commentare L’idiota. Voglio solo esprimere pubblicamente la mia sconfinata ammirazione per Dostoevskij, per colui che ha creato un personaggio gigantesco, sublime, indefinibile ...continue

    Non tenterò nemmeno di commentare L’idiota. Voglio solo esprimere pubblicamente la mia sconfinata ammirazione per Dostoevskij, per colui che ha creato un personaggio gigantesco, sublime, indefinibile eppure definito nella sua complessità, il principe Myskin: è uno sciocco eppure molto intelligente, è sincero nella sua renitenza alle regole ipocrite dell’alta società così ingenua da lasciare sbalorditi ma è anche dissimulatore quando occorre, è sradicato, senza origini, comparso come dal nulla eppure è al contempo cittadino russo a tutti gli effetti, è assennato e saggio eppure a volte appare come un buffone, è apatico e mite ed al contempo iperattivo, è comico in molti suoi atteggiamenti, sempre col sorriso sulle labbra, eppure è uno dei personaggi più tragici che la letteratura conosca. Il principe “idiota”, il “segnato da Dio”, colui che sta al confine tra la follia e la genialità, tra la superficie e la profondità, tra la vita e la morte, è una figura che riempie le pagine della letteratura; io non ho nulla da dire se non inchinarmi davanti al genio russo.

    said on 

  • 5

    Il buono e i cattivi.

    “La bellezza salverà il mondo”, così diceva Ippolit nel suo monologo (vaneggio?) rivolto al principe Myskin, ed è questa la frase più conosciuta e probabilmente iconica del grande romanzo di Dostoevsk ...continue

    “La bellezza salverà il mondo”, così diceva Ippolit nel suo monologo (vaneggio?) rivolto al principe Myskin, ed è questa la frase più conosciuta e probabilmente iconica del grande romanzo di Dostoevskij. In realtà poi nel corso del romanzo ci accorgiamo che di bello nei vari personaggi che incontriamo c’è ben poco. Solo lui, il principe Lev Nikolaevic Myskin, è degno di questa frase, e viene anche però bollato con l’appellativo di “Idiota”. Sia chiaro che lo scrittore russo quando diede questo titolo alla sua opera non si riferiva al significato in senso stretto, ma a quello secondario, cioè “malato, affetto da un morbo”, e questo era dovuto ai vari comportamenti del principe Myskin quando si trova a tu per tu con altre persone. Il principe Myskin infatti incarna la semplicità, la genuinità, la spontaneità. E’ ingenuo come un bambino ed ogni sua reazione agli occhi degli estranei appare come un problema agli occhi degli interlocutori, che così lo bollano come “Idiota”. A distanza di quasi 150 anni la frase “troppo buono = stupido” non vi suona ancora molto attuale?

    La trama del romanzo è molto semplice, il principe Myskin torna a Pietroburgo dopo essere stato in cura in Svizzera per l'epilessia, finalmente è guarito e vuole tornare in patria dove lo aspetta una cospicua eredità. Qui conosce però diversi personaggi, primo tra tutti una donna di cui si innamorerà, Nastasja Filippovna. Natasja è una donna molto bella, e anche grazie alla sua dote, attira l’attenzione di diversi uomini. Oltre a Myskin infatti, che prova un amore sincero per la donna, sono interessati a lei (per motivi economici) anche Ganja (il segretario del generale Epancin, colui che ospita inizialmente Myskin) e Rogozin (cinico e spietato mercante). C’è però un’altra donna per cui il principe prova un amore sincero, ed è una delle tre figlie del generale, Aglaja, e che diverse volte lo metterà in contrasto con la madre Elizaveta e con Natasja stessa. Il romanzo racconta di questa travagliata storia d’amore del principe che cercherà in tutti i modi di sposare Natasja,e proprio quando era sul punto di farlo…

    Come detto all’inizio, in questo romanzo vi è solo un personaggio buono, ed è il protagonista, per il resto anche il più “pulito" sta comunque tramando qualcosa, e su questo c’è forse un’anticipazione ai Fratelli Karamazov, dove come si scopre alla fine, ognuno ha una sua colpa sull’omicidio. Il contrasto che Dostoevskij ci vuole presentare è quello più antico, il bene contro il male, il buono contro il cattivo. Qui usa però un’iperbole, il buono è così buono da sembrare innaturale, fuori dal mondo, alienato, stupido appunto (agli occhi degli altri). Forse è il romanzo meno policentrico di tutti quelli più importanti, sebbene comunque i personaggi rilevanti siano diversi, ma la contrapposizione Myskin-Resto del mondo è senza dubbio la parte principale della storia.
    Come al solito non macano i monologhi, interiori e non, dei personaggi, che poi come si sa non sono nient’altro che l’esposizione delle idee dell’autore su diverse questioni. E’ presente come sempre quella sulla religione, ma questa volta quella che mi ha colpito di più è la riflessione che il principe fa al maggiordomo sulla pena di morte, un pensiero veramente elevato e illuminante.
    Devo dire onestamente che tra i tre romanzi più famosi, e cioè questo, Delitto e Castigo e i fratelli Karamazov, questo probabilmente è quello che mi è piaciuto meno (ma sempre tantissimo) forse perché ho notato più situazioni stabili (le classiche cene o riunioni casalinghe) che venivano riempite di monologhi e rallentavano un po’ il racconto, ma credo sia solo un mio gusto personale e logicamente il libro resta uno dei capisaldi della letteratura russa dell’800.

    In conclusione la storia del principe Myskin va sicuramente letta, è una riflessione lunga 500 pagine di come spesso la bontà nel mondo venga confusa in stupidità, e al contrario di altri romanzi di Dostoevskij qui non c’è la redenzione finale, qui l’amore non vince tutto come in Delitto e castigo, qui paga uno per tutti, paga chi non ha colpe. Conviene quindi essere buoni in un mondo di cattivi?

    said on 

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