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The Kindly Ones

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Publisher: Random House Group Ltd

4.0
(1271)

Language:English | Number of Pages: 992 | Format: eBook | In other languages: (other languages) French , Italian , Spanish , Catalan , German , Swedish , Portuguese , Finnish , Czech , Dutch

Isbn-13: 9781409075974 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Hardcover , Mass Market Paperback , Others

Category: Fiction & Literature , History , Political

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Book Description

Dr Max Aue is a family man and owner of a lace factory in post-war France. He is an intellectual steeped in philosophy, literature, and classical music. He is also a former SS intelligence officer and cold-blooded assassin. He was an observer and then a participant in Nazi atrocities on the Eastern Front, he was present at the siege of Stalingrad, at the death camps, and finally caught up in the overthrow of the Nazis and the nightmarish fall of Berlin. His world was peopled by Eichmann, Himmler, Göring, Speer and, of course, Hitler himself.





Max is looking back at his life with cool-eyed precision; he is speaking out now to set the record straight.

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  • 0

    Quelli che uccidono sono uomini, come quelli che vengono uccisi, è questa la cosa terribile. Non potete mai dire: “Non ucciderò”, è impossibile, tutt’al più potete dire: “Spero di non uccidere”.

    Quest ...continue

    Quelli che uccidono sono uomini, come quelli che vengono uccisi, è questa la cosa terribile. Non potete mai dire: “Non ucciderò”, è impossibile, tutt’al più potete dire: “Spero di non uccidere”.

    Questa considerazione, che sarebbe piaciuta a (o forse è mutuata da) Zygmunt Bauman, può essere una chiave di lettura di questo libro che viaggia sul crinale pericoloso di chi vuole accostarsi al Male, osservandolo talmente da vicino da rischiare di rimanerne contaminato.

    Si può andare nelle pagine di Wikipedia dedicate al romanzo e leggere tutte le polemiche e le critiche che ha generato. Personalmente ritengo che sulla qualità del libro non ci sia da discutere.
    Piuttosto credo che la domanda fondamentale sia: a che cosa serve questo libro? C’è molta letteratura, di guerra e concentrazionaria, che racconta gli orrori del nazismo. E, soprattutto, ci sono analisi storiche, sociologiche, psicologiche che cercano di interrogarsi sul fenomeno più oscuro, e inafferrabile, del Novecento.

    Littell attinge a un repertorio di materiale noto e lo rielabora per costruire la sua opera. Un volume di quasi mille pagine, un romanzo di esordio che non sceglie la via facile del polpettone storico, d’avventura o thriller.
    Per di più è il risultato di una cernita: le vicende di Maximilian Aue sono legate alla guerra sul fronte russo e alla soluzione finale. Credo che Littell abbia accettato l’idea che la perversa epopea nazista si sia giocata su questi due aspetti: la guerra in Africa, nei Balcani, in Italia, perfino il fronte francese con lo sbarco in Normandia sono solo corollari di una questione storica che ha avuto la sua caratterizzazione identitaria nella corsa distruttiva verso est.
    Aue non partecipa all’epica di Stalingrado, vi giunge solo per assistere alla fine. Che è poi l’inizio della fine della Germania nazista.

    L’elemento più disorientante del libro è la figura di Aue. Che non fa parte della massa di “padri di famiglia” che Himmler considerava l’elemento portante della macchina bellica tedesca.
    Si pone un primo interrogativo: Aue sarebbe stato una figura tragica anche senza essere un SS? La risposta è verosimilmente: sì.
    Suppongo che, avendo voluto scrivere un’epopea tragica, cosa rara in un tempo come il nostro in cui il senso del tragico si è perduto, Littell l’abbia costruita di proposito attorno a un personaggio tragico, già “non puro” in partenza, la madre è francese, e condizionato da una vita sessuale costruita sul tabù dell’incesto e su un’omosessualità scelta quasi per protesta contro un destino che gli impediva di avere quanto desiderava.

    Del resto, al trionfo della morte si lega al trionfo dell’eros incontrollato, Pasolini con il suo “Salò” sarà stato pur osceno ma aveva intuito come le due forze vadano insieme. La Haus delle SS di Cracovia divenuta tempio di orge è un’assonanza fortissima.
    Per non parlare dei giorni di Aue nella casa della sorella, in cui realtà e visione si mescolano per rendere definitiva una sessualità distruttiva, il cui unico scopo è insozzare il mondo e ridurre allo stremo chi ne è portatore.
    Esattamente come la partecipazione alla macchina della morte nazista.

    Littell non fa nulla per semplificare il mostruoso apparato burocratico e organizzativo in cui si mescolano partito, esercito, polizie varie, SS, ciascuna con i propri uffici dalle competenze quasi sempre in conflitto fra di loro. Non ci sono spiegazioni – salvo un non esaustivo glossario nell’edizione italiana.
    Credo che sia l’aspetto della storia che più immerga il lettore nella realtà, la presenza (o l’appartenenza diretta) a un sistema incomprensibile, in cui il ruolo del singolo è ridotto al massimo della specializzazione, e che si regge sul funzionamento di ogni tassello, ingranaggio, meccanismo.
    Quella sorta di distribuzione “equa” delle responsabilità per cui un singolo non può fermare l’intera macchina e ciascuno ha il suo grado di colpevolezza, è più o meno complice, che sia il sadico assassino, il convinto antisemita, il freddo burocrate, il soldato esecutore di ordini, o il civile che costruisce la propria esistenza guardando da lontano a tutto questo, per non mettere a fuoco le singole parti, e specialmente quelle più fastidiose, insomma: le stragi, l’uccisione delle donne e dei bambini, dei disabili e dei prigionieri.

    Il secondo interrogativo che la lettura suscita è: la Germania ha scatenato una guerra per vincere e conquistare oppure per distruggere gli Ebrei? Nel romanzo “I simulacri”, Philip K. Dick propendeva per la seconda ipotesi già cinquant’anni fa.
    E, a ben guardare, potrebbe essere anche l’idea di Littell. Certo, la guerra. Un enorme esercito che si espande per l’Europa, e soprattutto verso la Russia, quasi a voler chiudere un conto millenario. L’epica terribile di Stalingrado, il più grave errore di Hitler e l’inizio della fine.
    Ma su tutto la questione ebraica. Un minuto dopo i soldati, anche nel più piccolo villaggio conquistato, arrivano le SS per occuparsi del più aberrante progetto di distruzione mai concepito dall’uomo.
    E anche quando le ragioni economiche vorrebbero che le vite dei prigionieri fossero risparmiate per alimentare l’industria bellica, la macchina non si ferma, incarnata da Eichmann, tutt’altro che “banale”, pronto invece a fare qualunque cosa per eseguire il suo mansionario.
    Dalle prospettive gloriose di un Reich padrone del mondo all’accettazione della disfatta, pur di distruggere gli Ebrei.

    La storia personale di Maximilian Aue, per il quale, fidatevi, non proverete nessuna empatia o simpatia a dispetto di una delle critiche rivolte a Littell, non è destinata a finire con il nazismo.
    La visione di Hitler trasformato in Ebreo ortodosso. La grottesca banda di bambini, assetati di sesso e di sangue. La possibile salvezza offerta da Hélène. La misteriosa morte della madre e del patrigno. Le ferite di guerra. Un lavoro che costringe all’equilibrismo tra poteri e potenti in contrasto fra di loro. E ancora Hitler, lontano, al di sopra di tutto, quasi un’entità più che un essere umano.
    Ma, soprattutto, quel senso di determinismo, di ineluttabile, che il nazismo condivide con il comunismo, ed è in fin dei conti l’essenza del tragico.

    Non si ritrova niente di tutto questo nell’Aue sopravvissuto, borghese e padre di famiglia in Francia. Perseguitato per sempre dalle Benevole, certo. Ma rileggere alla fine della storia, quando nella Berlino caduta Aue inizia a costruirsi il futuro, e non certo in modo edificante, il capitolo introduttivo, pur con le sue riflessioni forti e disorientanti, confonde definitivamente le idee.
    Perché, pur conoscendo la Storia, arrivati a pagina novecentoquarantatre si desidera solo che tutto finisca. D’accordo, Aue è salvo, inizia la sua fuga, ma non può farla franca. È necessario che la tragedia abbia un ultimo atto, che colpisca e ristabilisca un minimo di umanità.
    È in questo momento che ci si ricorda che c’è un capitolo introduttivo, la Toccata secondo lo schema della suite (di Bach o, più verosimilmente, di Rameau) seguito da Littell.
    Quello in cui Maximilian Aue è vivo, perseguitato dalle Benevole, ma vivo, “normale”. Costretto a ricordare (sì, lo stesso obbligo che ha colpito, anche mortalmente, i sopravvissuti che stavano dall’altra parte, uno su tutti: Primo Levi) ma vivo. Chi lo incontra non legge la tragedia.
    Per quanto sia stata sconvolgente, abbia fatto esplodere cielo e terra, abbia dato voce a milioni di morti che continuano a gridare e ad accusare, chi incontra il borghese Aue non sente nulla.
    L’ultima beffa della Storia, la vera tragedia, quella di noi che ci troviamo “da questa parte”, che vorremmo liberarci di quel passato. C’è chi è sopravvissuto, malgrado tutto, malgrado qualsiasi logica di giustizia lo avrebbe condannato e distrutto.
    E la tragedia non si è chiusa, non si è risolta. Non è finita su un ponte di Berlino come ci si augurerebbe, con la logica e con il senso morale, chiudendo il volume. È troppo forte la tentazione di tornare a quella Toccata, almeno nella speranza di trovare il senso di tutto.
    Per non trovarlo.

    Anzi.

    Trovarci il peggio che possiamo trovare. L’idea che sarebbe potuto toccare anche a noi. L’insinuazione che per quanto possiamo giurare e spergiurare non è detto che possa capitare a noi.
    E questa non è una giustificazione che vuole accordare attenuanti che non ci sono. E non è nemmeno empatia per il nazista.
    È il Male, che percorre il tempo e la storia. E può chiedere a chiunque di cedergli. Certo, ci sono momenti in cui gli si spiana la strada.
    Una guerra, poi, è forse il suo ambiente ideale.
    Ma non solo. E ce lo ricorda Aue che la sua personale lotta con il Male ce l’aveva in corso ben prima.
    E allora, a che cosa serve un libro come questo, quasi mille pagine che raccontano in fondo storie già raccontate?
    A comprendere un po’ di più le maschere, le sfaccettature, le sfumature del Male. Anche se comprendere è forse il verbo meno adatto per “Le Benevole”.

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    Lettura faticosa, romanzo impegnativo, spesso discontinuo nello stile e nei contenuti. Non mi ha convinto del tutto.
    Prendo a prestito da Binet: " Le Benevole è Houellebecq tra i nazisti, sempliceme ...continue

    Lettura faticosa, romanzo impegnativo, spesso discontinuo nello stile e nei contenuti. Non mi ha convinto del tutto.
    Prendo a prestito da Binet: " Le Benevole è Houellebecq tra i nazisti, semplicemente"

    "Dottore, soffro solo di una malattia, sessualmente trasmissibile e irrimediabilmente fatale: la vita!"

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  • 4

    Romanzo molto complesso che ci fa discendere nell'orrore del nazismo secondo un punto di vista interno.
    Devo ammettere che ho faticato a decollare: l'orrore e le logiche sono davvero insostenibili.
    In ...continue

    Romanzo molto complesso che ci fa discendere nell'orrore del nazismo secondo un punto di vista interno.
    Devo ammettere che ho faticato a decollare: l'orrore e le logiche sono davvero insostenibili.
    Interessante il quesito iniziale: siamo davvero sicuri che, al posto del protagonista, ci saremmo comportati in maniera differente? Forse, realmente, nessuno di noi può rispondere a questa domanda.
    Sconvolgente anche come, a lungo andare, anche nel lettore l'orrore diventi routine e gli eccidi si susseguano l'uno all'altro identici ed immutabili.
    Un libro che fa riflettere: con ennesimo orrore finale.

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  • 3

    Un ritratto del nazismo dall'interno

    E' un romanzo complesso, anche se non perfettamente riuscito. Sia dal punto stilistico che della struttura generale manca a volte di profondità e coerenza. Eppure il tentativo di descrivere la vita ed ...continue

    E' un romanzo complesso, anche se non perfettamente riuscito. Sia dal punto stilistico che della struttura generale manca a volte di profondità e coerenza. Eppure il tentativo di descrivere la vita ed i pensieri di uno dei "burocrati del male" ha un suo fascino. E' riuscito a tenermi avvinta anche nelle pagine di descrizione più lunghe, perché l'orrore si mescolava al desiderio di conoscere meglio certi meccanismi e alcuni particolari della guerra. La descrizione delle battaglie del fronte orientale è davvero impressionante, così come sono sorprendenti le spiegazioni della logica che ha portato alla creazione dei campi di concentramento. Non so quanto siano davvero informazioni fondate storicamente, ma appaiono credibili e allo stesso tempo terribili. Era difficile rendere un personaggio così compromesso con il Male senza farne una apologia, ma anche senza renderlo solo un robot. L'autore ci è riuscito, in parte.

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  • 0

    Una omologodiarrea...

    piuttosto sconclusionata (da copia incolla?) di uno pseudo scrittore del quale il meglio che si possa dire è che sia rimasto fermo allo stadio sadico-anale. Scomodare nomi di grandi autori del passat ...continue

    piuttosto sconclusionata (da copia incolla?) di uno pseudo scrittore del quale il meglio che si possa dire è che sia rimasto fermo allo stadio sadico-anale. Scomodare nomi di grandi autori del passato è solo indice del degrado culturale (o della fine della letteratura?) in cui ormai siamo sprofondati.

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  • 4

    "<< E ancora una cosa - aggiunsi animatamente - Lo dico a te, solo a te. Uccidere gli ebrei, in fondo, non serve a niente. Rasch ha assolutamente ragione. Non è di alcuna utilità politica o economica, ...continue

    "<< E ancora una cosa - aggiunsi animatamente - Lo dico a te, solo a te. Uccidere gli ebrei, in fondo, non serve a niente. Rasch ha assolutamente ragione. Non è di alcuna utilità politica o economica, non ha alcuna finalità di ordine pratico. Anzi, è una frattura con il mondo dell'economia e della politica. E' spreco, pura perdita. Tutto qui. E quindi può avere un solo significato: quello di un sacrificio definitivo, che ci lega definitivamente, ci impedisce una volta per tutte di tornare indietro. L'Endsieg o la morte. Tu e io, tutti noi, adesso siamo legati, legati all'esito di questa guerra dagli atti che abbiamo commesso insieme.>>"

    " Vede, secondo me ci sono tre possibili atteggiamenti di fronte a questa assurda vita. Prima di tutto l'attegiamento della massa, oi polloi, che semplicemente si rifiuta di vedere che la vita è uno scherzo. Loro non ridono, ma lavorano, accumulano, masticano, defecano, fornicano, si riproducono, invecchiano e muoiono come buoi aggiogati all'aratro, da idioti così come hanno vissuto. E' la maggioranza. Poi c'è chi, come me, sa che la vita è uno scherzo e ha il coraggio di riderne, alla maniera dei taoisti e del suo ebreo. Infine, e se la mia diagnosi è corretta è il suo caso, c'è chi sa che la vita è uno scherzo, ma ne soffre. E' come il suo Lermontov."

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  • 4

    Ho molti dubbi riguardo a Le Benevole... è un gran libro ma alcuni aspetti non me lo fanno ritenere a occhi chiusi un capolavoro. Sicuramente non dimenticherò mai Max Aue.

    said on 

  • 4

    La burocrazia del male

    Un romanzo notevole,maestoso,importante.Descrive con dovizia di particolari la complessa macchina che stava dietro al nazionalsocialismo tedesco e soprattutto all'organizzazione dello sterminio.E' not ...continue

    Un romanzo notevole,maestoso,importante.Descrive con dovizia di particolari la complessa macchina che stava dietro al nazionalsocialismo tedesco e soprattutto all'organizzazione dello sterminio.E' notevole il fatto che eviti nel modo più assoluto la solita retorica sul nazismo,la solita divisione netta tra bene e male,tra buoni e cattivi(i russi non sono stati da meno in quanto ad efferatezze),soprattutto considerando che l'autore è di origini ebree.
    Già nel prologo il protagonista si rivolge al lettore invitandolo ad immedesimarsi in lui ed a chiedersi se,trovandosi nella medesima situazione,non avrebbe agito allo stesso modo.
    E' un libro,per questo,veramente duro per chi davvero cerchi di immergersi in quell'atmosfera e consideri realmente come si sarebbe comportato.
    Inoltre il minuzioso resoconto degli intrighi,delle macchinazioni,della sfinente burocrazia della Germania nazista ci fa vedere sotto una luce diversa quello che il luogo comune considera l'ordine e l'organizzazione tedesca:in realtà di organizzato c'era ben poco,ognuno,soprattutto nelle alte sfere,pensava ai propri tornaconti ed ai propri interessi.In tale contesto lo sterminio di milioni di persone,non solo ebrei,era solo una delle tante tessere che componevano il mosaico malato della visione hitleriana.
    Una parte interessante del libro è l'approfondimento psicologico dedicato alle varie figure che si susseguono nel lungo racconto:niente è bianco e nero,ci sono una moltitudine di sfumature e,lungi dal voler giustificare qualsiasi atrocità,l'autore tenta di analizzare i motivi che portano un comune cittadino,marito,padre,uomo,a commettere azioni inimmaginabili.
    E' comunque una lettura faticosa,sia per l'impegno emotivo che comporta,sia per l'oggettiva osticità del testo,pieno di nomi,di termini in lingua tedesca o francese,di fatti che si susseguono ad un ritmo vertiginoso e non permettono al testo di fluire placido.Proprio questo aspetto non mi ha fatto apprezzare del tutto il romanzo,soprattutto tutti i termini in lingua straniera come i gradi militari,che,a mio parere.potevano benissimo essere tradotti in Italiano contribuendo a rendere più scorrevole la lettura.

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  • 0

    una lente di ingrandimento sui perpetratori

    Opera molto importante che non si legge tutta d'un fiato non tanto per il numero di pagine ma per la densità di eventi storici che narra nel minimo dettaglio. Quello che viene descritto magistralmente ...continue

    Opera molto importante che non si legge tutta d'un fiato non tanto per il numero di pagine ma per la densità di eventi storici che narra nel minimo dettaglio. Quello che viene descritto magistralmente è il contesto, l'ambiente dove attecchì il nazismo, dove fiorì una classe dirigente di funzionari brillanti, intellettuali e carrieristi disposti a tutto per avere successo e incarnarne l'ideologia che all'epoca era quella di Hitler. Littel ci avverte, nelle parole dell'io narrativo Max Aue, che la storia riguarda tutti noi e credo che sia fondamentalmente vero: l'uomo ha sempre potuto mettere da parte la morale, l'umanità, il senso di giustizia se condizionato da un contesto emergenziale che fa nascere un nuovo orrendo "buon senso", soprattutto se la burocrazia libera dal problema della "scelta" e incanala le persone in un tunnel di eventi visti come inevitabili. La cultura, la sensibilità, l'intelligenza non bastano a dire no, a non piegarsi alle richieste che si crede la maggiornza, il contesto ci chiede. Non è stato sempre così e molti casi lo dimostrano ma certo quando si parla di storia la massa è quella che conta: Aue è speciale nelle sue psicosi, nelle sue turbe sessuali e nel modo di manifestarle, ma lo è anche nella raffinatezza del pensiero, nell'amore per la musica e per la letteratura. C'erano anche loro a Babj Yar, a Stalingrado a Majdanek ed Auschwitz: i carnefici intellettuali.

    said on 

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