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The Life of Charlotte Bronte

By

Publisher: Penguin Books Ltd

4.1
(77)

Language:English | Number of Pages: 544 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Spanish , Italian , German , Chi simplified , French

Isbn-10: 0140434933 | Isbn-13: 9780140434934 | Publish date:  | Edition New Ed

Curator: Elisabeth Jay ; Contributor: Elisabeth Jay ; Elisabeth Jay

Also available as: Hardcover , Audio Cassette , eBook , Others

Category: Biography , Fiction & Literature , History

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Book Description
Elizabeth Gaskell's biography of her close friend Charlotte Bronte was published in 1857 to immediate popular acclaim, and remains the most significant study of the enigmatic author who gave Jane Eyre the subtitle An Autobiography. It recounts Charlotte Bronte's life from her isolated childhood, through her years as a writer who had 'foreseen the single life' for herself, to her marriage at thirty-eight and death less than a year later. The resulting work - the first full-length biography of a woman novelist by a woman novelist - explored the nature of Charlotte's genius and almost single-handedly created the Bronte myth.
Sorting by
  • 5

    Commovente ricordo di Charlotte Bronte orgogliosa e fragile creatura, ascetica e passionale. Magistrale il tocco della Gaskell. Come se avesse scritto di un'altra Ruth...

    said on 

  • 4

    La stessa Gaskell ammette nel corso dell'opera di preferire fare un passo indietro ove possibile e lasciare che Charlotte parli per sé. Quando questo accade, attraverso le lettere inviate alle amiche di lunga data ed ai corrispondenti più vari, è evidente che il valore della biografia cresca in m ...continue

    La stessa Gaskell ammette nel corso dell'opera di preferire fare un passo indietro ove possibile e lasciare che Charlotte parli per sé. Quando questo accade, attraverso le lettere inviate alle amiche di lunga data ed ai corrispondenti più vari, è evidente che il valore della biografia cresca in modo esponenziale. La stessa Gaskell era amica della maggiore delle Brontë ed a questo legame si potrebbe imputare una certa parzialità nel racconto biografico, ma ciò può essere limitante solo se si cerca di leggerlo come una sorta di interpretazione dei romanzi di Charlotte. Non è certamente questo lo scopo della biografia, anche perché i romanzi delle Brontë (specie delle due maggiori) si reggono benissimo sulle proprie gambe, come ogni grande opera che si rispetti. Il vero proposito che la Gaskell si pone, riuscendo pienamente nel suo intento secondo me, è quello di ridurre al minimo la distanza tra chi legge e chi si è ritagliato dal nulla un posto di rilievo nella letteratura inglese prima e internazionale poi. Conoscerne vicende, abitudini, esperienze accumulate nel corso di anni ricchi di dispiaceri e speranze tradite è di certo interessante, soprattutto per chi, leggendo Jane Eyre (che devo assolutamente riprendere in mano al più presto) o Wuthering Heights, si è sentito inconsapevolmente trasportato nel bel mezzo della solitaria brughiera di Haworth, crocevia di venti e di indomite passioni. Ben più affascinante però è lasciarsi guidare dalle confidenze, a volte quasi rubate, di Charlotte per cogliere gli aspetti di una personalità ricca di sfumature sia sul piano affettivo che intellettuale: la modestia mai affettata mista al coraggio di perseguire ostinatamente le proprie idee; l'amore incondizionato e materno per la sua ristretta cerchia familiare insieme al disperato bisogno di essere altrove; le piccole fragilità di un carattere schivo e riservato, ma dotato di una forte determinazione. Ne viene fuori il ritratto di una donna, prima che di una scrittrice, moderna e risoluta, capace di osservare la realtà e trasformarla in poesia.

    said on 

  • 4

    quando una persona è eccezionale...

    LEGGENDO QUESTO LIBRO CHE RACCONTA COME HANNO VISSUTO LE SORELLE BRONTE TUTTA LA LORO VITA, RITENGO DOVESSERO ESSERE PERSONE VERAMENTE ECCEZIONALI INTERIORMENTE, PENSANDO POI CHE I LORO LIBRI SONO ANCORA OGGI FRA I PIù LETTI AL MONDO

    said on 

  • 4

    4 stelline e 1/2

    Inghilterra, 1820. Un ecclesiastico irlandese, con la sua numerosa famiglia, giunge a Haworth, sperduto paesino nel Nord dello Yorkshire, per assumere l'incarico di vicario. La moglie, donna fragile e provata dalle continue gravidanze, morirà, a causa di un tumore, poco tempo dopo, lasciando il m ...continue

    Inghilterra, 1820. Un ecclesiastico irlandese, con la sua numerosa famiglia, giunge a Haworth, sperduto paesino nel Nord dello Yorkshire, per assumere l'incarico di vicario. La moglie, donna fragile e provata dalle continue gravidanze, morirà, a causa di un tumore, poco tempo dopo, lasciando il marito con sei orfanelli, un maschietto e cinque bimbe, di cui, la più piccola, non ha ancora due anni. Haworth è un villaggio appartato, popolato da gente ostinata e diffidente, una realtà di campagna intrisa di antiche credenze e misteriose superstizioni; ed è in questo luogo, immerso nella brughiera selvaggia e distante dalla grande città, che tre di quelle bambine, educate da una zia metodista, e da un padre dal vivace intelletto, trascorreranno l'infanzia, vivranno la giovinezza e, anno dopo anno, vedranno fiorire, maturare e fruttare, un insolito e preziosissimo talento. Quella che potrebbe apparire come l'introduzione ad un classico romanzo vittoriano, è in realtà la trama di una storia vera: la storia di una famiglia, di un grande genio, di un caso letterario unico nella storia e, soprattutto, di tre ragazze normalissime che, in punta di piedi, a dispetto della propria timidezza e dei pregiudizi della società, si sono guadagnate, a pieno titolo, un posto d'onore nella storia della letteratura. Era il 1855 quando l'ormai quasi ottantenne Patrick Brontë, poco dopo la morte di Charlotte, ultima figlia superstite, si rivolse ad Elizabeth Gaskell chiedendole di scrivere una biografia tale da rendere giustizia alla memoria di quell'immenso talento sfiorito troppo presto. La Gaskell, amica personale della scrittrice scomparsa, e sua grande estimatrice, accettò con gioia l'incarico, prefiggendosi il compito di delineare, in modo rispettoso ed obiettivo, la figura di una donna tanto semplice quanto speciale. Nonostante i buoni propositi, tuttavia, l'opera compiuta non è affatto immune dalla soggettività e dai sentimenti della sua autrice: nelle pagine, infatti, troviamo spesso riferimenti a vicende della Gaskell stessa, aneddoti, racconti, più o meno attendibili, della gente del posto e, non di rado, osservazioni del tutto personali (e anche un po'pedanti) della biografa. Eppure, paradossalmente, sono proprio la mancanza di obiettività e il forte coinvolgimento personale di Elizabeth Gaskell a rendere questa biografia un'opera unica e, senza dubbio, un documento imprescindibile per conoscere le figure di Charlotte Brontë e delle sue sorelle. La biografia, impreziosita da suggestive e minuziose descrizioni dei luoghi, ripercorre, tutte le fasi della vita di Charlotte Brontë: l'infanzia nella canonica di Haworth; la difficile esperienza come istitutrice; l'incontro, fondamentale, con Constantin Héger; i primi tentativi in ambito letterario; la dolorosa perdita dei fratelli; la stagione del successo e della fama; e, finalmente, il periodo felice e sereno, ma ahimè troppo breve, del matrimonio. Il lato più affascinante di quest'opera, ad ogni modo, è il suo sapersi soffermare sugli aspetti più semplici e personali della vita della scrittrice. Elizabeth Gaskell, infatti, nel presentarci la Brontë autrice, coglie l'occasione per raccontarci, innanzitutto, la Charlotte donna: la sua quotidianità, i suoi gusti, i suoi punti di vista, i timori e le speranze che l'accompagnarono fin da bambina. La Gaskell ci mostra le molte sfaccettature del carattere di una ragazza timidissima e caparbia al tempo stesso, di cui impariamo ad apprezzare il senso dell'umorismo, la determinazione e la forza d'animo, comprendendone, poco per volta, anche le fragilità, i timori e i momenti di scoramento. In poche parole, conosciamo, pian piano, il lato umano di Charlotte, il suo essere figlia, sorella, amica e, seppur per poco tempo, moglie. Molto spesso si parla delle sorelle Brontë, e in particolar modo di Charlotte, ponendo l'accento sul suo presunto moralismo. Ciò, però, non rende affatto giustizia alla scrittrice; Charlotte, infatti, era tutto tranne che una moralista: aveva una concezione moderna della religione, era sempre aperta al confronto, e non esitava ad ironizzare sulla rigidità e sulla chiusura mentale degli ecclesiastici del suo tempo. È facile, nella società odierna, additare un certo tipo di princìpi come espressione di moralismo; le convinzioni di Charlotte, invece, erano piuttosto espressione di un'autentica moralità, della profonda e sincera fede che, da sempre, fu la sua ancora di salvezza e il suo punto di riferimento, tanto nei periodi bui quanto nei momenti lieti. Nel corso della narrazione, e quindi della vita della Brontë, sono molti i lutti e le sofferenze: la dissolutezza del fratello che sprecava le sue doti e la sua stessa vita avviandosi ad una fine prematura; i continui problemi di salute che affliggevano l'intera famiglia; la frustrazione per i fallimenti in ambito lavorativo; la scomparsa in pochi mesi di Branwell, Emily ed Anne... Momenti di dolore che Charlotte, depressa e duramente provata, riuscirà ad affrontare e superare solo grazie alla sua incrollabile Fede. L'immagine di Charlotte che vien fuori da questa biografia, è l'immagine di una donna dalla straordinaria sensibilità, attenta agli altri e profondamente legata alla propria famiglia; una donna che non aveva paura di difendere le proprie opinioni, timorosa all'idea di parlare in pubblico, ma nel contempo, abilissima nel mettere gli altri a proprio agio; una donna paziente ed altruista, eppure dotata di un carattere passionale (che sapeva dominare) e determinato: una che non si abbattè neppure quando Robert Southey, grande poeta del tempo, rispose ad una sua lettera consigliandole di rinunciare alla carriera letteraria e di dedicarsi, piuttosto, alle attività proprie di una donna, come la casa e la famiglia. Anche quando si parla dei successi della Brontë scrittrice, ciò che colpisce di più è il fatto che Charlotte fosse così poco affascinata della notorietà nel bel mondo, ma fosse invece particolarmente sensibile di fronte alle manifestazioni di apprezzamento da parte dei suoi cari; o si emozionasse nel ricevere lettere da parte di persone qualsiasi, spesso gente molto umile, che la ringraziavano per aver dato vita a storie e personaggi che avevano tenuto loro compagnia durante tante ore liete. Tra le numerose storie infondate narrate su Charlotte Brontë, vi è l'idea che ella non amasse i bambini. Anche la Gaskell, nei primi capitoli della biografia, affermò questa convinzione, per poi smentirla molte pagine più avanti. Il fatto è che, una volta cresciuta, Charlotte, non aveva mai avuto rapporti col mondo dell'infanzia, e i soli bambini che aveva conosciuto, erano quelli di cui si era occupata in veste di istitutrice: bimbi viziati, maleducati e prepotenti, di cui uno, un bambino di pochi anni, giunse perfino a lanciarle contro dei sassi. Quando però conobbe le figlie della Gaskell, e soprattutto la piccola Julia, spiegò, in una lettera molto tenera, il suo rapporto coi bambini, creature davanti alle quali provava sempre un certo imbarazzo: "Mi sembrano piccole meraviglie, il loro conversare, il loro modo di essere, sono per me occasioni di riflessione ammirata, perplessa". Elizabeth Gaskell, desiderosa di fornire l'immagine più fedele (e più edificante) possibile dell'amica scomparsa, scelse, quando possibile, di presentare Charlotte attraverso le sue stesse parole, e si servì così di numerose sue lettere dalle quali, oltre al carattere della stessa Charlotte, è possibile apprendere molti particolari anche sulle sue sorelle. Emily: l'indomita, ostinata, introversa Emily, decisa fino all'ultimo a svolgere le sue attività, ad occuparsi del prossimo, lei che con la sua risolutezza riusciva a placare anche il più feroce cane e che, per via di quel carattere indomabile, appariva scostante e fredda... Una figura, la sua, che ricorda da vicino quella di Lockwood quando, nel primo capitolo di Cime Tempestose, diceva di essere conosciuto come un duro di cuore per via del suo carattere, ma solo lui sapeva quanto tale fama fosse immeritata. È penoso leggere del dolore di Charlotte, raccontato da lei stessa, quando, in un freddo pomeriggio di dicembre, dopo aver portato ad Emily un rametto d'erica, si accorse che la sorella, ormai sfinita, non riconosceva più il fiore che le era stato tanto caro. E come dimenticare l'ultima lettera scritta dalla povera Anne ad Ellen Nussey? La lettera in cui la ragazza, consapevole di avere poco da vivere, racconta dei suoi progetti ormai irrealizzabili e si rammarica di dover morire tanto presto, non solo per il padre e la sorella, ma anche per la consapevolezza di non aver realizzato niente di importante nella sua breve vita. Rimane impressa soprattutto la sua immagine nella pensione di Scarborough, con le finestre rivolte al mare, dove la mite ed altruista Anne, si fece accompagnare da Charlotte ed Ellen, per poi spegnersi, solo quattro giorni dopo il suo arrivo, così serena e rassegnata, preoccupata solo di rincuorare la sorella affranta. La Gaskell, con la sua grande sensibilità e il suo evidente affetto per Charlotte, fa sì che anche il lettore divenga partecipe delle gioie e dei dolori della famiglia Brontë. Sono molti i momenti difficili da scordare, come quando Charlotte, dopo la morte delle sorelle, camminava nell'ombra della camera da pranzo ormai deserta, intorno a quello stesso tavolo sul quale, fino a poco tempo prima, aveva condiviso sogni e speranze con le sue sorelle mentre, tutte e tre, erano intente a scrivere quei capolavori che sarebbero entrati nella storia. Sarebbe, tuttavia, un grosso errore ritenere che quella di Charlotte sia stata un'esistenza di solo dolore: ella conobbe infatti non pochi momenti di allegria in compagnia delle amiche, con le quali scherzava volentieri; il suo vivace senso dell'umorismo, la sua capacità di rallegrarsi delle piccole gioie quotidiane, e, non ultima, la lettera in cui rimpiange le risate con le sorelle, in grado di spazzare via i malumori, sono tutti elementi che suggeriscono come, anche in quella sperduta canonica, la gioia e la serenità, almeno in certi periodi siano stati ospiti usuali. Spesso ci si lamenta del fatto che, in questa biografia, Charlotte Brontë, venga presentata come una sorta di figura angelica, dedita al solo dovere ed indifferente ai piaceri materiali... Sinceramente non ho riscontrato niente di tutto ciò. È vero, vi sono lettere in cui Charlotte esprime il proprio rimorso per non riuscire a dedicarsi a Dio come vorrebbe, e per essersi concentrata troppo sul proprio piacere personale; ma dovremmo vedere le lettere per quello che sono: pensieri scritti in momenti particolari, a volte positivi, altri negativi, esse rappresentano determinati stati d'animo, non l'intera vita di una persona... In un frammento, Charlotte dice ad Ellen di sentirsi vecchia e brutta; successivamente, avendo appreso che l'amica si è seriamente preoccupata, la rimprovera scherzosamente di aver preso alla lettera le sue esternazioni scritte in un semplice attimo di pessimismo. Tra le numerose critiche mosse alla Gaskell, ve ne sono alcune che la accusano di aver tralasciato alcuni significativi particolari della vita di Charlotte. I particolari a cui si allude sarebbero quelli relativi all'infatuazione di Charlotte per Constantin Héger, professore belga di letteratura, nonché marito della direttrice della scuola di Bruxelles in cui le Brontë studiarono. Naturalmente, in una società come la nostra, dove siamo abituati a vedere costantemente sviscerati i più intimi particolari della vita privata delle persone, può apparire strana una simile riserva da parte di una biografa. Non dimentichiamo però, che Elizabeth Gaskell non era una semplice biografa, ma era un'amica personale della scrittrice, una donna che l'aveva conosciuta e in cui Charlotte aveva riposto la propria fiducia; inoltre, e questo è essenziale, il presunto innamoramento di Charlotte per Héger, è una questione che, probabilmente, Charlotte non ammise completamente neppure con sè stessa e di cui, senza dubbio, non fece mai parola con nessuno. Che senso avrebbe avuto rendere pubblico un pettegolezzo così astratto ed irrilevante? E, soprattutto, con che coraggio Elizabeth Gaskell avrebbe potuto speculare su un sentimento tanto privato e gelosamente custodito nel cuore dell'amica scomparsa? Trovo che la scelta di non indagare sugli aspetti più delicati dell'animo di Charlotte, sia da considerarsi semplicemente come una forma di rispetto e d'intelligenza da parte della Gaskell. Fu questo stesso rispetto che impose alla biografa, dopo aver narrato dettagliatamente le vicende e i sentimenti della vita di Charlotte, di mantenere, per quanto possibile, il riserbo, sul breve periodo felice del matrimonio di Charlotte con Arthur Bell Nicholls, mostrandocene solo alcuni sprazzi, peraltro estremamente significativi. "Da questo momento in poi, le sacre porte del focolare domestico si chiudono sulla sua vita matrimoniale" scrive Elizabeth Gaskell, ed è certamente un peccato che, dopo aver seguito Charlotte in ogni momento della sua vita, aver sofferto con lei ed esserci rallegrati dei suoi successi, non ci sia concesso di condividere le gioie del suo periodo più lieto; ma in fondo, proprio per rispetto a Charlotte, trovo che la scelta di Elizabeth sia stata quella più giusta. Quel poco che ci viene mostrato, tuttavia, è più che sufficiente per comprendere la serenità, l'appagamento, la profonda felicità che, probabilmente, ella non aveva mai gustato veramente fino a quel momento. Personalmente ho trovato molto commoventi gli ultimi momenti della storia di Charlotte: quando lei, in attesa di un bimbo e confortata dalle costanti ed amorevoli attenzioni del marito, continua a sopportare la malattia con pazienza, incapace di credere che quella felicità, tanto desiderata e finalmente raggiunta, possa esserle strappata via proprio in quel momento. Ma, come giustamente dice Elizabeth Gaskell: "Gioivamo al pensiero che Dio avesse giudicato opportuno asciugare le sue lacrime (...) Ma le strade di dio non sono le nostre!". Avevo desiderato a lungo leggere questa biografia, e devo dire che le aspettative non sono state affatto deluse. Ho apprezzato moltissimo la figura di Charlotte, il suo carattere, la sua sensibilità, la sua profonda umanità, e per tutta la narrazione mi sono sentita davvero vicina a lei. Ho molto apprezzato anche lo stile della Gaskell, sempre impeccabile ed elegante. L'unico aspetto che mi ha irritata è il tentativo della biografa di "scusare" la passionalità di Charlotte, di giustificare la sua conoscenza di sentimenti ed emozioni giudicate inappropriate per una donna, spiegando che il contesto in cui era vissuta e gli eccessi del fratello Branwell, l'avevano portata, suo malgrado, a prendere coscienza di determinate realtà poco delicate. La Gaskell, per salvaguardare l'immagine dell'amica di fronte alla critica moralista dell'epoca vittoriana, insiste sul fatto che Charlotte, senz'altro, non era consapevole della presunta "indecenza" di alcuni passi dei suoi romanzi. Io trovo che, invece, Charlotte fosse pienamente convinta di quel che scriveva, solo che, a dispetto della mentalità di allora, ella non trovava proprio niente di scandaloso nel parlare apertamente della passione amorosa. Quando un letterato del tempo, maliziosamente, la accusò di aver scritto libri "un po'spinti", Charlotte rimase molto colpita e disorientata da tale affermazione: ella non accettava che le donne venissero relegate al ruolo di creature eteree, e rivendicava per il suo sesso, il diritto di pensare, sentire e scrivere proprio come gli uomini. È facile per un lettore immedesimarsi nei romanzi e nei loro personaggi, ed è naturale gioire per una bella conclusione o rattristarsi per un finale amaro... Risulta più difficile confrontarsi con un racconto che, pur avendo tutte le caratteristiche del romanzo, è una storia dove le vicende, le emozioni e le sofferenze non sono frutto della fantasia di un bravo autore, ma sono realtà appartenute a persone autentiche. Charlotte, coi suoi pregi e i suoi difetti, ha molto in comune con quelle eroine letterarie da lei stessa create, ne possiede le caratteristiche e i sentimenti e, se questa non fosse la sua vera storia, sarebbe facile immaginarla come la protagonista di un perfetto romanzo ottocentesco con tanto di insegnamento morale. Eppure non c'è niente di romanzesco nel racconto narrato dalla Gaskell: ci sono solo degli esseri umani, le loro vicende, i loro dolori e le loro speranze; a dimostrazione del fatto che, in fin dei conti, le storie più affascinanti sono proprio quelle tratte dalla vita reale e che, i veri eroi, non sono quelli che compiono imprese epiche nelle pagine di un romanzo, ma sono piuttosto le persone che, con coraggio, altruismo e dedizione, vivono le loro vite, affrontano le difficoltà e perseguono i loro obiettivi senza mai perdere di vista ciò che conta veramente... Proprio come una timida e talentuosa ragazza di campagna, nata quasi duecento anni fa nello Yorkshire, e mancata troppo presto.

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    5

    La vita di Charlotte Brontë è un libro di Elizabeth Gaskell.
    Il libro è la descrizione dell'infanzia solitaria delle Brontë nella silenziosa canonica abbarbicata sulle colline dello Yorkshire, i primi tentativi letterari, il fortunoso viaggio a Londra di Charlotte ed Emily in cerca di un edito
    ...continue

    La vita di Charlotte Brontë è un libro di Elizabeth Gaskell. Il libro è la descrizione dell'infanzia solitaria delle Brontë nella silenziosa canonica abbarbicata sulle colline dello Yorkshire, i primi tentativi letterari, il fortunoso viaggio a Londra di Charlotte ed Emily in cerca di un editore, la morte di Emily e di Anne e ,infine, la breve stagione felice dei matrimonio di Charlotte. Ho trovato questa biografia molto scorrevole e tutt'altro che noioso e poi ci sono dei punti molto commoventi come ad esempio quando Charlotte, in una lettera, scrive della morte di Emily. Inoltre, il finale è anch'esso molto commovente: Elizabeth Gaskell, secondo me, è riuscita a trasformare un finale molto triste, uno di quelli che lascia l'amaro in bocca, in un finale commovente, ma non per questo banale. Consiglio vivamente questa biografia a chi ama i romanzi di Charlotte Brontë, perché' aiuta anche a capire come siano nati i suoi personaggi.

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  • 5

    se soffrite di addiction da epoca vittoriana è un libro da tenere in libreria

    Un salto nel tempo... fra lettere e racconti di prima mano sulle sorelle Bronte. Il fatto che l'autrice fosse effettivamente molto vicina a Charlotte rende gustosissime queste pagine. Alla fine vi sembrerà quasi di aver vissuto nella canonica insieme a loro.

    said on 

  • 4

    Un testo che non può mancare nella libreria di un'appassionata brontista; l'autrice, che davvero conobbe Charlotte, ci lascia frugare tra la sua corrispondenza, tracciando il ritratto di una donna molto sola, provata dalla vita, che per brevissimo tempo conobbe la felicità.

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  • 3

    Biografia di un'amica. E' la prima e unica volta che la Brontë viene descritta così, attraverso gli occhi di una donna simile a lei, per cultura e passioni. Da leggere se si amano i libri di Charlotte Brontë, così da scoprire anche una Gaskell poco nota rispetto alle sue contemporanee ...continue

    Biografia di un'amica. E' la prima e unica volta che la Brontë viene descritta così, attraverso gli occhi di una donna simile a lei, per cultura e passioni. Da leggere se si amano i libri di Charlotte Brontë, così da scoprire anche una Gaskell poco nota rispetto alle sue contemporanee

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  • 4

    Un così grande desiderio di ali

    Mi appello a quel pubblico che...sa come ammirare generosamente uno straordinario ingegno, come riverire un cuore caldo e pieno do ogni virtù. A questo pubblico affido la memoria di Charlotte Bronte Queste le battute finali del libro di Elizabeth Gaskell. Quasi un lascito testam ...continue

    Mi appello a quel pubblico che...sa come ammirare generosamente uno straordinario ingegno, come riverire un cuore caldo e pieno do ogni virtù. A questo pubblico affido la memoria di Charlotte Bronte Queste le battute finali del libro di Elizabeth Gaskell. Quasi un lascito testamentario, questa biografia che non solo è una tra le più belle della letteratura inglese ma che ci offre la ricostruzione della vita di Charlotte, Emily , Anne , i cui libri saranno letti fin quando esisterà una letteratura degna di questo nome. Chi non avesse letto nè la biografia nè i libri delle sorelle Bronte non ha mai avuto quindici anni o se li ha avuti non se n'è accorto. Fine cappello. Elizabeth Gaskell conobbe personalmente Charlotte, fu profondamente legata a lei da un profondo affetto , oltre che dal comune amore della scrittura. Ci sono delle imperfezioni, delle manchevolezze in questo libro ma il suo valore artistico e documentario non è da mettere in discussione. Entriamo con Elizabeth nel mondo di Haworth . Un piccolo gruppo di case , al sommo di una via scoscesa e sassosa tra la sterminata brufghiera sbattuta dal vento e a dominare le case , la canonica di pietra grigia, la chiesa nuda. con il sagrato e le pareti fitte di pietre tombali e il cimitero, e , più in alto ancora, la brughiera. Siamo nel paese di Haworth, nello Yorkshire, e la canonica è quella in cui visse il reverendo Patrick Bronte e le figlie Charlotte, Emily, Anne Bronte , che in questa selvaggia solitudine alimentarono di abnegazione e di sogni il loro genio letterario. IL reverendo Patrick Bronte arrivò alla canonica di Haworth nel febbraio del 1820. In quel luogo desolato e gelido dello Yorkshire, circondato da una brughiera ventosa e cupa, condusse con spirito cristiano portato alla penitenza (soprattutto degli altri) la giovane moglie Mary e i sei piccini nati in otto anni di matrimonio. La prima a morire, un anno dopo fu la sposa trentanovenne; le altre lapidi nella chiesa di Haworth ricordano la dodicenne Mary ,la undicenne Elizabeth nel 1825, e poi, a molta distanza, nel 1848, quella dell' unico figlio maschio, Patrick Branwell, trentenne, e di Emily ventinovenne; della ventisettenne Anne l' anno successivo, e nel 1855 di Charlotte che, a trentanove anni, aveva goduto le gioie del matrimonio, insieme al buon reverendo Mr Nichols, per solo nove mesi. Ovviamente alla lenta strage della sua delicata famiglia (compresi serve e animali di casa) il reverendo Bronte, semicieco ma di forte costituzione irlandese, sopravvisse per volere del Signore della sua Chiesa. Con l' elenco di queste lapidi e la descrizione di uno dei luoghi più desolati e selvaggi d'Inghilterra , comincia 'La vita di Charlotte', pubblicata nel 1857. Elizabeth Gaskell impiegò due anni a scriverla e ne fece un affascinante romanzo ricco di dolore devozione, spirito di sacrificio, rispetto per il padre tiranno e per il fratello alcolizzato . C'è il sentimento della morte ineluttabile e accettata con coraggio e follia. ,ci sono vite femminili desolate e misere; sia nelle lettere che nei ricordi, c' è la tisi, che in questa circostanza non è 'il mal sottile' ma un assedio continuo del corpo, con la febbre che sale e scende, le ossa che fanno male, l'aria che manca mentre i polmoni vanno in sfacelo. E a ciò si aggiungono con il freddo e il vento che flagella la brughiera per otto mesi l'anno geloni, insonnia , inappetenza, nausea, depressione, infiammazioni, deliri : il tutto sopportato con angelica accettazione. E più le tre figlie superstiti, si incrinano, più il padre sta meravigliosamente bene, pieno di vigore e buon appetito. Mentre l' adorato fratello Branwell, il maschio di casa che ha diritto alla genialità e dovrebbe diventare un grande pittore, affonda nell' oppio, nell' alcool e nell' amore colpevole per una furba signora sposata, di vent' anni più vecchia di lui, che la Gaskell maltratta tanto duramente da essere poi citata in giudizio per oltraggio. Come la maggior parte delle donne che hanno vissuto in uno dei periodi più oppressivi per loro, anche Charlotte, Emily e Anne dedicavano tutto il proprio tempo alla funerea e pur amata casa, dopo aver invano tentato di mettere su una di quelle scuole dell' epoca che raccoglievano signorine di buona famiglia . Cominciarono a scrivere poesie con trepidazione e un po' di vergogna, quasi si trattasse di qualcosa di sconveniente, poco femminile, disdicevole. Scrive la Gaskell:<< Le sorelle erano rimaste fedeli all' abitudine che risaliva ai tempi della zia: riponevano il lavoro di cucito alle nove di sera e incominciavano a studiare passeggiando su e giù per il soggiorno. Era quello il momento in cui parlavano delle storie che stavano scrivendo e se ne raccontavano gli intrecci. Una volta alla settimana ciascuna di loro leggeva alle altre quanto aveva scritto e ne ascoltava i commenti>>. Le sorelle, che pure tanto si amavano, avevano cominciato a scrivere in segreto l' una dall' altra e soprattutto dal padre, che avrebbe ritenuto inaccettabile una simile condotta libertina. Fu Charlotte, nel 1845, a scoprire i versi di Emily e di Anne: e, finalmente liberate dal sotterfugio, decisero, con un ardimento inconsueto in ragazze che da anni ormai quasi non uscivano di casa se non per prendere bronchiti e polmoniti nella brughiera ghiacciata e tempestosa, di inviare le loro poesie a un editore. Come Marian Evans, che si era scelta, per scrivere, il nome maschile di George Eliot con il quale divenne famosa, così le riservate sorelle Bronte decisero di tenere nascosta la loro identità femminile, e quindi poco raccomandabile. Ha scritto Charlotte nella prefazione a Cime tempestose e a Agnes Grey: <<Contrarie a esporci personalmente, nascondemmo i nostri nomi sotto gli pseudonimi di Currer, Ellis e Acton Bell: la scelta ambigua fu dettata da uno scrupolo ad assumere nomi inequivocabilmente maschili, pur non amando dichiarare il nostro sesso perché, anche se allora non sapevamo che il nostro modo di pensare e di scrivere era ben lontano da quello femminile, avevamo la vaga impressione che alle autrici si guardasse con pregiudizio: avevamo notato che la critica usa, per condannarle, l' arma della personalità e, per lodarle, una lusinga che non è vero apprezzamento >>. Del resto, qualche anno prima Charlotte aveva inviato i suoi versi all' allora sommo poeta Robert Southey, il quale le rispose gentilmente che la letteratura non può e non deve avere spazio nella vita di una donna. Più essa è impegnata nei suoi giusti doveri, meno tempo avrà per lo scrivere, sia pure come svago. Charlotte , abituata all' ubbidienza e ai limiti posti dalla femminilità, scrive cose che a leggerle, fan male. Si ritenne soddisfatta, visto che il consiglio le suggeriva una penitenza in più: << Mi sforzo di compiere tutti i doveri di una donna e anche di sentirmene molto interessata: non sempre ci riesco perché qualche volta, mentre sto insegnando o cucendo, penso che mi piacerebbe di più leggere o scrivere. Ma cerco di trattenermi: e l' approvazione di mio padre mi ripaga ampiamente della privazione >>. La disperante e malinconica passività di questa solitaria ragazza, tutta presa dalla conduzione del suo piccolo ospedale familiare, non le impediva però di scrivere. Dice la Gaskell: << Dal momento del successo di Jane Eyre, la vita di Charlotte Bronte si divide in due distinte correnti: quella seguita dallo scrittore Currer Bell e quella vissuta dalla donna... Quando un uomo diventa scrittore, ciò significa per lui un semplice cambiamento di attività, prende una parte di quel tempo che aveva dedicato a un qualche altro studio o lavoro... Ma nessun altro può prendere su di sé i silenziosi doveri di una figlia o di una moglie o di una madre, sostituendosi a colei che Dio ha destinato ad occupare quel posto >> Quando si scoprì che i famosi fratelli Bell erano le ignote sorelle Bronte, ci furono cattiverie. Thackeray, con irridente e altezzosa superiorità, scrisse a un amico, parlando di Charlotte: <<Quella povera donnetta geniale, la piccola ardente, zelante, coraggiosa, tremula creatura dall' aspetto squallido. Capisco molto della sua vita leggendo il suo libro Villette e capisco che, invece della fama, preferirebbe avere un qualsiasi uomo da amare e da cui essere amata. Ma è una personcina senza un grammo di fascino, ormai trentenne e sepolta nella campagna, a mangiarsi il cuore in attesa di qualcuno che non verrà >>. Conscia del suo fisico poco attraente, Charlotte aveva tuttavia respinto, nella prima giovinezza, due pretendenti, ovviamente reverendi; aveva probabilmente amato un insegnante sposato (ma la Gaskell evita accuratamente di parlarne, lei che, pur ammirando George Eliot, aveva sempre criticato la sua convivenza senza matrimonio) e proprio in quel 1853, grigia e scossa dalla tosse, era circondata dall' amore dell' ennesimo reverendo che poi avrebbe accettato come marito malgrado l' opposizione del padre, il quale non voleva perdere i suoi solleciti servizi. La vita che le sorelle Bronte condussero tra questo brullo e gelido paesaggio e in questa dimora severa e squallida, ripassa dinanzi ai nostri occhi in una successione di quadri desolanti e di figure che sembrano parlare d'un destino tarpato. Come tanta fiamma di passione potè unirsi ad una tale rassegnazione? Come un così alato desiderio del mondo potè formarsi in questa segregazione ? Come una così esperta consapevolezza delle cose umane potè coesistere con una così angelica ingenuità ? Sappiamo che le tre sorelle emigrarono solo per brevi stagioni dalla casa paterna e vi ritornarono sempre con piacere, come al solo nido sicuro e tranquillo, al solo luogo della loro missione. Eppure nulla qui, se non il loro reciproco amore, sembrava invitarle a restare. Qui mi allontano dalla Gaskell, che per il padre reverendo ebbe sempre rispetto, in ossequio ai lacci dell'era vittoriana, a cui nemmeno lei, donna 'di mondo' riuscì a sottrarsi interamente. Ed eccoli gli altri comprimari, padre e fratello. Il reverendo Patrick, era uno degli uomini più arcigni, rigidi e scontrosi cui ci si potesse imbattere sulla terra. D'origine irlandese, pareva invece nato su quel suolo, tra la popolazione del suo gregge aspra e vendicativa per antica eredità e per effetto del clima e della solitudine. Viveva per il suo ministero e per la famiglia, ma seguendo un regime speciale che lo teneva lontano da tutti, chiuso in se stesso. Rimaneva lunghe ore nel suo studio e vi prendeva, da solo, anche i pasti, con la scusa di una malattia di stomaco che lo travagliava e del suo bisogno di silenzio. Non pare che avesse molta dimestichezza neppure colla moglie, confinata quasi sempre a letto dalle gravidanze e poi, alla sua morte, sostituita da una sorella nella direzione della casa. Iroso, non si permetteva tra le pareti domestiche, una mala parola, ma si sfogava a modo suo, fuori di casa, sparando pistolettate il cui rimbombo rivelava ai famigliari quanto la tempesta gli urlasse dentro. Alle figlie imponeva abiti della massima semplicità, pronto a gettare al fuoco o tagliuzzare a brandelli gli indumenti che gli sembrassero troppo vistosi, e proibiva che alla loro mensa si servisse mai carne. Obbediva rigidamente alle regole pedagogiche di Rousseau portandole all'assurdo; le sue visite erano poche ; la sua porta non si apriva volentieri che ai suoi curati , sfuggiva la società e, quando usciva , non permetteva che alcuno lo accompagnasse. Non sembra che entrasse nella sua mente che le sue figlie potessero un giorno accasarsi, e ne vide morir due di tisi, una dopo l'altra senza troppo sgomento apparente. Le superstiti, Charlotte, Emily ,Anne, furono di buon'ora abituate ad accudire alle faccende domestiche, coll'aiuto della vecchia serva fedele, Tabby, sotto la guida della zia, Miss Branwell, venuta a prendere il posto della madre. Cucivano, lavavano, stiravano, facevano il pane, studiavano. Unico merito del reverendo padre fu che le ragazze ebbero sempre la libertà di leggere prendendo a prestito i libri dallo studio paterno o dalla piccola biblioteca circolante ; e loro lessero con intelligenza e con impegno le opere migliori, narrativa ,poesia e anche politica . Alle nove di sera, la casa restava silenziosa. Il padre, la zia, la domestica si ritiravano nelle loro stanze e le tre sorelle potevano dedicarsi a scrivere e a parlarsi, assaporando, finalmente la vita e rivelando loro anime profonde. Non frequentavano che poca gente, vivendo ritiratissime. La casa era il loro mondo. Dalle scuole lontane, dove erano state mandate a farsi un' educazione non avevano riportato che il senso d'una disperata nostalgia e un più grande bisogno di libertà interiore. Più che con gli uomini, sembravano vivere con la natura e le corse per la brughiera erano la loro avventura quotidiana, la loro liberazione, specialmente per Emily, l'unico modo per loro di riconfluire nell'universo. Anche Il fratello Branwell non fu per esse di conforto, ma un convulso mistero di fronte al quale rimanevano tremanti e perplesse. Mori e presidio della casa doveva restare così il vecchio padre . Solo una volta si ribellarono alla decisione che egli aveva preso di allontanare da casa la fedele Tabby, ammalata ed ormai inabile al lavoro. Emily e Anne in questa circostanza dimostrarono la loro disapprovazione chiudendosi in un mutismo assoluto e rifiutando più volte di mangiare. Questo silenzioso sciopero della fame valse a far recedere il reverendo dal suo proposito, almeno per quella volta. Questo piccolo episodio rivela quanto fosse vivo in loro il senso della giustizia e della riconoscenza, ma rivela anche che la forza della loro personalità non si era annullata nella rinuncia quasi monacale cui si erano rassegnate. La loro intelligenza e la loro creatività lievitavano nella clausura domestica ed il loro destino era quello di riversare nei libri quella piena delle emozioni che non potevano esprimere in altro modo. Dopo la fine di Emily e Anne Charlotte doveva restar sola a vigilare la gloria delle sorelle e a continuare la serie dei suoi romanzi. Eppure, anche celebre, e anche attirata a malincuore in qualche salotto letterario di Londra la sua piccola figura passava tra gli ammiratori che se la additavano, sempre vinta dallo sgomento, come avvolta da una malinconia tragica, come se l'atmosfera della casa paterna e il fumigante gelo della brughiera le mordesse il cuore. Anche le sue gioie erano raccolte e timorose, anche la sua gloria pareva farle paura. I suoi mesi migliori furono quelli in cui, finalmente sposò l'uomo che l'aveva lungamente attesa ed amata in silenzio. Ma non abbandonò neppur allora la casa paterna e rimase nella fredda ombra del padre. Ma questi mesi furono troppo brevi, tardiva la felicità. Sposatasi nel giugno del 1854 si ammalò e morì nel marzo dell'anno dopo, lasciando soli, l'uno di fronte all'altro, i due uomini d chiesa, suo padre e suo marito, a ri pensare a tante morti e a resistere ancora a tanti dolori. Nella piccola, fredda chiesa di Haworth le sorelle Bronte riposano insieme. Chi abbia voglia di incontrarle le troverà sedute nei banchi solitari della chiesa, nelle loro vesti grigie, con i libri di preghiera tra quelle mani che scrissero romanzi di furore e passione, le vedranno ripercorrere le silenziose stanze della canonica , dove ancora il vento della brughiera entra ululando, come un'anima che si dibatte contro il destino e non trovi quiete pace se non per lambire il vasto silenzio della neve.

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    Le immortali sorelle Brontë

    La biografia di Charlotte scritta magnificamente dalla sua amica Elizabeth Gaskell (autrice inglese, ahimè, stranamente poco conosciuta in Italia) è un’opera bellissima, commovente e tristissima.
    Attraverso una vastissima raccolta di lettere (ai familiari, agli amici, all’editore, ai personaggi ...continue

    La biografia di Charlotte scritta magnificamente dalla sua amica Elizabeth Gaskell (autrice inglese, ahimè, stranamente poco conosciuta in Italia) è un’opera bellissima, commovente e tristissima. Attraverso una vastissima raccolta di lettere (ai familiari, agli amici, all’editore, ai personaggi della scena letteraria), di aneddoti, episodi e testimonianze raccolte direttamente tra coloro che l’hanno conosciuta, l’autrice ci racconta non solo la vita di Charlotte, ma di tutta la famiglia Brontë; la testarda Emily, la dolce e mite Anne, e il loro amato e sfortunato fratello Branwell, sullo sfondo della canonica di Haworth e della bellissima brughiera dello Yorkshire. Ne viene fuori un ricco ed interessante ritratto sulla vita di questa magnifica scrittrice e della sua famiglia, sfortunata e appassionata di letteratura. La sua vita costellata dai lutti e dalla salute cagionevole sin dalla tenera età; la morte della madre, l’infanzia solitaria nella canonica, la morte delle sorelle maggiori nell’istituto che lei descriverà nel suo libro più famoso, Jane Eyre, il suo soggiorno a Bruxelles per imparare il francese, il sogno irrealizzato di aprire una scuola con le sue sorelle, l’ansia e la sofferenza causata dall’amato e infelice fratello Branwell, poi la morte, di uno dopo l’altra di suo fratello e delle sue amate sorelle, la preoccupazione per la salute del padre, la sua carriera letteraria e il suo breve matrimonio con il curato Arthur Nicholls. Ahimè, però, un piccolo neo quest’opera ce l’ha, ed è l’omissione, da parte dell’autrice, dell’amore non corrisposto di Charlotte per il suo professore, sposato e con figli, Monsieur Héger. Tema, questo dell’amore tra allieva e professore, che sarà presente nella maggior parte dei suoi libri. Una biografia che mi è piaciuta tantissimo, mi ha permesso di conoscere meglio Charlotte sia come persona sia come scrittrice, la sua vita, il suo carattere, la sua bella e speciale famiglia, che amavo già e adesso adoro ancora di più.

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