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The Making of an Englishman

Erinnerungen eines deutschen Juden

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3.7
(230)

Language:Deutsch | Number of Seiten: 352 | Format: Others | In einer anderen Sprache: (Andere Sprachen) Italian

Isbn-10: 3257230184 | Isbn-13: 9783257230185 | Publish date: 

Category: Biography , Fiction & Literature , History

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Buchbeschreibung
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  • 4

    "È la storia di un uomo... la cui unica ambizione, ahimè irrealizzabile, è raggiungere le stelle non con un razzo ma con la propria arte." Nel 1960, a cinquantanove anni, quando suggella con queste parole intrise di amarezza la propria biografia, Fred Uhlman è ormai un pittore affermato, ma nel c ...weiter

    "È la storia di un uomo... la cui unica ambizione, ahimè irrealizzabile, è raggiungere le stelle non con un razzo ma con la propria arte." Nel 1960, a cinquantanove anni, quando suggella con queste parole intrise di amarezza la propria biografia, Fred Uhlman è ormai un pittore affermato, ma nel campo della scrittura la fama continua a eluderlo. Gli arriverà postuma con lo straordinario successo de L'amico ritrovato, divenuto in breve tempo un bestseller mondiale. È una delle ironie di una vita, dominata nel bene e nel male dal caso, il cui racconto, commosso, partecipato e ricco di episodi curiosi e divertenti, si legge come un romanzo. L'autore parla dell'inizio delle persecuzioni razziali e dell'emarginazione degli ebrei che precede l'Olocausto con il senso di stupore di chi non riesce a darsi ragione di un'enorme ingiustizia, di un vero e proprio tradimento. Solo pochi hanno il coraggio di tagliare le radici e scegliere la via dell'esilio, tra questi Uhlman, che si rifugia a Parigi, poi in Spagna e infine in Inghilterra.
    Il libro inizia così: «Non è che sappia poi molto delle origini della mia famiglia, che era di Freudenthal, un piccolo villaggio non lontano da Stoccarda. A quanto mi consta, prima del XVIII secolo gli ebrei in Germania non avevano neppure un cognome. In tutto il Wùrttemberg c'erano soltanto circa cinquecento ebrei. Tenuti ai margini di tutte le maggiori città, dipendevano completamente dal Duca, il quale poteva espellerli a suo piacimento e li teneva con sé a patto di ricavarne qualche vantaggio. Conosciuti con il nome di Schutzjuden, ebrei protetti, dovevano pagarsi la protezione. C'era una "tassa d'ammissione" e un tributo annuale».
    Fred Uhlman in questo libro ci racconta la sua storia, una storia che si legge come un racconto, una lente sugli avvenimenti del suo tempo: ascesa al potere di Hilter, leggi razziali, fuga in Francia, Inghilterra (sua seconda patria), Spagna. Ci racconta gli anni di obbedienza allo stato tedesco, la sua crescita tra un padre troppo disordinato e una madre ignorante, della sua poca conoscenza dell’ebraismo – in quanto cresciuto in una famiglia laica –.
    Ormai in quella Germania non c’era posto per gli ebrei, e Fred l’aveva capito bene, tantoché riuscì a trovare la forza di fuggire in quel di Parigi, tra quartieri altolocati e bohemien, dove incontrerà artisti del calibro di Picasso e De Chirico.
    Successivamente scopre – forse grazie a questi incontri – la sua passione: la pittura. Certo, non è semplice, in un momento del genere dedicarsi all’arte da esule, e senza un appoggio o amici su cui contare, oltre al fatto che alcune attività commerciali da lui fondate si rivelarono un vero fallimento. Dopo una breve fuga in Corsica, si avventura per L’Inghilterra, qui si sposerà e deciderà di fondare la “Free German League of Culture” con lo scopo: «di unire le migliaia di profughi tedeschi in Inghilterra in un'efficace organizzazione antinazista».
    Un libro che seppur tocca argomenti estremamente delicati – come nella Trilogia del ritorno – riesce ancora una volta ad usare quel giusto linguaggio, che affascinerà qualunque lettore, incuriosito, forse, di sapere di più sulla vita e sul passato di quest’uomo e della sua famiglia.
    Eccellente per me è l’appendice, che riporto integralmente: «Quand'ero bambino, nell'intero Wurttemberg c'erano circa diecimila ebrei, quattromilaquattrocento dei quali vivevano a Stoccarda. Alcuni erano artigiani ma, per lo più, facevano i commercianti; un numero abbastanza cospicuo erano avvocati e medici, le due professioni più accessibili agli ebrei. La maggioranza apparteneva alla classe media e la mia impressione è che nell'insieme se la passavano abbastanza bene e soltanto pochi erano davvero poveri. Alcuni, anzi, erano ricchissimi e questo in una città che era una delle più ricche dell'intera Germania. I rapporti tra ebrei e cristiani erano nel complesso amichevoli, ma i
    rapporti sociali erano limitati e in genere gli ebrei si tenevano alla larga e preferivano frequentarsi tra di loro anziché correre il rischio di essere discriminati. (Tutti i circoli di tennis ufficialmente escludevano gli ebrei, anche se poi era consentita qualche eccezione.) Quando dico che gli ebrei preferivano frequentarsi tra di loro non voglio con questo dire che non esistessero differenze sociali al loro interno. Anzi, è difficile immaginare una gerarchia più rigida e una società più snob e cosciente delle differenze di classe di quella ebrea. In cima alla scala e era la "nobiltà", un piccolo gruppo di forse dodici famiglie, non meno elitaria dell'alta società di Boston. Erano die Altangesessenen, le famiglie che si erano installate a Stoccarda all'inizio del XIX secolo, soprattutto avvocati, banchieri, uno o due giudici che si tramandavano la professione di padre in figlio, e che si consideravano superiori non soltanto perché risiedevano a Stoccarda da più tempo ma per il loro livello culturale superiore. Queste famiglie potevano permettersi di guardare dall'alto in basso i commercianti, collezionavano quadri, mandavano i figli all'università, avevano denaro, e disprezzavano quelli che dovevano faticare per guadagnarsi da vivere. Alcune di queste cercavano di evitare in tutti i modi ogni contatto con gli altri ebrei e perfino con i loro parenti: Fritz Elsas, il nipote di mia nonna, ne è un esempio; facevano battezzare i figli e facevano di tutto per entrare nella società cristiana, uno sforzo che in certi casi era coronato da successo. A un gradino leggermente inferiore della scala sociale veniva il gruppo di gran lunga più numeroso: soprattutto ricchi uomini d'affari, medici, avvocati, le cui famiglie erano a Stoccarda da due o tre generazioni, i quali si conoscevano, si frequentavano e si sposavano tra di loro. Pur non disdegnando di avere qualche amicizia al di fuori della loro cerchia, avevano una spiccata preferenza per i loro amici e parenti ebrei. Le loro famiglie erano poco numerose: uno o due figli erano la norma. Ancora più in basso venivano gli ebrei più poveri e i nuovi venuti, die Dorfjuden, gli ebrei di villaggio, per lo più ex mercanti di bestiame e piccoli commercianti; e in fondo venivano die Pollacken, gli ebrei polacchi e russi. (Mi ricordo di una scenata che mi fece mio padre perché avevo portato a casa un Pollack, un compagno di scuola, il quale, tra parentesi, oggi insegna diritto all'università di Harvard.) Tra le famiglie più ricche c'erano i Wolf, gli Strauss e gli Heilner, i quali possedevano grandi imprese e avevano rapporti commerciali in tutto il mondo, ma non appartenevano, nonostante la loro ricchezza, alla "nobiltà" ebrea, perché per essa erano "troppo nouveau anche". I Wolf soprannominati semplicemente i Lumpen Wolf, i Wolf straccioni - erano di gran lunga la famiglia ebrea più ricca di Stoccarda, probabilmente una delle più ricche di Germania, e mi ricordo che un tema ricorrente, sempre discusso con grande passione, era la consistenza patrimoniale dei Wolf. Duecento milioni di marchi o forse trecento? Tutto quello che si sapeva per certo era che die Lumpen Wòlfe avevano imprese dappertutto, in India, Scandinavia e Cina, e che la maggioranza delle filande in Svizzera erano di loro proprietà. A dispetto della loro ricchezza, i Wolf, come quasi tutti gli ebrei di Stoccarda, vivevano modestamente e senza ostentazione. Era sufficiente entrare nella cerchia dei ricchi: mettere in piazza la propria ricchezza era considerato di cattivo gusto. Quando il figlio di uno dei Wolf si costruì una magnifica villa da dove si dominava la città, dovettero passare degli anni prima che suo padre accettasse di trasferirsi. L'auto era considerata un lusso ed era usata soprattutto per affari. Mi ricordo ancora la collera dei fratelli di mio padre quella volta che usò l'auto della ditta per portarci in gita nella Foresta Nera. L'auto della ditta. Per una gita di piacere! Il denaro non era fatto per essere speso ma accumulato. Ora non era più necessario per ottenere la protezione di un principe, adesso significava prestigio e potere, e se questo non bastava, si poteva sempre comprare un titolo: venti o trentamila marchi donati a un ospedale o a un museo potevano procurare il titolo di Kòniglicher Kommemenrat, di consigliere commerciale reale, o, se non era ancora abbastanza, si potevano allargare ancora di più i cordoni della borsa e diventare Wirklicher Kòniglicher Kommenienrat, un "vero" consigliere commerciale del re! E per appena cinquecento marchi si poteva diventare console di Panama! Nella vita della comunità ebraica la religione era quasi assente e per quasi tutto l'anno la sinagoga rimaneva deserta, affollandosi soltanto due volte, il giorno dell'Espiazione e a Capodanno. La maggioranza degli ebrei non erano di stretta osservanza, ma alcuni erano rigidamente ortodossi, mangiavano soltanto cibo cascer, osservavano il giorno festivo e si rifiutavano di fare qualsiasi lavoro di sabato. Non viaggiavano, non sollevavano il ricevitore del telefono, non portavano nulla, neppure le bretelle per "portare" i pantaloni, che sostituivano con una cintura. E così via. Ma per la maggioranza questi puristi erano maniaci, sopravvivenze del passato o caricature. (E, comunque, era molto probabile che fossero dei Pollacken.)
    Alla fine degli anni '20, molti ebrei liberali erano, nondimeno, preoccupati dell'evidente decadenza morale dei loro correligionari, i quali non avevano fede o erano molto tiepidi, facevano matrimoni misti, avevano pochi figli e in qualche caso neppure uno, e si suicidavano sempre più spesso. Perciò, tentarono di arrestare den Untergang der Deutschen juden, il declino degli ebrei tedeschi, sostenendo che i loro figli dovevano almeno sapere perché erano ebrei. Ma ormai era troppo tardi. Come quasi dappertutto, gli ebrei tedeschi erano eccessivamente patriottici. Si vantavano - fin quasi a rendersi ridicoli - di essere innanzitutto tedeschi e poi ebrei. Così davano ai figli dei nomi spiccatamente tedeschi, al punto che Siegfried e Sigmund diventarono nomi quasi esclusivamente ebrei. In ogni caso, tutto questo ha un interesse puramente storico perché ci pensò Hitler a "risolvere" il problema. Dopo la guerra, a quanto mi consta, erano rimasti soltanto dieci o dodici ebrei a Stoccarda. Tutti gli altri - i sopravvissuti delle camere a gas - erano emigrati».

    gesagt am 

  • 2

    Io credo che se uno si accinge a scrivere la propria autobiografia deve aver vissuto una vita davvero interessante o deve almeno avere il dono di rendere interessante o emozionante anche il meno significativo degli episodi. Fred Uhlman non rientra in nessuno di questi casi: racconta in maniera no ...weiter

    Io credo che se uno si accinge a scrivere la propria autobiografia deve aver vissuto una vita davvero interessante o deve almeno avere il dono di rendere interessante o emozionante anche il meno significativo degli episodi. Fred Uhlman non rientra in nessuno di questi casi: racconta in maniera noiosa una vita già di per se abbastanza piatta. Infatti lui era un viziatissimo figlio di papà, giustamente scappato dalla Germania appena cominciarono le persecuzioni contro gli Ebrei, ma mantenuto a distanza dal padre che invece è rimasto lì ed è finito in una camera a gas; e quando il padre non l'ha più potuto assecondare nei suoi capricci si è preso in moglie la figlia di un ricchissimo lord inglese che gli ha permesso di continuare a non lavorare neanche un giorno nella vita. Irritante.

    gesagt am 

  • 3

    3* e 1/2
    Complessivamente un bel libro. Lo sguardo di Uhlman (avvocato, pittore e scrittore) sui suoi tempi e sugli avvenimenti che hanno scosso l'Europa negli anni del nazismo e della guerra. Ricco di aneddoti interessanti (come interessante è stata la sua vita), annega abbastanza spesso n ...weiter

    3* e 1/2
    Complessivamente un bel libro. Lo sguardo di Uhlman (avvocato, pittore e scrittore) sui suoi tempi e sugli avvenimenti che hanno scosso l'Europa negli anni del nazismo e della guerra. Ricco di aneddoti interessanti (come interessante è stata la sua vita), annega abbastanza spesso nella lentezza e ci sono passi che si leggono faticosamente. Non mi ha convinta del tutto ma vale la pena leggerlo.

    gesagt am 

  • 5

    un pittore

    un libro scritto da un pittore.
    scritto bene, mai banale. racconto di amicizia e persecuzione.
    una sera passata molto intensamente. ve lo consiglio

    gesagt am 

  • 5

    ...raggiungere le stelle non con un razzo ma con la propria arte...

    La ragione per cui ho raccontato la mia vita non è perchè avessi grandi avvenimenti da immortalare ma perchè è la storia di un uomo medio e del suo tempo. Di un uomo, il quale, sorpreso da uno degli uragani più furiosi della storia, è sopravvissuto a un disastro che ha inghiottito continenti inte ...weiter

    La ragione per cui ho raccontato la mia vita non è perchè avessi grandi avvenimenti da immortalare ma perchè è la storia di un uomo medio e del suo tempo. Di un uomo, il quale, sorpreso da uno degli uragani più furiosi della storia, è sopravvissuto a un disastro che ha inghiottito continenti interi e milioni di persone migliori e meno fortunate.

    gesagt am 

  • 4

    Per chi ha amato "L'amico ritrovato", legge con interesse storie, vere e romanzate, del periodo che va dai primi anni del novecento al periodo post bellico e non ha pregiudizi.

    gesagt am 

  • *** Dieser Kommentar enthält Spoiler! ***

    4

    L'autobiografia dell'autore de "L'amico ritrovato". Mi è piaciuta anche se del libro che amo tanto ho ritrovato poco e niente.

    gesagt am 

  • 3

    Molto meglio "L'amico ritrovato"

    L'ho comprato dopo aver letto "L'amico ritrovato", ma quest'ultimo rimane di gran lunga superiore. E' la biografia di Uhlman e a tratti si fa un pò fatica a leggerlo.

    gesagt am 

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