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The Namesake

By Jhumpa Lahiri

(171)

| Audio Cassette | 9780739306956

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Book Description

THE NAMESAKE follows the Ganguli family through its journey from Calcutta to Cambridge to the Boston suburbs. Ashima and Ashoke Ganguli arrive in America at the end of the 1960s, shortly after their arranged marriage in Calcutta, in order for Ashoke Continue

THE NAMESAKE follows the Ganguli family through its journey from Calcutta to Cambridge to the Boston suburbs. Ashima and Ashoke Ganguli arrive in America at the end of the 1960s, shortly after their arranged marriage in Calcutta, in order for Ashoke to finish his engineering degree at MIT. Ashoke is forward-thinking, ready to enter into American culture if not fully at least with an open mind. His young bride is far less malleable. Isolated, desperately missing her large family back in India, she will never be at peace with this new world.

Soon after they arrive in Cambridge, their first child is born, a boy. According to Indian custom, the child will be given two names: an official name, to be bestowed by the great-grandmother, and a pet name to be used only by family. But the letter from India with the child's official name never arrives, and so the baby's parents decide on a pet name to use for the time being. Ashoke chooses a name that has particular significance for him: on a train trip back in India several years earlier, he had been reading a short story collection by one of his most beloved Russian writers, Nikolai Gogol, when the train derailed in the middle of the night, killing almost all the sleeping passengers onboard. Ashoke had stayed awake to read his Gogol, and he believes the book saved his life. His child will be known, then, as Gogol.

Lahiri brings her enormous powers of description to her first novel, infusing scene after scene with profound emotional depth. Condensed and controlled, THE NAMESAKE covers three decades and crosses continents, all the while zooming in at very precise moments on telling detail, sensory richness, and fine nuances of character.

80 Reviews

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    Un libro bellissimo che parla di spaesamento ed identità. Che parla delle multiformi sfaccettature del sé. Quelle legate al proprio nome, alla percezione che gli altri hanno di noi, alle intricate relazioni famigliari, alla difficoltà di costruire un ...(continue)

    Un libro bellissimo che parla di spaesamento ed identità. Che parla delle multiformi sfaccettature del sé. Quelle legate al proprio nome, alla percezione che gli altri hanno di noi, alle intricate relazioni famigliari, alla difficoltà di costruire un sé univoco, coerente, in qualche modo intero.

    E' un libro sulla migrazione, quella condizione eterna di chi ha scelto di andar via dalle proprie certezze,

    "perché essere stranieri, comincia a realizzare Ashima, è come una gravidanza che dura tutta la vita — un’attesa perenne, un fardello costante, una sensazione persistente di anomalia. È una responsabilità ininterrotta, una parentesi aperta in quella che era stata la vita normale, solo per scoprire che la vita precedente si è dissolta, sostituita da qualcosa di più complicato e impegnativo. Come la gravidanza, essere stranieri, pensa Ashima, stimola la curiosità degli estranei, la stessa mescolanza di rispetto e compassione."

    "Quando Ashima e Ashoke chiudono gli occhi, non manca mai di sconvolgerli che i loro figli sembrino americani in tutto per tutto, che conversino con disinvoltura in una lingua che a volte tuttora li confonde, con un accento di cui sono abituati a diffidare."

    Chiunque abbia provato la sensazione dell'"essere straniero" può far proprie queste parole. E può farle proprie anche chi, in qualche modo si sente straniero e non sa nemmeno perché.

    E' un libro sul ricambio generazionale, sulle aspettative, sulla differenza tra famiglie dove si sussurra (quella di Gogol) e quelle dove si ride a gola spiegata (quella di Maxine).

    E' un libro sulla libertà di scelta, sulla libertà di scegliersi anche le proprie prigioni. Sui legami.

    ""Ti ricorderai di questo giorno, Gogol?" gli aveva chiesto suo padre, voltandosi a guardarlo, le mani premute come paraorecchi sui due lati della testa. "Per quanto me lo devo ricordare?" Sul vento che si alzava e calava, riuscì a sentire la risata di suo padre. Era lì, lo aspettava, gli allungò una mano quando si avvicinò. "Cerca di ricordarlo per sempre" disse quando Gogol lo raggiunse, prima di riportarlo lentamente indietro lungo il frangiflutti, fino al punto dove li aspettavano Sonia e sua madre. "Ricorda che io e te siamo arrivati fin qui, che siamo andati insieme in un luogo oltre il quale non si poteva più andare".

    "Si chiede come abbiano fatto i suoi genitori, a separarsi dalle rispettive famiglie, a vederle così di rado, a vivere scollegati, in perpetua aspettativa, o nostalgia. Tutti quei viaggi a Calcutta che tanto l’avevano infastidito — come potevano bastare? Non bastavano. Gogol adesso sa che i suoi genitori hanno vissuto la loro vita in America nonostante tutto ciò che mancava, con una forza che lui teme di non avere. Lui ha passato anni a tenere a distanza le proprie origini; i suoi genitori, a colmare quella distanza meglio che potevano. Eppure, con tutto il senso di distacco che aveva provato verso la famiglia in passato, durante gli anni del college, e poi a New York, aveva sempre gravitato intorno a quella cittadina tranquilla, ordinaria, che era rimasta, per sua madre e suo padre, prepotentemente esotica."

    E' anche un libro che paga un enorme tributo alla letteratura, alla Letteratura Russa.

    "Si rimette a leggere il «Globe», senza smettere di camminare. Zoppica appena appena, trascina il piede destro quasi impercettibilmente a ogni passo. Fin da bambino aveva l’abitudine di leggere camminando, sempre con un libro in mano sulla strada di scuola, passando da una stanza all’altra nella casa paterna ad Alipore, su e giù per tre piani di scale di argilla rossa. Senza scomporsi. Senza distrarsi. Senza inciampare. Da ragazzo aveva letto tutto Dickens. Leggeva anche scrittori più recenti, Graham Greene e Somerset Maugham, comprati al suo banchetto preferito in College Street con le mance dei pujo. Ma i suoi prediletti erano i russi. Il nonno paterno, ex professore di letteratura europea all’università di Calcutta, glieli leggeva ad alta voce in traduzione inglese quando era piccolo. Ogni giorno, all’ora del tè, mentre fratelli e sorelle giocavano a kabadi e a cricket fuori, andava in camera di suo nonno, e per un’ora il nonno leggeva sdraiato sul letto, con le caviglie incrociate, il libro appoggiato sul petto, e Ashoke raggomitolato accanto. In quell’ora Ashoke era sordo e cieco al mondo circostante. Non sentiva i fratelli e le sorelle ridere sul terrazzo, non vedeva la stanza angusta, ingombra e polverosa dove il nonno leggeva. "Leggi tutti i russi, e quando hai finito rileggili" aveva detto il nonno. "Non ti tradiranno mai. Quando ebbe imparato l’inglese a sufficienza, cominciò a leggerli per conto suo. Era stato camminando lungo le strade più rumorose, più trafficate del mondo, Chowringhee Road, Gariahat Road, che aveva letto pagine dei Fratelli Karamazov, Anna Karenina e Padri e figli. Una volta un cugino più piccolo, cercando di imitarlo, era caduto dalle scale di argilla spaccandosi un braccio. La madre di Ashoke era convinta da sempre che suo figlio maggiore sarebbe finito sotto un autobus o sotto un tram, con il naso immerso in Guerra e pace. Che sarebbe morto con un libro in mano."

    E questo mi ha fatto gongolare, perché un paio di anni fa ho scritto che "La letteratura indiana è la nuova letteratura russa".

    Ma questo non è un libro "indiano" è un libro sentitamente, autenticamente postcoloniale, è il libro della diaspora che ci portiamo tutti dentro, a meno che non siamo ottusi come qualche "Onorevole" leghista, o meschini quanto i promotori delle cortine di ferro tra "noi" e "Loro".

    PS Questa recensione è dedicata alla mia amica Speranza <3

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    Zaide Noll said on Sep 16, 2014 | 1 feedback

  • 1 person finds this helpful

    ma di preciso dove voleva andar a parare questa storia?
    l'ho letto velocemente sperando che ad un certo punto succedesse qualcosa...ed è successo che è finito..così come iniziato..una storia poco convincente che cerca di incentrare la storia sul "nom ...(continue)

    ma di preciso dove voleva andar a parare questa storia?
    l'ho letto velocemente sperando che ad un certo punto succedesse qualcosa...ed è successo che è finito..così come iniziato..una storia poco convincente che cerca di incentrare la storia sul "nome"..il concetto è stato chiaro dall'inizio, quindi tutte le ripetizioni di cui è infarcito il libro le ho trovate inutili...

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    Dilloamari said on Aug 24, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    The Namesake, “l’omonimo” in italiano, è Gogol, un giovane americano a cui i genitori, immigrati dall’India, hanno dato il nome dello scrittore preferito dal padre, professore universitario di ingegneria in un college del New England. E il titolo de ...(continue)

    The Namesake, “l’omonimo” in italiano, è Gogol, un giovane americano a cui i genitori, immigrati dall’India, hanno dato il nome dello scrittore preferito dal padre, professore universitario di ingegneria in un college del New England. E il titolo del romanzo rimanda proprio al rapporto –difficile- fra il protagonista e questo nome che fa di lui l’omonimo, appunto, dell’autore russo. Un nome che rappresenta una doppia fonte di straniamento: se da una parte il giovane Gogol sente forte il distacco dalla cultura indiana a cui invece i genitori sono strenuamente legati e che cercano disperatamente di trasmettergli, dall’altra egli non si capacita di aver ricevuto un nome che non ha nulla a che fare né con la civiltà americana né tantomeno con quella indiana, e che in fin dei conti non è neanche un vero nome ma un cognome, che lo associa poi ad un personaggio lontanissimo da lui nel tempo e nello spazio, protagonista di un’esistenza assurda e disperata…
    Jumpha Lahiri scrive un romanzo di formazione che segue cronologicamente la vita del protagonista dal giorno precedente alla sua nascita, quando in un afoso agosto del 1968, in un appartamento di un quartiere universitario di Boston, la madre Ashima inizia ad avere le doglie, fino a trentadue anni dopo, al Natale dell’anno 2000. Le lunghe ore di travaglio in gran parte solitario della donna, la corrispondente attesa, altrettanto solitaria, del marito, consentono all’autrice per mezzo di due lunghi flashback di raccontare alcuni momenti della precedente esistenza in India dei due personaggi, entrambi originari di Calcutta, dove si sono conosciuti e sposati. Questa prima parte del romanzo è perfettamente integrata con l’evoluzione della storia e la voce narrante in terza persona assume via via il punto di vista dei principali personaggi, rivelandosi più efficace nella caratterizzazione delle figure femminili.
    Il protagonista Gogol resta invece in qualche modo una figura opaca, che lo sguardo dell’autrice non riesce mai completamente a squarciare, anche se è comunque interessante il racconto della sua educazione sentimentale, del modo in cui le dinamiche spesso inaspettate e fortuite delle relazioni familiari e amorose influenzino il rapporto di Gogol con le sue culture di riferimento, americana e indiana.
    Infine la descrizione degli ambienti, degli spazi e dei luoghi assume un ruolo molto importante, è molto accurata e mai fine a sé stessa, così che ci sembra di sentire il freddo degli inverni del Massachusetts ma anche la calura umida di Calcutta, il sapore dei cibi speziati del Bengala e i profumi delle donne amate da Gogol. Abbiamo perfettamente davanti agli occhi, anzi ci sembra proprio di camminare fino alla punta di Cape Cod in una giornata d’inverno, sentiamo sulla nostra pelle la solitudine di una giovane madre in un piccolo appartamento pieno di piatti sporchi e di biancheria da lavare, con un neonato da allattare ed accudire e un’insopportabile nostalgia del proprio paese di origine.

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    Valefish said on Aug 14, 2014 | Add your feedback

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    pieno di luoghi comuni. troppe desrizioni dei colori: cioccolato, crema, petunia, verde acido... -.- du palle -.-'

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    nuova_leva said on Jul 31, 2014 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    Sinceramente dopo un mese non so ancora riorganizzare il mio pensiero su questo libro. Perché se da un lato trovo sia bello e veritiero, dall’altro non mi sembra così eccezionale come alcuni lo descrivono. Ho come la sensazione che le tematiche tratt ...(continue)

    Sinceramente dopo un mese non so ancora riorganizzare il mio pensiero su questo libro. Perché se da un lato trovo sia bello e veritiero, dall’altro non mi sembra così eccezionale come alcuni lo descrivono. Ho come la sensazione che le tematiche trattate nel libro - la maternità, la cultura, l’inserimento in una nuova società - pur trattate con molta delicatezza, non propongono davvero una nuova visione, una nuova interpretazione. Mi sembra di aver letto da qualche parte parole molto simili.
    Dall’altro lato però mi trovo a condividere molte cose: la sensazione di non appartenere a nessun luogo, perché non si condividono le abitudini e i valori né del luogo di provenienza né del luogo di “accoglienza”. La sensazione di non essere veramente capiti da nessuno, perché per gli abitanti di A sei B, e per quelli di B sei A. Certo, io non sono nella situazione di Gogol, per me è tutto ridimensionato, ma è comunque faticoso doverci convivere.
    Un altro motivo che mi spinge ad immedesimarmi in Gogol è la questione del nome. Io non faccio mistero di odiare il mio nome. È qualcosa che devo accettare, ma nessuno potrà mai farmelo piacere. Anch’io vorrei poterlo cambiare. Ma non posso.
    Nel complesso però il libro non mi ha colpito più di tanto. La scrittura è fluida, sì, ma anche troppo. È impersonale, fredda; parla di ogni personaggio nello stesso modo.
    È un bel libro, questo sì, ma non lo considererei un capolavoro. Degno di essere letto, certamente. Ma non un capolavoro.

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    Lucy said on Apr 5, 2014 | Add your feedback

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    Peccato

    Troppa carne al fuoco e poco sugo. Ci sono personaggi interessanti ai quali però manca spessore, umanità, restano dei racconti, una serie di fatti, di oggetti, di luoghi, di odori. Anche il protagonista che si prende la briga di cambiare il proprio n ...(continue)

    Troppa carne al fuoco e poco sugo. Ci sono personaggi interessanti ai quali però manca spessore, umanità, restano dei racconti, una serie di fatti, di oggetti, di luoghi, di odori. Anche il protagonista che si prende la briga di cambiare il proprio nome ma non di conoscerne l'origine dedicando 30 minuti alla lettura del racconto che ha affascinato il padre sembra essere il re dei superficiali.
    L'unico personaggio veramente riuscito è Ashima, la madre di Gogol, l'unica parte del romanzo davvero avvincente, poetica, spessissima è quella che racconta della sua nuova vita in America accanto ad un marito che non conosce, in una casa che le è estranea, in un Paese che non capisce fino in fondo. Se Lahiri avesse continuato su questo registro sarebbe stato un bellissimo romanzo, probabilmente le riescono meglio i racconti.

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    Marozzi said on Feb 19, 2014 | 1 feedback

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