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The New Imperialism

By

Publisher: Oxford University Press

4.2
(9)

Language:English | Number of Pages: 288 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Italian

Isbn-10: 0199278083 | Isbn-13: 9780199278084 | Publish date:  | Edition New Ed

Also available as: Hardcover , Others

Category: History , Non-fiction , Political

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Book Description
People around the world are confused and concerned. Is it a sign of strength or of weakness that the US has suddenly shifted from a politics of consensus to one of coercion on the world stage? What was really at stake in the war on Iraq? Was it all about oil and, if not, what else was
involved? What role has a sagging economy played in pushing the US into foreign adventurism? What exactly is the relationship between US militarism abroad and domestic politics? These are the questions taken up in this compelling and original book. In this closely argued and clearly written book,
David Harvey, one of the leading social theorists of his generation, builds a conceptual framework to expose the underlying forces at work behind these momentous shifts in US policies and politics. The compulsions behind the projection of US power on the world as a "new imperialism" are here, for
the first time, laid bare for all to see.
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  • 5

    Un modello di sintesi per un secolo di dibattiti

    In questo saggio, ormai un classico per chiunque si occupi di sociologia della globalizzazione, teorie dei sistemi mondo e di economia politica globale, Harvey coglie l'occasione offerta dall'involuzione neoconservatrice degli Stati Uniti dopo la presidenza Clinton per tirare le somme delle conos ...continue

    In questo saggio, ormai un classico per chiunque si occupi di sociologia della globalizzazione, teorie dei sistemi mondo e di economia politica globale, Harvey coglie l'occasione offerta dall'involuzione neoconservatrice degli Stati Uniti dopo la presidenza Clinton per tirare le somme delle conoscenze più basilari prodotte nell'ambito del dibattito sull'origine ed i caratteri dell'imperialismo, proponendo una propria sintesi.

    Per quanto solo pochi nomi vengano esplicitamente discussi (Annah Arendt, Rosa Luxemburg, Lenin), nel libro sono presenti tutte le posizioni espresse, dalla spiegazione territorialista di Schumpeter al dipendentismo. Dopo aver discusso il profilo storico dello sviluppo capitalistico a partire dalla seconda metà del XIX secolo, Harvey afferma la necessità di specificare due aspetti dell'esercizio del potere, la logica capitalistica e quella territoriale, al fine di poter determinare il profilo analitico della questione.

    Questa operazione permette ad Harvey di speculare sulle necessarie relazioni che intercorrono tra queste due logiche, enfatizzando il carattere crescentemente capitalistico dell'ambiente in cui viene esercitato il potere territoriale, ovverosia la volontà politica di organizzare coerentemente specifiche porzioni di spazio costituendole come regioni parzialmente autonome dal circuito del capitale.

    Si spiega così l'emergenza delle regioni e la produzione della territorialità specifica del capitalismo, in cui le tendenze contrapposte alla concentrazione e al decentramento, al monopolio ed alla concorrenza, alla formazione di alleanze di classe locali ed alla formazione di blocchi egemonici non solo non scompaiono a fronte della globalizzazione, ma vengono da essa intensificati ed amplificati ad una scala di attività ancora maggiore. Ponendo al centro di questo schema la tendenza del capitalismo a produrre crisi più o meno cicliche e di diversa qualità ed estensione geografica, Harvey presenta in modo ordinato e originale la propria teoria del fix spazio-temporale, espressione che indica quel processo di riorganizzazione delle basi spaziali e dell'orizzonte temporale del capitale attraverso cui le crisi vengono procrastinate, ammortizzate, temporaneamente risolte o semplicemente esportate da un luogo verso uno o più luoghi. Quel che tale ricostruzione delinea è quindi una teoria della distruzione creativa dello spazio, un originalissimo incrocio tra Marx, Schumpeter e Lefebvre.

    Con il consueto stile equilibrato, l'autore riconosce quindi tanto i rischi quanto le opportunità che la diversificazione del potere su base spaziale può presentare per la logica capitalistica, che necessita di barriere spaziali e di confini geografici proprio per poterli superare in ottemperanza alle leggi del proprio moto.

    Se per Harvey questo movimento è circolare e costantemente in riproduzione, in ultima istanza il geografo inglese sembra, correttamente a mio giudizio, lasciar intendere la soggiacente presenza di una tendenza evolutiva che spinge non già verso una piatta uniformità quanto verso l'uniforme distribuzione della densità dinamica del processo capitalistico. Questa visione della convergenza capitalistica, antitetica tanto nel merito (progressista e non apocalittico) quanto nel metodo (relazionale e non meccanicistico) alle teorie stagnazioniste tipiche di buona parte della discussione sull'imperialismo del secolo scorso, rende probabilmente giustizia più a Marx che ad ogni altro autore, sia marxista-leninista che liberale o terzomondista, il che non può che essere considerato come una notevole prova di coerenza.

    said on