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The Rebel

Publisher: Penguin Books Ltd

4.3
(342)

Language:English | Number of Pages: 288 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) French , Italian , Spanish , Portuguese , Chi simplified , Polish , Czech

Isbn-10: 0141182016 | Isbn-13: 9780141182018 | Publish date:  | Edition New Ed

Translator: Anthony Bower ; Contributor: Olivier Todd

Also available as: Hardcover

Category: Philosophy , Political , Social Science

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Book Description
"The Rebel" is Camus's attempt to understand the time 'I live in' and a brilliant essay on the nature of human revolt. Published in 1951, it makes a daring critique of communism, how it had gone wrong behind the Iron Curtain, and the resulting totalitarian regimes. It questions two events held sacred by the left wing, the French Revolution of 1789 and the Russian Revolution of 1917 that had resulted, he believed, in terrorism as a political instrument. In this towering intellectual document, Camus argues that hope for the future lies in revolt, which unlike revolution is a spontaneous response to injustice, and a chance to achieve change without giving up collective and intellectual freedom.
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  • 5

    Rivolta e rivoluzione.

    Mi è capitato di leggere che la vita divide le persone in chi la vive e chi la descrive, e che non si possono fare le due cose insieme. Mi sembra molto vero, ed anzi è spesso compito dei secondi trov ...continue

    Mi è capitato di leggere che la vita divide le persone in chi la vive e chi la descrive, e che non si possono fare le due cose insieme. Mi sembra molto vero, ed anzi è spesso compito dei secondi trovare schemi e chiavi di lettura per dare un senso al caotico e sanguinoso divenire della storia che vivono i primi. E’ capitato a Sant’Agostino dopo le invasioni barbariche, a Spinoza dopo le guerre di religione, a Hegel dopo il Terrore ed anche a Camus, alle prese col terribile cimento di trovare un senso allo stalinismo, che cominciava a mostrare al mondo il suo terribile volto proprio in quei primi anni cinquanta.

    Metabolizzare lo shock di vedere la rivoluzione che era stata (ed era ancora) la speranza di così tanti milioni di oppressi trasformarsi in un sanguinoso incubo rischiava di togliere legittimità al concetto stesso di rivolta: sembra quasi inevitabile che ogni forma di rovesciamento del potere sia destinato ad evolversi in una forma di oppressione ancora peggiore di quella da cui parte. E questo il mondo culturale di sinistra, alle prese anche con le sfacciate diseguaglianze sociali dell’ovest di quel mondo, non lo poteva accettare: questa è la vera necessità della riflessione contenuta in “L’uomo in rivolta”.
    Il libro è di difficile lettura e palesemente non ha intenti divulgativi, ma ha secondo me ha il merito di partire da grandi intuizioni e di restituire una interpretazione del mondo contemporaneo chiara, realistica ed utile per approfondire anche i nostri giorni. Per capire che cosa sia una rivolta, occorre partire dalla metafisica, ovvero sia dall’Essere. Cosa è dunque un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. E ciascuno di noi è definito nel suo Essere dai no che trova la forza di dire, esattamente come dalle decisioni positive.
    Questa è l’impostazione da cui trae spunto tutto il libro, che dapprima distingue rivolta (l’atto tutto interiore e personale di trovare la forza di disobbedire) e rivoluzione (l’evento storico che incarna una rivolta diffusa e rovescia il potere contro cui si ribella); e successivamente mostra come dalla rivoluzione francese in avanti, attraverso Rousseau, Hegel, Marx, Nietzsche ed i sistemi politici nazista e comunista che da loro hanno preso spunto, le tre forme di rivolta (metafisica, politica, artistica) siano corse di pari passo attraverso un percorso quasi obbligato fino al nichilismo del novecento.
    Tale nichilismo si incarna politicamente nell’hitlerismo e nello stalinismo da una parte, e nel vuoto artistico delle neoavanguardie e del neorealismo dall’altra. Tutto questo attraverso un ragionamento solido, lineare e rigoroso, che consente al lettore di chiudere il libro con una chiave di lettura arricchente ed utile dell’età Contemporanea dal punto di vista dei rivoluzionari di quelle generazioni. Personalmente non ho mai letto un libro che spieghi con tanta chiarezza in così poche pagine il paradosso tra l’ideale socialista e la sua manifestazione nella tirannia sovietica.
    E la via di uscita? Nello sforzo di dare nonostante tutto un’altra possibilità alla rivolta che non si rassegna alla compiaciuta disuguaglianza della società liberale, Camus sembra andare in difficoltà; a mio parere l’ultima parte del libro è davvero molto confusa, ma non priva di senso. Lo scrittore algerino definisce correttamente in schiavitù, menzogna ed omicidio i disvalori delle rivoluzioni degenerate da cui la rivolta nelle sue tre forme deve guardarsi, ma non riesce a portare alle estreme conseguenze il suo ragionamento: questo perché appartiene egli stesso al mondo culturale dell’Occidente e del nichilismo, e non riesce a rinunciare nè alla necessità della violenza del gesto rivoluzionario, né alla radicale disobbedienza verso ogni forma di verità rivelata (“la morte di Dio” di nietzscheiana memoria, che prende l’avvio proprio dalla rivoluzione francese). Finirà con l’avere un’idea molto fragile dell’ideale del rivoluzionario, sempre in tensione tra fedeltà all’ideale da cui nasce e necessità storica di dare ordine al caos che crea. E la sola strada per uscire da questa contraddizione sembra essere il sacrificio del rivoluzionario stesso, che muore per la sua idea. E’ un’immagine bella e molto adatta a quei tempi ( a Che Guevara sarebbe piaciuta molto), ma illusoria e pericolosa per chi vive nel mondo del 2011, dove tutti i giorni si assiste a rivoluzioni non certo giustificate dal sacrificio del fedayn di turno, anzi rese ancor più sanguinose.

    E’ un peccato, perché se non fosse stato così occidentale nel suo ateismo e nella sua volontà di potenza, il premio Nobel di Algeri avrebbe potuto accorgersi che tre anni prima una rivolta si era incarnata in una rivoluzione non condannata a degenerarsi. Si sarebbe accorto che un piccolo vecchietto magrissimo si sarebbe messo alla testa di un miliardo di uomini proprio per combattere la schiavitù in nome della libertà, la menzogna in nome della verità, l’omicidio in nome della non violenza. Non se ne è accorto perché da figlio della Rivoluzione francese non poteva capire che quel vecchio rivoluzionario che si chiamava Mohandas Karamchand Gandhi univa la fede in Dio alla verità ed alla non violenza, come principio irrinunciabile. E l’aver ucciso quel principio irrinunciabile è l’errore che condanna le rivoluzioni occidentali al sangue ed al nulla.

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  • 4

    Saggio estremamente avvincente, cui si deve la celeberrima rottura con Sartre. Rottura che appare comprensibilissima dopo aver letto la parte dedicata a Marx e all’URSS. Personalmente leggo Camus semp ...continue

    Saggio estremamente avvincente, cui si deve la celeberrima rottura con Sartre. Rottura che appare comprensibilissima dopo aver letto la parte dedicata a Marx e all’URSS. Personalmente leggo Camus sempre con un godimento particolare: sarà un po’ per il suo stile (sempre chiaro e senza fronzoli), un po’ per il modo di procedere del suo pensiero, ma ha su di me sempre un effetto rasserenante, malgrado le questioni affrontate. Ricordo che Il mito di Sisifo mi fece un effetto molto simile.
    Le ultime due parti, quelle più propriamente programmatiche del saggio - Rivolta e Arte e Il pensiero meridiano - appaiono piuttosto datate.

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  • 3

    “… quando il lavoro è avvilimento, non è vita, sebbene occupi tutto il tempo della vita.”
    “La rivolta non è in sé un elemento di civiltà. Ma è premessa ad ogni civiltá.”
    “Se esiste la rivolta, è in ...continue

    “… quando il lavoro è avvilimento, non è vita, sebbene occupi tutto il tempo della vita.”
    “La rivolta non è in sé un elemento di civiltà. Ma è premessa ad ogni civiltá.”
    “Se esiste la rivolta, è in quanto menzogna, ingiustizia e violenza ne determinano, in parte, le condizioni.”
    Di non facile lettura ma pieno di spunti interessanti, specialmente pensando che è stato scritto nel 1951.

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  • 4

    "L’uomo può signoreggiare in sé tutto ciò che deve essere signoreggiato. Deve riparare nella creazione tutto ciò che può essere riparato. Dopo di che, i bambini moriranno sempre ingiustamente, anche i ...continue

    "L’uomo può signoreggiare in sé tutto ciò che deve essere signoreggiato. Deve riparare nella creazione tutto ciò che può essere riparato. Dopo di che, i bambini moriranno sempre ingiustamente, anche in una società perfetta. Nel suo sforzo maggiore, l’uomo può soltanto proporsi di diminuire aritmeticamente il dolore del mondo. Ma ingiustizia e sofferenza perdureranno, e per limitate che siano, non cesseranno di essere scandalo. Il “perché” di Dimitri Karamazov continuerà a risuonare, l’arte e la rivoluzione non moriranno se non con l’ultimo uomo." (p. 331)

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  • 5

    Enfin, ce l'ho fatta! Un libro splendido e importante, scritto in una prosa da grande letterato. Non solo un excursus culturale a tutto tondo sulla figura del ribelle (si passa da Sade a Rimbaud, i s ...continue

    Enfin, ce l'ho fatta! Un libro splendido e importante, scritto in una prosa da grande letterato. Non solo un excursus culturale a tutto tondo sulla figura del ribelle (si passa da Sade a Rimbaud, i surrealisti,  i nichilisti russi, Nietzsche, la Rivoluzione Francese, il Marxismo, alla rivolta nella letteratua e nelle arti figurative), ma una vera rilfessione filosofica sulla rivolta, la sua importanza morale e sociale e la sua differenza ontologica dalla rivoluzione.

    Si parla di grazia infranta, di coscienza individuale, di responsabilità, di giustizia e di solidarietà, in questo saggio, ecco perchè a mio avviso Camus, superato il nichilismo de “Il mito di Sisifo”, dove peraltro già riconosceva l'importanza di un agire personale giusto, qui è davvero latore di speranza e di ideali di sinistra, molto più dell'intellighenzia francese del tempo – Sartre in primis – che con questo libro si inimicò. E' anche un libro contro: le violenze di ogni natura e i Totalitarismi,che spesso le incarnano.

    La lacerazione profonda tra Sartre e Camus nacque dal fatto che Camus, dopo aver visitato l'Urss di Stalin, vide ed elaborò il suo pensiero di dissenso dai crimini staliniani. Sartre, che pur ne era a conoscenza come molti suoi colleghi, non sopportò che l'amico e compagno “usasse” questi argomenti – veri – che avrebbero screditato tutto l'esperimento socialista in atto in Russia. Lo scontro Camus Sartre è quindi ben altro di uno scontro ideologico o filosofico, è quello tra due mondi: la coscienza individuale vs l'appartenenza politica, la giustizia vs l'opportunismo, il valore dell'individuo e del suo sentimento critico vs l'acquiescente appartenenza a un Gruppo-Partito. Tra la comodità di far tacere la coscienza e la scomodità di ascoltarla e darle voce Camus scelse
    la seconda, un atto di coraggio che me lo ha sempre fatto preferire a Sartre.

    Nella sua riflessione Camus arriva a dire che la rivolta è l'unico atto che può dare un senso a un mondo privo di senso, è un atto creativo, profondamente vitale, animata com'è dal desiderio di ristabilire una giustizia infranta e riparare a un torto che si vede e non è detto che sia personale. L'uomo della rivolta, in quanto artefice di vita, non può uccidere, ma la rivolta porta spesso alla rivoluzione, che uccide per affermarsi e spesso uccide dopo per mantenersi come nuovo potere costituito. La contraddizione parrebbe insanabile. Invece Camus, con un vero atto di coerenza geniale, io credo, è uscito dall'impasse così: se il rivoltoso per ristabilire la grazia deve uccidere, deve farlo a patto di non essere carnefice ma vittima a sua volta, deve uccidere il tiranno e poi uccidersi, come i primi rivoluzionari russi.

    Ecco che la rivolta non può mai cristallizzarsi in rivoluzione, ma essere rivolta perpetua, quella della coscienza individuale, in primo luogo. Il ribelle è un uomo libero, coraggioso, cosciente e solidale, spesso è un uomo solo. Prometeo che dona la vita, non può diventare a sua volta tiranno, ma dopo aver donato la vita al mondo, deve sacrificare la sua stessa per non esser ingiusto. Un nichilismo più morale e di sinistra io non lo riesco ad immaginare. Oso dire che mi pare anche cristiano: “nessuno ama di più il prossimo suo di chi dà la vita per i propri amici”. Questo eroismo dell'assurdo ha fatto storcere il naso a molti, bollandolo di utopismo. E sia, a me piacciono gli utopisti, quelli che non si rassegnano, quelli che ci provano. L'utopista non cambierà il mondo, ma cambierà almeno se stesso, il suo tentativo dà un senso a tutta una vita e la nobilita: “piuttosto morire in piedi che vivere in ginocchio” e io applaudo. Mitico Camus. Viva Camus, viva Sisifo e quelli che ci provano!

    Insomma, un libro importante e molto attuale, contro com'è le massificazioni e l'appiattimento delle coscienze che impera nella nostra società. Il libro di un uomo onesto, complesso, umanissimo nelle sue debolezze presonali, ma coraggioso, “ingiusto e assetato di giustizia”, e perciò molto più marxista di tanti suoi ex amici. Le rivolte e le prese di posizione fuori dal coro hanno sempre un prezzo da pagare, Camus certo lo sapeva, ma come Sisifo io lo immagino felice. Io immagino il ribelle Camus espulso dal Gruppo Partito, solingo, bagnato dalla pioggia, battuto dal vento, ma se stesso, libero, compassionevole, coraggioso e felice! Bisogna immaginare Camus felice.

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  • 5

    Da lettore ingenuo mi chiedo come mai il pensiero di Camus è stato dimenticato. Questo è un testo fondamentale per capire il Novecento e chiarire le idee sulle correnti folosofiche che lo hanno attrav ...continue

    Da lettore ingenuo mi chiedo come mai il pensiero di Camus è stato dimenticato. Questo è un testo fondamentale per capire il Novecento e chiarire le idee sulle correnti folosofiche che lo hanno attravesato e sulle tragedie che lo hanno funestato. Soprattuto è una filosofia mai astratta ma legata profondamente alla vita. Un autore la cui lettura e rilettura mi entusiasma. Gli si perdonano certi passi un po' farraginosi e l'inevitabile inattualità di alcune pagine dovuta all'anno di composizione. Ma lo spirito con cui, in grande anticipo sui tempi, giudica le radici, storte, di cristianesimi e rivoluzioni social/comuniste, in nome di uno animus "rivoltoso" capace di interrogare l'uomo e la storia senza compromessi e col senso vivo della solidarietà tra gli uomini, è tuttora il meglio che la filosofia del novecento abbia prodotto.

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  • 3

    Credo che certi libri vadano letti quando è il loro momento. Forse ho aspettato troppo con questo, o forse è la scrittura di Camus che è qui più ermetica del solito. Ad ogni modo ho faticato troppo a ...continue

    Credo che certi libri vadano letti quando è il loro momento. Forse ho aspettato troppo con questo, o forse è la scrittura di Camus che è qui più ermetica del solito. Ad ogni modo ho faticato troppo a cercare di decifrarlo, mentre con quelli precedenti era stato tutto più immediato. Sarebbe da rileggere con mente più sgombra, chissà forse un giorno...

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  • 4

    Sorprendentemente attuale, frutto di una critica a volte spietata ai luoghi comuni del pensiero "militante" dei primi decenni del secondo dopoguerra, criticato ed inviso all'intellighentia francese (S ...continue

    Sorprendentemente attuale, frutto di una critica a volte spietata ai luoghi comuni del pensiero "militante" dei primi decenni del secondo dopoguerra, criticato ed inviso all'intellighentia francese (Sartre in testa) che mal sopportava l'aspra disillusione spiattellata sul cadavere dello storicismo e del materialismo storico (non ancora di quello dialettico forse). Una svolta non solo personale, ma teoretica che attraversa la politica, la storia e l'arte dell' Europa sopravvissuta ad Hitler e Stalin. Per non morire soffocati dai propri sogni infranti.

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  • 3

    Contro i crumiri.

    Il romanzo, dice Camus, nasce insieme allo spirito di rivolta e traduce sul piano estetico la medesima ambizione.

    E difatti lui ha scritto un saggio.

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