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The Red Badge of Courage

(Tor Classics)

By Stephen Crane

(2)

| Mass Market Paperback | 9780812504798

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Book Description

Tor Classics are affordably-priced editions designed to attract the young reader. Original dynamic cover art enthusiastically represents the excitement of each story. Appropriate "reader friendly" type sizes have been chosen for each title--offering Continue

Tor Classics are affordably-priced editions designed to attract the young reader. Original dynamic cover art enthusiastically represents the excitement of each story. Appropriate "reader friendly" type sizes have been chosen for each title--offering clear, accurate, and readable text. All editions are complete and unabridged, and feature Introductions and Afterwords.This edition of The Red Badge of Courage includes an Introduction, Biographical Note, and Afterword by Joe Haldeman.Henry Fleming had no idea how horrible war really was. Attacks come from all sides, bullets fly, bombs crash. Men everywhere are wounded, bleeding, and dying. Now, Henry's fighting for his life and he's scared.He must make a decision, perhaps the most difficult decision he will ever make in his life: save himself-run from the enemy and desert his friends-or fight, be brave, and risk his life.If he stays to fight, he may die with his regiment. If he runs, he'll have to live with knowing he was a coward. Can Henry find the strength within himself to earn his red badge of courage?

30 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Dai gioca con me, ho detto io. No, ha detto Elvira. E dai, ho detto io. No, ha detto lei, non mi piacciono questi giochi, ha detto lei. Ma perché?, ho detto io. Perché questi sono giochi assurdi, ha detto lei, questi ormai sono giochi che non ti ucci ...(continue)

    Dai gioca con me, ho detto io. No, ha detto Elvira. E dai, ho detto io. No, ha detto lei, non mi piacciono questi giochi, ha detto lei. Ma perché?, ho detto io. Perché questi sono giochi assurdi, ha detto lei, questi ormai sono giochi che non ti uccidono più, ma ti costringono a smettere di giocare, e quando hai smesso di giocare ti prendono anche in giro ti danno del codardo. È un sistema inaccettabile. Devo pensarci, ho detto io, musica e pop corn per pensarci? Ok, ha detto lei, ok, ho detto io, io faccio i pop corn, tu pensa alla musica. Come al solito, ha detto lei. A ognuno i suoi talenti, ho detto io.
    http://popcornpopcornpop.tumblr.com/post/94722993705

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    (skate) said on Aug 14, 2014 | 2 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    La costruzione di un eroe

    La luna era stata accesa, e pendeva dalla cima d’un albero. Lo avvolse il liquido silenzio della notte e gli fece sentire una profonda pietà per se stesso. C’era una carezza nell’aria dolce e la disposizione dell’oscurità, pensò, era tutta di simp ...(continue)

    La luna era stata accesa, e pendeva dalla cima d’un albero. Lo avvolse il liquido silenzio della notte e gli fece sentire una profonda pietà per se stesso. C’era una carezza nell’aria dolce e la disposizione dell’oscurità, pensò, era tutta di simpatia per lui e la sua angoscia.

    Un giovane contadino dello Stato di New York va alla guerra – la Guerra di Secessione – con la testa piena di eroi greci e di grandi gesti. A furia di sviscerare il significato del coraggio e dell’eroismo, alla prima battaglia se la batte – e, improvvisamente, non si sente più un volontario ma un povero ragazzo coscritto con la forza dal govero. In seguito riesce a compiere davvero gesti eroici e, pur non riuscendo a conquistare il segno rosso del coraggio, il sangue, si autoassolve dal suo atto di codardia.

    La storia è molto semplice e ripetitiva: si svolge nell’arco di un paio di giorni, i combattimenti sono tutti uguali. La ferocità e le paure dei soldati, la protervia dei comandanti disposti a buttare in mischia nuova carne umana e, soprattutto, l’impassibilità della natura, per cui una battaglia è solo un rumoroso incidente, un fracasso in scala con l’universo, tra due momenti della sua eterna quiete.

    Con uno stile naturalistico, senza mai esprimere opinioni e riflessioni, l’autore riesce a rendere l’atmosfera di una delle guerre più sanguinose raccontando di pochi episodi come se tutta la Guerra di Secessione fosse – lo fu – un continuo ripetersi di assalti e battaglie in cui contava l’impatto tra due masse di uomini, che cadevano con troppa facilità.

    Tornato a casa, aveva trovato la madre che mungeva la mucca pezzata. Altre quattro stavano aspettando. "Mamma, mi sono arruolato". "Sia fatta la volontà del Signore, Henry" e aveva continuato a mungere la mucca pezzata.

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    F.Ramone said on May 24, 2014 | Add your feedback

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    La realtà è di chi sa immaginarsela.

    Ne ho messo giù uno, ne ho preso su un altro, coi libri spesso è così: li devo smaltire, come fosse lavoro in arretrato. Sottile, della Collana “I classici classici” che mi sono fatto un dovere di leggere tutta (ammesso riuscirò mai a trovare una cop ...(continue)

    Ne ho messo giù uno, ne ho preso su un altro, coi libri spesso è così: li devo smaltire, come fosse lavoro in arretrato. Sottile, della Collana “I classici classici” che mi sono fatto un dovere di leggere tutta (ammesso riuscirò mai a trovare una copia de “I viaggi di Grulliver” nella traduzione di Gueglio), mi sembrava, dal titolo e dalla foto di copertina dell’edizione Mondadori su licenza Frassinelli, di aver capito il romanzo proponesse il battesimo del fuoco di un giovane in guerra, insomma niente che mi interessi, a pelle. Il pensiero, prelevandolo dalla libreria nuova da sistemare, è stato “Con questo per domani sera l’ho sbrigata.” Un calcolo matematico, fine. Inizio a leggerlo domenica sera. Chiudo occhio imponendomelo, non voglio che Crane mi tenga sveglio con la storia di un pivello scritta (tradotta, ricorda: tradotta) da maestro che sfascerebbe a colpi d’ascia qualsiasi cattedra. Crane è uno scrittore giovane morto giovane e ritenuto epocale, come faccio a non detestarlo? Il libro, maledizione, mi piace, voglio leggerlo piano, ammettere come mi piaccia in ogni sua frase, in ogni volta della testa girata di Henry, l’ha tradotto Barbero, di Barbero devo leggere “Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo” da almeno tre anni, non ho tempo, leggo in fretta, e fu notte e fu mattino, a lavoro do una occhiata su Wikipedia: la letteratura americana ha verso Crane un debito enorme; la sua vita è niente male, c’è un romanzo di White che prende appunti, “Hotel de Dream”, come il nome del bordello dell’amante more uxorio. Stephen Crane… Dove potrò trovare il suo “Maggie: una ragazza di strada”? In treno, all’andata, leggo altre trenta pagine dopo il centinaio, e per il ritorno l’ho concluso , penso a “La sottile linea rossa” di Terrence Malick, ma “La sottile linea rossa” di Mallick è tratto da un romanzo di James Jones, che non so chi sia, il punto è che “Il segno rosso del coraggio” è molto più bello del bel film di Mallick, perché restituisce il contatto-contrasto tra la natura e l’uomo in guerra, la schizofrenia tra gli uccellini che cantano e i cannoni che fanno a pezzi tutto, pure gli uccellini, e non bisbiglia, non atterrisce, conserva intatta la sfera fisica di un poppante andato in guerra per dimostrare a sua madre che la vita è molto più che mungere una vacca ma che quel-molto-in-più non è detto che sia altrettanto pacifico. La vita è molto di più, vero Henry, ma rispetto alla guerra, alla sua vigliacca stupidità che chiama coraggio la sua perdita di senso, la sua fuga nell’istinto, anche mungere una vacca è un sogno. “Il segno rosso del coraggio” è quanto è bello crescere nei e dai propri errori, nelle e dalle proprie presunzioni; quanto è eccitante fino all’estasi imparare a vivere, persino in guerra, persino dentro una battaglia della Guerra di Secessione Americana. Crane è stato definito il capostipite del realismo americano per aver scritto un libro che non avrebbe potuto scrivere se avesse dovuto attenersi alla realtà: lui in guerra non c’era mai stato, né di Secessione né di altre. Crane ha visto senza occhi. Era amico di Conrad. C’è così tanto da leggere. Lo tengo qui, lo voglio leggere, lo leggerò. Fulmini, questo è un cazzo di romanzo come si deve.

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    Coda said on May 20, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    *

    La Guerra: ieri, oggi e domani...non per caso Crane figura tra le irrinunciabili letture suggerite da Hemingway; una stella extra per il tenente che «infilava bestemmie con la facilità con cui una fanciulla infilava perline».

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    PPP said on Apr 25, 2014 | Add your feedback

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    Il primo capitolo mi ha colpita. Ho apprezzato molto le riflessioni sulla guerra moderna, sulla scomparsa dell'Arte della guerra così come la conoscevano gli antichi Greci. Sono sempre stata sensibile al fascino delle battaglie epiche intrise di patr ...(continue)

    Il primo capitolo mi ha colpita. Ho apprezzato molto le riflessioni sulla guerra moderna, sulla scomparsa dell'Arte della guerra così come la conoscevano gli antichi Greci. Sono sempre stata sensibile al fascino delle battaglie epiche intrise di patriottismo ed eroismo, così come sono sempre stata altrettanto disgustata dagli orrori e dall'insensatezza delle guerre del Novecento. E questi due sentimenti contrastanti, fascino e disgusto, li ho ritrovati abbondantemente non solo all'inizio, ma anche per tutto il resto del libro.
    Tuttavia, ci sono delle cose per cui mi è difficile adesso ritenere questo libro davvero bello:
    1. L'inglese. Non è un inglese di facile comprensione, specie nei dialoghi tra i soldati, che sono sgrammaticati, dialettali, intrisi di slang e robaccia varia. La lettura scorre quindi a rilento. In italiano credo si gusti di più.
    2. Il giovane. Il giovane (the youth)sarebbe il protagonista - credo che un nome lo avesse, ma me lo sono dimenticata, a furia di vedere l'autore riferirsi a lui come "il giovane". E' qualcosa di voluto, credo, per accentuare la perdita di identità che avviene tra le file dei soldati. O forse perché ogni personaggio è un'allegoria, rappresenta un tipo ideale (il giovane, l'uomo cencioso e così via). Ma è irritante. Ed è irritante anche the youth come personaggio. Un ragazzino esaltato e permaloso che vuole giocare alla guerra e poi scopre che invece è una cosa seria e molto, molto più grande di lui. Si riscatta un po' verso la fine.
    3. La guerra. Un ammasso informe di rumori, spari, morti, urla, polvere, fumo. Tutto perfettamente realistico, ma alla decima volta che leggi la descrizione di una battaglia, e questa ti sembra essere uguale alla prima che hai letto, speri solo che muoiano tutti e finisca il libro, finalmente.
    Le parti migliori, per me, restano quelle in cui il giovane riflette sulla sua condizione e quella dei suoi commilitoni.

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    Rougelle said on Mar 11, 2014 | Add your feedback

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    Un libro semi-sconosciuto, eppure è il trionfo della letteratura (e del giornalismo). Ogni veterano della guerra di Secessione che leggesse questo libro credeva che l’autore fosse uno di loro: per il realismo dei particolari minuti, degli episodi e d ...(continue)

    Un libro semi-sconosciuto, eppure è il trionfo della letteratura (e del giornalismo). Ogni veterano della guerra di Secessione che leggesse questo libro credeva che l’autore fosse uno di loro: per il realismo dei particolari minuti, degli episodi e della psicologia dei soldati. Ora, per conoscere particolari ed episodi e inventarne di simili Crane, giovane giornalista di talento – c’informa l’utilissima introduzione di Alessandro Barbero –, si era spolpato molti reportage di giornalisti come lui; ma per rendere la psicologia dei soldati (le contraddizioni, il timore del giudizio altrui, le viltà, gli alibi, gli eroismi) credo ci abbia messo solo del suo, un impressionante, tolstojano realismo.
    In effetti Crane all’epoca della guerra civile non era nemmeno nato ed anche per il lettore di oggi è difficile credere che egli non abbia mai combattuto in vita sua. Eppure ogni pensiero, ogni reazione, ogni scoperta del giovanissimo protagonista sembrano parte del diario reale di un combattente, e l’andamento complessivo del plot risulta perciò assai meno lineare e oleografico di quanto appaia nella quarta di copertina.
    Inquietante la modernità dell’approccio psicologico alla guerra raffigurato. Sembra quello di Hemingway (che amava questo libro), di Malraux, o quello di tanti piccoli intellettuali italiani del primo ‘900: la guerra come prova personale, azione per l’azione. Non c’è traccia di motivazioni ideali (né dell’azione della propaganda bellica, che nascerà solo con la prima guerra mondiale), solo una sottilissima verniciatura della millenaria mentalità machista (con concetti come “coraggio”, “eroismo”, “dimostrarsi uomini”). E ciò malgrado la consapevolezza della casualità dei ferimenti e delle morti, come pure la consapevolezza che l’eroe che rimanga in vita deve molto alla buona sorte; e malgrado, ancora, si arrivi alla curiosa constatazione che il famigerato, odiato “Nemico” è un soldato sfortunato, incazzato e sprovveduto come te. Non credo che la mentalità dei marines americani impegnati in Irak o Afghanistan sia oggi molto diversa da questa elementare ignoranza di sé, del mondo e della vita, da questa estrema disponibilità all’azione, a qualunque azione. Insomma, è utile e forse persino necessario che il soldato, recluta o ufficiale che sia, sia profondamente ignorante.
    Interessante anche lo stile: ricorda Hemingway non solo la psicologia, e non solo la brevità di questo – più che romanzo breve – racconto lungo, dai pochissimi personaggi e pochi episodi. L’ottimo Barbero sottolinea – e ne dà qualche curioso saggio – l’innovativa scelta di riprodurre l’elementare, sgrammaticatissimo parlato dei soldati; il quale contiene anche espressioni per l’epoca volgari, che perciò lo storico-traduttore ha reso come vere e proprie “parolacce”, giustificando come presente già nel testo il vistoso iato tra lo slang dei dialoghi e la blanda tendenza al simbolismo delle descrizioni che invece sono del narratore (anticipazione anch’essa di una tendenza assai americana, a giudicare dalle continue similitudini cui ricorrono tanti narratori mainstream attuali): in un libro dell’‘800 fanno un certo effetto “’sto cazzo di”, “stronzo di un parroco” e poi “coperte mortifere”, “stupefazione”.
    Ma è sicuro del fatto suo, questo Barbero in versione traduttore e prefatore, e abbastanza convincente, anche se… Anche se si potevano evitare “fantaccini”, “ancor sempre”, i tanti “te” dei dialoghi (lo so, lo so che da noi il parlato non può prescindere dal dialettale; ma allora perché non “guagliò”, anche?), “conduttori” (due volte per “conducenti”) e altre sviste, colpa forse più dei leggendari o favolosi “editor” delle case editrici: “nel vago timore che una avrebbe potuto alzarsi”, “una fila di cannoni fabbricavano…”

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    Gorgo said on Sep 29, 2013 | Add your feedback

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