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The Remains of the Day

By

Publisher: Vintage Books USA

4.1
(2676)

Language:English | Number of Pages: 245 | Format: eBook | In other languages: (other languages) Spanish , Japanese , Chi traditional , French , German , Italian , Catalan , Swedish , Latvian , Portuguese , Indonesian , Danish

Isbn-10: 0307576183 | Isbn-13: 9780307576187 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Hardcover , School & Library Binding , Others , Audio Cassette , Unbound , Mass Market Paperback , Audio CD

Category: Fiction & Literature , History , Philosophy

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Book Description
An English butler reflects--sometimes bitterly, sometimes humorously--on his service to a lord between the two world wars and discovers doubts about his master ...
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  • 4

    Molto bella la prima parte in cui vengono riportati i pensieri del protagonista....meno accattivante la seconda dove, invece, prevale la cronaca dei fatti a discapito della parte riflessiva.

    said on 

  • 4

    Il racconto inizia rigido e molto impostato come il protagonista, l'integerrimo maggiordomo inglese Stevens, che inizia un viaggio verso la Cornovaglia per incontrare Miss Kenton, ex governante e collega a Darlington Hall. Col passare delle pagine Ishiguro riesce a far intravedere la vera anima d ...continue

    Il racconto inizia rigido e molto impostato come il protagonista, l'integerrimo maggiordomo inglese Stevens, che inizia un viaggio verso la Cornovaglia per incontrare Miss Kenton, ex governante e collega a Darlington Hall. Col passare delle pagine Ishiguro riesce a far intravedere la vera anima del protagonista, anzi lascia il compito al lettore di intuire i sentimenti non espressi e le parole non dette, soprattutto verso Miss Kenton, visto che il libro è scritto in prima persona sotto forma di diario. Impossibile non affezionarsi a Mr.Stevens. E' il mio primo libro di Ishiguro e sicuramente leggerò altro di questo autore.

    said on 

  • *** This comment contains spoilers! ***

    4

    La mia scoperta di Ishiguro prende le mosse da Non lasciarmi, iniziato tre estati fa sulla spiaggia di Marina di Campo, Isola d’Elba, mentre mio marito era intento a plasmare una statua di sabbia sul bagnasciuga, e terminato poche sere dopo nel mio letto, mentre mio marito cercava di prendere son ...continue

    La mia scoperta di Ishiguro prende le mosse da Non lasciarmi, iniziato tre estati fa sulla spiaggia di Marina di Campo, Isola d’Elba, mentre mio marito era intento a plasmare una statua di sabbia sul bagnasciuga, e terminato poche sere dopo nel mio letto, mentre mio marito cercava di prendere sonno commentando qualcosa che suonava come: «Sto diventando geloso, di quel libro. Sono tre giorni che non ti stacchi da lui e adesso te lo porti pure a letto.» Aveva ragione a esprimersi in termini come questi, poiché è estremamente raro che io decida di concludere un libro in mezzo alle lenzuola.

    Questa breve introduzione aneddotica e apparentemente priva di importanza mi serve per spiegare come in pochissimo tempo sia diventato intimo il mio rapporto con con un autore che unisce in sé un interessante connubio interculturale, i cui effetti risultano assai chiari nell’eleganza formale dello stile, sempre un po’ troppo abbottonato, costantemente appeso al filo della malinconia. Prima di allora non lo avevo mai sentito menzionare e comprai il suo romanzo unicamente perché spinta dalla curiosità che mi aveva instillato la visione casuale del trailer relativo al film (il quale, approcciato in seguito alla lettura del romanzo, si è rivelato una specie di affronto) e fu grande la sorpresa di ritrovarmi in mano, sopra il titolo impresso in copertina, un nome giapponese – sorpresa che fu resa ancor più grande dal ritrovarmi costretta dagli esiti delle mie ricerche con Google ad associare quel nome al romanzo che sto per trattare. Quel che resta del giorno era infatti un titolo già da tempo familiare alle mie orecchie, sempre a causa del film che ne era stato realizzato e i cui protagonisti sono ben riconoscibili sulla copertina di questa edizione di Einaudi. Non avevo ancora mai visto l’adattamento cinematografico di James Ivory, ma sapevo che Anthony Hopkins vi interpretava il maggiordomo di una grande villa inglese durante la prima metà del Novecento ed Emma Thompson la governante e dalle pubblicità passate in tv nel corso degli anni avevo intuito che tra i due dovesse svilupparsi una liaison. Non conoscendo ancora nulla di Ishiguro e delle sue logiche narrative, avevo intravisto solamente la punta del suo iceberg.

    Questa volta ho agito in un modo che ritenevo più saggio, affrontando prima il film e solo secondariamente il libro; tuttavia, neppure in questo caso la visione del film mi ha soddisfatta. È dura cercare di portare sullo schermo un romanzo di Ishiguro, poiché la dimensione naturale dei romanzi di Ishiguro è dentro alla nostra coscienza, in mezzo alle nostre corde emotive, ai margini della nostra dimensione onirica, laddove questa si affaccia, reticente, su una realtà che riconosciamo in grado di farci molto male. E, di fatto, ce ne fa. Lo stesso autore dice di se stesso, in relazione al suo stile narrativo, che è «più interessato a quello che le persone raccontano a se stesse che ai fatti realmente accaduti» – un atteggiamento che nella cinematografia contemporanea trova echi evidenti nella produzione di David Lynch e in particolare nella celebre affermazione di Bill Pullman, alias Fred Madison, in Strade perdute: «preferisco ricordare le cose a modo mio, come le ricordo io, non necessariamente come sono avvenute.» In effetti, se spogliato della sua componente egotica e nevrotica, Fred Madison potrebbe quasi sembrare un personaggio di Ishiguro. Tuttavia, se lo stile di Lynch si presta perfettamente alle allucinazioni della macchina da presa, quello di Ishiguro trova l’unica forma di espressione possibile nel dialogo interiore. La differenza è molto semplice: mentre il primo si focalizza sull’alienazione che deriva dalla distorsione del morboso individualismo americano, il secondo è completamente imbevuto del più genuino e tradizionale sentimento britannico di abnegazione.

    Dal punto di vista della processione narrativa non ho visto questo romanzo deragliare un solo istante dagli stessi binari strutturali su cui è stato sviluppato Non lasciarmi. In entrambi i casi ci troviamo in presenza di un Io narrante (espediente di importanza primaria per gli intenti di Ishiguro), il quale muove da un presente che per noi è in ogni caso già passato al fine di condurci gradualmente al centro di una nebulosa di eventi che egli stesso ha già da tempo preteso di svelare, riempiendo il proprio passato di significati volti a giustificare la scelta di un preciso percorso e impedendosi così di scivolare per errore nel rimpianto. Si tratta di un semplice meccanismo di difesa psichica accessibile a chiunque, ma che, in comunione con la riservatezza che caratterizza il modo inglese (e giapponese) di sentire, giunge a rendere la coscienza stolidamente sorda al richiamo dei sentimenti. I protagonisti dei romanzi di Ishiguro sono individui che reprimono i propri più ardenti desideri nella speranza di preservarsi dal dolore che inevitabilmente incontreranno perseguendoli (atteggiamento che ricorda quella Elinor la quale, per un caso eccezionale, nell’adattamento cinematografico di Ragione e sentimento è interpretata da Emma Thompson). Sono inoltre dei bugiardi patentati, ma i destinatari delle loro più grandi menzogne sono in prima istanza essi stessi. E potrebbero continuare a mentirsi all’infinito, se la vita non intervenisse a interporre tra i loro passi un momento in cui sono costretti ad accorgersi del trucco e a sospettare di aver sbagliato tutto. Per Kathy H, allieva di Hailsham, è decisivo l’incontro con Madame, nel corso del quale tutte le sue speranze di recuperare il tempo perduto con Tommy vengono crudelmente abbattute; per Mr. Stevens, maggiordomo di Darlington Hall, lo è il ricongiungimento con l’amata Miss Kenton, la quale lo costringe a capire che, dedicando tutto se stesso alla propria professione, si è chiuso la strada verso la felicità famigliare. È qui che infine, costretti dal tempo e dagli eventi a non poter più scegliere ciò che invece sarebbe stato in loro potere perseguire molto tempo addietro, quando hanno scelto di negarselo, i protagonisti di entrambi i romanzi riabbracciano la propria menzogna, stavolta consapevolmente. Perché la sola alternativa possibile sarebbe quella di lasciarsi penetrare dal senso di sconfitta e dal dolore, precludendosi la possibilità di affrontare “quel che resta del giorno”, ovvero la parte conclusiva di un’esistenza che non ha condotto laddove, per un momento che ci è costato tutto, si è sperato di arrivare. Il messaggio dei romanzi di Ishiguro sembra essere il seguente: non c’è lieto fine che non si svolga in noi stessi, nella più misera forma di consolazione che siamo in grado di offrirci per rimediare alle mancanze della nostra volontà: Kathy la trova nell’illusione che un certo luogo nel Norfolk possa riportarle indietro quello che ha perduto, Mr. Stevens nell’impegno di modellare se stesso in base a quelle che ritiene siano le aspettative del suo nuovo datore di lavoro su di lui.

    A fare da sfondo alla condizione intimistica dei suoi protagonisti, Ishiguro inserisce in entrambi i romanzi una più estesa criticità, agganciandosi a una tematica scottante sapientemente attinta dalla storia del nostro continente. In Non lasciarmi è il tema della clonazione umana, qui si tratta invece del nazismo. Entrambe le tematiche avranno ripercussioni enormi sulla vita dei due narratori, ma sia per Kathy che per Stevens sarà del tutto impossibile affrontarli, poiché al di fuori delle loro condizioni e possibilità di ingranaggi in un meccanismo inarrestabile, mosso da qualcuno di ben più potente. Questo, per una sorta di atteggiamento Sturm und Drang sociopolitico che caratterizza la narrativa di Ishiguro, contribuisce ad acuire l’insignificanza dell’individuo davanti alla storia del genere umano, rendendo per lui fondamentale l’importanza di trovare la propria realizzazione personale all’interno del cantuccio che gli è concesso di occupare. Ecco perché Mr. Stevens ha quel bisogno morboso di raggiungere le vette della perfezione nel proprio mestiere e di rimanervi agganciato, nonostante tutte le delusioni subite e i grandi cambiamenti che sono avvenuti nel mondo e a Darlington Hall (due luoghi che nella sua dimensione personale si trovano a coincidere).

    Leggi la recensione qui: http://zeldasroom.wordpress.com/2014/02/02/quel-che-resta-del-giorno-di-kazuo-ishiguro/

    said on 

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