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The Tenant of Wildfell Hall

By

Publisher: Penguin Books Ltd

4.1
(240)

Language:English | Number of Pages: 384 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) German , Italian , Spanish , French , Catalan , Swedish

Isbn-10: 0140620435 | Isbn-13: 9780140620436 | Publish date:  | Edition New Ed

Also available as: Hardcover , Audio CD , Audio Cassette , Others , eBook , Leather Bound

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Romance

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Book Description
This volume completes the acclaimed Clarendon Edition of the Novels of the Brontes. "The Tenant of Wildfell Hall", Anne Bronte's second (and last) novel, was published in June 1848, less than a year before her death. It is the sombre account of the breakdown of a marriage in the face of alcoholism and infidelity. Writing with a power not usually associated with the youngest of the Bronte sisters, Anne portrays the decline of an aristocratic husband whose drunken excesses and domestic violence force his loving wife into a reluctant rebellion.
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  • 4

    Appena finito di leggere, devo dire che le Bronte non si smentiscono mai. Mi è piaciuto come Anne sia riuscita a fondere le due voci narranti all'interno del romanzo, e come sia stata in grado di dipi ...continue

    Appena finito di leggere, devo dire che le Bronte non si smentiscono mai. Mi è piaciuto come Anne sia riuscita a fondere le due voci narranti all'interno del romanzo, e come sia stata in grado di dipingere la figura di Arthur Hundington, con tutti i suoi vizi e i suoi difetti senza mostrare clemenza per lui.
    Ma devo essere sincera, Helen non è riuscita a catturare la mia totale simpatia, nonostante quello che ha passato, in certi momenti mi è risultata davvero antipatica, troppo rigida e ferma su certi argomenti, e anche la sua continua insistenza religiosa a volte l'ho trovata esasperante. Certo per quello che ha dovuto affrontare è stata sicuramente una donna forte e senza i suoi credo, magari, non sarebbe riuscita ad affrontare tutto.

    said on 

  • 3

    Mezza delusione

    Mai avrei pensato di dare solo 3 stelle a questo romanzo! :(
    L'ho desiderato a lungo, da quando ancora in italiano aveva l'orribile titolo "Il segreto della signora in nero" ed era introvabile xD Quan ...continue

    Mai avrei pensato di dare solo 3 stelle a questo romanzo! :(
    L'ho desiderato a lungo, da quando ancora in italiano aveva l'orribile titolo "Il segreto della signora in nero" ed era introvabile xD Quando poi finalmente la Neri Pozza ci ha regalato questa nuova, bella edizione ho atteso per mesi il momento propizio per iniziarlo e gustarlo al meglio...e invece che delusione! :( Di Anne Bronte ho nettamente preferito l'apparentemente più modesto Agnes Grey...
    Eppure, i presupposti per un bel romanzone brontiano c'erano tutti: una donna misteriosa che arriva con il figlio in un piccolo villaggio dove è ovviamente guardata con sospetto, la sempre romantica atmosfera dell'Inghilterra ottocentesca, un'eroina che pareva promettere bene...Ma niente, nonostante l'alternarsi di forma epistolare scritta dal punto di vista maschile e diario femminile (che dovrebbe dare brio e movimento al tutto), il romanzo resta piatto e monotono dall'inizio alla fine. Se la tematica poteva essere sconvolgente nel 1800 (al punto da far dire alla certo non puritana Charlotte Bronte che questo libro non dovesse essere letto da nessuna fanciulla xD) non lo è più oggi, anche se ho apprezzato la modernità di alcuni pensieri e atteggiamenti: le eroine di Anne, chissà perché, sembrano ragazze di oggi ben più di quelle delle sue sorelle (la pia illusione che un irredimibile delinquente cambierà atteggiamento per amore non vi ricorda qualcosa?? xD) Molto bella anche la forte fede di Anne che traspare in tutto il libro e ho avuto modo di sperimentare anche leggendo le sue poesie. Pensare poi che le scene di ubriachezza e degrado siano modellate su quelle realmente vissute da Anne con il fratello Branwell mette un po' di tristezza...lei mi è sempre sembrata la più delicata e sensibile delle tre sorelle :(
    Consigliato a chi delle Sorelle leggerebbe anche la proverbiale lista della spesa, ma non a chi cerca trame accattivanti e movimentate!

    said on 

  • 3

    Concordo pienamente con la recensione di Elin. Perfettamente in linea col mio pensiero.Non occorre aggiungere una virgola. Ma una stellina in più io la metto.

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  • 4

    Piacevolmente sorpresa

    da questo libro di Anne Bronte! A confronto Agnes Grey è un piccolo racconto mentre questa è una vera e propria opera che dimostra una maturità e una poetica ben definite, oltre che coraggio, forza e ...continue

    da questo libro di Anne Bronte! A confronto Agnes Grey è un piccolo racconto mentre questa è una vera e propria opera che dimostra una maturità e una poetica ben definite, oltre che coraggio, forza e insospettabile conoscenza dei sottili meccanismi della realtà coniugale. Nella prefazione dell'autore una dichiarazione di fedeltà al vero e un auspicio alla parità dei sessi.

    said on 

  • 2

    Deludente.

    Se alcuni romanzi travalicano la barriera del tempo e malgrado il mutare dei costumi mantengono inalterato il proprio fascino, mentre altri si perdono nell'oblio lasciando dietro sé ben poca traccia, ...continue

    Se alcuni romanzi travalicano la barriera del tempo e malgrado il mutare dei costumi mantengono inalterato il proprio fascino, mentre altri si perdono nell'oblio lasciando dietro sé ben poca traccia, una ragione dovrà pur esserci.
    È questa l'inevitabile riflessione che mi ha accompagnato durante la lettura di The Tenant of Wildfell Hall: un'opera coraggiosa, realistica ed educativa - o che almeno, tale avrebbe dovuto essere nelle intenzioni originarie - in cui, malgrado le eccellenti premesse, a farla da padroni sono gli ambiziosi propositi moralizzanti dell'autrice, e l'indecisione di una penna che, seppur apprezzabile, pare spesso intimorita dall'idea di osare troppo.
    Al centro della storia vi è la figura di una misteriosa e introversa vedova, Helen Graham, che appena stabilitasi nell'antica dimora di Wildfell Hall col figlioletto, desta la curiosità e le maldicenze della gente del luogo, suscitando nel contempo l'ammirazione di un giovane possidente di belle speranze, Gilbert Markham. Quest'ultimo, conquistati la fiducia e l'affetto di Helen, avrà modo, grazie alle pagine di un diario che lei stessa gli consegnerà, di conoscerne nei dettagli l'oscuro passato: leggerà così delle sue esperienze in società, delle fatali nozze con un uomo attraente ma dissoluto, fino al progressivo ed irreversibile deterioramento della sua infelice vita coniugale.

    All'epoca della pubblicazione, Charlotte Brontë, forse mossa anche dall'ansia di difendere la reputazione della sorella, espresse grande disappunto circa la scelta del soggetto trattato, e per quanto mi dispiaccia ammetterlo, trovo francamente difficile darle torto: non certo per la presunta sconvenienza dell'argomento, che di per sé anzi sarebbe motivo di grande interesse, bensì per la palese difficoltà della giovane scrittrice ad affrontare tali tematiche in modo efficace e convincente.
    Anne, per intenderci, non ha la stoffa di una George Eliot, che in Middlemarch seppe analizzare con singolare acutezza la realtà del matrimonio in ogni sua sfaccettatura; la vastità di pensiero di quest'ultima, e la sua sorprendente capacità di sondare le profondità dell'animo umano, nella Brontë sono pressoché assenti: sempre in bilico tra la fedeltà ai classici stereotipi vittoriani, e quell'impulso all'anticonformismo a cui, come d'abitudine, ella rifiuta di abbandonarsi completamente, Anne delinea i suoi personaggi senza infondere in loro autentica linfa vitale, come se tra lei e questi ultimi permanesse sempre un'insormontabile barriera, rendendoli ben lontani sia dal servire allo scopo didascalico prefisso, che dal conquistare le sincere simpatie del lettore.
    Benché ispirato ad esperienze di vita vissuta, il romanzo manca inoltre di naturalezza, e risente sensibilmente della prospettiva miope della sua autrice risultando piatto nel tono, inutilmente melodrammatico, e non di rado tedioso.
    Anne ci parla di grandi sofferenze, affronta argomenti difficili e toccanti, e racconta lo sbocciare di presunte storie d'amore in cui il lettore dovrebbe teoricamente trovare ristoro dai tormenti patiti dai protagonisti, eppure, di tutto ciò, sotto ai nostri occhi ben poco sembra concretizzarsi: sappiamo che questi grandi sentimenti esistono, o per meglio dire lo intuiamo, perché così ci viene detto, ma nei fatti è difficile averne la reale percezione.

    Anche sul piano tecnico The Tenant of Wildfell Hall risente non poco delle incaute scelte della scrittrice che, optando per una struttura narrativa a metà tra la forma epistolare e quella diaristica, finisce con l'essere poco convincente in entrambe le tipologie.
    La storia, articolata come una lunga missiva indirizzata dal protagonista a suo cognato, viene appunto narrata in prima persona da Gilbert, per poi cedere il testimone, nella parte dedicata al diario, al racconto di Helen. Il problema è che la differenza tra le due voci narranti è praticamente impercettibile.
    Anne, ancor più di Charlotte in The Professor, appare incapace di calarsi verosimilmente nei panni di un uomo: la sua voce è forzata, la caratterizzazione affidata essenzialmente a stereotipi, gli scivoloni inevitabili (quale gentleman nella sua corrispondenza con un altro uomo menzionerebbe i propri continui rossori di fronte a ricordi vagamente imbarazzanti?!), e il risultato, va da sé, lascia alquanto perplessi. Inoltre mi domando: è davvero credibile che una donna col passato di Helen e con la sua esperienza degli uomini (su cui, per inciso, le generalizzazioni di Anne si sprecano) finisca per innamorarsi proprio di qualcuno come il caro Gilbert? Superficiale, volubile, pieno di sé, autoindulgente, immaturo ed incoerente, a volte realmente patetico, nonché - ma questa è una valutazione del tutto personale - oltremodo antipatico.
    Non va meglio neppure con la protagonista femminile che, dopo una prima apparizione assai promettente, in cui - forse nell'unico frangente davvero incisivo del romanzo - si fa portavoce dello sdegno per il discutibile modello educativo dell'epoca (modello sul quale ci sarebbe ancora tanto da dire), riesce a far rimpiangere amaramente la genuina autenticità di Agnes Grey, caratteristica in lei del tutto assente.
    Sebbene la prima parte del romanzo sia alquanto scorrevole, man mano che ci si addentra nella lettura, è evidente come la "missione" didattica di Anne prenda il sopravvento su ogni altro aspetto dell'opera; purtroppo, però, se la trama passa via via in secondo piano rispetto all'esigenza della scrittrice di lanciare un monito alle giovani donne del suo tempo, anche quest'ultimo intento risulta, a conti fatti, disatteso.
    Infatti, se davvero l'obiettivo era quello di attaccare il modello educativo vittoriano, responsabile dell'incapacità di molte ragazze di scegliere consapevolmente il proprio destino, sarebbe stato certo più saggio raccontare una storia diretta a sostenere questa tesi. Invece la protagonista del romanzo non commette i propri fatali errori a causa dell'educazione ricevuta, o dell'ignoranza in cui molti esponenti della buona società si riproponevano di allevare le proprie figlie: ella sbaglia essenzialmente per ostinazione, per presunzione, per superficialità, e per la ridicola ambizione di dedicare la propria vita a salvare l'anima di un irredimibile peccatore.
    Tutto l'interesse che Helen suscita nel lettore durante i primi capitoli, sfuma interamente nel lungo flashback su cui si regge il suo racconto: dapprima la vediamo come una ragazza frivola e di scarso acume, in seguito assistiamo alla sua progressiva trasformazione in un perfetto emblema di santità cristiana tutta dovere e abnegazione: tanto irreprensibile quanto inverosimile.
    La ferrea volontà di restare fedele ai propri principi, che in Jane Eyre si traduceva in un toccante ed ammirevole senso morale, in Helen assume invece i tratti di uno sterile ed irritante moralismo di facciata, un'ostinazione quasi fanatica a osservare il proprio dovere (e qui non mi riferisco alla risoluta fedeltà ad un coniuge indegno - di per sé senz'altro lodevole - bensì al fatto di accogliere in casa senza battere ciglio l'amante del proprio consorte!), al punto tale da proibirsi perfino di essere onesta con se stessa se farlo significa concedersi di pensar male del prossimo, fosse anche un marito vizioso, fedifrago e bugiardo.
    E proprio quest'ultimo, Arthur Huntingdon, risulta il personaggio più convincente: quello meglio delineato, nonché - paradossalmente - il solo a mostrare un minimo di onestà intellettuale, perché davvero è impossibile non condividere i suoi dubbi circa il valore di un pentimento dettato non dalla coscienza ma solo ed esclusivamente dal timore delle conseguenze delle proprie azioni.

    Quando, terminata la lunga rievocazione degli eventi passati, Anne Brontë torna finalmente all'intreccio originario, ecco che, con un colpo da maestro (si fa per dire!) degno dei peggiori autori di serie televisive moderne, ella introduce all'improvviso una serie di nuove banalissime complicazioni, scevre di ogni utilità narrativa, e finalizzate soltanto ad allungare di un altro centinaio di pagine un romanzo già di per sé eccessivamente dilatato.

    Avevo tanto sentito parlare di The Tenant of Wildfell Hall come di un'opera d'ispirazione femminista, ma in tutta onestà trovo alquanto fuorviante tale interpretazione: perché nei fatti il romanzo tradisce piuttosto una prospettiva di segno chiaramente opposto in cui la donna, tornando ancora una volta all'incrollabile mito dell'angelo del focolare, è chiamata - lei sola - a sopportare, perdonare, sacrificarsi, espiare, e arrivare fin quasi al martirio per il bene dell'uomo, in nome di un sentimento religioso che, di per sé degno del massimo rispetto, nelle parole di Anne scivola non di rado nel grottesco: chi mai, mi domando, ascriverebbe alla pura carità cristiana l'atteggiamento di una donna che, nel confortare un moribondo, non smette di ricordargli l'imminente avvento della morte e la necessità di pentirsi onde evitare i tormenti dell'inferno?! E chi, ancora, discutendo l'opportunità di un matrimonio, giudicherebbe realistico un disinvolto botta e risposta tra zia e nipote a colpi di versetti biblici?!

    Le potenzialità c'erano tutte, così che accostandomi a questo romanzo, avevo realmente creduto di poter rivalutare Anne Brontë; ebbene, una rivalutazione in effetti c'è stata, ma non della scrittrice (a cui comunque, umanamente, vanno tutte le mie simpatie), bensì della sua opera prima: quell'Agnes Grey che, a suo tempo - forse fin troppo influenzata dal confronto con le sorelle - giudicai lento e distaccato, e che ora invece, concordando ancora una volta con Charlotte, ritengo di gran lunga superiore a questo ambizioso - ma scarsamente riuscito - secondo lavoro.
    Se dovessi riassumere, con una similitudine, la sensazione suscitata in me da The Tenant of Wildfell Hall, potrei dire che è stato come trovarsi di fronte ad un abito di stoffa pregiata, tagliato e cucito da un sarto scrupolosamente dedito al proprio lavoro, ma ahimè alquanto mediocre. Peccato.

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  • 5

    un libro con doppio narratore

    e' un libro stilisticamente molto ben fatto e scritto...un po' lento nel mezzo ma con un finale molto appassionante. Molto bello, meno romantico di Jane Eyre ma comunque tiene alto il nome delle Bront ...continue

    e' un libro stilisticamente molto ben fatto e scritto...un po' lento nel mezzo ma con un finale molto appassionante. Molto bello, meno romantico di Jane Eyre ma comunque tiene alto il nome delle Bronte

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  • 2

    Due narratori distinti, due diverse forme letterarie (romanzo epistolare e diario), eppure un unico sguardo prospettico: ed è proprio questo il difetto più grande del romanzo, l’appiattimento di una s ...continue

    Due narratori distinti, due diverse forme letterarie (romanzo epistolare e diario), eppure un unico sguardo prospettico: ed è proprio questo il difetto più grande del romanzo, l’appiattimento di una scrittura che si ripete monotona e banale pagina dopo pagina.
    Se ci si aspetta di trovare la forza e l’impeto delle grandi eroine brontiane, che vivono ed amano “a nervi scoperti”, non si può che rimanere estremamente delusi.
    Helen, il nome della protagonista, non ha uno spirito che tracima da sé per confluire in qualche modo in chi legge. È difficile anche tentare di immedesimarsi in lei che, dall’alto del suo piedistallo morale, dà lezioni di perdono che sanno tanto di fanatismo religioso, misto ad un’insopportabile ipocrisia. La si potrebbe credere moderna e coraggiosa perché sfida le consuetudini sociali e si mette in gioco, ma è semplicemente una facciata che non regge di fronte alla sua ottusità ed alla completa refrattarietà ad ogni tipo di evoluzione.
    Quanto ai personaggi maschili, il fascino tenebroso di Mr Rochester e perfino la follia omicida di Heathcliff sono un miraggio lontano, nonché fonte di rimpianto. Superficiali ed infantili nel loro quotidiano, i personaggi de "La signora di Wildfell Hall" oltrepassano abbondantemente il limite del ridicolo quando si infiammano per una presunta offesa subita o per una passione scaturita chissà come dal nulla.
    Ambiziosi e nobili dovevano essere gli scopi educativi che Anne aveva intenzione di raggiungere con la stesura di questo romanzo, ma la verità è che ogni sua pretesa ha finito col fare i conti con l’ingenuità e l’orizzonte limitato di una scrittrice probabilmente immatura.

    said on 

  • 3

    Aspettavo da anni (tanti anni!) di potermi tuffare tra le righe di questo romanzo della sorellina più piccola tra le Brontë - quella che, forse per tenerezza, mi ha sempre ispirato più simpatia rispet ...continue

    Aspettavo da anni (tanti anni!) di potermi tuffare tra le righe di questo romanzo della sorellina più piccola tra le Brontë - quella che, forse per tenerezza, mi ha sempre ispirato più simpatia rispetto alle più conosciute e amate Charlotte ed Emily (che, comunque, amo altrettanto). Che dire? "La signora di Wildfell Hall", sotto certi aspetti può definirsi un ottimo romanzo, moderno, forte e scritto veramente bene. Le vicende della protagonista vengono presentate per mezzo di due principali punti di vista, con precisione e linearità. L'unica pecca, a mio avviso, è la parte centrale: davvero troppo lunga. Le pagine del diario di Helen - la protagonista, la misteriosa "signora in nero" (come veniva identificata nella prima traduzione italiana di "The tenant of Wildfell Hall") - sembrano accartocciarsi su loro stesse e, in alcuni punti, le parole scorrono con lentezza. Non che ci sia noia - assolutamente; avrei suggerito volentieri degli sfoltimenti.
    A parte ciò, "La signora di Wildfell Hall" è una vera chicca letteraria che saprà certamente catturare gli appassionati della letteratura inglese!

    said on 

  • 5

    Se pensate che la più giovane e sconosciuta tra le sorelle Brontë, Anne, sia anche la meno talentuosa, lasciatevi trasportare da quest'opera e vi ricrederete.
    Dichiarato «assolutamente inadatto ad ess ...continue

    Se pensate che la più giovane e sconosciuta tra le sorelle Brontë, Anne, sia anche la meno talentuosa, lasciatevi trasportare da quest'opera e vi ricrederete.
    Dichiarato «assolutamente inadatto ad essere messo nelle mani delle ragazze», "The Tenant of Wildfell Hall" fu pubblicato nel 1848 sotto lo pseudonimo di Acton Bell riscuotendo da subito un enorme successo.
    Quando in seguito, si venne a sapere che dietro questo nome maschile si nascondeva in realtà una donna, si gridò allo scandalo.
    Oggi considerato un romanzo straordinariamente femminista ante - litteram , la stroria della protagonista Helen che, abbandonando il marito Huntingdon alcolizzato e violento (l'Autrice si ispirò visibilmente alla personalità dello scapestrato fratello Branwell), si reca nell'antica e malandata residenza di Wildfell Hall con il figlio, sfidando non solo le convenzioni sociali dell'epoca ma anche le leggi stesse della tradizionalista Inghilterra, attirando le maldicenze della contea, è di una modernità straordinaria.
    Il rumore della porta che la donna chiude dietro di sé è lo stesso che le farà eco quasi trent'anni dopo la "scandalosa" Nora di Ibsen: sono donne che hanno preso coscienza di sé come "individui" e non come semplici mogli di un matrimonio mascherato.
    Ma se la seconda abbandonerà per sempre il suo "nido" famigliare, la prima tornerà ad "accudire" il marito ormai morente quasi fosse una vendetta:

    «È un atto di carità cristiana, col quale speri di ottenere un posto più in alto in Paradiso per te e di scavare una fossa più profonda all'inferno per me.»

    Critica cinica dei valori matrimoniali dell'epoca che fagocitavano le donne in non sempre felici unioni, diventando o viziose e viziate come l'adultera Annabella o miti, silenziose e disposte a sopportare qualsiasi cosa per l'amato coniuge come la placida Millecent, questo romanzo vi trasporterà nelle magiche atmosfere delle sorelle Brontë, lasciandovi trasparire la verità forse "cruda", poco romantica, eppure mai così reale.
    Se la vita avesse dato ad Anne quel lieto fine che lei descriveva nei suoi romanzi, sarebbe diventata una scrittrice di enorme talento, a noi non resta che donarle la giusta attenzione.

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  • 5

    “La signora di Wildfell Hall”. Il grido di rivolta di una donna per tutte le donne

    http://www.ottoetrenta.it/cultura-e-spettacolo/la-signora-di-wildfell-hall-il-grido-di-rivolta-di-una-donna-per-tutte-le-donne/

    Quando nasciamo siamo ‘femmine’, lo gridano ai vicini, ai parenti, agli ...continue

    http://www.ottoetrenta.it/cultura-e-spettacolo/la-signora-di-wildfell-hall-il-grido-di-rivolta-di-una-donna-per-tutte-le-donne/

    Quando nasciamo siamo ‘femmine’, lo gridano ai vicini, ai parenti, agli amici. È femmina. Cresciamo e diventiamo donne, quindi mogli e madri. E poi basta. Immagino che sia questa la riflessione alla quale dev’esser giunta Anne Brontë guardando la propria vita, le quattro sorelle più grandi e il fratello scapestrato. Un’esistenza difficile, con un destino già tracciato da altre prima di lei, dalla tradizione asfissiante per una mente creativa e viva come la sua. Una donna poco meno che trentenne che per scrivere usava uno pseudonimo maschile e che, in tutta franchezza, conosceva il femminismo più a fondo di quanto possiamo saperne noi, giovani e meno giovani donne di un’epoca in cui abbiamo fatto conquiste per le quali non abbiamo neanche combattuto e sulle quali ancora barattiamo. Lo conosceva più a fondo, questo femminismo, questo orgoglio di essere donna, di appartenere a una metà del genere umano per nulla inferiore, sebbene costantemente schiacciata e sopita dalla bramosia maschile di prevaricare, si avere per sé la fetta migliore del creato. E sapeva bene di avere un valore diverso dall’ancestrale maternità al punto da non accettare l’oscurità impostale dagli uomini, ma affidando proprio a un uomo, un essere fittizio, il proprio grido d’indipendenza. Fu così che nel 1848 mise nelle mani indexdi Acton Bell, il proprio io senza gonnella, la sua personale fiammella di rivolta e questi, senza esitare, diede alle stampe uno dei più profondi e avanguardistici romanzi sulla condizione femminile, ossia La signora di Wildfell Hall (The tenant of Wildfell Hall).
    Con questo romanzo, da poco riproposto in Italia da Neri Pozza, Anne Brontë, la sorella meno conosciuta dell’irrequieto trio letterario, ha puntato il dito contro l’ingiusta sottomissione della donna, considerata oggetto o addirittura merce di scambio priva di sentimenti e passioni. La vicenda si apre con un mistero che avvolge questa nuova affittuaria, chiusa come uno scrigno e, allo stesso modo, protettrice estrema di un segreto amaro. Parola dopo parola, scoperta dopo scoperta, la Brontë ha allestito un romanzo crudele e tagliente, denso di risvolti che sconvolgono e, per certi versi, scandalizzano; in questo libro ci si conosce tutti, ma in fondo nessuno sa chi è la persona che ha al fianco perché “si può guardare nel cuore di una persona attraverso i suoi occhi e si può arrivare a conoscere l’altezza, la larghezza e la profondità dell’anima di un altro in una sola ora, mentre non ti basterebbe una vita per scoprirle se la persona non fosse disposta a rivelarle o se tu non avessi la sensibilità necessaria a comprenderle”.

    Quest’autrice relegata in secondo piano, surclassata da uno pseudonimo che la dice lunga sulle proprie prigioni sociali, non usa mezzi termini, ma al contrario pizzica con estrema precisione le corde del lettore costringendolo a non perdere di vista la strada maestra che lo condurrà alla soluzione del mistero. Nessuna pietà viene mostrata per la cattiveria, per le menzogne e per i tradimenti. I peccatori, che sono tali non nei confronti di Dio bensì nei confronti dei loro simili, pagano per il dolore che hanno inflitto. La malvagità è smascherata e fatta a brandelli, ma il processo non è immediato, in quanto necessita della metabolizzazione, della consapevolezza dell’errore. E nel mezzo si fa largo il solco tracciato dalle gioie e dalle sofferenze della vita, ci sono le donne che combattono per non farsi seppellire vive in un mondo costruito dagli uomini per gli uomini. “A chi è dato meno, meno è richiesto; ma a tutti è richiesto di sforzarsi al massimo”.

    Le donne che Anne Brontë tratteggia in questo romanzo non sono coraggiose e neppure intelligenti; esse si limitano ad alimentare quella naturale inclinazione a resistere alle intemperie affrontando il dolore armate sono di fiducia in sé stesse. Chissà se, a questo punto, La signora di Wildfell Hall potrà essere considerato alla stregua di un antesignano manifesto del femminismo. Magari sì, ma prima di tutto è un grido di rivolta che ci sospinge verso il futuro ricordando che “la possibilità di morire c’è sempre; ed è sempre bene vivere tenendola presente”.

    Buona Giornata internazionale delle Donne!

    Daniela Lucia

    said on 

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