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The Yellow Wallpaper

(Virago Modern Classics)

By

Publisher: Virago Press Ltd

4.2
(72)

Language:English | Number of Pages: 64 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) French , German , Italian

Isbn-10: 0860682013 | Isbn-13: 9780860682011 | Publish date:  | Edition Reissue

Also available as: Hardcover , Library Binding , Audio Cassette , Softcover and Stapled , Others , eBook

Category: Fiction & Literature , Health, Mind & Body , Social Science

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Book Description
Charlotte Perkins Gilman wrenched this small literary masterpiece from her own experience. Narrated with superb psychological skill and dramatic precision, it tells the story of a nameless woman driven mad by enforced confinement after the birth of her child. Isolated in a colonial mansion in the middle of nowhere, forced to sleep in an attic nursery with barred windows and sickly yellow wallpaper, secretly she does what she has to do - she writes. She craves intellectual stimulation, activity, loving understanding, instead she is ordered to her bedroom to rest and 'pull herself together'. Here, slowly but surely, the tortuous pattern of the wallpaper winds its way into the recesses of her mind...
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  • 5

    La donna è una stanza laida e chiusa a chiave.

    Charlotte Perkins Gilman nel 1892 scrive quello che è, a mio modesto parere, il racconto più importante e significativo per la lotta femminista. Semplicemente, la Gilman trasforma la mente della donna sottomessa in una stanza brutta e obbrobriosa. Considerazione personale: probabilmente è la cosa ...continue

    Charlotte Perkins Gilman nel 1892 scrive quello che è, a mio modesto parere, il racconto più importante e significativo per la lotta femminista. Semplicemente, la Gilman trasforma la mente della donna sottomessa in una stanza brutta e obbrobriosa. Considerazione personale: probabilmente è la cosa più bella che ho letto nella mia breve vita di lettore.

    Attraverso uno stile quasi privo di lirismo o di sentimentalismo, dato che non attinge a nessun canone letterario particolare, se non quello delle annotazioni personali, l'autrice racconta in modo diretto, e a tratti incerto, la permanenza di una donna in una stanza appena affittata per tre mesi. La donna è tenuta chiusa in questa stanza perché ritenuta depressa dal marito farmacista. Egli, e tutta la famiglia, la spingono ad una permanenza - che si suppone debba finire prima o poi - in uno stato passivo, dove ella è costretta ad evitare qualsiasi tipo di attività perché dannosa per la propria condizione.

    La stanza è fatiscente, laida, decadente, sporca, imbrattata, obbrobriosa. Eppure, l'unica cosa che ossessiona la donna è la sua stranissima carta da parete gialla che sembra cambiare motivo a seconda dell'angolazione della luce.

    L'autrice in appena una ventina di pagine, infittisce la quasi apatica narrazione di simbologie psicologiche che mi hanno stupito per la genialità.

    La casa è la coscienza femminile, che dà su tutte le alternative di quotidianità, attraverso le sue finestre: la strada, il giardino, la campagna.

    La carta da parati è il malessere della donna a causa della sua condizione, generata dalla presenza di un marito padrone, che si nasconde dietro la maschera di agnellino (non a caso, le annotazioni della donna sono fitte di mielosa riverenza e sottomissione nei confronti del consorte). "Questa carta da parati ha un sub-motivo di una sfumatura diversa, una particolarmente irritante, in quanto puoi notarla solo con certe angolazioni di luce, e non completamente poi."

    E in questo sub-motivo cosa c'è? Una donna. La protagonista ritiene che quella sulla carta da parati non sia una macchia strana, ma una donna che si nasconde dietro le trame giallognole della stessa. Una donna che cerca fino allo stremo di liberarsi da quella condizione di sudiciume che la stessa carta rappresenta. Sudiciume acquisito solo con il tempo. Non a caso, l'autrice mostra come la stanza sia nata come nursery (infanzia), sia diventata una scuola privata e rovinata dai suoi alunni (fanciullezza) e ora si ritrova a fare da cura per la sua "natura" (età adulta). Secondo la protagonista questa donna "alla luce del giorno è pacata, tranquilla", perché non può essere altrimenti. Anche perché "deve essere veramente umiliante essere sorprese a camminare alla luce del sole".

    Eppure il marito, John, e la sorella, Jennie, sono consapevoli di questo deterioramento che non è depressione ma sottomissione. "L'ho scoperto [John] numerose volte a fissare la carta! E anche Jennie. Ho visto Jennie, una volta, che la toccava." Ed è ovvio. Jennie è una donna, ma è più debole. Si è arresa alla sua condizione. Ecco perché anche su di lei la carta suscita orrore, ma è un orrore che ormai riconosce senza che sia imperante.

    Oltre quello di leggerlo assolutamente perché solo così ci si può avvicinare a capire come si sente una donna privata della sua individualità, il mio ulteriore consiglio è di leggerlo in inglese, se potete, perché rende ancora di più: la scelta di usare il verbo "to creep" per la donna del muro, per esempio, anziché il verbo "to walk" è simbolica. In italiano potrebbe tradursi con "avanzare", ma in inglese ha una profondità persino maggiore. Significa camminare senza dare fastidio, in modo leggero. Come una donna con il suo marito padrone. 20 pagine di capolavoro.

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  • 3

    Racconto con fortissime connotazioni autobiografiche, la Gilman lo compose in soli due giorni per reazione alle raccomandazioni del medico curante che, trovandola afflitta da depressione, le consigliò riposo assoluto, proprio non far niente: no alla scrittura e pittura, banditi gli incontri con g ...continue

    Racconto con fortissime connotazioni autobiografiche, la Gilman lo compose in soli due giorni per reazione alle raccomandazioni del medico curante che, trovandola afflitta da depressione, le consigliò riposo assoluto, proprio non far niente: no alla scrittura e pittura, banditi gli incontri con gli amici.
    La protagonista dello scritto viene poco a poco isolata e confinata in una stanza con sbarre alle finestre e pochi mobili –era una nursery- e sebbene senta il bisogno di uscire e fare qualcosa, le persone attorno sembrano fare di tutto per impedirglielo. Allora comincia un diario, di nascosto, ma questo non basta e presto quella prigione diventerà la sua ossessione, in particolare la brutta carta da parati gialla che ne ricopre le pareti; vede qualcosa muoversi dietro il suo disegno astratto, poi capisce che è qualcuno, una donna intrappolata come lei, fino ad identificarsi con quella figura che fugge.
    Vorrei leggere altro di Charlotte Perkins Gilman, un racconto così breve è troppo poco, mi sento insoddisfatta!

    said on 

  • 5

    Charlotte scrive questo racconto per liberare se stessa e le eventuali lettrici dal condizionamento della Rest Cure di Mitchell, alla quale era stata sottoposta. Il testo, autobiografico, riporta in modo violento il dolore che la scrittrice ha dentro a causa della “cura” e ripercorre passo per pa ...continue

    Charlotte scrive questo racconto per liberare se stessa e le eventuali lettrici dal condizionamento della Rest Cure di Mitchell, alla quale era stata sottoposta. Il testo, autobiografico, riporta in modo violento il dolore che la scrittrice ha dentro a causa della “cura” e ripercorre passo per passo gli stadi che la componevano; inizialmente, infatti, il testo si apre sulla protagonista che guarda la grande casa in cui il marito la sta portando a vivere per i seguenti tre mesi, abbiamo quindi la fase di allontanamento dall’ambiente familiare; si passa poi all’isolamento nella sua stanza, che precedentemente era una nursery, che è a sua volta isolata dal resto della casa da sbarre e ringhiere; c’è poi un’infantilizzazione del rapporto col marito che la tratta come una bambina (la chiama blessed little goose e little girl), prende possesso del suo corpo (dear John gathered me up in his arms, and just carried me upstairs and laid me on the bed) e procede a farle il lavaggio de cervello (sat by me and read to me till it tired my head). Per quanto al giorno d’oggi simili pratiche possano sembrarci assurde, almeno nella società occidentale, dobbiamo tener conto della situazione delle donne nell’’800-‘900. Le donne infatti non avevano quasi diritti ed erano considerate al pari degli schiavi.
    Charlotte, che non solo scrive riguardo al suo tempo, ma lo fa per il suo tempo, cercando di lanciare un messaggio concreto alle donne e agli uomini suoi contemporanei. La “cura” è dannosa per coloro che la subiscono e non è sicuramente il modo per superare i problemi, di qualsiasi natura essi siano. Ognuno ha una sua personale via per la guarigione e quella di Charlotte, come lei stessa ammette nel testo, è scrivere: “I don’t know why I should write this […] I must say what I feel and think in some way – it is such a relief!”.

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  • 3

    Un gioiellino. In breve: una donna che soffre di depressione post-parto impazzisce poiché ossessionata dalla carta da parati gialla della stanza in cui è rinchiusa.
    Mentre leggevo mi sembrava così verosimile il nervosismo della voce narrante che mi ero quasi convinto che fosse davvero un di ...continue

    Un gioiellino. In breve: una donna che soffre di depressione post-parto impazzisce poiché ossessionata dalla carta da parati gialla della stanza in cui è rinchiusa.
    Mentre leggevo mi sembrava così verosimile il nervosismo della voce narrante che mi ero quasi convinto che fosse davvero un diario. Non mi ha sorpreso quindi scoprire che l'autrice stessa aveva sofferto di depressione post-parto.

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  • 0

    La lenta confusione di una donna con la sua fissazione, la depressione e l'incomprensione di chi la circonda.
    E’ bellissimo, lo consiglio decisamente.

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  • 4

    In The Yellow Wallpaper, la protagonista, un’anonima donna sottoposta alla rest cure – presumibilmente una personificazione dell’autrice stessa – degenera progressivamente nella follia a causa della reclusione impostale dalla terapia stessa.
    Il romanzo si apre con la descrizione del marito ...continue

    In The Yellow Wallpaper, la protagonista, un’anonima donna sottoposta alla rest cure – presumibilmente una personificazione dell’autrice stessa – degenera progressivamente nella follia a causa della reclusione impostale dalla terapia stessa.
    Il romanzo si apre con la descrizione del marito John, un importante medico di città, razionale ed avverso alla fede, alla superstizione ed a tutto ciò che non possa essere spiegato scientificamente. Al suo fianco viene presentato il fratello della protagonista, anch’esso medico e concorde con la tesi del cognato. Attraverso questa introduzione, Charlotte Perkins Gilman descrive la società dell’epoca, soffermandosi a riflettere su come il progresso scientifico avesse finito con il surclassare la fede e come l’uomo si sentisse maggiormente creatore che creatura di un qualcosa di più grande.
    Nonostante siano due personalità estremamente forti e preposte al comando, le convinzioni ed il modo di agire di John e del fratello della reclusa fanno presupporre tuttavia che i due agiscano con le migliori intenzioni ed unicamente nell'interesse della donna, per aiutarla e proteggerla. Da parte sua la protagonista, pur essendo in disaccordo, si autoconvince delle loro ragioni e si lascia sottomettere, arrivando addirittura a cercare di giustificare ogni assurdità e stranezza.
    La frase: « John laughs at me, of course, but one expects that in marriage » descrive pienamente la condizione della donna dell’epoca, in cui si dava per scontata la sua inferiorità psico-fisica, ed alla quale si guardava con amorevole compassione, come se si trattasse perennemente di una bambina incapace di autogestirsi a causa delle proprie natural deficiencies. In quel periodo, infatti, la donna era vista ancora come una creatura succube non solo dell’uomo, ma soprattutto della propria condizione fisica. Il non riuscire a fornire una spiegazione logica e razionale ad ogni sensazione, ed il lasciarsi trasportare da fantasie, emozioni, sentimentalismi, e probabilmente squilibri ormonali, era credenza comune che fosse causato da una vera e propria decurtazione fisica del cervello femminile a cui la donna non poteva in alcun modo porre rimedio, e ciò la poneva in una condizione di inferiorità per un fattore prettamente genetico.
    Un esempio del diverso modo di ragionare tra uomo e donna può essere fornito da un dialogo tra la protagonista e suo marito; lei afferma che la casa le provoca un “brivido”, alludendo al fatto che, anche se nessuno lo ammette (lei compresa), riesce a percepire che c'è qualcosa che non va e che le viene nascosto, se non addirittura un brutto presagio di quel che succederà. In tutta risposta, John si alza, chiude la finestra e pone fine alla discussione, essendo fermamente convinto che i “brividi” della moglie siano causati semplicemente da uno spiffero d’aria. Attraverso questa conversazione, l’autrice ci mostra non solo quanto fosse il divario tra la mentalità maschile e femminile dell’epoca, ma anche come potesse risultare ridicola una mente troppo fredda, distaccata e legata strenuamente al pensiero logico.
    La narrazione prosegue con la descrizione della casa e di alcune sue stanze. Attraverso questa sorta di “escursione”, la scrittrice pone in risalto il conflitto interno che prova la protagonista; mentre da un lato la casa è al limite del fiabesco e ricca di particolari che servono a preservarne l’apparenza, dall'altro nasconde dei dettagli che, in estremo contrasto con questa apparente perfezione, risultano amplificati nella loro spettralità. Serre distrutte ed abbandonate all’interno di giardini curatissimi, finestre ornate di fiori ed altre protette da sbarre, stanze ricche di tendaggi ed ornamenti vittoriani, ed una soffitta – un tempo una nursery – con la carta da parati strappata e sbiadita dal tempo, ed un letto inchiodato a terra. Tutti questi elementi sapientemente disseminati all'interno del testo non fanno altro che riflettere il carattere stesso della protagonista, all’apparenza una True Woman, una moglie perfetta che non vuole contraddire il marito e che mostra piena fiducia nei suoi consigli e nelle sue attenzioni, ma che in realtà dentro è una creatura che ribolle di rabbia verso la società che le è avversa e che l'ha resa, senza tener conto delle sue aspirazioni, parte di un sistema prestabilito e limitato a cui sembra impossibile sottrarsi senza gettare disonore su di sé e causare la propria rovina. A causa di tutto ciò la protagonista prova un insieme di emozioni contrastanti e sentimenti che lei stessa percepisce come sbagliati – come ad esempio il nervosismo provocatole dalla sola presenza del figlio – ed è proprio la consapevolezza della sua inadeguatezza come moglie e come madre ad averla fatta scivolare nella malattia; l'unica cura per il suo male, come ella stessa ci dice, sarebbe quella di intraprendere un lavoro creativo ed eccitante che possa stimolarla e farla sentire di nuovo viva.
    Con il passare dei giorni l’atteggiamento e la percezione della protagonista verso la stanza in cui si trova cambiano; se inizialmente la stanza emanava un'atmosfera protettiva e rassicurante, creata appositamente per il suo benessere, successivamente la donna inizia ad avvertire un senso di soffocamento e a sentirsi prigioniera. Più volte afferma che vorrebbe andare via di lì, mentre le amorevoli attenzioni del marito si trasformano poco a poco in una forma di controllo che la fa diventare paranoica, fino a che il suo atteggiamento non muta da quello di reclusa a quello di fuggitiva.
    Centro focale di tutto il racconto (come ci anticipa il titolo stesso) è la carta da parati arabescata di colore giallo che ricopre le pareti della “prigione”, un polveroso e sbiadito elemento decorativo di superficie che diventa l'emblema dell'ossessione della protagonista. Dapprima la sua sola vista le provoca fastidio a causa dell’irrazionalità delle forme e dell’indefinitezza dei motivi, i quali probabilmente le ricordano il conflitto interno tra la personalità che vuole ostentare e la sua vera natura che lotta per uscire allo scoperto. Alla luce del giorno, entro quei motivi decorativi la donna percepisce volti orrendi (probabilmente maschili) che sembrano ridere di lei, bulbi oculari che la seguono ovunque, che la spiano e dai quali non può nascondersi.
    Tuttavia, a questo punto della storia la protagonista è ancora ancorata all’idea di essere affetta da una qualche malattia, perciò si sforza (come le è stato consigliato dai medici) di razionalizzare le cose, prendendo ad analizzare attentamente i disegni sulla carta nel vano tentativo di trovare una simmetria o una logica entro cui inquadrare quelle forme astratte. Ma sarà proprio la frustrazione del fallimento a suscitare in lei quell’ossessione che la condurrà inevitabilmente nella follia.
    Nell’osservare costantemente quegli arabeschi – una sorta di macchie di Rorschach in cui ella vede il riflesso delle proprie frustrazioni – compaiono sempre nuove forme, come se il motivo cambiasse in continuazione finché una notte non assume le fattezze di una donna, una sorta di alter ego della reclusa. Da questo momento in poi è infatti possibile intravedere con maggiore nitidezza il dualismo della sua personalità. Come una sorta di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, la protagonista presenta due caratteri opposti di giorno e di notte; mentre di giorno appare terrorizzata dalla visione di quella donna che le compare continuamente intorno, di notte invece la protagonista sente di essere vicina alla scoperta di un segreto, e la curiosità la spinge a perseguire nelle sue ricerche.
    Nel corso di queste ricerche, di questo viaggio di introspezione, la protagonista finisce con l'invertire i ritmi biologici di sonno-veglia, come se, metaforicamente, ella volesse mandare a “dormire” la personalità fittizia da mostrare in pubblico, mentre la sua reale personalità può avere sfogo solo di notte quando nessuno può vederla. Attraverso quest'inversione la Gilman ci rimanda indirettamente alla personale affermazione di indipendenza iniziata da Henry David Thoreau nel suo Walden, or Life in the Woods, dove lo scrittore afferma: « It matters not what the clocks say or the attitudes and labors of men. Morning is when I am awake and there is a dawn in me. Moral reform is the effort to throw off sleep ». In questo modo, inoltre, la scrittrice fa riferimento anche alla problematica della True Woman e della Real Woman dei suoi tempi, sottolineando come quello che gli uomini definiscono l'ideale di donna non sia altro che una facciata dietro cui nascondere ben altro.
    Significativo è lo sviluppo dello stato di salute della protagonista nel corso della narrazione. Ella risulta più cagionevole quanto più appare “stabile” dal punto di vista mentale e viceversa, ed è proprio verso la fine del romanzo, quando riacquista l’appetito ed appare maggiormente in carne e dal colorito più roseo, che oramai è innegabile che la sua follia tende all’irreversibile. In questo modo la Gilman denuncia con forza le teorie pseudo-scientifiche e mediche dell'epoca, ed in particolare quelle di Silas Weir Mitchell, secondo le quali per lenire le malattie della mente occorreva semplicemente curare i sintomi del corpo. Scopo della scrittrice è del suo romanzo è quello di dimostrare come queste teorie fossero completamente errate, in quanto il corpo e la mente sono indipendenti l’uno dall’altro, perciò se da un lato assistiamo al miglioramento delle condizioni di salute della protagonista, dall'altro ci rendiamo conto come a questo miglioramento del tutto di facciata corrisponda nient'altro che una regressione dal punto di vista mentale.
    Nonostante ciò, in questa parte del racconto la donna comincia a fare ricorso anche ad una sorta di meccanismo di difesa e di furbizia, infatti inizia a nascondere i suoi pensieri al marito ed è lei a chiudere le discussioni evitando di scendere nei dettagli. Perciò potremmo dire che, se da un lato la sua ossessione per la carta da parati la sta lentamente facendo scivolare nella pazzia, al contempo le sta anche restituendo la voglia di vivere, consentendole di provare quell'eccitazione che nella sua vita mancava e di cui aveva un bisogno disperato, un'eccitazione della quale non può e non vuole più privarsi, e che non vuole condividere con nessuno.
    The Yellow Wallpaper si chiude con la “riconciliazione” della reclusa con il suo “doppio” che vive al di là della carta da parati gialla. La protagonista è infatti convinta che dietro quei motivi arabescati vi sia una donna – la Real Woman che si nasconde dentro di lei – intrappolata dietro quella selva di occhi e facce ripugnanti, che altro non è se non l'emblema delle convenzioni sociali, dell'ipocrisia e della società maschilista della Gilded Age del XIX secolo.
    Mentre di giorno dorme per tutto il tempo, di notte la protagonista studia ininterrottamente un modo per riuscire a liberare quella “compagna” di prigionia, fino a che non si rende conto che l'unico modo per farla emergere da quella moltitudine di volti maschili che la sovrastano, è quello di strappare via dal muro quella patina “dorata” e superficiale. E' solo nel momento in cui la stanza torna ad essere bianca che la protagonista si ricongiunge con la sua vera personalità sentendosi finalmente libera dalle forze che la opprimevano. Tuttavia, purtroppo si tratta unicamente di una libertà fittizia e metaforica, che per poter essere assaporata richiede alla protagonista una regressione ad uno stato animalesco e la rinuncia alla propria sanità mentale.

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  • 4

    Gran bel racconto! credo che sia il primo testo letterario che parla della depressione post-partum.
    È stato scritto nel 1890 ed è in parte autobiografico. All'epoca i medici non sapevano come curare questa malattia e spesso non la consideravano neppure una malattia, ma "una tendenza lieveme ...continue

    Gran bel racconto! credo che sia il primo testo letterario che parla della depressione post-partum.
    È stato scritto nel 1890 ed è in parte autobiografico. All'epoca i medici non sapevano come curare questa malattia e spesso non la consideravano neppure una malattia, ma "una tendenza lievemente isterica". Il medico dell'autrice, per esempio, le vietò tassativamente di fare l'unica cosa che avrebbe potuto aiutarla a guarire, cioè dedicarsi alla scrittura (attività che professava con passione già prima del parto!). Ovviamente il suo stato peggiorò e riuscì a riprendersi solo quando smise di seguire la "cura" e abbandonò il marito.
    La protagonista di questo racconto invece viene confinata dal marito medico in una stanza con alle pareti una orribile tappezzeria gialla e sbarre alle finestre. Lei scrive di nascosto un diario e giorno dopo giorno si rende conto di una cosa, cioè che il premuroso maritino (che la chiama affettuosamente "piccola oca benedetta"), pur in buona fede, sta clamorosamente sbagliando terapia:
    "John è un medico, e forse – (non lo direi ad anima viva, naturalmente, ma questa è carta inanimata e ciò è un grande sollievo per la mia mente) – forse questa è una delle ragioni per cui non guarisco più rapidamente. Vedete, lui non crede che io sia ammalata! Che posso farci?"
    Il finale mi ha procurato un brividino lungo la schiena.

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  • 4

    "Su quella carta ci sono cose che nessuno oltre a me conosce né conoscerà mai."

    "La carta da parati gialla" ci catapulta nella mente di una donna sofferente di una sindrome depressiva facendoci vedere, sentire e provare ciò che vede, sente e prova lei. Le poche pagine che compongono questo racconto breve della Gilman bastano a farci entrare appieno nella vicenda e a renderci ...continue

    "La carta da parati gialla" ci catapulta nella mente di una donna sofferente di una sindrome depressiva facendoci vedere, sentire e provare ciò che vede, sente e prova lei. Le poche pagine che compongono questo racconto breve della Gilman bastano a farci entrare appieno nella vicenda e a renderci complici della follia della protagonista, la quale, confinata nella stanza dalla carta da parati gialla da suo marito, lascia libere le briglie della sua mente e da' sfogo alle costrizioni strutturali e mentali che chi la circonda le impone. Un quadro perfetto delle inquietudini umane.

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