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Things Fall Apart

By

Publisher: Anchor Canada

4.0
(329)

Language:English | Number of Pages: 224 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Italian , German , Catalan , Spanish , French , Chi simplified , Polish , Basque , Czech , Dutch

Isbn-10: 0385667833 | Isbn-13: 9780385667838 | Publish date: 

Also available as: Hardcover , Audio CD , Audio Cassette , Library Binding , School & Library Binding , Others , eBook

Category: Fiction & Literature , Foreign Language Study , Religion & Spirituality

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Book Description
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  • 5

    Finalmente! Ecco una storia sull'Africa raccontata da un africano. Mi è piaciuto tantissimo questo racconto di un famoso guerriero, pieno di orgoglio e di paure, che si arriva quasi a comprendere, non ...continue

    Finalmente! Ecco una storia sull'Africa raccontata da un africano. Mi è piaciuto tantissimo questo racconto di un famoso guerriero, pieno di orgoglio e di paure, che si arriva quasi a comprendere, nonostante i suoi atti violenti. La scrittura è semplice e secca, con frasi corte come i tocchi di tamburo. È un mondo reale ma popolato da spiriti, con le sue gioie e i suoi orrori, nel quale un giorno, attraverso una fessura, si infiltra l'uomo bianco...
    Voto: 9

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  • 4

    “La conquista della terra, che sostanzialmente consiste nello strapparla a quelli che hanno la pelle diversa dalla nostra o il naso leggermente più schiacciato, non è una cosa tanto bella da vedere, q ...continue

    “La conquista della terra, che sostanzialmente consiste nello strapparla a quelli che hanno la pelle diversa dalla nostra o il naso leggermente più schiacciato, non è una cosa tanto bella da vedere, quando la si guarda troppo da vicino. Quello che la riscatta è solo l'idea. Un'idea che la sostenga, non un pretesto sentimentale, ma un'idea e una fede disinteressata, qualcosa, insomma, da esaltare, da ammirare, a cui si possano offrire sacrifici”, sosteneva il Marlow conradiano.
    A confutare questa convinzione, anzi a rivelarne tutto il vizio pregiudiziale, si è levata nel 1958 la voce di Okonkwo, l’eroe tragico nato dalla penna di Chinua Achebe.
    Okonkwo è un guerriero di etnia Ibo, la stessa alla quale appartenevano le vittime della guerra seguita al colpo di stato nigeriano del 1966. L’etnia di quei bambini, ventre deformato e occhi come pietre di onice affondate nel latte – fragili quanto l’indipendenza della loro terra, il Biafra – assurti a simulacro della denutrizione per carestia.
    Ma Okonkwo vive centocinquant’anni prima di tutto questo e la sua terra, il villaggio di Umofia, che con altri villaggi si estende intorno all’ultimo tratto del fiume Niger, vive di agricoltura e di commercio, segue i tempi lenti delle stagioni e le armi dei guerrieri ibo sono quelle dei loro antenati, armi che uccidono un solo nemico per volta e non prescindono dal valore e dal coraggio del guerriero che le impugna.

    Di valore e coraggio, Okonkwo ne ha da vendere, ne ha una tale quantità da riuscire ormai a percepire se stesso solo come guerriero, senza mai permettere al suo lato più umano di emergere: reprime i sentimenti che non siano aggressivi, oppresso dal fantasma di un padre che nulla aveva di coraggioso e di forte, un padre pigro e imprevidente che si copriva di debiti e passava il suo tempo sdraiato a suonare il flauto e a conversare. Insomma, colpevole di un'indole che Okonkwo identifica come femminile, dunque debole.
    La virilità è per lui imprescindibile dal rispetto che gli viene tributato e dai ‘titoli’ che la tribù riconosce agli uomini meritevoli. Ma la sua idea di virilità spesso non coincide con quella del clan: in lui è associata solo all'aggressività. Non ha pazienza per i falliti.
    Per dirla tutta, Okonkwo non ha pazienza per nessuno, né per le sue mogli sulle quali alza le mani spesso, né per i suoi figli, che pure ama. Il solo sentimento al quale permette di sgorgare a profusione è la rabbia, e per questo nel suo agire è avventato e irruente.

    Nel clan, invece, esistono personaggi che nulla hanno di femminile e, tuttavia, dimostrano la preziosa capacità di “riflettere sulle cose”. Uno di questi è Obierika, amico del protagonista, che deciderà di non seguire gli uomini nell’uccisione rituale di Ikemefuna, figlio adottivo di Okonkwo. Quest'ultimo, invece, nonostante Ezeudu, l'anziano del villaggio, messaggero del responso funesto dell'Oracolo dei colli e delle caverne, gli consigli di restarne fuori perché “il ragazzo lo chiama padre”, non solo si unirà al viaggio sacrificale ma sarà colui che inferirà col suo machete il colpo mortale, nel timore che il clan possa ritenerlo un debole.
    L'esilio, comminatogli per espiare l'uccisione involontaria di un membro del clan, potrebbe rappresentare per Okonkwo l'opportunità per entrare in contatto con la parte di sé che il fantasma del padre lo spinge a negare. Al contrario, ospite per sette lunghi anni della famiglia della madre in un altro villaggio, non perde occasione per confrontare la mancanza di bellicosità dei propri parenti con la fierezza che, nei suoi ricordi, contraddistingue gli abitanti di Umofia.
    La saggezza, tratto distintivo della famiglia materna, è per lui motivo di biasimo. Non condivide il loro approccio negoziale e accondiscendente e non riesce a comprendere il loro desiderio di tenere sotto controllo l'aggressività e di evitare gli spargimenti di sangue.

    Insomma, quella del protagonista de Il Crollo è, almeno in apparenza, la descrizione di una personalità che noi bianchi identificheremmo con il ‘selvaggio’. In realtà, è proprio attraverso la personalità di Okonkwo – comunque obbediente alle leggi del clan – che emerge, sullo sfondo degli inquietanti rumori notturni e dell'incessante suono dei tamburi, immenso battito del cuore della comunità, il ritratto di una società governata da regole che i bianchi hanno misconosciuto e meticolosamente annientato.
    I bianchi arrivano. Come le locuste che, per la gioia degli abitanti di Umofia, si abbattono sul villaggio talmente numerose da spezzare i rami degli alberi. Ma se queste non possono far danni al raccolto, ormai messo in salvo, e una volta che la rugiada notturna ha appesantito loro le ali, possono essere catturate e fritte, trasformandosi in un cibo raro e prelibato, l’invasione da parte dei bianchi, accolta con lo stesso ingenuo e divertito fatalismo, non sarà altrettanto indolore né, tanto meno, fonte di gioia.

    Anche in questa occasione, Okonkwo non smentisce la sua indole di guerriero e tenta in tutti i modi di smuovere lo spirito dei propri compagni. Per lui la soluzione è una sola e richiede le armi, ma il clan non è disposto a seguirlo nello scontro aperto.
    I bianchi costruiranno la chiesa, sulla terra che Umofia ha loro concesso secondo un divertente e ingenuo piano di battaglia: agli uomini bianchi tutta la terra che desiderano, ma il suolo a loro destinato è quello della Foresta Malvagia, un luogo che per gli abitanti di Umofia è sinonimo di morte sicura. Questa decisione, per quanto strategica, si rivelerà un clamoroso autogol: i bianchi, spiati notte dopo notte, non moriranno, confermando ai più la considerevole potenza del loro dio.

    In uno stillicidio di conversioni – tra le quali, la più dolorosa per Okonkwo, quella del proprio figlio – e di scontri inizialmente verbali, la missione cristiana si allarga e con lei la spaccatura fra gli indigeni e i loro fratelli convertiti. Da piccolo nucleo di conversione religiosa nel villaggio – tanto godibile nella narrazione quanto profondo nel suggerire riflessioni, il tentativo di comprendere il concetto di Santissima Trinità da parte di Okonwko, la cui rassegnata conclusione è che il missionario sia completamente pazzo – l’intervento dei bianchi si estende alle regole civili, sociali, giuridiche ed economiche.
    Il suo ultimo e personale tentativo di rivolta, climax del romanzo, permetterà a Okonkwo di comprendere che sta combattendo una battaglia già persa, e che tutto ciò per il quale ha vissuto e in cui crede sta per soccombere al sopruso della colonizzazione. Da guerriero negherà la supremazia dei bianchi con l’unico gesto di libertà possibile.

    Achebe ha scritto questo romanzo usando la lingua dei colonizzatori, forse perché sono loro i destinatari principali del messaggio. Ha tuttavia operato una scelta attenta nei simboli usati, come le locuste (palesemente simbolo dell’invasione dei bianchi) e il fuoco (costantemente accomunato in tutte le sue forme ai diversi moti dell’animo del protagonista), strettamente legati alla cultura nigeriana. Ma, soprattutto, ha conservato lo stile e la musicalità propri della lingua ibo, con frequenti ricorsi a metafore, proverbi, fiabe e vocaboli originali, col risultato di ottenere un ritmo e una ricchezza narrativa intimamente legati ai personaggi e al loro mondo.

    Questa operazione linguistica non ha un risvolto puramente formale, è essa stessa energia tematica nel momento in cui la costruzione retorica delle conversazioni ibo si scontra con il linguaggio dei colonizzatori. Mentre questi ultimi danno valore all’immediatezza della comunicazione, gli ibo, così come alle proprie tradizioni, restano legati a un modello di dialogo considerato inefficiente dai bianchi. Nell’ultimo capitolo, il Commissario distrettuale pensa che una delle abitudini più irritanti di questi uomini sia proprio “la loro passione per le parole inutili”, a sottolineare la frattura è il fatto che la frase pronunciata dall’ ibo non è inutile affatto: come il lettore scoprirà è, invece, legata alla scelta finale di Okonkwo e nasconde in sé uno tra i valori etici più profondi della tradizione ibo.
    L’intento dello scrittore è certamente quello di proporre una visione del proprio paese ben diversa da quella offerta dalla letteratura colonialista. Nelle pagine di Chinua Achebe appare una società strutturata dal punto di vista sociale ed etico, nella quale i valori ancestrali sono fortemente radicati; una società regolata dal ciclo delle stagioni e legata alla terra, con le proprie leggi e i propri codici, anche se non sempre comprensibili agli occhi di un bianco.

    Quanto più questa società si delinea come organizzata, tanto più forte è la percezione dello stupro perpetrato dal colonialismo bianco.
    Nonostante questo, ciò che rende valida l’opera di Achebe è la sua equidistanza dalle colpe. Non si limita a imputare ai bianchi la scomparsa di una civiltà, ma sottolinea anche la passività della propria gente e come la decisione di abbracciare una nuova fede e nuove regole abbia accelerato il crollo. Con estrema obiettività, Achebe evita che il lettore codifichi i personaggi della storia in buoni (neri) e cattivi (bianchi), ed evidenzia al tempo stesso la necessità di coesione, di difesa dei propri valori, elementi indispensabili per opporsi alla violenza culturale e fisica dell'imperialismo.

    E’ lo scrittore a sostenere per bocca di Obierika: “Come pensi che possiamo combattere quando i nostri stessi fratelli si sono rivoltati contro di noi? L'uomo bianco è molto astuto. E' venuto adagio e in pace con la sua religione. Noi ridevamo della sua follia e gli abbiamo permesso di restare. Adesso ha conquistato i nostri fratelli e il nostro clan non può più essere quello di prima. Ha messo un coltello tra le cose che ci tenevano uniti e noi siamo crollati giù”. Ed ecco che la rabbia e il desiderio di rivolta di Okonkwo acquistano luce e ragione d’essere. E il chi – ovvero il dio individuale che determina la buona o la cattiva sorte, qualcosa di molto simile al dio Fatum dei latini – spesso menzionato nell’arco della narrazione, rende Okonkwo, in tutto e per tutto, un eroe tragico, simbolo di valori cancellati dalla violenza di una cultura che si reputa superiore.
    Alla frase di chiusura del romanzo Achebe affida la sua sarcastica opinione sul progetto culturale imperialista, rappresentato dal libro che il Commissario distrettuale, etnologo dilettante, sta per scrivere. Il funzionario, davanti al sacrificio di Okonkwo, pensa di dedicare all’avvenimento un capitolo, al massimo.

    Ed ecco la frase, lapidaria: “Aveva già scelto il titolo dopo averci pensato a lungo: La pacificazione delle popolazioni primitive del basso Niger”. Un vero condensato di ironia, a partire da quel “dopo averci pensato a lungo”, dal quale traspare tutta l’autoreferenzialità dell’uomo bianco – concentrato più sul titolo che non sulla civiltà di cui pretende di occuparsi – per finire con una parola condiscendente come pacificazione, a sottolineare il concetto di esseri primitivi incapaci di vivere in società. Il colonialista pretende di fornire indicazioni sul modo di esportare ordine e benessere in una civiltà che egli stesso ha invece sconvolto e sovvertito.

    Sebbene collocata in uno spazio e in un’epoca precisi, la vicenda appare in realtà senza luogo e senza tempo, come accade per ogni grande romanzo. Achebe ci parla, infatti, di civiltà negate, di culture dominanti e di tradizioni annientate. Temi attuali nel nostro panorama politico e sociale, che i detrattori liquidano con lo stigma del relativismo. In realtà, il problema non è quello di fittizie classifiche razziali e culturali, bensì quello di potenze imperialiste il cui fine ultimo è, da sempre e oggi più che mai, quello di imporre la supremazia del proprio modello culturale, in una simbolica e fattuale conquista della Terra.
    L. Viarengo

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  • 4

    La llegada de los hombres sin dedos en los pies

    Buena novela, de gran interés antropológico. En la primera parte es muy curioso conocer las costumbres de una aldea del África negra, conocer su modo de vida, su sociedad patriarcal, sus creencias y s ...continue

    Buena novela, de gran interés antropológico. En la primera parte es muy curioso conocer las costumbres de una aldea del África negra, conocer su modo de vida, su sociedad patriarcal, sus creencias y supersticiones. Algunas de esas costumbres nos parecen escandalosas y horribles desde nuestro punto de vista como por ejemplo, la de abandonar en el bosque a los gemelos recien nacidos porque los consideraban abominables. Después todo esto salta por los aires con la llegada del hombre blanco imponiendo sus costumbres y sus propias supersti... digo su propia religión, la cristiana. ¿Es esto algo bueno o malo para los hombres negros? Creo que el autor deja que cada lector saque su conclusión. El estilo de Achebe es poco destacable pero lo que me cuenta me interesa mucho.

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  • 4

    Sebbene collocata in uno spazio e in un’epoca precisi, la vicenda appare in realtà senza luogo e senza tempo, come accade per ogni grande romanzo. Achebe ci parla, infatti, di civiltà negate, di cultu ...continue

    Sebbene collocata in uno spazio e in un’epoca precisi, la vicenda appare in realtà senza luogo e senza tempo, come accade per ogni grande romanzo. Achebe ci parla, infatti, di civiltà negate, di culture dominanti e di tradizioni annientate. Temi attuali nel nostro panorama politico e sociale, che i detrattori liquidano con lo stigma del relativismo. In realtà, il problema non è quello di fittizie classifiche razziali e culturali, bensì quello di potenze imperialiste il cui fine ultimo è, da sempre e oggi più che mai, quello di imporre la supremazia del proprio modello culturale, in una simbolica e fattuale conquista della Terra.

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  • 4

    Questo è Il libro della letteratura africana. Non credo che sia il più bello mai scritto, ma è il più importante, perchè per la prima volta (in Europa), l'Africa (in questo caso la valle del Niger) no ...continue

    Questo è Il libro della letteratura africana. Non credo che sia il più bello mai scritto, ma è il più importante, perchè per la prima volta (in Europa), l'Africa (in questo caso la valle del Niger) non è vista nè con lo sguardo oscuro ed inquieto dell'avventuriero, ma neppure con quello solare e ingenuo che cerca in ogni indigeno il buon selvaggio. Qui la cultura Ibo è descritta come una struttura sociale e culturale, complessa e sfaccettata, con personaggi mossi dagli stessi desideri e aspirazioni (nonchè dalla stessa assurda complessità) dei personaggi di un qualsiasi romanzo europeo. Su tutto poi, l'uomo bianco come distruttore di un mondo evanescente, anche quando giunga con le migliori intenzioni.
    Esagerando si può spstenere che questo libro sia una sorta di Gattopardo Ibo.

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  • 5

    Con Chinua Achebe continuo il mio viaggio in Africa attraverso le letterature africane. Sì, ho usato il plurale perché in realtà non si può parlare di una sola letteratura africana come ad esempio si ...continue

    Con Chinua Achebe continuo il mio viaggio in Africa attraverso le letterature africane. Sì, ho usato il plurale perché in realtà non si può parlare di una sola letteratura africana come ad esempio si parla di letteratura italiana o americana. L’Africa è un grande continente che è stato colonizzato dai popoli europei che hanno portato lingue, religione e cultura diverse; anche se in realtà, già prima dell’arrivo degli europei l’Africa era un immenso continente dove convivevano lingue, religioni e culture diverse.
    Chinua Acebe è nato in Nigeria nel 1930 e ha vissuto sulla sua pelle l’arrivo dei coloni, ciò che essi hanno portato, fino ad arrivare all’indipendenza nel 1960, e a soli 28 anni ha scritto il suo primo romanzo usando la lingua inglese. È a tutt’oggi considerato uno dei più importanti scrittori africani, e “Il crollo” è una delle maggiori opere letterarie sull’Africa pre-coloniale. Finalmente per la prima volta nel 1958 il mondo poteva leggere un romanzo sull’Africa dal punto di vista africano.
    La trama si riassume in modo semplice: Achebe ci racconta cosa è avvenuto alle genti nigeriane a seguito dell’arrivo dei primi missionari inglesi. L’azione si svolge nella terra degli Ibo, nel cuore della Nigeria, e il protagonista è un valoroso guerriero, Okonkwo che sin da ragazzo ha lavorato duramente per costruirsi una solida posizione economica e culturale all’interno del suo clan. Nella prima parte, Achebe spiega come si svolgeva la vita quotidiana del clan, una vita riferita soprattutto alle stagioni e alle coltivazioni di ignami. Nelle vivide descrizioni ci racconta le leggende, le superstizioni e la complessa religione degli ibo, come anche le loro particolari tradizioni e riti che anche se agli occhi di un occidentale possono sembrare “strani” o disgustosi, per loro erano ovviamente sacre e molto importanti.
    Le mamme ibo raccontano ai loro figli leggende e superstizioni, racconti su come si sono formati il mondo e gli animali, e devo dire che con il loro particolare fascino hanno appassionato anche me. Nel clan non mancano anche i riti magici e gli stregoni, come non manca la sacerdotessa che parla tramite un Oracolo che ha sempre ragione.
    La vita del guerriero Okonkwo scorre tranquilla, tra raccolti e riti, feste e lavoro. Poi, all’improvviso per errore uccide un uomo e viene bandito dal suo clan per sette anni.
    Mentre Okonkwo è lontano dal suo clan, arrivano i primi missionari inglesi e iniziano a costruire chiese, scuole, tribunali e ospedali. Ma soprattutto, iniziano a convertire le genti del posto. Trascorsi i sette anni, Okonkwo può tornare al suo villaggio nel suo clan di appartenenza, e con orrore scopre tutti i cambiamenti avvenuti a causa dei missionari. Il suo stesso figlio ora si fa chiamare Isaac ed è diventato cristiano.
    Qualcuno resiste, c’è ancora nel villaggio qualcuno che non accetta la religione imposta dai missionari e continua a praticare riti e cerimonie tipiche delle loro tradizioni. Mentre i missionari spiegano agli indigeni che stanno venerando falsi idoli e stanno adorando pietre e legname senza valore, una banda di ibo brucia una chiesa di Umofia. Il Commissario Distrettuale chiama a raccolta i sei uomini che hanno distrutto la chiesa e li imprigiona per giorni, senza mangiare e senza bere. Una volta liberati, durante un comizio ibo nel quale si discute di come liberarsi da questi missionari, ritornano i bianchi del tribunale con l’idea di porre fine all’assemblamento. Okonkwo perde la testa e colpisce un messo. Questo gesto gli vale il mandato di cattura, ma lui scappa. Qualche giorno dopo, viene ritrovato dall’amico Obierika appeso ad un albero nel suo giardino.
    Il grande potere del romanzo di Chinua Achebe sta in questa semplice osservazione: che cosa succede quando una cultura totalmente diversa tenta di insediarsi e prevalere su di un’altra? Le incomprensioni che possono nascere tra le due culture possono diventare insanabili e arrivare a risvolti drammatici (come il carcere, le punizioni, l’omicidio e il suicidio nel romanzo). “Il crollo” è questo: il cambiamento drastico e devastante di una gente abituata a vivere seguendo la natura, con tutte le superstizioni e le tradizioni di contorno. Questo è l’inizio del crollo di una civiltà che verrà conquistata, devastata e depredata dagli inglesi e che solo negli anni successivi vedrà riconoscersi la propria indipendenza.

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  • 3

    Africa en estat pur, fins que arriba l'home blanc i tot se'n va en orris. Una cultura, un passat, unes costums, unes creences, tot allò en què s'ha basat un poble al llarg de la seva existència, és me ...continue

    Africa en estat pur, fins que arriba l'home blanc i tot se'n va en orris. Una cultura, un passat, unes costums, unes creences, tot allò en què s'ha basat un poble al llarg de la seva existència, és menystingut i destruit amb l'arribada de l'home blanc a l'Africa. Cal fer una reflexió sobre l'efecte que les colonitzacions han tingut al llarg de la història.

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    5

    Letto per un esame di letterature post-coloniali. E' diviso in tre parti: la prima la si può definire un racconto etnografico (molto interessante la rappresentazione dei ruoli di genere nella cultura ...continue

    Letto per un esame di letterature post-coloniali. E' diviso in tre parti: la prima la si può definire un racconto etnografico (molto interessante la rappresentazione dei ruoli di genere nella cultura Igbo), utilissimo ed evidentemente scritto allo scopo di far calare il lettore all'interno di - e farlo abituare a - una cultura di cui gli autoctoni stessi conoscono ormai poco; la seconda è l'esilio di Okonkwo durante la quale si verificano i primi contatti tra autoctoni e "uomini bianchi"; la terza, il ritorno di Okonkwo a Umuofia e le conseguenti decine di riferimenti al "crollo" Yeatsiano del titolo.

    Un romanzo che fa conoscere, ma purtroppo anche indignare. Un importante contributo del recentemente dipartito Achebe, che ci fa dono di un racconto forse inventato, ma di sicuro pregno di usi e costumi lontani nel tempo e nello spazio e assolutamente da recuperare.

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  • 3

    Un libro que va de menos a más. Quizás esperaba demasiado de él pero lo cierto es que ha logrado engancharme de verdad en las últimas 60 páginas, que es donde se recoge la verdadera esencia del libro ...continue

    Un libro que va de menos a más. Quizás esperaba demasiado de él pero lo cierto es que ha logrado engancharme de verdad en las últimas 60 páginas, que es donde se recoge la verdadera esencia del libro para mí. Al final, lo cierro con buen sabor de boca y, lo que es más importante, haciéndome pensar, que es lo que me gusta de los libros.

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