Things Fall Apart

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Publisher: Anchor Canada

4.0
(382)

Language: English | Number of Pages: 224 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Italian , German , Catalan , Spanish , French , Chi simplified , Polish , Basque , Czech , Dutch

Isbn-10: 0385667833 | Isbn-13: 9780385667838 | Publish date: 

Also available as: Hardcover , Audio CD , Audio Cassette , Library Binding , School & Library Binding , Others , eBook

Category: Fiction & Literature , History , Religion & Spirituality

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Book Description
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  • 4

    difficile capirsi, impossibile resistere

    storia di Okonkwo, una sorta di Abramo Ibo, che rispetta le tradizioni del suo popolo, e si aspetta di raggiungere posizioni di potere, anche se le norme a cui obbedire sono spesso dure e a volte ins ...continue

    storia di Okonkwo, una sorta di Abramo Ibo, che rispetta le tradizioni del suo popolo, e si aspetta di raggiungere posizioni di potere, anche se le norme a cui obbedire sono spesso dure e a volte insensate. Sicuramente incomprensibili agli occupanti inglesi (tenaci nell'uso esclusivo della propria lingua) che applicano leggi "civili" ma soprattutto usano la religione per rovesciare i rapporti tribali e familiari. La divisione tra chi si adegua e chi vorrebbe ribellarsi porta al crollo di un mondo che sembrava immodificabile. Infatti il titolo originale è Things fall apart. Chinua Achebe riconosciuto come padre della letteratura africana -in lingua inglese- scrive per gli africani ma anche per noi Le locuste ad esempio le ho sempre pensate come portatrici di distruzione e fame , invece qui sono attese come una insolita fonte di proteine

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  • 3

    si sente viva la tradizione orale del racconto, è un piacere farsi trasportare in un'Africa lontana e senza tempo da una voce piana, imparziale che racconta la tradizione, la colonizzazione, il crollo ...continue

    si sente viva la tradizione orale del racconto, è un piacere farsi trasportare in un'Africa lontana e senza tempo da una voce piana, imparziale che racconta la tradizione, la colonizzazione, il crollo. crollo di una vita,di un villaggio, di un modo di incarnare la tradizione e quindi facilmente la riflessione si sposta sul crollo della nostra società, sul cambiamento naturale e necessario, non giusto o sbagliato, che la mescolanza e l'incontro di culture portano con sè.
    leggere Chinua Achebe é un'esperienza unica e profondamente atemporale, ti porta in Africa e ti porta al centro della scena attuale in Europa con la stessa forza e portato di senso.
    ci voleva.

    said on 

  • 3

    Inizia l'avventura africana

    Questo è il primo libro di un autore africano che leggo, notevole per essere l'apripista di questa letteratura.
    Lo stile con cui Achebe scrive è lineare, distaccato dai fatti. Cronista di quanto avvie ...continue

    Questo è il primo libro di un autore africano che leggo, notevole per essere l'apripista di questa letteratura.
    Lo stile con cui Achebe scrive è lineare, distaccato dai fatti. Cronista di quanto avviene, narra di un villaggio nigeriano che incontra l'uomo bianco, il colonizzatore inglese. La vita nel villaggio è un cerchio magico, fatto di rituali e consuetudini: il mercato, il lavoro nei campi, la lotta, il giudizio degli spiriti degli antenati...finchè non arriva padre Brown e dice che un solo Dio esiste, e che i loro dei sono falsi. Qui il racconto di Achebe si interrompe, con ironia.
    Penso che la sua scelta di essere così distaccato sia dovuta alla volontà di presentare i fatti in maniera oggettiva, per far giudicare al lettore cosa è stata la colonizzazione, ma un punto di vista- anche con tutta la parzialità che questo comporta- non mi sarebbe dispiaciuto. Magari approfondire la storia Okonkwo-Nweke: il figlio del guerriero forte/autoritario che sceglie di seguire il missionario che gli parla di un Dio amorevole e buono.

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  • 4

    In Nigeria, prima dei bianchi

    Spaccato di vita nei villaggi Ibo. Una forma di epica, ma si sente il ritmo della narrazione orale. Un gran libro

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  • 5

    Autore: nigeriano (1930-2013). Romanzo.

    Attenzione: è un romanzo che parla di nigeriani, che si chiamano con nomi nigeriani e vivono secondo consuetudini nigeriane.
    Se Okonkwo sembra un alieno nome im ...continue

    Autore: nigeriano (1930-2013). Romanzo.

    Attenzione: è un romanzo che parla di nigeriani, che si chiamano con nomi nigeriani e vivono secondo consuetudini nigeriane.
    Se Okonkwo sembra un alieno nome impronunciabile, meglio scegliersi una novità di provenienza più nota, magari con dei tranquillizzanti Kevin.

    Se picchiare ogni tanto la moglie sciatta (per giusta causa e non troppo), se è obbligo rispettare la profezia di una veggente, avere una teogonia che prevede un dio capo dei capi ed una serie di divinità minori per le necessità quotidiane, se in casi particolari viene previsto un sacrificio umano, se le norme che regolano i rapporti sociali sono immutabili nel tempo, se tutte queste cose ed altre infastidiscono o ci fanno dire “ma noi” è forse meglio non leggerlo.

    Non gli si renderebbe giustizia.

    Alcuni villaggi, le antiche regole e consuetudini, la coltivazione dell’igname soprattutto, il mercato, gli incontri di lotta, le capanne racchiuse in un recinto, le infrazioni così rare e lontane nel tempo da perdere credibilità, la giustizia esercitata dai capi mascherati da demoni (perché non è l’uomo a giudicare, ma lo spirito che rappresenta), le decisioni che vengono accettate sempre e comunque.

    E poi arriva l’uomo bianco. con la sua incomprensibile religione e le sue leggi feroci, esportatore di civiltà e possessore di tutte le verità.
    E quel piccolo e collaudato mondo è destinato a soccombere. Secoli di una vita alla quale sono tutti adattati e che riconoscono come propria, nel bene e nel male, non ci sarà più.
    Nel film degli africani, degli indios, degli uomini delle pianure l’uomo bianco è il marziano cattivo e il film non finisce bene.

    PS. per maggior informazione e visto che Yeats mi piace, aggiungo il brano poetico dal quale è tratto il titolo.
    Girando e girando nella spirale che si allarga
    il falco non può udire il falconiere;
    le cose crollano; il centro non può reggere;
    mera anarchia è scatenata nel mondo.

    W.B. Yeats (Il secondo avvento)

    24.11.2016

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  • 4

    Un romanzo di grande cultura

    Letto nella nuova edizione Nave di Teseo (non ricordavo di possederne una copia e/o, mi affretterò a restituire il doppione), questo romanzo fa vivere una esperienza culturale completa e affascinante. ...continue

    Letto nella nuova edizione Nave di Teseo (non ricordavo di possederne una copia e/o, mi affretterò a restituire il doppione), questo romanzo fa vivere una esperienza culturale completa e affascinante.
    Achebe non solo è grande narratore (il ritmo del romanzo è avvolgente e ipnotico, la figura del protagonista è tratteggiata con spietata sincerità e senza indulgenza) ma è anche grande "storico" e antropologo: la civiltà del Basso Niger, con tutte le sue contraddizioni, quelle che a noi occidentali paiono assurdità, crudeltà, irragionevoli spietatezze, emerge prepotentemente, con la stessa prepotenza con cui "i mandati da Dio" delle missioni cristiane dividono e destabilizzano la popolazione indottrinata.
    La bellezza del romanzo sta nel fatto che non è per nulla un libro "a tesi": Achebe non si propone di giudicare, di mettere in competizione due mondi.
    Li fa interagire, senza risparmiarsi di rappresentare il peggio (ma forse anche il meglio) dell'una e dell'altra.
    Il rispetto delle diversità, ma anche il gusto della narrazione pura

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  • 4

    La storia è di chi la racconta

    Alla ricerca di un'Africa autentica e ormai dimenticata, e non trovando la versione italiana ('Il crollo'), ho percorso le vicende di Okonkwo e del suo villaggio in inglese, e perciò lentamente, assap ...continue

    Alla ricerca di un'Africa autentica e ormai dimenticata, e non trovando la versione italiana ('Il crollo'), ho percorso le vicende di Okonkwo e del suo villaggio in inglese, e perciò lentamente, assaporando le sfumature e l'atmosfera solenne ma essenziale e deliziosamente descrittiva di questa edizione.

    Vicende che narrano di un mondo diverso, ma definito e onorevole, armonico e pacifico, e di come l'arrivo dell'uomo bianco, delle sue verità e della sua malafede lo abbia schiacciato e snaturato per sempre. Raccontandoci poi, l'uomo bianco, della sua meritoria opera di civilizzazione, in realtà rapace e impietosa.

    Nell'ottica dei nostri giorni, anche una potente metafora di come uomini senza valori ma senza scrupoli e avidi di potere porteranno il mondo fuori dal cammino di saggezza e progresso reale che pure sarebbe possibile se i 'giusti' fossero anche più uniti, determinati e intransigenti.

    Molto bello, inspiegabilmente fuori catalogo in Italia.

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  • 4

    http://caminosquenollevananingunsitio.blogspot.com.es/2016/03/notas-sobre-todo-se-derrumba-chinua.html

    Una región de nueve aldeas. Un guerrero fuerte y decidido. Los dioses que acompañan a cada person ...continue

    http://caminosquenollevananingunsitio.blogspot.com.es/2016/03/notas-sobre-todo-se-derrumba-chinua.html

    Una región de nueve aldeas. Un guerrero fuerte y decidido. Los dioses que acompañan a cada persona, las palabras de los oráculos y la Tierra una diosa a la que cuidar y santificar, las noches oscuras donde sólo está el sonido de los insectos y el mundo parece terminar y las noches de luna y su luz que anima la vida de la comunidad, la llegada de las langostas y niños embrujados que vuelven una y otra vez al vientre materno, el bosque del Mal donde abandonar bebés gemelos y malos hombres y los ritos que resucitan las voces de los viejos espíritus y las luces de las luciérnagas, la vida que transcurre entre la siembra y la recolección, entre la lluvia y la sequía, entre las ceremonias religiosas a docenas de dioses, esa vida, ese tiempo, cambiados por la llegada del hombre blanco con su religión y su justicia y su visión única y un mundo que muere poco a poco.

    Todo se derrumba oscila entre el intimismo de una vieja leyenda con fantasmas y espíritus, el relato antropológico y un destino que se adivina fatal y del que es imposible escabullirse. Okonkwo es el mayor guerrero de las nueve aldeas, ansía el poder y deshacerse de la imagen de su padre, al que cree perezoso y fracasado, es enérgico y, en él, se guardan las tradiciones ancestrales, vive con sus tres esposas e hijos, espera que alguno le suceda y llegar a poseer los cuatro títulos, el mayor honor del poblado. Okonkwo no demuestra debilidad ni simpatía, es una presencia absoluta en su familia y en la aldea. Y es a través de él, de su búsqueda de poder, que somos testigos de la vida y las costumbres de su aldea.

    Chinua Achebe cruza la vida de Okonkwo con los ritos y ceremonias del clan. Por momentos, Todo se derrumba es una fotografía de un instante en la vida de la aldea, cuando aún se conservan las tradiciones. Achebe nos habla de los nueve espíritus que imparten justicia, del bosque del Mal donde abandonar todo aquello que parezca maléfico y pueda dañar a la comunidad, del Oráculo que habla a través de una sacerdotisa y avisa sobre el futuro y qué hacer para sobrevivir, de la semana de la Paz y las diferentes caras de la muerte, de los niños que regresan al vientre materno, de las noches oscuras que esconden temores y horrores desconocidos y los rituales a la diosa Tierra. Achebe nos acerca una vida desconocida y fuera del tiempo.

    Okonkwo es desterrado siete años por matar sin querer a un muchacho del clan (una muerte femenina según la creencia). La muerte no como venganza sino como compensación. En esos siete años, ve en la distancia cómo la vida de su aldea cambia poco a poco. Primero las noticias de un hombre blanco y su caballo de hierro. Luego, los misioneros que hablan de un dios único y que construyen iglesias y traen una nueva justicia. A su regreso, Okonkwo no volverá a su aldea tal como la dejó, sino a un momento donde todas las creencias, ceremonias y ritos del clan son puestos en duda. Achebe muestra la visión enfrentada entre las creencias del extranjero y las que son propias de la aldea, cómo el hombre europeo arraiga en la tierra de Okonkwo primero con palabras y luego con la fuerza, sin querer conocer la forma de vida de los clanes más que para escribir un libro pintoresco sobre África y sus tribus.

    Okonkwo acababa de apagar la lámpara de aceite de palma y de estirarse en la cama de bambú cuando oyó el ogene del pregonero que penetraba el aire de la noche. Gome, gome, gome, gome, tronaba el metal hueco. Después el pregonero dijo su mensaje y, al final, volvió a golpear su instrumento. Y el mensaje era éste. Se pedía a todos los hombres de Umuofia que mañana por la mañana se reunieran en la plaza del mercado. Okonkwo se preguntó qué pasaría, pues desde luego estaba seguro de que algo andaba mal. Había percibido un claro tono de tragedia en la voz del pregonero, e incluso ahora lo seguía oyendo mientras se iba apagando lentamente en la distancia.
    La noche era muy tranquila. Siempre eran tranquilas, salvo cuando había luna. La oscuridad significaba un vago terror para aquella gente, incluso para los más valientes. A los niños se les advertía que no silbaran de noche, por miedo a los malos espíritus. Los animales peligrosos se hacían todavía más siniestros e impredecibles en la oscuridad. De noche nunca se mencionaba a la serpiente por su nombre, porque lo oiría. Se hablaba de una cuerda. De manera que aquella noche concreta, a medida que la voz del pregonero se iba quedando gradualmente absorbida por la distancia, volvió a reinar en el mundo el silencio, un silencio vibrante intensificado por el chirrido universal de un millón de millones de insectos de la selva.
    Las noches de luna todo era diferente. Entonces se oían las voces alegres de los niños que jugaban en los campos abiertos. Y quizá las de quienes no eran tan jóvenes, que jugaban en parejas en lugares menos abiertos, y los ancianos y las ancianas recordaban su juventud. Como dicen los ibos: «Cuando brilla la luna a los cojos les entran ganas de salir a dar un paseo».

    ***

    —Si dejamos a nuestros dioses y seguimos a tu dios —preguntó otro hombre—, ¿quién nos va a proteger contra la ira de nuestros dioses y nuestros antepasados abandonados?
    —Vuestros dioses no viven y no os pueden hacer ningún daño —replicó el hombre blanco—. Son pedazos de madera y de piedra.
    Cuando se interpretaron esas palabras a los hombres de Mbanta, éstos rompieron a reír burlones. Aquellos hombres tenían que estar locos, se dijeron los unos a los otros. Si no, ¿cómo podían decir que Ani y Amadiora eran inofensivos? ¿Y también Idemili y Ogwugwu? Y algunos de ellos empezaron a marcharse.
    Entonces los misioneros empezaron a cantar. Era uno de aquellos aires alegres y animados del evangelismo que tenían la facultad de recordar emociones silenciosas y polvorientas en el corazón de los ibos. El intérprete explicaba cada nueva estrofa a los asistentes, algunos de los cuales se sentían fascinados ahora. Era una historia de hermanos que vivían en las tinieblas y el temor, ignorantes del amor de Dios. Hablaba de una oveja que se había perdido en el monte, lejos de las puertas de Dios y de las tiernas atenciones del pastor.
    Después de la canción el intérprete habló del Hijo de Dios, que se llamaba Jesu Kristi. Okonkwo, que se había quedado únicamente porque esperaba que se diera la ocasión de echar a aquellos hombres del pueblo o de darles una paliza, dijo entonces:
    —Nos habéis dicho por vuestra propia boca que no había más que un dios. Ahora habláis de su hijo. Entonces debe tener una esposa —la multitud asintió.
    —Yo no he dicho que tuviera una esposa —dijo el intérprete, con una cierta timidez.
    —Tu culo dijo que tenía un hijo —dijo el bromista—. Entonces tiene que tener una mujer, y todos ellos deben tener culos.
    El misionero no le hizo caso y siguió hablando de la Santísima Trinidad. Al final de todo aquello, Okonkwo quedó convencido de que aquel hombre estaba loco. Se encogió de hombros y se marchó a extraer su vino de palma para aquella tarde.
    Chinua Achebe. Todo se derrumba. Traducción de Fernando Santos. Alfaguara

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  • 4

    "Ha messo un coltello fra le cose che ci tenevano uniti e noi siamo crollati giù."

    Non mi meraviglia che questo romanzo sia diventato così famoso in tutto il mondo. In meno di duecento pagine il nigeriano Chinua Achebe compie un’impresa non da poco: avvicinarci a un mondo e a una cu ...continue

    Non mi meraviglia che questo romanzo sia diventato così famoso in tutto il mondo. In meno di duecento pagine il nigeriano Chinua Achebe compie un’impresa non da poco: avvicinarci a un mondo e a una cultura a noi completamente estranei attraverso un personaggio forte, che incarna non tutti, ma molti dei valori tradizionali di questa cultura, per poi mostrarci il crollo dell’una e dell’altro, in concomitanza con l’arrivo dell’"uomo bianco".
    Il romanzo è suddiviso in tre parti ben distinte: la premessa, l’esilio (di cui non dirò le ragioni) – in cui le certezze e i fondamenti, personali e comunitari, cominciano a vacillare – e infine il ritorno, che corrisponde alla resa dei conti. La prima parte è di grandissimo interesse, perchè ci presenta usi, tradizioni e credenze degli ibo in modo non didascalico, ma attraverso stralci di vita qutidiana, raccontati di volta in volta in modo obiettivo, senza alcuna mediazione personale, o attraverso lo sguardo del protagonista Okonkwo, deformati dalle sue paure e ambizioni. Il risultato è un susseguirsi di scene di grande impatto e immediatezza: abbiamo l’impressione di essere davvero lì e di condividere, magari senza comprenderle fino in fondo, le dure leggi della comunità. Ogni membro del clan conosce il suo ruolo, i suoi diritti e i suoi doveri, e se deve essere punito lo accetta senza esitazione perchè la colpa di cui si è macchiato lo ha messo in relazione diretta con la divinità (anzi, con una delle tante divinità alle quali rendere conto) e, se non la estinguesse, ricadrebbe su tutti come una profanazione. Nessuno osa ribellarsi a questo sistema perchè la dimensione comunitaria è molto forte e prevale sugli egoismi personali.

    Benchè, come dicevo, l’approccio non sia affatto didascalico, si intuisce che l’autore ha scritto questo libro soprattutto per noi: il suo intento di rivolgersi, oggi, agli stessi “uomini bianchi” che all’epoca si sono comportati da “invasori” è evidente, come altrettanto evidente è l’intento di denuncia nei confronti di ciò che è accaduto in Nigeria quasi un secolo fa. È anche vero, però, che nessun giudizio morale traspare dal suo modo di scrivere, né nei confronti dei nativi, né dei missionari/conquistatori che dir si voglia. Se un giudizio c’è – a volte duro, pesante, anche nei confronti della sua gente –, questo è espresso dallo stesso Okonkwo, talmente orgoglioso e ambizioso da risultare spesso incomprensibilmente testardo e crudele. É come se egli agisse non tanto per difendere la sua terra e il suo clan, ma solo se stesso, il proprio prestigio. Per questo motivo la “condanna” definitiva, ammesso che ci sia, non è così scontata.

    La cultura degli ibo e quella dell’uomo bianco sembrano essere destinate inevitabilmente allo scontro, anche aldilà delle reali intenzioni dei singoli individui: troppo profondo è il baratro che le separa per potersi anche solo comprendere. È quello che è successo anche a me, nonostante tutto, leggendo questo libro: la prima reazione, all’arrivo dei missionari, è stata di profonda indignazione; allo stesso tempo, però, il mio essere figlia della mia cultura, nella quale comunque credo (così come Okonkwo credeva nella sua), mi ha impedito di assumere una vera posizione super partes: è difficile, leggendo di pratiche ai nostri occhi crudeli e insensate (come quella di gettare i gemelli nella Foresta Malvagia solo perchè nati tali, o di mutilare i bimbi morti perchè ritenuti essere degli ogbanye, bambini malvagi che si reincarnano nel ventre della madre per poi morire di nuovo), accettarle nell’ottica di un rispetto assoluto verso una cultura diversa dalla nostra. Eppure il rispetto, quello vero, è proprio questo: rendersi conto che la diversità può essere accettata solo se ci si immerge in essa, e non limitandosi a giudicarla dall’esterno, ovvero dal proprio (superiore?) punto di vista.

    L’uomo bianco è molto astuto. É venuto adagio e in pace con la sua religione. Noi eravamo divertiti della sua follia e gli abbiamo permesso di restare. Adesso ha conquistato i nostri fratelli e il nostro clan non può più essere quello di prima. Ha messo un coltello fra le cose che ci tenevano uniti e noi siamo crollati giù.
    Un libro-testimonianza autentico e coraggioso, che vale assolutamente la pena leggere.

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  • 0

    I chose to read the book for the sake of diversity. But I honestly can't say that I enjoyed it very much. I am hesitant to give it a star review because I'm still viewing the story, the language from ...continue

    I chose to read the book for the sake of diversity. But I honestly can't say that I enjoyed it very much. I am hesitant to give it a star review because I'm still viewing the story, the language from an American point of view. It just wouldn't be fair.

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