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Timeo

Testo greco a fronte

By Plato

(104)

| Paperback | 9788817106931

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Book Description

In questo dialogo Platone affronta due temi: l'origine del mondo e la natura dell'anima umana. La realtà (o l'illusione) nella quale viviamo altro non è che il riflesso di un mondo superiore, in cui regna il puro essere, non soggetto a Continue

In questo dialogo Platone affronta due temi: l'origine del mondo e la natura dell'anima umana. La realtà (o l'illusione) nella quale viviamo altro non è che il riflesso di un mondo superiore, in cui regna il puro essere, non soggetto a mutamenti o variazioni. Il nostro, invece, è dominato dal divenire ed è opera di un "demiurgo" che cercò di ripetere come meglio poteva la visione che aveva avuto di quella perfezione. Di qui tutte le contraddizioni che il filosofo deve superare per giungere alla contemplazione del Vero e del Bello. E poi le diverse inclinazioni, le contrastanti passioni cui può cedere l'anima umana, la leggenda di Atlantide, la negazione dell'invidia degli dèi per la fortuna umana, la musica e la ginnastica come medicina dell'anima.

9 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Il contenuto: per un cristiano dotato di cervello dovrebbe bastare leggere questo per comprendere l'idiozia della fede.

    Nel complesso: bello, ma consiglio di leggere un'altra traduzione, questa è troppo pesante per i nostri canoni attuali.

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    Mich. Gio. said on May 25, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Citazioni

    "vi è una forma di realtà che è sempre allo stesso modo, ingenerata ed imperitura, che non accoglie dal di fuori altra cosa, né passa mai in altra cosa, e non è visibile né percepibile con altro senso. Ed è questo che all'intelligenza toccò in sorte ...(continue)

    "vi è una forma di realtà che è sempre allo stesso modo, ingenerata ed imperitura, che non accoglie dal di fuori altra cosa, né passa mai in altra cosa, e non è visibile né percepibile con altro senso. Ed è questo che all'intelligenza toccò in sorte di contemplare.
    ... di nome uguale ad essa e somigliante vi è una seconda forma di realtà che è sensibile, generata in continuo movimento, che nasce in un qualche luogo e nuovamente di là perisce. E questa si comprende con l'opinione che si accompagna alla sensazione." (151)
    "... bisogna distinguere due specie di cause, l'una necessaria e l'altra divina; e la divina bisogna ricercarla in tutte le cose al fine di vivere felici nella misura in cui alla nostra natura è possibile, e la necessaria in virtù della divina, comprendendo che, senza di questa, non è possibile scorgere quelal da sola, alal quale ci applichiamo, e neppure possiamo coglierla o partecipare di essa in altra maniera." (201)
    "... le malattie, qualora non comportino gravi pericoli, n on si devono molestare con i farmaci. Infatti, ogni decorso di malattia ha una somiglianza con la natura degli animali...
    ... tutte queste cose bisogna governarle con regimi di vita, nelal misura in cui se ne abbia il tempo a disposizione, e non bisogna far ricorso a medicine e irritare un male difficile." (267)

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    Tatiana Tartuferi said on Sep 18, 2011 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    Il Timeo – uno degli ultimi dialoghi di Platone – è un dialogo peri physeos – sulla natura –, secondo la definizione di Diogene Laerzio. Esso dunque è un dialogo che, muovendo dalla fisica, ovvero da quell’ambito di riflessione relativo ...(continue)

    Il Timeo – uno degli ultimi dialoghi di Platone – è un dialogo peri physeos – sulla natura –, secondo la definizione di Diogene Laerzio. Esso dunque è un dialogo che, muovendo dalla fisica, ovvero da quell’ambito di riflessione relativo al mondo sensibile, tenta di sviluppare una vera e propria storia dell’universo – una cosmogonia –, centrandola sulle categorie dell’ontologia platonica.

    Una prima difficoltà è sollevata proprio dal carattere «fisico» del dialogo: infatti la fisica ha per oggetto le cose sensibili, sulle quali non è possibile fare un discorso «vero» perché, in quanto costantemente soggette al divenire e al mutamento, esse sono impossibili da “fissare” in un discorso stabile e quindi «vero». Timeo – che con la sua trattazione satura quasi l’intero dialogo – si sente quindi più volte in dovere di ribadire il carattere soltanto «verosimile» del suo discorso (eikos logos). Il problema è pressappoco il seguente: se la verità – così come viene intesa nella concezione platonica – appartiene al mondo delle idee (l'essere), come è possibile allora fare un discorso perfettamente vero, avendo come oggetto il mondo delle cose sensibili (il divenire)? E, d’altra parte, se questo mondo delle cose si presenta non in un caos indeterminato, ma nel suo manifestarsi segue un certo ordine, da cosa dipende tale ordine?
    Il discorso verosimile – spesso espresso attraverso miti – pur non avendo un carattere stabilmente «vero», simula la verità, approssimandosi ad essa.

    Il problema – posto qui sotto un rivestimento cosmologico – è quello sollevato, in un’ottica più apertamente ontologica, nei dialoghi immediatamente precedenti la stesura del Timeo, e in particolare nel Parmenide: la dottrina delle idee - così come era stata articolata da Platone fino alla Repubblica - veniva lì sottoposta a una serie di confutazioni. Tali confutazioni, a loro volta, suscitavano nuovi e pressanti interrogativi: se è effettivamente possibile concepire una relazione tra idea e cosa, tra mondo intellegibile e mondo sensibile, in che termini è possibile intenderla ed esibirla? Se infatti la relazione che lega la cosa all’idea è la methexis (partecipazione), essa come deve essere intesa perché possa considerarsi «vera» (ovvero epistemologicamente fondata)? Come va articolata la relazione tra ente partecipante e ente partecipato? L’idea, infatti, dovrebbe non subire «partecipazioni» sensibili “sostanziali”, a garanzia di tutte quelle caratteristiche che si addicono alla preminenza del suo statuto ontologico (formalità, autoidentità, stabilità ecc.); cosicché, se ammettiamo che per ogni cosa sensibile esiste un’idea dalla quale essa – partecipandone – guadagna la sua esistenza, in che senso e in che misura l’idea non subisce corruzione, conservando inalterata la sua «purezza»? E, d’altra parte, se la cosa sensibile invece non partecipasse dell’idea, in che senso e in che misura sarebbe conoscibile il mondo delle idee? Se non ci fosse una relazione capace di legare cosa e idea, il mondo intellegibile infatti resterebbe totalmente occluso a qualsiasi tentativo di conoscenza, e neanche potremmo “nominarlo” attraverso il logos; la conoscenza stessa, in effetti, mutilata della sua apertura idealistica, sarebbe impossibile. La questione, insomma, è comprendere se ed in che termini sia possibile intendere un «contatto» – una tangenza – tra essere e divenire.

    A partire da queste considerazioni – che sembravano orientare l’ontologia platonica verso aporie insolubili –, Platone, al fine di ristabilire la correttezza epistemologica della sua riflessione, introduce nel Timeo un “terzo genere”: la chora (lo spazio), capace di rendere conto della relazione che lega il mondo sensibile al mondo intellegibile. La chora, infatti, stabilisce una «connessione» tra i due mondi, di modo che la loro relazione – non più “fisica” – sia solo, per così dire, «indiretta» e «mediata». Essa condivide con il mondo delle idee l’eternità, benché sia un tipo di eternità formalmente indeterminata; simmetricamente condivide con il mondo sensibile il perpetuo e caotico divenire: il suo interno infatti è composto da “copie” delle idee che si muovono incessantemente, congiungendosi per “somiglianza” e disgiungendosi per “dissomiglianza”, ma in modo soltanto “istantaneo” e frammentario. Esse, ancorché amorfe, sono prefigurazioni di quegli stessi oggetti che, una volta ordinati da un principio intelligente, diverranno le cose sensibili così come sono esperite nel mondo attuale, soggetto al divenire. La chora viene designata da Platone come principio materno, matrice e ricettacolo che accoglie le “copie” degli oggetti, entro il quale tutto avviene meccanicamente, per inintellegibile e “oscura” necessità, e che quindi non è possibile dominare con alcun logos.
    Grazie alla chora Platone riesce quindi a sciogliere – verosimilmente – le aporie che avevano caratterizzato l’ultimo periodo della sua riflessione. Essa si frappone tra idee e cose, configurandosi come un sostrato spaziale amorfo e radicalmente mutevole da «razionalizzare».

    Resta quindi da comprendere ancora la questione fondamentale: perché e in che modo il mondo sensibile, che se fosse soggetto soltanto al movimento necessitante della chora sarebbe meramente caotico e inconoscibile, si presenta invece stabile e adeguato a certe relazioni ordinate? Ovvero, perché esso si presenta appunto come kosmos e non come mero caos? Il cosmo per Platone, infatti, proprio perché si presenta – ancorché imperfettamente – stabile, così come il divenire ad esso connesso, che è tale perché regolato da specifici rapporti geometrici, deve essere giocoforza sorretto da una causa intelligente. La peculiarità del kosmos è che esso si presenta come «misura» e «proporzione». Accanto alla necessità, cieca, deve esserci una razionalità capace – eccedendola – di imprimerle i suoi fini e di ordinare il tutto in una configurazione sensata, tesa al «bene». È a questo punto che subentra la figura dell’artefice divino (che non va confuso con un dio personale e creatore), il demiurgo, il quale – eterno ma a sua volta subordinato alle idee – prendendo ispirazione dalla contemplazione di quelle, e assumendole come modelli, “piega” il movimento caotico e amorfo delle “copie” presenti nella chora, imprimendogli un’esistenza “plasmata” secondo principi ideali, e forgiando in questo modo le parti eterne dell’universo sensibile (l’anima del mondo, il tempo – “immagine mobile dell’eternità” – e l’anima razionale dell’uomo); affida infine agli dei, suoi sottoposti, il compito di forgiare le parti corruttibili.
    Il demiurgo esercita, per così dire, una duplice funzione: artigianale e legislativa. “Plasma” il materiale grezzo presente nella chora e – in virtù del suo attrito – lo “persuade” cosicché sia configurato all’idealità. Queste due funzioni sono anche il motivo per cui il mondo sensibile risulta parzialmente imperfetto: egli lo plasma grazie alla preventiva «osservazione» della realtà ideale; ed è proprio la presenza dell’osservazione ad introdurre un elemento di distanza – uno “scarto” – che impedisce la totale adeguazione della dimensione sensibile alla perfezione ideale. E, d’altra parte, la chora (o meglio sarebbe dire il suo contenuto) è indocile, resiste e non si lascia assoggettare completamente dall’operazione “plastica” del demiurgo, il quale è costretto a persuaderla.

    A questo punto è possibile comprendere, grazie a questa lunga trattazione soltanto verosimile di Timeo, in che modo stanno le cose, e quale sia la struttura definitiva assunta dall’ontologia platonica: il mondo delle idee (l’essere che permane stabilmente), il mondo delle cose sensibili (il divenire che sempre muta ma che, pur mutando, conserva una certa approssimazione all’essere, in virtù della sua partecipazione ad esso), la chora (causa necessitante e «seconda» che, posta tra idee e cose, compendia in sé i caratteri dell’eternità e quelli della radicale mutabilità) e il demiurgo (causa intelligente, capace di imprimere, previa contemplazione, la forma ideale al divenire caotico).

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    Dottor Benway said on Sep 23, 2010 | Add your feedback

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    La densità speculativa rende il Timeo uno dei dialoghi platonici di più difficile lettura, anche per le particolari scelte lessicali fatte dal filosofo ateniese; non per nulla sin dall'antichità fu corredato da commentari. Il bello di Platone però è ...(continue)

    La densità speculativa rende il Timeo uno dei dialoghi platonici di più difficile lettura, anche per le particolari scelte lessicali fatte dal filosofo ateniese; non per nulla sin dall'antichità fu corredato da commentari. Il bello di Platone però è che rimane un grande scrittore perfino laddove la materia dovrebbe rendere tecnica e arida la sua prosa.

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    Asclepiade said on Jun 17, 2010 | Add your feedback

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    Il numero, il cosmo, l'uomo, le idee.

    Un grandioso trattato scientifico, una panoramica sulla cosmologia del mondo greco, una tremenda anticipazione della moderna epistemologia.
    Platone, attraverso le parole del pitagorico Timeo, indaga la struttura intima dell'universo (uomo compreso) l ...(continue)

    Un grandioso trattato scientifico, una panoramica sulla cosmologia del mondo greco, una tremenda anticipazione della moderna epistemologia.
    Platone, attraverso le parole del pitagorico Timeo, indaga la struttura intima dell'universo (uomo compreso) la proporzione che sottende lo spazio, il tempo, la materia.
    Costituisce la scienza (episteme) come lo studio delle cose vere (che sempre sono), a cui solo la matematica può avvicinarsi (grazie al particolare statuto ontologico del numero), strumento, questo, del demiurgo nell'atto della formazione del mondo sensibile.
    Getta, Platone, qui, le basi del discorso scientifico moderno, influenzando perennemente la visione del cosmo dell'essere umano.

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    Assurbanipal said on Mar 31, 2010 | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
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  • Paperback 429 Pages
  • ISBN-10: 8817106933
  • ISBN-13: 9788817106931
  • Publisher: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
  • Publish date: 2003-01-01
  • Also available as: Mass Market Paperback , Hardcover , Others
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