Timore e tremore

Lirica dialettica di Johannes de Silentio

Di

Editore: Opportunity Books

4.0
(255)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 94 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Francese

Isbn-10: 8881110121 | Isbn-13: 9788881110124 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Cornelio Fabro

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia , Religione & Spiritualità

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    Søren il demonietto dal cuore da agnellino.

    Søren Kierkegaard (io sono andato in fissa con l’audio di wikimedia che ne digitalizza la corretta pronuncia: la mia bocca è incapace di riarticolare quei suoni alla stessa maniera) ha scritto “Timore ...continua

    Søren Kierkegaard (io sono andato in fissa con l’audio di wikimedia che ne digitalizza la corretta pronuncia: la mia bocca è incapace di riarticolare quei suoni alla stessa maniera) ha scritto “Timore e tremore” a trenta anni e mi ha ricordato il me di quattordici anni, di tredici anni, quando sulle agende me la litigavo con le mie domande sul carattere di Dio.

    [Tutte andate perse le mie agende di quegli anni, sono quasi certo siato state buttate via da mia madre, oh non per rimuovere una scomoda o scabrosa storia di famiglia ma perché mia madre ha sempre gettato via tutto ciò che le sapeva di inutile: i miei quaderni, i miei fumetti, ciò che per me era ricordo e testimonianza e per lei cartaccia laddove eravamo già pieni di cartacce, secondo lei, in quella casa così spoglia di libri. Nella mia famiglia l’oggetto libro, lo strumento scrittura, era visto come una invasione tarmante, appartenente a un’altra classe sociale che si avvertiva tacitamente sia come nemica sia come superiore; com’è tutto cambiato venti anni dopo, con i miei genitori che mi si dicono fieri del mio saper essere espressivo, che finalmente si abbandonano a qualche sforzo di messaggio tramite parola scritta: che lo stiano capendo che scrivere significa principalmente parlare a sé stessi e dunque imparare a ascoltarsi e subito dopo a ascoltare? Mi ci sono voluti venti anni e più, loro ne hanno più di sessanta, non è infine una piccola vittoria, la mia perché è soprattutto la loro? Io ho varcato i trenta anni e mi sembra che da quest’altra parte dell’età resti così poca pietà, così poca disponibilità, verso chi non ti ha corrisposto mentre era ancora dall’altra parte, quando eri ancora qualcuno che chiedeva pur senza ammetterselo mai; tutta la mia affettuosità acritica va verso mio fratello maggiore, che non ha mai amato leggere e che ogni settimana, per un anno intero, mi dava i soldi per comprare un volume di enciclopedia che usciva con un quotidiano nazionale, e a mia sorella, che non voleva leggessi i suoi pochi libri come nascosti in camera sua e che quindi mi ha insegnato la letteratura inizia quando si rompe un tabù, uno dei propri. Io non ho mi sviluppato il feticismo dei miei ricordi, sono tra l’altro molto contento le mie agende siano andate perse, così posso sviluppare la mitologia che meglio credo verso quegli anni, verso quelle riflessioni, potendomele immaginare meno banali, kierkegaardiane addirittura. Tanto tutto quello che è importante non va perso, continua dentro di te e s’infila nelle parole che utilizzi ogni giorno. Una scrittura autentica proviene dalla sua invisibile macerazione ininterrotta.]

    È da qualche libro che leggo che, al momento di dirne qualcosa, mi accorgo di dire invece qualcosa di me: è quello che faccio sempre, mi pare, ma in maniera meno sfacciata, meno vistosamente protagonista. Di questi miei primi trentacinque anni ne ho proprio voluto fare un passaggio di soglia. Infine ogni nuova epoca inizia esattamente nel momento in cui senti di volerne fondare una nuova dentro di te.

    Søren Kierkegaard si traveste da Johannes de Silentio e vuole dire all’uomo: come puoi pretendere di essere filosofico se prima non ti cimenti con il teologico? Perché la filosofia sia il superamento della teologia, ammesso che lo sia, ci deve essere l’esperienza della teologia. Noi puoi dire di aver vinto l’angelo se non hai mai combattuto con l’angelo. Non puoi dire di esserti liberato di Dio se prima non sei mai andato in cerca di Dio, perché questo non significa che sei andato oltre Dio: significa soltanto che ti stai nascondendo ai suoi occhi che, sai, inevitabilmente sono anche i tuoi.

    Søren/Johanness vuole soffermarsi nei pressi di Abramo: “Egli è il genio del ricordo.” Søren vuole inoltrarsi nelle nebbie dello spirito: cerca l’agone.

    “Nel mondo dello spirito la situazione è diversa. Qui regna un ordine divino, qui non piove egualmente sui buoni e sui cattivi: qui solo chi lavora, trova da mangiare; solo chi è stato in angoscia, trova pace; solo chi scende nell’oltretomba, salva l’amata; solo chi estrae il coltello, ottiene Isacco. Colui che non vuol lavorare, non trova da mangiare ma è ingannato, come gli dei ingannarono Orfeo con una figura evanescente invece dell’amata – l’ingannarono perché era un rammollito e non un coraggioso, perché era un citarista e non un uomo.”

    Allora, parliamo di Abramo: un figlicida mancato per un pelo o il migliore dei figli di Dio?

    “L’espressione etica per l’azione di Abramo è ch’egli voleva uccidere Isacco, l’espressione religiosa è ch’egli vuol sacrificare Isacco; ma in questa contraddizione si trova precisamente l’angoscia che può certamente rendere un uomo insonne.”

    Attraverso l’interrogazione su Abramo, Søren indaga su sé stesso e lo fa ricorrendo a una furbizia dialettica di cui non saprei dire quanto ne sia consapevole.

    “Io non sono in grado di fare il movimento della fede: non posso chiudere gli occhi e precipitarmi fiducioso nelle braccia dell’assurdo, questo è per me impossibile – ma non me ne vanto.”

    E subito dopo:

    “Sono convinto che Dio è amore: questo pensiero ha per me un valore lirico originario. (...) Non importuno Dio con i miei piccolo guai, le cose singole non mi preoccupano, (...). La fede è convinta che Dio si proeccupa delle cose più piccole.”

    Søren dice: con la sola ragione io arrivo a pensare a Dio, ma non riesco a credergli. Non credo fosse nelle intenzioni di Søren ma questa mi sembra una delle migliori prove a favore di un ateismo filosofico, così traducibile: io vorrei tanto credere in te ma così facendo dovrei finire col prendere per verità un desiderio della mia ragione. Insomma: perché tu ci sia devo essere io a crearti in me, tu non puoi crearmi in te. Tra noi due, in pratica il creatore dell’altro sono io.

    Mi sento molto crudele a trascinare Søren in questa contraddizione. Però io voglio spingere verso l’estrema conseguenza, cioè l’unica conseguenza valida, il suo discorso che si fa reticente non appena dà mostra di confessarsi in pieno: “poiché colui che ama Dio senza fede, egli riflette su se stesso; colui che ama Dio credendo, egli riflette su Dio.”

    Significa che a me sarebbe piaciuto discutore con il Søren trentenne che dice: Io non ho fede, ma non me ne vanto. Che posizione filosoficamente instabile s’è trovato, è molto più seducente lui che Don Giovanni, per me, lui che spenzola su un picco, tragico, tra il pensiero di Dio che privato del sentimento di Dio diventa una tentazione intellettuale, un’altra, e niente dippiù.

    Significa che Søren non può cavarsela dicendo “Avrei fede ma me ne manca il coraggio.” Perché questo fa di lui un aspirante demone in chiave dostoevskiana: “I demoni hanno fede, ma tremano.” Io avrei voluto dire a Søren: sei arrivato fin qui, buttati! Chiedile di uscire, oppure non rompere il fidanzamento, il rapporto con Dio alla fine fa tutt’uno con il tuo rapporto con la vita: basta incertezze, vada come vada, e se c’è da morire nel tentativo, crepa! Altrimenti che sei campato a fare? Søren, tu non hai scalato nessuna montagna, quelle dello spirito hanno un senso soltanto se ti costano una stanchezza nei polpacci e le unghia rotte: non c’è separazione Søren. Ti prego non fare anche tu del mondo dello spirito un mondo di fantasmi, di vite mancate, rinunciatarie, che si sono tirate indietro con la scusa della meditazione dialettica, non cadere nel pigro gorgo ombelicale della pigrizia nell’esistenza! A me piacciono molto le tue riflessioni, ti fai delle gran belle domande e dai pure delle risposte assenate assai: cosa distingue il credente dall’assassino? Il fatto che il credente non se la va a cercare, che se la risparmierebbe volentieri, che lui deve andare contro sé stesso, mica come questi suicida di una o dell’altra religione che vanno a uccidere i loro presunti nemici quindi sé stessi: Abramo doveva uccidere suo figlio! Ma chi ucciderebbe suo figlio? Questi suicida ammazzano i figli degli altri, magari i figli dei vicini di casa o dei propri cugini, ma non ammazzano i propri figli: quelli, magari, glieli ha già uccisi qualcun altro, o non hanno mai ricevuto la grazia di poterne generare. Ecco la risposta: Abramo fa il movimento della fede perché a Abramo non gliene viene niente dal suo gesto, nessun ritorno strategico o geopolitico: Abramo perde suo figlio, perde tutto, e come beffa ulteriore non perde manco la vita: deve sopravvivere a sé stesso che uccide suo figlio, ecco il Singolo che deve porsi più in alto del generale come un sacrificio non come un seducente atto eroico: essere Abramo non nulla di arrapante. Fa commuove e basta. Fa piangere essere Abramo. Fa impazzire. Fa una paura troppo grande per farne discorso. Abramo è spaventosamente prossimo all’insondabilità di Dio. Ecco costa distingue il religioso dall’etico: una sconfitta totale che soltanto una fiducia incommensurabile può trasformare in una vittoria dell’amore.

    Io come me la immagino la vicenda di Abramo a cui Dio chiese di uccidere suo figlio Isacco? Io non me la immagino, non me la voglio immaginare. Io tra essere Abramo e essere Isacco, preferirei essere Isacco e potermi rivalere contro Abramo. Ecco, come Søren può darsi che io non abbia la fede perché non voglio essere Abramo. Non durerei un minuto a essere Abramo, mi butterei ai piedi di Isacco, chiederei aiuto a tutti, infine confesserei a Dio: “Mi dispiace, non posso farlo. Bisogna essere un dio per riuscire a sacrificare proprio figlio, e io non voglio essere dio.”

    E forse così ho spinto un pochettino avanti la furbizia di Søren: lui dice, nobilmente trattenuto: “Ah, io vorrei, ma mi manca il coraggio di amare!”, e io dico “Ah, io il coraggio di amare l’ho trovato, ma mi risparmierei volentieri il costo del dolore che fa un tutt’uno con l’amare quando l’amore diventa più che umano, quando l’amore diventa il discorso di Dio.” Io tremo e ho timore, e provo a andare avanti.

    ha scritto il 

  • 5

    Ciò che è la fede

    Kierkegaard è un filosofo ancora molto attuale ed illuminante su diversi aspetti, dall'estetica all'etica, ma soprattutto nell'apparato teologico che permea molti dei suoi scritti: davanti a quel clim ...continua

    Kierkegaard è un filosofo ancora molto attuale ed illuminante su diversi aspetti, dall'estetica all'etica, ma soprattutto nell'apparato teologico che permea molti dei suoi scritti: davanti a quel clima di finto ottimismo promosso dalla filosofia di Hegel, il filosofo danese è riuscito a dimostrare all'uomo del suo tempo quanto in realtà questi sia contingente ed insignificante, una convinzione affermatasi poi agli inizi del Novecento.

    Timore e Tremore è considerato il suo capolavoro assoluto - anche se per molti se la gioca con Enten-Eller - e non fatico a vederne la ragione: è un'analisi lucidissima di uno degli episodi più significativi della Bibbia, ma anche uno dei più umani, e viene indagato con una densità filosofica molto concisa e allo stesso tempo chiara; e attraverso ciò, Kierkegaard ci rivela come Abramo fosse un uomo come noi, che dinanzi alle possibilità che aveva di vivere, aveva scelto di essere scelto da Dio, al punto di sacrificare il suo unico figlio.

    In questo testo vengono gettate tutte le basi del pensiero di Kierkegaard, soprattutto quello religioso, il più preponderante e quello a lui più caro, tuttavia emergono due sentimenti che rendono l'uomo tale: la libertà di poter scegliere qualunque cosa e l'angoscia che deriva da questa grande possibilità, a cui l'uomo non può sottrarsi. Siamo chiamati, in fondo, a dover prendere decisioni radicali nella nostra vita: Kierkegaard ci mostra che anche Abramo dovette compiere una scelta radicale, sacrificare o meno il proprio figlio per volontà di Dio, rischiando poi di diventare un assassino per la legge morale.

    E cosa emerge da questa analisi? Che la fede può essere vissuta solo in modo irrazionale: per il nostro tempo è diventato fondamentale credere in qualcosa, affidarsi ciecamente a un obiettivo, a delle persone o a un'entità che diano senso alla nostra esistenza: ecco, Kierkegaard ci rivela che la fede può essere vissuta solo in quel modo, lontana da ogni forma di precettismo o di finto buonismo - se pensiamo al cristianesimo è quanto più lampante questo aspetto - e in questa rivelazione l'elogio fatto ad Abramo è semplicemente illuminante.

    Lo consiglio anche a chi si professa ateo, come il sottoscritto, poiché il confronto che ne potrebbe derivare aiuterebbe a confermare la propria scelta oppure a comprendere un punto di vista opposto: per me è stato un ottimo sostegno a rafforzare la mia posizione, e al contempo mi ha dato modo di comprendere le necessità che potrebbero spingere un uomo ad abbracciare la fede.
    Insomma, questo libro, essendo molto breve, saprà darvi molti spunti, a conferma che Kierkegaard ha parecchio da dire anche oggi, dove ormai ci si sta distaccando sempre più dalla prospettiva religiosa.

    ha scritto il 

  • 4

    La fede è un rischio

    Kiekegaard sviscera la storia di Abramo, universalmente noto come padre della fede, facendone emergere tutta la grandezza intrinseca. Pur essendo breve è molto intenso e bisogna avere una certa dimest ...continua

    Kiekegaard sviscera la storia di Abramo, universalmente noto come padre della fede, facendone emergere tutta la grandezza intrinseca. Pur essendo breve è molto intenso e bisogna avere una certa dimestichezza con i testi filosofici per comprenderlo pienamente. Consigliato a chi pensa che credere in Dio sia comodo e consolatorio...

    ha scritto il 

  • 3

    Timore e tremore non è il nuovo format di rai uno con a capo Alessandro Greco (già presentatore di Furore)ma è l'appendice di Aut-Aut.Una sorta di completamento al pensiero espresso nel saggio precede ...continua

    Timore e tremore non è il nuovo format di rai uno con a capo Alessandro Greco (già presentatore di Furore)ma è l'appendice di Aut-Aut.Una sorta di completamento al pensiero espresso nel saggio precedente.Le differenze sono da riscontrarsi prettamente sulla tematica.Qui si parla di religione,del rapporto con Dio,del significato di Fede espresso a pieno nella figura di Abramo e nell'episodio del sacrificio di Isacco.Kierkegaard analizza il "fatto biblico" per estrapolare al meglio il suo pensiero etico e differenziarlo dal punto di vista esteta;portando come esempio l'eroe tragico.Abramo,quindi,diventa a sua volta un eroe ma della fede dove l'assoluta abnegazione del proprio pensiero e l'affidamento a qualcosa di superiore diviene paradigma massimo per il cavaliere delle fede e il centro del pensiero etico.Meno moralista di Aut-aut,il libricino è piuttosto scorrevole ma probabilmente meno importante per conoscere centralmente il pensiero del filosofo.L'ho trovato sicuramente meno pesante e in certi punti più interessante....ma tutta sta morale sulla vita mi ha semplicemente rotto le...

    ha scritto il 

  • 4

    Non sono certo molte le persone che posseggono le corde giuste per trattare di un tema così complesso come quello della fede. Kierkegaard è senz'altro uno di questi.
    Nonostante la sua eccessiva rigidi ...continua

    Non sono certo molte le persone che posseggono le corde giuste per trattare di un tema così complesso come quello della fede. Kierkegaard è senz'altro uno di questi.
    Nonostante la sua eccessiva rigidità religiosa (ma quale religioso non lo è in fondo) e il suo bigottismo, Kierkegaard non è mai banale e scontato nel portare avanti la propria tesi.
    Questo scritto, successivo al più famoso "Aut-Aut", si serve del famoso episodio biblico del sacrificio di Isacco da parte di Abramo per trattare delle relazioni che legano Etica, Morale e Fede.
    Kierkegaard compie un vero e proprio elogio della figura di Abramo, identificandolo come "Cavaliere delle Fede", in contrapposizione alla figura del "Cavaliere dell'Infinito". Il Cavaliere della Fede non è altro che lo step successivo al Cavaliere dell'Infinito: mentre quest'ultimo ha compiuto solo il movimento di infinita rassegnazione, ovvero di coscienza eterna, Abramo ha compiuto anche il movimento "opposto" di credere nell'Assurdo, riuscendo così ad avere indietro Isacco.
    Sorge così l'inevitabile inconciliabilità fra Morale e Fede religiosa.

    ha scritto il 

  • 5

    Jack Amati su Timore e Tremore

    Panegirico di Abramo.
    Si dà una sospensione teleologica dell'etica?
    Esiste un dovere assoluto verso Dio?
    Dal punto di vista etico, si può giustificare il silenzio di Abramo con Sara, Eliezer, Isacco s ...continua

    Panegirico di Abramo.
    Si dà una sospensione teleologica dell'etica?
    Esiste un dovere assoluto verso Dio?
    Dal punto di vista etico, si può giustificare il silenzio di Abramo con Sara, Eliezer, Isacco sul suo progetto?

    ha scritto il 

  • 3

    “No! Nessuno, che sia stato grande nel mondo, sarà dimenticato; ma ognuno è stato grande a suo modo, ed egli amò ciascuno secondo la sua grandezza. Poiché colui che ha amato se stesso, è diven-tato gr ...continua

    “No! Nessuno, che sia stato grande nel mondo, sarà dimenticato; ma ognuno è stato grande a suo modo, ed egli amò ciascuno secondo la sua grandezza. Poiché colui che ha amato se stesso, è diven-tato grande con se stesso. E colui che ha amato gli altri uomini è diventato grande con la sua dedi-zione. Ma colui che ha amato Dio, è diventato più grande di tutti. Ognuno dev’essere ricordato, ma ciascuno è diventato grande in rapporto alla sua attesa. Uno è diventato grande coll’attendere il pos-sibile; un altro coll’attendere l’eterno; ma colui che attese l’impossibile, divenne più grande di tutti. Ognuno dev’essere ricordato. Ma ognuno è stato grande in rapporto alla grandezza con cui combat-té. Poiché colui che combattè contro il mondo, divenne grande vincendo il mondo, e colui che com-battè contro se stesso divenne più grande vincendo se stesso, ma colui che combattè con Dio diven-ne più grande di tutti. Così si è combattuto sulla terra: c’era chi ha vinto tutti con la sua forza e c’era chi ha vinto Dio con la sua impotenza. C’era chi faceva affidamento su se stesso e ottenne tutto e c’era chi, sicuro della sua forza, ha sacrificato tutto: ma chi ha creduto in Dio è stato il più grande di tutti. C’è stato chi era grande con la sua forza, e chi era grande con la sua sapienza, e chi era grande con la sua speranza, e chi era grande col suo amore, ma Abramo era il più grande di tutti, grande con la sua forza, la cui potenza è impotenza (I Cor., 3, 19), grande per la sua saggezza il cui segreto è stoltezza, grande per la sua speranza la cui forma è pazzia, grande per il suo amore ch’è odio di se stesso”.

    ha scritto il 

  • 0

    Il non senso della fede. Un'ottima operazione ermeneutica di Kierkegaard.

    Grande l'avvio con l'interpretazione del sacrificio di Abramo secondo quattro modalità e possibilità.
    Ottima la contrapposizione storica tra il cavaliere della fede e l'eroe tragico.
    Retorico finale c ...continua

    Grande l'avvio con l'interpretazione del sacrificio di Abramo secondo quattro modalità e possibilità.
    Ottima la contrapposizione storica tra il cavaliere della fede e l'eroe tragico.
    Retorico finale con l'elogio del silenzio e della sofferenza.
    In fondo la differenza tra una fede senza alcun senso ed il sacrificio mitico di Agammenone è nulla.
    In entrambi i casi a trionfare è la superstizione, la religione o la "fede", che viene elogiata da Kierkegaard.
    Messaggio discutibile, ottimo esempio di operazione ermeneutica da parte di Kierkegaard.

    ha scritto il 

  • 0

    Questo libro avrà 100 pagine in tutto, ma nonostante sia abbastanza breve non sono riuscito a finirlo... e c'ho provato ben due volte a leggerlo.
    Kierkegaard ripete lo stesso concetto alla nausea, tan ...continua

    Questo libro avrà 100 pagine in tutto, ma nonostante sia abbastanza breve non sono riuscito a finirlo... e c'ho provato ben due volte a leggerlo.
    Kierkegaard ripete lo stesso concetto alla nausea, tanto che a metà libro ne hai già fin sopra i capelli.
    Non so come mi era presa di leggere sta roba, fatto sta che il bigottismo hardcore di Kierkegaard non fa proprio per me.

    ha scritto il 

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