Todos los hermosos caballos

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Publisher: Debolsillo

4.1
(1330)

Language: Español | Number of Pages: 334 | Format: Mass Market Paperback | In other languages: (other languages) English , Chi traditional , Italian , French , Japanese , German , Dutch , Catalan , Polish

Isbn-10: 8497936043 | Isbn-13: 9788497936040 | Publish date: 

Also available as: Hardcover , Paperback , Others

Category: Fiction & Literature , Teens , Travel

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Book Description
Un muchacho decide huir de México, en compañía de un amigo. Le espera, en tierras fronterizas con Texas, un mundo marcado por la violencia y la miseria. Una de las voces más potentes de la actual narrativa norteamericana en una novela de fuerte ambientación.
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  • 4

    Li ho letti uno dietro l'altro, Cavalli selvaggi e Meridiano di Sangue. E insieme li commento perché sono omogenei per tema, ambientazione e architettura. Sono tutti e due romanzi magnifici. In certi ...continue

    Li ho letti uno dietro l'altro, Cavalli selvaggi e Meridiano di Sangue. E insieme li commento perché sono omogenei per tema, ambientazione e architettura. Sono tutti e due romanzi magnifici. In certi passaggi la prosa ha la potenza di una sentenza o di una profezia. In altri, è epica e lirica.

    In tutti e due i romanzi il tema è in fondo un mistero che occupa quasi tutti i libri di CMC e che resta inspiegato e insondabile. Il mondo, la realtà, i suoi personaggi, tutto nei suo romanzi contiene qualcosa di nascosto e di terribile, di cupo. E’ di sicuro uno dei più grandi scrittori che si sono dedicati al "problema del Male". Come quelli che chiama suoi "maestri": Faulkner, Dostoevskij, Melville. E dà più domande che risposte. Il Male è una cosa che ci è connaturato, ci pervade? Ne siamo fatti? Oppure ci occupa e quindi possiamo liberarcene? È intrinseco al nostro essere uomini o è una cosa che non ci appartiene, ma a cui possiamo appartenere? E quindi possiamo decidere di smettere di appartenergli? Dobbiamo precipitare nel nostro inferno quotidiano con lui addosso e dentro, per forza, per la nostra debolezza davanti alla sua forza, oppure esiste una via di uscita?

    In ogni caso, nelle sue pagine quello si incontra: il Male, l’orrore. E devi reggere l’impatto perché CMC del potere di concepire il Male, non ti risparmia niente. Forse l'unica cosa che paradossalmente lo rende tollerabile è la straordinaria pulizia della narrazione. Lo stile nitidissimo, con quei dialoghi prosciugati, trasmette questa sensazione di assenza di effetti speciali. E riesce a innestarci dentro passaggi di pura poesia e di pura bellezza: quando descrive certi paesaggi per esempio. Però se ti porta con la storia in una carneficina, lui una carneficina ti racconta. Per quella che è. Senza trucchi e senza alterare nulla. In quelle pagine lì non ti lascia neppure l’ immaginazione di salvezza o di fuga; men che meno di consolazione. Non c'è neppure il succo buono di una lezione morale da imparare; di un’esperienza da spremere e mettere a frutto. L'unico millimetrico spazio di respiro che ti lascia per arrivare al rigo successivo è la speranza vaga, minima, improbabile, cieca, di venirne fuori. Il come non lo vedi, finché non lo trovi scritto. E quando accade, che se ne viene fuori, è senza grida, senza urla, senza sorpresa, senza emozione, di solito anche senza la redenzione della scoperta di un senso. A meno che per senso non si intenda la conferma dell’esistenza di quel pozzo di mistero cupo, oscuro, orrendo. Ancora una volta accade perché così è andata. Così doveva accadere.
    Perché dalle cose e dalla vita se ne esce sempre, in qualche modo.

    Ogni tanto nelle sue storie si affaccia un raggio di luce che ne illumina un pezzetto: un atto di pietà, un amore, magari anche solo un momento di pace. Anche quelle sono pagine bellissime. Ma non bisogna fare l'errore di adagiarvisi sopra. Bisogna lasciarle andare, prendendo quel che di buono danno ai suoi personaggi e di riflesso al lettore: un minimo di calore, un sorriso, un piccolo spazio davanti, su cui immaginare, forse, di poter fare qualche passo in una qualche direzione, una fiducia cieca, anche quella. Poi si risprofonda subito nel buio.

    Se dovessi individuare una cosa che più di tutto rende testimonianza del fatto che siamo davanti ad uno scrittore straordinario è il suo modo di rendere il West. Un West selvaggio, barbaro, con al centro il deserto e la povertà assoluta; una terra "desolata", con il Male in ogni pietra. E c'è l'uomo solo, con il cuore che sembra somigliare pure quello alla pietra. Li definisce così in Meridiano di sangue i luoghi della sua ricerca: “territori così selvaggi e barbari in cui verificare se la materia della creazione può conformarsi al volere dell'uomo o se il cuore stesso non è altro che un diverso tipo di creta”. E il senso ultimo di questi due libri forse sta tutto in queste righe.

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  • 3

    Dialoghi asciutti e descrizioni fantastiche di panorami infiniti in una sorta di western esistenziale che, dopo la brutta esperienza con "Suttree", mi ha fatto ricredere su McCarthy.

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  • 4

    Un Nobel no?!?

    Me lo sento. O lui o Murakami.

    Niente da fare. Anche stavolta niente.
    Ma aveva ragione Gesualdo Bufalino quando diceva:
    "I vincitori non sanno quello che si perdono."

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  • 5

    Un'avventura che trascina il lettore nelle profondità del Messico. John Grady è il mio nuovo cowboy preferito.
    La narrazione avanza in modo chiaro e affascinante colorata dalle luci del deserto e dai ...continue

    Un'avventura che trascina il lettore nelle profondità del Messico. John Grady è il mio nuovo cowboy preferito.
    La narrazione avanza in modo chiaro e affascinante colorata dalle luci del deserto e dai riflessi degli eventi sui protagonisti. McCarthy si rivela come sempre un narratore d'eccezione, maestro del linguaggio e demiurgo di trame perfette.

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  • 4

    La differenza tra sconfitto e perdente

    John Grady oltrepassa il confine per cercare qualcosa che non sa. O meglio perché sa che non vuole vivere quella vita che gli si prospetta. Ma la sua non è ribellione è semplicemente rifiuto istintivo ...continue

    John Grady oltrepassa il confine per cercare qualcosa che non sa. O meglio perché sa che non vuole vivere quella vita che gli si prospetta. Ma la sua non è ribellione è semplicemente rifiuto istintivo di un'alternativa di vita che non accetta.
    E' giovane. Giovanissimo. Ma è altrettanto determinato. Sembra che sappia sempre in ogni momento quello che vuole. In realtà sa solo ciò che non vuole e agisce di conseguenza.
    Senza un piano preciso però non si va lontano.
    Infatti, nonostante la sua salda determinazione, John Grady non riesce a conseguire nessuno degli obiettivi che man mano sembra voler inseguire.
    Da principio trova un buon lavoro presso un ranch in cui si fa subito notare per le sue capacità di domatore di cavalli ma lo perde presto per amore di una giovane ragazza, la figlia del suo capo. Amore appassionato che perderà a causa delle sue umili origini. Amore che gli costerà anche la prigione e quindi la perdita della libertà che cercava proprio al di là del confine americano. Paradossalmente quando uscirà di galera scoprirà che la sua nuova libertà avrebbe dovuto soggiacere ad una costrizione ancora peggiore del carcere: la rinuncia al suo amore.

    Da questo punto di vista John Grady è uno sconfitto.
    Ma non è mai un perdente.
    Mai.

    Egli è in tutto e per tutto un eroe classico, la cui tragicità nasce dal suo spirito indomito, votato a seguire prima di tutto sè stesso e i propri principi a dispetto di qualunque opposizione venga dal mondo.
    In modo simile a lui Blevins è determinato e testardo ed è anche per questo che John Grady lo rispetta, a differenza di Rawlins che vorrebbe disfarsene e lo tratta male. Tuttavia Blevins è troppo incauto e questo gli costerà caro.

    Quando fa ritorno alla sua terra John Grady non è ancora diventato adulto, tanto che sente di dover ripartire subito.
    Come a dire che non bastano le esperienze, per quanto estreme e drammatiche, per fare un uomo. L'esperienza, la vita va anche capita, interpretata e trasformata in saggezza.
    E per questo ci vuole tempo.
    E libertà.
    Un mucchio di tempo e di libertà.

    All'interno di tutta la storia i cavalli rappresentano un'estensione dei personaggi, quasi una materializzazione della loro anima: senza i cavalli un uomo non è più tale, è solo un mezzo-uomo, un essere caduto in disgrazia degno al più di compassione e condannato ad un destino di miseria e morte.

    Lo stile di McCarthy è perfetto, scorrevole, asciutto, preciso e capace di far percepire la fragile precarietà dei personaggi attraverso una prospettiva epica e atemporale.
    Le sue parole sono luce crepuscolare lungo il profilo delle montagne, fuoco cauterizzante per le ferite del cuore e vento che soffia sulla polvere dei deserti e modella l'erba delle praterie.
    E' uno stile insieme robusto e flessibile, che consente rapidi accumuli drammatici e altrettanto rapide discese distensive.
    E lunghissime pause.
    I dialoghi senza virgolette fondono le parole dei personaggi con l'ambiente e i fatti che si susseguono senza soluzione di continuità. Le parole diventano cose, assumono la ruvidezza e la pesantezza degli oggetti e nel contempo sollevano a dignità letteraria il materiale vile di cui è composto il Messico di McCarthy. La poesia della pagina scritta si innerva direttamente nella realtà e tacitamente la permea traendone in cambio concretezza e vigore, forza e originalità.
    La tecnica narrativa è talmente raffinata da consentire all'autore di scrivere un romanzo fortemente introspettivo senza aver la necessità di descrivere esplicitamente le riflessioni interiori e le sensazioni dei personaggi. Come se tutto ciò che non si estrinseca in un gesto, in un una parola o in uno sguardo conti meno della polvere sollevata sul sentiero dagli zoccoli di un cavallo.

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