Togliamo il disturbo !! SCHEDA DOPPIA !!

Di

Editore: Guanda

3.6
(661)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 271 | Formato: Copertina morbida e spillati

Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , eBook , Copertina rigida , Altri

Genere: Educazione & Insegnamento , Non-narrativa , Adolescenti

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Descrizione del libro
Scheda DOPPIA, da non aggiungere in libreria.

la scheda corretta, dotata di codice ISBN, si trova qui:

http://www.anobii.com/books/0129c07e6a76847b07

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  • 3

    Abbandonato….
    Diciamo che questo libro è un tantino pesantino. Ho apprezzato la scrittura, chiara, personale, scorrevole. L’ho abbandonato per due motivi principali:

    1. Alcuni concetti ripetuti all’in ...continua

    Abbandonato….
    Diciamo che questo libro è un tantino pesantino. Ho apprezzato la scrittura, chiara, personale, scorrevole. L’ho abbandonato per due motivi principali:

    1. Alcuni concetti ripetuti all’infinito. Il modo in cui erano presentati era più simile allo sfogo che ala semplice spiegazione.
    2. Un’accanimento (notato peraltro anche nei suoi libri) verso le classi più abbienti. Io non faccio parte di queste ma mi sento di dire che mi sembra un luogo comune sin troppo facile da usare. Di ragazzi pelandroni ce ne sono in tutte le classi sociali, come anche di ragazzi coi telefonini e la moto nuova. Condivido il fatto che questi vengano spinti fino allo sfinimento a frequentare licei e poi università ma non penso che si debba generalizzare.
    Personalmente avrei preferito un'introduzione più snella e più spazio sul tema "non tutti devo studiare".

    Sono preoccupata anche io del futuro della scuola italiana ma ciò che più mi preoccupa sono i genitori, la prima scuola è la propria famiglia. Il rispetto verso gli adulti si impara da piccoli così come il rispetto per ciò che si ha e che altri non hanno.

    La scuola è finita, lunga vita alla scuola!

    ha scritto il 

  • 3

    Se tralasciamo la seconda parte...

    Corretta l'analisi iniziale e condivisibile la proposta finale. Assai discutibili le colpe attribuite ai poveri Don Milani e Rodari e un po' troppo manichee alcune distinzioni su cui si basa l'argomen ...continua

    Corretta l'analisi iniziale e condivisibile la proposta finale. Assai discutibili le colpe attribuite ai poveri Don Milani e Rodari e un po' troppo manichee alcune distinzioni su cui si basa l'argomentazione. Punto di vista esclusivamente liceale (e parziale per esprimersi sulla scuola dell'obbligo).

    ha scritto il 

  • 4

    Le argomentazioni trattate dall'autrice sono piuttosto condivisibili; riporto uno fra i tanti passaggi che più fanno riflettere, facendo riferimento agli studenti Paola Mastrocola dichiara: "vanno a ...continua

    Le argomentazioni trattate dall'autrice sono piuttosto condivisibili; riporto uno fra i tanti passaggi che più fanno riflettere, facendo riferimento agli studenti Paola Mastrocola dichiara: "vanno a scuola e non studiano. È una specie di avversativa - concessiva: vanno a scuola ma, ciò nonostante, non studiano. Una paradossale aberrazione. Sarebbe come sedersi al ristorante e non ordinare niente, dicendo al cameriere: No grazie, guardi, stasera non mi va proprio di mangiare. Cosa pensate che direbbe il cameriere?"

    ha scritto il 

  • 2

    Insopportabile sicumera

    Molte delle cose che dice questo libro mi trovano d’accordo. Ad esempio il fatto che non tutti sono portati allo studio, che dovrebbero esistere scuole disciplinate e focalizzate sugli studi teorici e ...continua

    Molte delle cose che dice questo libro mi trovano d’accordo. Ad esempio il fatto che non tutti sono portati allo studio, che dovrebbero esistere scuole disciplinate e focalizzate sugli studi teorici e istituti professionali per chi di studiare non ha nessuna voglia e vorrebbe imparare un mestiere (e così, aggiungo io, si toglie dai piedi di quelli che di studiare hanno voglia). Che la riforma dell’università 3 + 2 è un abominio. Che l’inflazione di attività pratiche, test, attività di gruppo e quant’altro stanno uccidendo lo studio teorico, quello che si fa da soli, seduti alla scrivania, e che non dovrebbe per principio portare a nessun effetto pratico (per l’applicazione e il ragionamento per obiettivi c’è sempre tempo). Che essere selettivi è giusto, la scuola non deve essere per forza il luogo dello svago e della piacevole superficialità. Che i test a quiz non sostituiscono e non possono sostituire il tema di vecchia memoria.

    Quello che mi ha dato fastidio, e molto, è la pretesa arrogante che cose come lo studio della grammatica o di “monumenti sacri” davanti a cui inchinarsi adoranti e acritici siano l’unico modo per arrivare ad attingere alla grande cultura. L’autrice si sdegna, ad esempio, di fronte agli studenti che sghignazzano per la Metamorfosi di Kafka, e si scandalizza per l’apprezzamento che i giovani hanno per le non meglio qualificate “storie di vampiri” senza rendersi conto che il presupposto per credere all’una e alle altre è lo stesso, la sospensione dell’incredulità, e che forse se il racconto kafkiano venisse presentato proprio come una narrazione fantastica, in molti avrebbero avuto assai meno da sghignazzare (ma no, deve essere per forza una metafora, non si sa bene di cosa…). Forse, anzi sicuramente è vero che si nasce maggiormente portati per certe cose piuttosto che per altre, ma per quanto mi riguarda, la mia indubbia attitudine allo scrivere non mi impediva né di odiare la grammatica con tutte le mie forze, né mi impedisce di comprendere e condividere gli sghignazzi di fronte all’uomo-scarafaggio. Ancora: Dante, secondo la Mastrocola, DEVE essere studiato con l’apparato critico di note e commenti. Peccato che siano proprio quelle note e quei commenti ad aver ucciso uno dei più grandi capolavori dell’umanità, rendendolo un poco piacevole esercizio di decrittazione, ricordato con odio da generazioni di studenti, togliendogli tutta la potenza lirica e descrittiva, che gli ho visto restituire invece dall’esegesi di Sermonti, dove non ci sono note e commenti ma solo amplissime introduzioni ai canti. E non dimentichiamo di deplorare il tentativo di Benigni di far diventare Dante un personaggio da cultura pop (ovviamente non è così, ma generalmente questa è l’accoglienza che molti tromboni hanno riservato alle sue letture dei canti dell’Inferno).

    Un altro aspetto odioso è la totale mancanza di empatia con gli allievi delle ultime generazioni, visti come vacui personaggetti capaci solo di inseguire la moda, di cercare l’accoppiamento giusto tra scarpa e vestitino, di appendere miriadi di animaletti di peluche allo zainetto. Non un tentativo di capirli, di comprendere le loro insicurezze, il disagio di essere giovani in un’epoca fatta di non-certezze, e quindi cercare sicurezze in un’omologazione spinta.

    Non parliamo poi di internet. Ovviamente internet è il male. Tonnellate di vacue chiacchiere che dicono il nulla, che catalizzano le attenzioni e il tempo dei ragazzi con facebook e altre invenzioni demenziali; fonti di ricerca, Wikipedia e poco altro, che standardizzano testi e risultati. Non dico, peraltro, che tutto questo non possa essere vero; ma far finta che attraverso internet non possa passare anche molto altro, e che è stato proprio internet a restituire dignità alla parola scritta dopo decenni in cui il futuro della comunicazione pareva essere solo quello audiovisivo, significa essere decisamente in malafede. Quanto poi ai modi “altri” di fare cultura, come si confronterebbe l’autrice con una graphic novel, o con un manga? L’inusuale modalità narrativa, la misconoscenza di codici di decrittazione, temo, potrebbero indurre nell’illustre studiosa una crisi epilettica, o più semplicemente li bollerebbe come spazzatura senza costrutto (umiltà l’è morta, mica solo per quelli che sghignazzano davanti allo scarafaggio invece di coglierne tutta la poetica tragicità…)

    La Mastrocola parla ancora di personaggi come don Milani, accusando lui – o meglio, coloro che ne hanno frainteso il messaggio – di aver lavorato per un generale abbassamento delle qualità dell’istruzione, per mettere i Pierini allo stesso livello dei Gianni invece di fare il contrario; come Gianni Rodari, accusato di aver fornito il pretesto per togliere la”serietà” dallo studio della parola, riducendola a una dimensione di gioco e di svago; e invece esalta il pensiero di Theodor W. Adorno, che metteva in guardia contro l’abbassamento della cultura, l’omologazione, la semplificazione.

    Personalmente non mi pronuncio su don Milani, sul quale io stesso ho qualche riserva, per il poco che lo conosco (e non escludo che siano le stesse della Mastrocola). Rintuzzo invece decisamente la critica a Gianni Rodari, in quanto, dopo anni e anni di scuola “tradizionale”, scoprire che ci fossero anche situazioni in cui la parola potesse essere gioco e creatività mi fa rimpiangere quello che forse ho perso. Quanto ad Adorno, invece, credo che pochi intellettuali abbiano fatto male alla cultura del Novecento quanto sia riuscito a fare lui, forse suo malgrado, e in ispecie nel campo della musica europea. A causa delle sue teorie – l’accordo maggiore e la scala pentatonica sono il male, relitti borghesi falsamente consolatori da rimuovere dalla studio e dalle accademie; chi li usa è un vile reazionario; solo la dissonanza, il rumore, il suono grezzo e disturbante esprimono il disagio e il nichilismo del mondo attuale – si è creata una spaccatura fortissima tra ambito “di consumo” e ambito “di cultura”, che solo in tempi recenti in qualche modo si è ricomposta con una ricerca musicale che guarda in tutte le direzioni e cerca contaminazioni senza barriere, pregiudizi o preconcetti. Fa quasi ridere pensare, per dire, che Adorno considerava anche il jazz sterco del diavolo…

    Per concludere: io, guardando al mio (lontano) passato scolastico, non è che ricordo tutta questa proficuità dello studio “tradizionale”, tutto questo amore per la cultura e la parola insufflato nei discenti a colpi di temi ed esercizi di grammatica. Ricordo che per molti il momento del tema era un incubo, come in qualsiasi ambito mettere in fila dei ragionamenti scritti di qualsiasi genere; ricordo che lo studio del latino era considerato da molti (me compreso) come una cosa del tutto superflua; ricordo anche, ed è il peggio, che non si operava, già allora, nessuna selezione sulla misconoscenza delle materie umanistiche (invece sì su quelle scientifiche, e la cosa mi spiaceva parecchio, visti i sorci verdi che vedevo io in matematica o fisica non mi sarebbe spiaciuto vedere qualcuno aver a che fare coi medesimi roditori in italiano o filosofia, ma non c’era verso, per chi era bravo in materie scientifiche il 6 in quelle umanistiche era garantito comunque anche se erano dei quasi analfabeti, per noi no). La mia percezione era che la scuola non serviva (non serve?) ad altro che ad aprire le attitudini che le persone già posseggono o non posseggono per natura. Aggiungo ancora: ho visto, in epoca odierna, una ragazza tutt’altro che idiota arrivare al diploma di maturità dannandosi di studio, tanto che alla domenica, per la stanchezza accumulata in settimana, non riusciva ad alzarsi dal letto fino a mattino inoltrato. Vedo professori e professoresse, conoscenti e amiche, lavorare tantissimo per mettere a punto programmi e lezioni e fare correzioni, e tutto questo non mi dà certo idea di una scuola che sta “con le mani in mano” e che semplifica troppo la vita agli studenti, anche se la mia invidia per programmi di studio molto più multidisciplinari, per una più generale attenzione alla persona, e alle attitudini comunicative e relazionali, è grande (la scuola che frequentavo io invece faceva di tutto, scientemente, per mettere gli allievi gli uni contro gli altri, peraltro non sempre riuscendoci).

    Infine, ho una riflessione da lasciare alla Mastrocola, con riferimento al suo (giusto) desiderio che ciascuno faccia quello per cui è portato a fare, fosse pure cose non proprio “alte” tipo il contadino o il falegname. Perfetto, giustissimo, verissimo che ognuno deve seguire le sue attitudini. Ma c’è un problema: il bravissimo falegname che ce l’ha nel sangue (come l’avvocato, o il gommista, o il commercialista) a un certo punto si troverà ad aver a che fare con altri falegnami, gommisti e commercialisti che pensano di essere loro i più bravi, o peggio non hanno nessuna intenzione di ammettere che lui è meglio di loro e troveranno tutti i modi per rendergli la vita difficile.

    Non è affatto vero che al mondo ci sia posto per tutti, che la felicità sia data ad ognuno, purché sappia realizzare le proprie attitudini. E’ questo il problema. E’ questa la stortura del sistema. E’ questo il limite al mondo più equanime e migliore contro cui nemmeno la migliore delle scuole possibili, ammesso che esista, può nulla.

    ha scritto il 

  • 4

    Sincero amore per la scuola

    Paola Mastrocola ha un sincero amore per la scuola, che vede andare ogni giorno sempre più a rotoli e che vorrebbe cercare di cambiare. E' bravissima nel rendere, attraverso una serie di immagini fort ...continua

    Paola Mastrocola ha un sincero amore per la scuola, che vede andare ogni giorno sempre più a rotoli e che vorrebbe cercare di cambiare. E' bravissima nel rendere, attraverso una serie di immagini fortemente evocative, il comportamento degli odierni adolescenti, che spesso sanno essere davvero irritante. Mi piace anche la sua idea di "lasciare liberi" i ragazzi che non vogliono studiare perchè, proprio come scrive lei, per alcuni ragazzi sembra proprio che lo studio sia causa di profonda sofferenza fisica.
    Libro davvero buono che però non mi convince la parte in cui risponde alla domanda: che fare se un ragazzo non vuole studiare? Ma mi rendo conto che questa risposta è davvero molto, molto difficile.

    ha scritto il 

  • 4

    Mastrocola è un'insegnante capace di un'autocritica lucida della scuola in toto. Il suo punto d'osservazione è parziale (il Liceo) ma rappresentativo. La imprigiona un po' l'idea dello studio come sac ...continua

    Mastrocola è un'insegnante capace di un'autocritica lucida della scuola in toto. Il suo punto d'osservazione è parziale (il Liceo) ma rappresentativo. La imprigiona un po' l'idea dello studio come sacrificio necessario, la fatica prima per raggiungere il piacere dopo(e se il piacere fosse durante? Se qualcosa o qualcuno avesse fatto implodere questi ragazzi in un momento portante della loro formazione, privandoli per sempre della gioia della conoscenza?). Condivido moltissimo di quello che dice, non condivido l'idea che l'avversione allo studio sia connaturata all'essere umano, è una distorsione che abbiamo creato noi adulti con le nostre imposizioni, basta assistere alla concentrazione di un bambino anche piccolissimo, frutto di libera scelta. Concordo sulla manipolazione operata su Don Milani e Rodari. Apprendo con gioia alcune coordinate preziose: Adorno, Sartori, Dorfles. Mi interessa molto il dibattito tra quelli che sostengono la necessità che la scuola prepari al lavoro e quelli che invece dicono che la scuola deve fare anche e soprattutto altro: la visione meccanicistica (“devo studiare cose che mi serviranno a trovare lavoro”) la trovo, seppur diversamente declinata, sempre piatta, grigia, bassa e di fondo truffaldina. Poi ci sono cose di cui io, a differenza della Mastrocola, non sento nostalgia, tipo la paura o la soggezione. Ottimo libro per riflettere sulla figura dell’insegnante.

    ha scritto il 

  • 3

    non è facile dare un voto a questo libro.
    per le prime due parti mi sono spesso chiesta dove volesse andare a parare l'autrice: in buona parte condivido la sua analisi, ma le conclusioni che trae perl ...continua

    non è facile dare un voto a questo libro.
    per le prime due parti mi sono spesso chiesta dove volesse andare a parare l'autrice: in buona parte condivido la sua analisi, ma le conclusioni che trae perlopiù non mi convincono fino in fondo, in quanto mi sembra vagamente (neanche tanto, in realtà) nostalgica di una scuola autoritaria (e non autorevole) e rivolta più che a formare individui a cacciare a viva forza dei concetti di per sè inutili, se appiccicati nella lavagna mentale come fossero post-it senza essere assimilati.
    il terzo maxi-capitolo, però, mi ha del tutto conquistata: più organico delle parti precedenti, porta avanti come saggio i temi esplorati in "Non so niente di te", romanzo che ho molto amato. certo, oggettivamente non saprei in quale scuola collocarmi fra quelle proposte (il mio amore per la cultura è terribilmente settoriale: amo leggere, ma detesto i classici e preferisco la saggistica, anche complessa; l'analisi letteraria mi annoia profondamente, ma studierei volentieri l'etimologia, che trovo materia affascinante; pur sudando freddo di fronte alle equazioni, avrei voluto fare molta più matematica di quanta ne abbia fatto al mio, seppur ottimo, liceo scientifico, e così via).
    mi sono in parte riconosciuta nel ritratto degli albatros: non sono un genio (magari!), ma dei miei trascorsi scolastici ricordo nitidamente la noia (la maggior parte delle lezioni per me non era affatto stimolante: o non trattata di argomenti di mio interesse, o li trattata in modo troppo superficiale) e la frustrazione di non poter andare alla giusta profondità degli argomenti. e all'epoca mia comunque ancora si studiava (i temi li facevo eccome! soprattutto quelli storici).
    quello che non condivido del tutto del testo è la visione (condita da un certo disprezzo, forse) di materie come le lingue straniere: pur essendo io completamente negata, mi rendo conto perfettamente che la scuola deve fornire quanto meno le conoscenze base (ma sarebbe meglio avanzate) almeno dell'inglese, in qualunque indirizzo si scelga, visto che ormai qualsiasi cosa è discussa, descritta e analizzata in inglese.

    insomma, il mio commento è confuso (ma ho la febbre!), ma non più della prima tre quarti del libro, direi ;-) che peraltro consiglio a tutti i genitori :)

    ha scritto il 

  • 4

    Arrabbiata, speranzosa, realista, comprensiva, a tratti aggressiva, indubbiamente umana - forse fin troppo, forse l'unica. È così che Paola Mastrocola si dimostra in questo suo saggio sulla scuola, su ...continua

    Arrabbiata, speranzosa, realista, comprensiva, a tratti aggressiva, indubbiamente umana - forse fin troppo, forse l'unica. È così che Paola Mastrocola si dimostra in questo suo saggio sulla scuola, sull'insegnamento, sull'educazione, sulla libertà di non studiare, ma anche di farlo, "Togliamo il disturbo".
    Lo rileggo ogni tanto, specialmente quando sono in vacanza ed il ricordo di scuole, libri da studiare, interrogazioni e verifiche a sorpresa si affievolisce nella mia memoria. Leggendo queste pagine la scuola torna in tutto il suo terrore ed in tutto il suo splendore. Ma torna anche sotto un'altra forma, che è quella demotivante e tragica dell'insegnante. Di chi la scuola la fa: insegnando, valutando, interrogando, correggendo, convocando.
    Paola Mastrocola racconta osservando. Se nei libri di viaggio con l'immaginazione noi vediamo e scopriamo posti nuovi, in questo saggio oltrepassiamo cancelli, camminiamo per i corridoi, osserviamo lavagne, spremiamo le meningi per rispondere a delle domande di storia. Entriamo, e per certi versi torniamo, nel mondo della scuola di oggi, desolante, sconfortante. Osserviamo gli studenti di oggi, come trascorrono i loro pomeriggio, che cosa leggono (se lo fanno), come studiano (se studiano), che cosa dicono ai genitori(se questi hanno tempo di ascoltarli, e se si ricordano di chiedere loro come stanno). Ne viene fuori...un disastro. Un disastro che conosciamo già, sia come studenti, sia come genitori, sia come educatori. Su questo punto di vista il libro non è certo illuminante, lo so. Ma la Mastrocola non si limita soltanto a descrivere la scuola oggi (intesa come metodi di insegnamento dei maestri di apprendimento degli studenti) ,e a legittimamente lamentarsi di come stanno andando le cose (cioè molto male), ma si interroga e interroga noi (noi studenti, noi educatori, noi amanti dei libri, noi spiriti sempre curiosi e ambiziosi): che fare? Che fare se i ragazzi oggi non vogliono più studiare, se i genitori oggi non hanno tempo e voglia e capacità di sorvegliare i loro figli, di educarli, se gli insegnanti non hanno polso oppure ne hanno fin troppo ma questo non basta, se il mondo oggi sta remando verso una direzione nuova, fatta di lezioni interattive, iPad, eBook, iPhone, che persuade i ragazzi a non usare la loro testa e ad affidarsi ai nuovi mezzi tecnologici?
    Evitando - anzi, distruggendo - il politically correct, e pure il culturally correct, "Togliamo il disturbo" propone un modo di vedere e vivere la scuola, originale e capace di tener conto delle ambizioni, delle passioni e delle preferenze di ciascuno studente. Lo fa umilmente, quasi fosse un ultimo disperato tentativo di salvare una nave che sta affondando, e che nessuno ha ormai più voglia, interesse e forze di aiutare.

    ha scritto il 

  • 5

    Di solito non amo i libri che parlano di scuola. Il piu` delle volte sono autocommiseratori e, lamentosi, oppure all'opposto stupidamente sentimentali. Per fortuna questo libro inntelligente e lucido ...continua

    Di solito non amo i libri che parlano di scuola. Il piu` delle volte sono autocommiseratori e, lamentosi, oppure all'opposto stupidamente sentimentali. Per fortuna questo libro inntelligente e lucido si salva da tanta mediocrita` - e salva anche il lettore.

    Mi piace perche` e` un libro controcorrente, e non per modo di rire. A cominciare dal sottotitolo: "Saggio sulla liberta` di non studiare". Una confutazione consapevole e ragionata dell'indirizzo ottusamente seguito piu` o meno da tutti i nostri governi, specialmente da quelli di sinistra, per i quali l'istruzione consiste nel gonfiare a dismisura le ore che i ragazzi sono costretti a passare nella scuola, una alluvione di materie puramente teoriche, e la cattedra come piccolo impiego per una categoria che piu` diventa numerosa meno diventa importante. Del resto, tutte le "riforme" dela scuola non solo hanno aumentato la quantita` a scapito delllla qualita (sempre piu` ore, sempre piu` progetti, sempre piu` insegnanti, sempre piu` obbligo scolastico, sempre piu` materie, sempre piu` teoria) ma hanno consapevolmente perseguito il disegno totalitario gia` intuito da Vaclav Belhoradsky e Christopher Dawson: oggi la scuola non serve piu` per diffondere il sapere ma per produrre cittadini omologati, conformisti e obbedienti, del tutto funzionali alla macchina statale e al pensiero unico. Senza contare (ma questo la Mastrocola non lo dice) che il cumulo delle ore e delle attivita` extracurricolari finisce per allontanare i ragazzi e soprattutto i bambini dalle famiglie e renderli vulnerabili a qualunque ideologia.

    La Mastrcola e` una insegnante di liceo, e parla da insegnante di liceo. Nei professionali il quadro sarebbe molto diverso. Questo tipo di scuola e` stata particolarmente degradata dall'insensato prolungamento dell'obbligo scolastico e dall'inflazione delle materie teoriche a scapito di quelle professionalizzanti, il che ha creato classi caotiche, ingoverabili e non di rado violente, grazie al pregiudizio secondo il quale l'istruzione professionale sarebbe "inferiore" a quella umanistica.

    Fatta questa premessa, non si puo` non essere d'accordo con l'Autrice quando contesta la pretesa "giacobina" del Ministero che tutti abbiano la stessa istruzione, indipendentemente dalle loro attitudini e dal loro orientamento. O quando mette in luce l'inadeguatezza e l'infantilismo dell'insegnamento elementare, che finisce per rendere gli alunni incapaci di capire un ragionamento astratto (una contestazione analoga ma piu` scientificamente articolata si trova nel libro Segmenti e bastoncini di Lucio Russo). I risultati delle indagini condotte a livello europeo danno ampiamente ragione alla Mastrocola: l'.aumento del carico di lavoro sui ragazzi (e la scuola italiana e` una delle piu` pesanti in assoluto) non e` in alcun modo correlato con il miglioramento della qualita` dell'apprendimento o delle competenze. In Germania le ore durano 45 minuti. E con questo e` detto tutto.

    Vorrei muovere un unico appunto all'Autrice: tira in ballo talmente spesso Torquato Tasso che alla fine diventa un vero tormentone. Ma la ringrazio per la sua testimonianza lucida, disincantata e ben al di fuori della retorica e dei luoghi comuni sulla "missione-dell'-insegnante".

    ha scritto il 

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