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Tokyo Year Zero

(Tokyo Trilogy 1)

By David Peace

(10)

| Paperback | 9780571231997

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Book Description

This book is set in August 1946. One year on from surrender and Tokyo lies broken and bleeding at the feet of its American victors. Against this extraordinary historical backdrop, "Tokyo Year Zero" opens with the discovery of the bodies of two young Continue

This book is set in August 1946. One year on from surrender and Tokyo lies broken and bleeding at the feet of its American victors. Against this extraordinary historical backdrop, "Tokyo Year Zero" opens with the discovery of the bodies of two young women in Shiba Park. Against his wishes, Detective Minami is assigned to the case, and as he gets drawn ever deeper into these complex and horrific murders, he realises that his own past and secrets are indelibly linked to those of the dead women and their killer.

27 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    difficile da definire ma Bello

    Tokyo occupata dai vincitori che spadroneggiano sullo sfondo di una città che potrebbe essere la Baghdad oggi, i sensi di colpa, l'indagine poliziasca su un fatto realmente accaduto, e la follia descrita, non non descritta, fatta sentire con la ripet ...(continue)

    Tokyo occupata dai vincitori che spadroneggiano sullo sfondo di una città che potrebbe essere la Baghdad oggi, i sensi di colpa, l'indagine poliziasca su un fatto realmente accaduto, e la follia descrita, non non descritta, fatta sentire con la ripetizione di parole che fanno intendere avvenimenti, lòa follia di chi rientrato in patria come poliziotto è ossessionato da un modo che non capisce ma soprattutto dalle violenze che ha perpetrato in guerra e laviolenza dei Vincitori che (l'abitudine è vecchia) impongono cambiamento e democrazia senza sapere senza capire cosa fanno in questo mondo, in questa città rasa al suolo, estranei alla sua cultura.

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    Federico said on Nov 17, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    1946 ovvero “Nessuno è quello che dice di essere”

    Benché possa sembrare incredibile, David Peace è riuscito nell’intento di spingere ancor più all’estremo la sua scrittura e il suo stile. Quello che già nei quattro libri del Red Riding Quartet si caratterizzava come una sorta di espressionismo osses ...(continue)

    Benché possa sembrare incredibile, David Peace è riuscito nell’intento di spingere ancor più all’estremo la sua scrittura e il suo stile. Quello che già nei quattro libri del Red Riding Quartet si caratterizzava come una sorta di espressionismo ossessivo e angoscioso che poneva la coerenza del racconto in subordine all’effetto di spiazzamento e caos della narrazione e del mondo in essa descritto, ora è divenuto un magma inaccessibile e oscuro.

    Trasferitosi a Tokyo una ventina d’anni fa, Peace ha scelto di ambientarvi il suo nuovo incubo delocalizzandolo temporalmente ad un anno fatidico per il Giappone, appena sconfitto e annichilito fisicamente e moralmente dall’esito catastrofico della Guerra Mondiale.

    L’io narrante (e letteralmente delirante) è un reduce della campagna di Manciuria, i cui massacri tornano più volte alla memoria (e, per inciso, in tanta parte della letteratura e del cinema giapponese) come un orrore impossibile da rimuovere; ora egli agisce in un Giappone altrettanto devastato, nel ruolo di ispettore di polizia, una polizia lacera, scalcinata, priva di mezzi, falcidiata dalle epurazioni, divisa al suo interno, che si trova a fronteggiare un (dis)ordine pubblico ormai fuori controllo.

    Nonostante il mestiere del protagonista ed il frenetico sovrapporsi di inchieste su omicidi seriali, di testimonianze e di interrogatori, “Tokyo anno zero” non è inquadrabile come romanzo poliziesco (categoria già stretta per “1974” e seguenti…) perché il filo dell’indagine è progressivamente stravolto e scardinato da una forma che si fa via via sempre più astratta alternando azioni reali o presunte tali ad incubi immaginati, pensieri paranoici a minacce concrete, vittime dall’identità sfuggente a probabili carnefici.

    L’effetto di vertigine e di inafferrabilità della logica degli eventi è accentuato, per l’estenuato lettore occidentale, dall’uso dei nomi giapponesi reiterati come un mantra ossessivo: i colleghi dell’ispettore Minami e le giovani vittime certe o presunte sono elencati continuamente come uno scioglilingua che confonde e ipnotizza, così come i nomi dei quartieri e addirittura delle linee tramviarie e ferroviarie.

    Quartieri e linee ferro-tramviarie che punteggiano quella che in definitiva è la protagonista assoluta del libro: Tokyo, città azzerata e rasa al suolo, metropoli popolata da un’umanità umiliata e terrorizzata, infestata e malata terminale, rassegnata e privata di tutto, perfino dell’identità: “Nessuno è quel che dice di essere…”

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    Ubik said on Jun 13, 2013 | 3 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    bella storia , tratta da fatti veri, e bella ambientazione, una Tokyo sotto occupazione americana che ricorda la Napoli de "la pelle; unica pecca, a mio parere, uno stile di scrittura (una sorta di flusso di coscienza che si intercala alla narrazione ...(continue)

    bella storia , tratta da fatti veri, e bella ambientazione, una Tokyo sotto occupazione americana che ricorda la Napoli de "la pelle; unica pecca, a mio parere, uno stile di scrittura (una sorta di flusso di coscienza che si intercala alla narrazione)che rende a tratti pesante e poco comprensibile la lettura.

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    Marzio said on Jun 12, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Arrivato a fatica intorno a pagina 130, decido di non proseguire. Lo stile è pesante, le continue ripetizioni, ossessive, non riesco proprio a digerirle. Qualcosa di buono c'è. Ma non abbastanza. Non ingrana. La ricca e interessante descrizione della ...(continue)

    Arrivato a fatica intorno a pagina 130, decido di non proseguire. Lo stile è pesante, le continue ripetizioni, ossessive, non riesco proprio a digerirle. Qualcosa di buono c'è. Ma non abbastanza. Non ingrana. La ricca e interessante descrizione della Tokyo devastata a ridosso della fine della Seconda Guerra Mondiale non è abbastanza. Magari non è il momento. O magari non fa per me.

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    Il grande marziano said on May 25, 2013 | Add your feedback

  • 4 people find this helpful

    A soffermarsi solo sullo stile sincopato e ricco di onomatopee e ripetizioni martellanti si correrebbe il rischio di giudicare l'esperimento un trucchetto da quattro soldi, un'idea buona come un'altra per far presa sul lettore bramoso di originalità. ...(continue)

    A soffermarsi solo sullo stile sincopato e ricco di onomatopee e ripetizioni martellanti si correrebbe il rischio di giudicare l'esperimento un trucchetto da quattro soldi, un'idea buona come un'altra per far presa sul lettore bramoso di originalità.
    Ma non c'è ombra di impostura qui, perché alla fine, dopo tutto quel fracasso, la testa fa male davvero.
    Potenza delle scene e violenza nella messa in scena.

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    pierlapo kirby said on Oct 22, 2012 | 2 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    E’ una Tokyo devastata e putrida quella descritta da Peace in questo primo episodio della annunciata trilogia giapponese. Una Tokyo che già dal titolo del libro strizza l’occhio a precisi riferimenti cinematografici e di attualità.
    In effetti di cine ...(continue)

    E’ una Tokyo devastata e putrida quella descritta da Peace in questo primo episodio della annunciata trilogia giapponese. Una Tokyo che già dal titolo del libro strizza l’occhio a precisi riferimenti cinematografici e di attualità.
    In effetti di cinematografico c’è molto. Impossibile non accompagnare la lettura del testo con le immagini delle camminate tra i ruderi del bambino di “Germania anno zero”. Ma altrettanto impossibile è non lasciarsi coinvolgere dal rapido flusso dei pensieri, dei ricordi e dei demoni del protagonista.

    Agosto 1946. Siamo ad un anno dalla resa giapponese. Una resa che, ancor prima degli ultimi tragici eventi, ha fatto vacillare la fede del popolo giapponese verso il suo imperatore. Tokyo è una metropoli disfatta, sanguinante e lacerata. Spazzatura, cadaveri e penuria di cibo rappresentano, insieme alle macerie, elementi imprescindibili di una triste quotidianità. Gli abitanti sembrano ospiti di una nuova umanità, i Vincitori, e devono reinventarsi una nuova identità e futuro. L’ispettore Minami non fa eccezione. Viene coinvolto nell’indagine relativa al ritrovamento di due corpi di giovani donne stuprate e strangolate. Ma è solo l’inizio della discesa verso gli inferi. Un improvviso ed inarrestabile crollo fisico, psichico e di decoro che lascia poco spazio a gesti di umanità. Tra un calmante e l’altro, tra un insuccesso ed una infamia, i demoni di un passato neanche tanto remoto sembrano non voler offrire alcuna tregua. E Peace è bravo a rendere intelligibile questa doppia corsia della narrazione.

    In questo turbinio di ossessioni Peace, che conosce bene il Giappone avendoci vissuto per tredici anni, riesce, ancora una volta, a catturare l’attenzione del sottoscritto. I suoi proverbiali incisi, le sue continue ripetizioni e citazioni mi hanno intrappolato e reso incapace di divincolarmi dal flusso di pensieri del protagonista.
    Un’ulteriore conferma per una firma importante della narrativa di questi anni.

    E a proposito del riferimento al film di Rossellini voglio ricordare le parole che il Maestro rivolge al piccolo Edmund “i deboli devono soccombere e i forti sopravvivere”. Sarà per Edmund l’inizio della fine.

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    BigLebowski said on Mar 20, 2012 | Add your feedback

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