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Tokyo anno zero

Di

Editore: Il Saggiatore Tascabili (Narrativa)

3.8
(130)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 441 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco

Isbn-10: 8856502682 | Isbn-13: 9788856502688 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Marco Pensante

Genere: Mystery & Thrillers , Non-fiction , Political

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Descrizione del libro
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  • 5

    difficile da definire ma Bello

    Tokyo occupata dai vincitori che spadroneggiano sullo sfondo di una città che potrebbe essere la Baghdad oggi, i sensi di colpa, l'indagine poliziasca su un fatto realmente accaduto, e la follia descrita, non non descritta, fatta sentire con la ripetizione di parole che fanno intendere avveniment ...continua

    Tokyo occupata dai vincitori che spadroneggiano sullo sfondo di una città che potrebbe essere la Baghdad oggi, i sensi di colpa, l'indagine poliziasca su un fatto realmente accaduto, e la follia descrita, non non descritta, fatta sentire con la ripetizione di parole che fanno intendere avvenimenti, lòa follia di chi rientrato in patria come poliziotto è ossessionato da un modo che non capisce ma soprattutto dalle violenze che ha perpetrato in guerra e laviolenza dei Vincitori che (l'abitudine è vecchia) impongono cambiamento e democrazia senza sapere senza capire cosa fanno in questo mondo, in questa città rasa al suolo, estranei alla sua cultura.

    ha scritto il 

  • 4

    1946 ovvero “Nessuno è quello che dice di essere”

    Benché possa sembrare incredibile, David Peace è riuscito nell’intento di spingere ancor più all’estremo la sua scrittura e il suo stile. Quello che già nei quattro libri del Red Riding Quartet si caratterizzava come una sorta di espressionismo ossessivo e angoscioso che poneva la coerenza del ra ...continua

    Benché possa sembrare incredibile, David Peace è riuscito nell’intento di spingere ancor più all’estremo la sua scrittura e il suo stile. Quello che già nei quattro libri del Red Riding Quartet si caratterizzava come una sorta di espressionismo ossessivo e angoscioso che poneva la coerenza del racconto in subordine all’effetto di spiazzamento e caos della narrazione e del mondo in essa descritto, ora è divenuto un magma inaccessibile e oscuro.

    Trasferitosi a Tokyo una ventina d’anni fa, Peace ha scelto di ambientarvi il suo nuovo incubo delocalizzandolo temporalmente ad un anno fatidico per il Giappone, appena sconfitto e annichilito fisicamente e moralmente dall’esito catastrofico della Guerra Mondiale.

    L’io narrante (e letteralmente delirante) è un reduce della campagna di Manciuria, i cui massacri tornano più volte alla memoria (e, per inciso, in tanta parte della letteratura e del cinema giapponese) come un orrore impossibile da rimuovere; ora egli agisce in un Giappone altrettanto devastato, nel ruolo di ispettore di polizia, una polizia lacera, scalcinata, priva di mezzi, falcidiata dalle epurazioni, divisa al suo interno, che si trova a fronteggiare un (dis)ordine pubblico ormai fuori controllo.

    Nonostante il mestiere del protagonista ed il frenetico sovrapporsi di inchieste su omicidi seriali, di testimonianze e di interrogatori, “Tokyo anno zero” non è inquadrabile come romanzo poliziesco (categoria già stretta per “1974” e seguenti…) perché il filo dell’indagine è progressivamente stravolto e scardinato da una forma che si fa via via sempre più astratta alternando azioni reali o presunte tali ad incubi immaginati, pensieri paranoici a minacce concrete, vittime dall’identità sfuggente a probabili carnefici.

    L’effetto di vertigine e di inafferrabilità della logica degli eventi è accentuato, per l’estenuato lettore occidentale, dall’uso dei nomi giapponesi reiterati come un mantra ossessivo: i colleghi dell’ispettore Minami e le giovani vittime certe o presunte sono elencati continuamente come uno scioglilingua che confonde e ipnotizza, così come i nomi dei quartieri e addirittura delle linee tramviarie e ferroviarie.

    Quartieri e linee ferro-tramviarie che punteggiano quella che in definitiva è la protagonista assoluta del libro: Tokyo, città azzerata e rasa al suolo, metropoli popolata da un’umanità umiliata e terrorizzata, infestata e malata terminale, rassegnata e privata di tutto, perfino dell’identità: “Nessuno è quel che dice di essere…”

    ha scritto il 

  • 4

    bella storia , tratta da fatti veri, e bella ambientazione, una Tokyo sotto occupazione americana che ricorda la Napoli de "la pelle; unica pecca, a mio parere, uno stile di scrittura (una sorta di flusso di coscienza che si intercala alla narrazione)che rende a tratti pesante e poco comprensibi ...continua

    bella storia , tratta da fatti veri, e bella ambientazione, una Tokyo sotto occupazione americana che ricorda la Napoli de "la pelle; unica pecca, a mio parere, uno stile di scrittura (una sorta di flusso di coscienza che si intercala alla narrazione)che rende a tratti pesante e poco comprensibile la lettura.

    ha scritto il 

  • 2

    Arrivato a fatica intorno a pagina 130, decido di non proseguire. Lo stile è pesante, le continue ripetizioni, ossessive, non riesco proprio a digerirle. Qualcosa di buono c'è. Ma non abbastanza. Non ingrana. La ricca e interessante descrizione della Tokyo devastata a ridosso della fine della Sec ...continua

    Arrivato a fatica intorno a pagina 130, decido di non proseguire. Lo stile è pesante, le continue ripetizioni, ossessive, non riesco proprio a digerirle. Qualcosa di buono c'è. Ma non abbastanza. Non ingrana. La ricca e interessante descrizione della Tokyo devastata a ridosso della fine della Seconda Guerra Mondiale non è abbastanza. Magari non è il momento. O magari non fa per me.

    ha scritto il 

  • 4

    A soffermarsi solo sullo stile sincopato e ricco di onomatopee e ripetizioni martellanti si correrebbe il rischio di giudicare l'esperimento un trucchetto da quattro soldi, un'idea buona come un'altra per far presa sul lettore bramoso di originalità.
    Ma non c'è ombra di impostura qui, perch ...continua

    A soffermarsi solo sullo stile sincopato e ricco di onomatopee e ripetizioni martellanti si correrebbe il rischio di giudicare l'esperimento un trucchetto da quattro soldi, un'idea buona come un'altra per far presa sul lettore bramoso di originalità.
    Ma non c'è ombra di impostura qui, perché alla fine, dopo tutto quel fracasso, la testa fa male davvero.
    Potenza delle scene e violenza nella messa in scena.

    ha scritto il 

  • 5

    E’ una Tokyo devastata e putrida quella descritta da Peace in questo primo episodio della annunciata trilogia giapponese. Una Tokyo che già dal titolo del libro strizza l’occhio a precisi riferimenti cinematografici e di attualità.
    In effetti di cinematografico c’è molto. Impossibile non ac ...continua

    E’ una Tokyo devastata e putrida quella descritta da Peace in questo primo episodio della annunciata trilogia giapponese. Una Tokyo che già dal titolo del libro strizza l’occhio a precisi riferimenti cinematografici e di attualità.
    In effetti di cinematografico c’è molto. Impossibile non accompagnare la lettura del testo con le immagini delle camminate tra i ruderi del bambino di “Germania anno zero”. Ma altrettanto impossibile è non lasciarsi coinvolgere dal rapido flusso dei pensieri, dei ricordi e dei demoni del protagonista.

    Agosto 1946. Siamo ad un anno dalla resa giapponese. Una resa che, ancor prima degli ultimi tragici eventi, ha fatto vacillare la fede del popolo giapponese verso il suo imperatore. Tokyo è una metropoli disfatta, sanguinante e lacerata. Spazzatura, cadaveri e penuria di cibo rappresentano, insieme alle macerie, elementi imprescindibili di una triste quotidianità. Gli abitanti sembrano ospiti di una nuova umanità, i Vincitori, e devono reinventarsi una nuova identità e futuro. L’ispettore Minami non fa eccezione. Viene coinvolto nell’indagine relativa al ritrovamento di due corpi di giovani donne stuprate e strangolate. Ma è solo l’inizio della discesa verso gli inferi. Un improvviso ed inarrestabile crollo fisico, psichico e di decoro che lascia poco spazio a gesti di umanità. Tra un calmante e l’altro, tra un insuccesso ed una infamia, i demoni di un passato neanche tanto remoto sembrano non voler offrire alcuna tregua. E Peace è bravo a rendere intelligibile questa doppia corsia della narrazione.

    In questo turbinio di ossessioni Peace, che conosce bene il Giappone avendoci vissuto per tredici anni, riesce, ancora una volta, a catturare l’attenzione del sottoscritto. I suoi proverbiali incisi, le sue continue ripetizioni e citazioni mi hanno intrappolato e reso incapace di divincolarmi dal flusso di pensieri del protagonista.
    Un’ulteriore conferma per una firma importante della narrativa di questi anni.

    E a proposito del riferimento al film di Rossellini voglio ricordare le parole che il Maestro rivolge al piccolo Edmund “i deboli devono soccombere e i forti sopravvivere”. Sarà per Edmund l’inizio della fine.

    ha scritto il 

  • 5

    Namu-Amida-Butsu

    Un libro straziante, in cui sembra che le bombe atomiche non siano cadute solo su Hiroshima e Nagasaki, ma che abbiano investito tutto il Giappone.
    Un libro ossessivo e martellante che proprio con queste due caratteristiche (e grazie anche alla ripetitività delle parole) rende al meglio la ...continua

    Un libro straziante, in cui sembra che le bombe atomiche non siano cadute solo su Hiroshima e Nagasaki, ma che abbiano investito tutto il Giappone.
    Un libro ossessivo e martellante che proprio con queste due caratteristiche (e grazie anche alla ripetitività delle parole) rende al meglio la situazione psicologica degli sconfitti che vagano in questa città e terra post-apocalittica.
    Namu-Amida-Butsu

    ha scritto il 

  • 4

    Namu-amida-butsu

    Tokyo, Giappone nel primo dopoguerra: un ritratto della città distrutta dalle bombe, dalla malattia e dalla sconfitta.
    In questo clima di disperazione e povertà si svolge l'indagine volta a trovare lo stupratore omicida di un paio di ragazze.
    La narrazione è merito dell'ispettore Mina ...continua

    Tokyo, Giappone nel primo dopoguerra: un ritratto della città distrutta dalle bombe, dalla malattia e dalla sconfitta.
    In questo clima di disperazione e povertà si svolge l'indagine volta a trovare lo stupratore omicida di un paio di ragazze.
    La narrazione è merito dell'ispettore Minami, che, in prima persona, descrive contesto e evoluzioni dell'indagine; a questi però intercala, con un ritmo ossessivo e martellante, come fossero mantra, le sue percezioni e i suoi pensieri.
    Questo stile narrativo, decisamente angosciante, intensifica la percezione della distruzione del dopoguerra (banalmente: più uno ti ripete le cose più ti entrano in testa) e dà anche l'idea dell'allucinazione, perchè nessuno è quello che dice di essere; unico problema: il lettore può stancarsi di questo martellamento constante.
    L'ambientazione e la caratterizzazione dei personaggi sono notevoli: non sono una esperta della cultura giapponese, ma per quello che conosco la ritrovo in questo romanzo.
    Un pregio che trovo è che permette di vedere uno squarcio della storia del Giappone molto poco noto in Occidente: solitamente il Giappone é la riflessione dell'evoluzione e della tecnologia, abitato da individui precisi e organizzati; leggendo questo romanzo si ha un'idea dell'immenso sforzo fatto dalla nazione per diventare quello che è oggi.

    ha scritto il 

  • 3

    David Peace costruisce detective stories da 4 stelline.
    Non manca niente; la perfetta, quasi maniacale ricostruzione storica del Giappone sotto il dominio di MacArthur, dello spirito stesso del popolo giapponese. Un serial killer storicamente esistito, un caso appassionante, un detective ai ...continua

    David Peace costruisce detective stories da 4 stelline.
    Non manca niente; la perfetta, quasi maniacale ricostruzione storica del Giappone sotto il dominio di MacArthur, dello spirito stesso del popolo giapponese. Un serial killer storicamente esistito, un caso appassionante, un detective ai margini, un giallo dal ritmo sempre più concitato fino l'esplosivo, drammatico finale.
    Eppure le stelline sono tre. Sì. David Peace è un grande scrittore è il suo marchio di fabbrica è il suo stile di scrittura incalzante, ellittico, che procede per ripetizioni. Ammetto che il tutto fosse perfettamente funzionale alla storia ma per il mio gusto risultava un po' pesante, alle volte irritante.
    Invece il lavoro di descrizione della prostrazione giapponese dopo il messaggio radio di Hirohito, della disperazione quotidiana ed ordinata della popolazione, della crudeltà, della meschinità e della miseria dello stesso tra le sue classi e verso gli stranieri sono eccezionali e meritano una chance.
    Il miglior complimento che si guadagna Peace è che scrive di Giappone come farebbe un giapponese.

    ha scritto il 

  • 4

    Chiku – taku, chiku – taku, chiku-taku

    Irritata dall’incomprensibilità di 1983, ultimo volume della serie dello Yorkshire, chiuso anni fa con la sensazione che l’autore stesse tirando troppo la sua corda di frasi sincopate, ellissi e flussi di coscienza, avevo deciso lasciare da parte questa serie giapponese. La misura del romanzo sin ...continua

    Irritata dall’incomprensibilità di 1983, ultimo volume della serie dello Yorkshire, chiuso anni fa con la sensazione che l’autore stesse tirando troppo la sua corda di frasi sincopate, ellissi e flussi di coscienza, avevo deciso lasciare da parte questa serie giapponese. La misura del romanzo singolo (The Damned Utd; GB84), mi sembrava la più adeguata a garantire la massima potenza di fuoco alla sua particolare intensità espressiva, senza dispersioni di noia e frustrazione. Sicura nella mia convinzione, volendo anzi quasi confermare che chi aveva abusato della mia pazienza non mi avrebbe più abbindolato, ho aperto con un distacco le prime pagine di Tokyo Anno Zero, impossibile da ignorare nel cesto delle occasioni di una libreria dell’usato. Incautamente: pochi giri della tipica danza incantatoria che questo autore riesce a mettere in piedi mi hanno agguantata per il collo, come le vittime di cui narra qui. Al solito, Peace parte dalla cronaca ( "Ancora una volta una finzione, ancora una volta basata su un fatto" – per citare Il maledetto United) , dai delitti del serial serial killer giapponese Kodaira Yoshio tra 1945 e 1946. L’intreccio poliziesco, pur mediamente più complesso rispetto ad altri romanzi dell’autore, non è il motivo principale d’interesse, risultando anzi piuttosto inconcludente in sé e per sé. Ad assumere massimo rilievo sono una città e un uomo traumatizzati dalla guerra e dalla distruzione che cercano senza apparente successo di rimettere insieme i propri pezzi e ritrovare una stabilità. Peace li rappresenta entrambi dal punto di vista gravemente alterato squilibrato del protagonista narratore, in gran parte attraverso negazioni, affermandone i caratteri per poi metterli immediatamente in dubbio, in un quadro – ancora una volta, tipicamente suo - in cui realtà e allucinazione si scambiano continuamente di posto. Tokyo, dove“un secolo di cambiamenti avviene in una notte di incendi”, che ha assistito alla letterale caduta degli dei, è la città che non è più una città, dove niente è quello che sembra. Per strade che non sono strade ed edifici che hanno smesso di essere edifici, nella polvere e nell’afa dell’agosto del 1945 e del 1946, si muovono gli sconfitti, che sono anche i fortunati, i sopravvissuti, più simili però a fantasmi esausti o a raffigurazioni della peste medievale, straccioni spinti in avanti solo dalla necessità di procurarsi del cibo, in un quadro in cui l’unico punto di vista ottimistico e costruttivo è quello dei malavitosi che avviano i mercati clandestini.
    Il lavoro di Peace, basato sulla ripetizione incantatoria di termini onomatopeici (qui giapponesi - il “chiku taku” dell’orologio, il “ton-ton” delle martellate, il “gari-gari” delle unghie che grattano la pelle), di frasi brevi, di motivi chiave in un’accumulazione allucinata, materializza in maniera efficace ed avvincente sia la città che il dramma psicologico del protagonista, la cui evoluzione, al pari della trama poliziesca, è di per sé abbastanza prevedibile già dalle prime pagine. Ed è proprio il fascino di questa particolare espressività, che più che a Ellroy o al noir fa pensare in certi passaggi ad alcune opere poetiche del novecento – e mi piacerebbe sapere se l’autore riconosce questa influenza sulla propria scrittura – ad essere ancora una volta il vero motivo di interesse del romanzo.
    Chi conosce Peace non troverà niente di veramente nuovo qui, tranne forse una tonalità più malinconica che rabbiosa, simile a quella di 1983, che viene in mente anche per la comprensibilità della catena degli eventi. Chi ama il suo modo molto personale di inquadrare e raccontare fatti e personaggi, di imporre il proprio ritmo non solo alla scrittura ma anche alla lettura, avrà motivo di soddisfazione, anche per la maggiore concetrazione e cura con cui tutti i fili della narrazione sono tenuti assieme, senza giri a vuoto. Chi lo avvicina per la prima volta, lo troverà qui più tenero e palatabile del solito.Vediamo se nei prossimi volumi tornerà a spararci chiodi nel cervello.

    ha scritto il 

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