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Tra noi e la libertà

Di

Editore: TEA (Tea Due)

3.8
(78)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 276 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8850202261 | Isbn-13: 9788850202263 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina rigida , Altri

Genere: Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
Nel 1939 Sławomir Rawicz, tenente della cavalleria polacca, fu condannato come spia a 25 anni di lavori forzati in Siberia. Il viaggio da Mosca al campo di prigionia durò tre mesi, nel cuore dell'inverno. Moltissimi prigionieri morirono nel tragitto. Rawicz sopravvisse e la primavera successiva cominciò a organizzare la propria fuga. Nel giugno 1941, con altri sei compagni, attraversò la linea ferroviaria transiberiana e si incamminò verso sud. Dopo quasi un anno di marcia, più di 6500 chilometri, l'attraversamento del deserto del Gobi, il gelo, la fame, le malattie, la disperazione, i sopravvissuti giunsero in Tibet, nel marzo 1942. Lì furono salvati e curati dagli inglesi.
Una storia di straordinario coraggio e resistenza, ma soprattutto un inno senza tempo alla sete di libertà.
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  • 1

    Escapeman

    Questo libro prometteva molto bene e del resto mi ha lasciato soddisfatto per i primi capitoli, dopo ha cominciato un po' ad annoiarmi, più che altro trascinavo la lettura senza entusiasmo; l'ho finito comunque in poco tempo. Sebbene la storia sia interessante e straordinaria e (spacciata per) re ...continua

    Questo libro prometteva molto bene e del resto mi ha lasciato soddisfatto per i primi capitoli, dopo ha cominciato un po' ad annoiarmi, più che altro trascinavo la lettura senza entusiasmo; l'ho finito comunque in poco tempo. Sebbene la storia sia interessante e straordinaria e (spacciata per) reale il racconto non comunica tragicità o emozioni, lo stile è piatto, quasi non ci si accorge dell'avvenire dei fatti, i personaggi non ben definiti. Può essere interessante il resoconto del viaggio, anche se molto poco dettagliato.
    Consigliato agli amanti del genere "grandi fughe".

    PS: Consiglio di leggere la recensione di un altro su anobii che racconto di come (dai suoi dati) sia tutta una bufala.

    ha scritto il 

  • 4

    difficile da credere

    si tratta di uno scorcio di vita di un ufficiale polacco che,mandato ingiustamente nei campi di lavoro in Siberia,decide di tentare la fuga con alcuni compagni del campo.così intraprende un viaggio attraverso l'Asia per raggiungere l'India e quindi la salvezza nonchè il ritorno alla "normalità".è ...continua

    si tratta di uno scorcio di vita di un ufficiale polacco che,mandato ingiustamente nei campi di lavoro in Siberia,decide di tentare la fuga con alcuni compagni del campo.così intraprende un viaggio attraverso l'Asia per raggiungere l'India e quindi la salvezza nonchè il ritorno alla "normalità".è ben scritto e la lettura scorrevole ma da intendere come romanzo visto che mi riesce difficile credere che tutte le avventure qui narrate siano veritiere,specialmente la parte che riguarda la traversata del Gobi.da profana ho tentato anch'io di scalare una delle numerosissime dune del Gobi e,benchè non fossi stata allenata per un'impresa simile,ero comunque riposata,ben nutrita e nel pieno delle forze.l'esperienza fu alquanto ardua e frustrante in quanto,ad ogni passo,si sprofonda nella sabbia fino alle ginocchia continuando a scivolare verso il basso.il fatto che,dopo vari tentativi,non sia riuscita a raggiungere una cima di soli trecento metri mi chiedo:com'è possibile che un gruppo di uomini stremati e denutriti abbia potuto compiere una simile impresa???e lo stesso penso che valga anche per la traversata dell'Himalaya (anche se non posso saperlo personalmente). in ogni caso non credo sia un'impresa fattibile per tutti,specie se in condizioni precarie...

    ha scritto il 

  • 1

    Una bufala

    Questo libro è un falso storico eclatante ma anche un caso letterario enigmatico. Fin dalla sua uscita nel '56 la sua credibilità fu messa in dubbio da diverse personalità del mondo scientifico prima fra tutte Peter Fleming, esploratore e fratello del più noto romanziere (e agente segreto), Ian. ...continua

    Questo libro è un falso storico eclatante ma anche un caso letterario enigmatico. Fin dalla sua uscita nel '56 la sua credibilità fu messa in dubbio da diverse personalità del mondo scientifico prima fra tutte Peter Fleming, esploratore e fratello del più noto romanziere (e agente segreto), Ian. Le ragioni sono biologiche, geografiche, storiche e stilistiche. Chiunque si cimenti nella lettura può accorgersene. Dall'attraversamento del deserto del Gobi senz'acqua e dell'Himalaya in mocassini, alla totale mancanza di descrizioni orografiche e climatiche dei territori percorsi. Dall'inverosimiglianza dei personaggi incontrati e della vita nei gulag, al tipo di scrittura fiabesco e ingenuo, tutto votato a descrivere oggetti e tramonti trascurando invece psicologie e riflessioni personali. Ma se l'inganno appare chiaro, assai strano sembra invece che la Bbc abbia aspettato il 2006, cioè due anni dopo la morte dell'autore, per produrre un documentario che lo rivelasse. Tuttavia se la Bbc presentò allora documenti russi che attestarono l'incarcerazione del Rawicz per omicidio (e non il suo esser preso prigioniero di guerra), la sua liberazione nel 1942 per amnistia (con tanto di manoscritto autografo che lo conferma) e il suo trasferimento in un campo profughi in Iran (escludendo pertanto il suo essere in marcia da Yakutsk all'India in quel periodo), è anche vero che citò le testimonianze di un'ufficiale del Mi5 e del suo interprete che affermarono di aver intervistato a Calcutta nel '42 dei polacchi in fuga dalla Siberia. C'è quindi un barlume di credibilità in questo scritto? Nel 2003 un certo Glinski affermò di esser stato lui il vero Rawicz e che fu poi costretto al silenzio da personaggi misteriosi. La versione è accreditata dalla storica Linda Willis in un libro del 2010, Looking for Mr. Smith, poco dopo però è stata smentita essa stessa da un'altro polacco, un certo Gliniecki, il quale sostiene che tutto ciò era impossibile dato che il Glinski è stato rinchiuso con lui per tutto il 1941 in un campo di detenzione a Kriesty, vicino Mosca. Di questo presenta documenti e fotografie inoppugnabili oltre a far notare l'estrema improbabilità, per esempio, di un'interrogatorio alla Lubianka di un giovane senza particolari talenti. In questa storia di menzogne e opportunismi una cosa cmq emerge, di fughe dai gulag sembrano essercene state non poche dato che, come indica un rapporto del Nkvd nel 1945, dal '39 al '41 dei 100.000 soldati polacchi prigionieri in Urss, 1.082 son riusciti a fuggire. E' quindi lecito pensare che forse il Rawicz potè ascoltare una storia realmente accaduta e se ne sia appropriato distorcendola. Nella post fazione a questo libro, scritta dall'autore nel 1997, si legge l'ammissione di avere un'equilibrio psichico precario che egli attribuisce alla vicenda della fuga. Ma se su internet si da un'occhiata alle foto del personaggio non si può non notare il suo sguardo bizzarro sia prima del '39 che dopo il '56. Il Rawicz ha una faccia da alienato oltrechè un fisico macilento non proprio ideale per percorrere 6.500 km tra territori impervi, escursioni termiche estreme e medie di viaggio di 40 km al giorno. La mia idea è che il giornalista del Daily Mail, Ronald Downing, abbia incontrato questo rifugiato dai lavori e dalla psiche altalenanti nella Londra dei primi anni '50 e sentita la storia, abbia deciso di imbastirci un romanzo dove infilarci un po di tutto, ivi compresa una sua passione personale, lo Yeti. Anche l'abominevole infatti, non tarda a fare capolino in questo improbabile tragitto, anche se però a questo punto, è forse l'elemento più verosimile. Ma un dettaglio fondamentale viene comunemente dimenticato. Nella prima edizione inglese del '56 appare che il libro è stato scritto da entrambi, Rawicz e Downing. Poi però la co-autorialità è sparita. Ho ome l'impressione che dato l'immediato successo qualcuno abbia protetto il lavoro e il suo autore in funzione politica per anni (la guerra fredda?). E forse anche economica, visto che ha venduto oltre mezzo milione di copie e che perfino Hollywood nel 2010 ne ha tratto un film (The way back) con Ed Harris e Colin Farell. Tutto l'interesse per questa patacca sta in questo. Chi l'ha avvalorata e perchè? Senza dimenticare un'altra domanda: ne è valsa la pena? E' innegabile infatti che questo lavoro delegittimi un po' tutte le testimonianze autentiche di chi è sopravvissuto ai gulag e con loro la sacrosanta lotta contro ogni regime oppressivo. Speriamo che nelle prossime edizioni venga segnalato qualcosa.

    ha scritto il 

  • 4

    E' uscito il film tratto da questo libro a luglio 2012 (The way back). Regista Peter Weir. E' la storia di un gruppo di fuggiaschi dal gulag siberiano che percorrerà più di 6000 km. per raggiungere l'India. Bel libro e bel film.

    ha scritto il 

  • 4

    Una avvincente storia, vera, di fuga di un deportato polacco dell'ultima guerra, condannato a scontare 25 anni in un campo di prigionia in Siberia.
    Da questo campo la fuga con altri compagni di sventura, durata quasi un anno e percorrendo circa 6000 chilometri attraverso territori inospital ...continua

    Una avvincente storia, vera, di fuga di un deportato polacco dell'ultima guerra, condannato a scontare 25 anni in un campo di prigionia in Siberia.
    Da questo campo la fuga con altri compagni di sventura, durata quasi un anno e percorrendo circa 6000 chilometri attraverso territori inospitali, raggiungendo, ormai stremati fisicamente, il Tibet.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Seimila chilometri a piedi per conquistarsi la Libertà

    Auf, fine della corsa: India. Ho letto il romanzo di Rawicz col fiato sospeso, ho corso a fianco a lui dalle gelide steppe della Siberia, attraverso il torrido deserto di Gobi, arrancando per superare la catena dell'Himalaya e giungere finalmente in India.
    Il romanzo è indubbiamente scritto ...continua

    Auf, fine della corsa: India. Ho letto il romanzo di Rawicz col fiato sospeso, ho corso a fianco a lui dalle gelide steppe della Siberia, attraverso il torrido deserto di Gobi, arrancando per superare la catena dell'Himalaya e giungere finalmente in India.
    Il romanzo è indubbiamente scritto bene, il testo è leggero e scorrevole, è un buon intreccio ricco sia di dialoghi che di descrizioni.
    Ciò che mi lascia un po' perplessa è la verdicità della vicenda. Insomma, è davvero possibile che sei uomini siano scappati da un gulag siberiano con questa facilità, trovando addirittura complicità con la moglie di uno dei capi del campo di prigionia? E abbiano davvero attraversato il deserto del Gobi quasi senz'acqua né cibo? E abbiano attraversato la catena dell'Himalaya senza l'attrezzatura adeguata? Forse la risposta è sì: la disperazione si manifesta in questo modo quando vuoi salvarti la pellaccia. Può darsi che di base la vicenda sia vera ma poi l'autore abbia sfumato un po' alcuni episodi per renderli più interessanti all'immaginazione dei lettori.
    Se invece la vicenda è vera ed è andata esattamente come il tenente Rawicz ha fedelmente riportato, beh, allora complimenti per la rocambolesca fuga.
    Ammetto di non capire cosa significa libertà, perché a me non l'hanno mai tolta.

    ha scritto il 

  • 4

    4 stelle è la media!

    4 stelle media tra le 3 stelle date al libro e le 5 date agli uomini che hanno compiuto un'impresa del genere.
    Il libro, storia vera, narra la vicenda di alcuni uomini incarcerati in siberia nei campi di concentramento russi, che decidono di fuggire dal campo e compiono una fuga lunga 6.500 ...continua

    4 stelle media tra le 3 stelle date al libro e le 5 date agli uomini che hanno compiuto un'impresa del genere.
    Il libro, storia vera, narra la vicenda di alcuni uomini incarcerati in siberia nei campi di concentramento russi, che decidono di fuggire dal campo e compiono una fuga lunga 6.500 Km fino all'India. Alcuni pezzi del libro sono stupendi, altri un pò monotoni, ma vale la pena di leggerlo.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Il corpo può arrendersi, ma lo spirito non si piega: una classica storia di speranza, amicizia e libertà

    Raccontare una tragica avventura vissuta in prima persona non è mai un’impresa semplice, soprattutto se chi narra ha perso dei conoscenti durante la vicenda. Slavomir Rawicz, prigioniero polacco deportato ingiustamente in un gulag russo nella Siberia settentrionale all’inizio della Seconda Guerra ...continua

    Raccontare una tragica avventura vissuta in prima persona non è mai un’impresa semplice, soprattutto se chi narra ha perso dei conoscenti durante la vicenda. Slavomir Rawicz, prigioniero polacco deportato ingiustamente in un gulag russo nella Siberia settentrionale all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, cerca di farci capire come il cieco odio di un qualsiasi potere dittatoriale, senza distinzioni di partito, sia in grado di annientare l’essenza stessa si un essere umano. Ma nello stesso tempo ci incoraggia a credere - e dopo aver letto la sua storia diviene più facile questa operazione – che la speranza sia indistruttibile, la resa di un uomo possa essere corporea ma non spirituale. La forza di volontà che spinge Rawicz e altri sei compagni a fuggire dal campo di prigionia nel bel mezzo delle nevi siberiane, senza una vera meta e una credibile possibilità di sopravvivenza, ci dimostra che chi non si arrende alle circostanze, seppure terribili, merita comunque una chance. E in effetti lo stesso autore afferma più volte, durante la sua epopea, di essere baciato dalla fortuna, cosa che a noi lettori appare totalmente insensata, viste le indicibili sofferenze che i fuggitivi devono affrontare; è chiaro pertanto che senza uno spirito positivo e speranzoso, una fede incrollabile nella possibilità di salvezza e una fiducia incondizionata l’uno nell’altro, nessuno sarebbe uscito vivo dalla terribile traversata. La fuga si snoda dalla Siberia settentrionale, battuta da venti gelidi e attraversata da fiumi ghiacciati, alla Mongolia degli ospitali pastori e carovanieri, al fatale deserto di Gobi, uno dei più aridi al mondo, senza cibo né acqua, fino a tornare alle lande gelide dell’Himalaya e raggiungere decimati e distrutti nel corpo e nello spirito l’India. Solo l’unione dei compagni li salva dalla follia e dalla rassegnazione. E anche coloro che non arrivano in fondo, perché il corpo si arrende e abbandona la forza di volontà, denotano una dignità e una serenità che può derivare solo dalla consapevolezza della loro nuova condizione: da prigionieri a fuggiaschi finalmente liberi, da estranei a compagni indissolubilmente uniti in un’unica entità, da creature senza quasi più dignità ad eroi capaci di un’impresa titanica.

    ha scritto il