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Trastulli d'animali

Di

Editore: Feltrinelli (Universale Economica)

3.7
(362)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 160 | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: 880780994X | Isbn-13: 9788807809941 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: L. Origlia

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 4

    Amore e Morte legano indissolubilmente Yuko, Koji e Ippei, marito di Yuko, tanto da desiderare che le loro tombe siano allineate come loro stessi, in una abbagliante foto ripresa in una felice giornata estiva.
    Forse uno dei più belli di Mishima.


    "Di certo Ippei da giovane doveva aver poss ...continua

    Amore e Morte legano indissolubilmente Yuko, Koji e Ippei, marito di Yuko, tanto da desiderare che le loro tombe siano allineate come loro stessi, in una abbagliante foto ripresa in una felice giornata estiva. Forse uno dei più belli di Mishima.

    "Di certo Ippei da giovane doveva aver posseduto tutto. Dopo, semplicemente, tutto quanto possedeva aveva incominciato ad emanare il fetore della putrefazione. Non che Yuko fosse insensibile a quel nauseabondo odore: probabilmente aveva finito con l'amare anche quello."

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    E io che mi lamentavo perché mancava "la chiave"!

    Fra i libri di Mishima, sicuramente il più ostico che io abbia letto finora. La premessa doverosa è che Mishima è un autore che, se lo si apprezza, merita sempre una lettura. Fosse anche solo per una prosa che è sempre di una bellezza sconcertante, elegante, calibratissima. Una prosa che certe vo ...continua

    Fra i libri di Mishima, sicuramente il più ostico che io abbia letto finora. La premessa doverosa è che Mishima è un autore che, se lo si apprezza, merita sempre una lettura. Fosse anche solo per una prosa che è sempre di una bellezza sconcertante, elegante, calibratissima. Una prosa che certe volte va letta ad alta voce proprio per essere assaporata meglio, complice un uso estremamente attento ed evocativo di immagine e figura retorica. Circa l'intreccio, a leggere la trama ci si aspetta quasi di trovarsi davanti a un "Thérèse Raquin" in salsa orientale, col marito invalido al posto della madre. Niente di più sbagliato. Mishima scrive un romanzo che è un romanzo di colpa e di espiazione, ma che non prevede alcun sentimento umano. Amore, men che meno. Prevede pulsioni aggressive latenti e istintualità animali, questo sì, ma prese da un'ottica spericolata, quella di un'analisi lucida, staccata, razionale. C'è un'immagine ricorrente che torna, quella dei pesci dentro la teca dell'acquario, osservati dall'esterno. Esattamente ciò che fa Mishima con questi personaggi. Si parte con un prologo che già contiene in nuce l'intero romanzo: uno scenario di quiete, apparentemente idilliaco, che contiene tuttavia impercettibili increspature, immagini di un ordine che -sta- per essere sconvolto. Uno yukata in disordine, labbra sottili camuffate dal rossetto, pezzi di ferro rossi di ruggine. C'è sempre, in generale, un abbinare nella stessa scena immagini di serenità con immagini violente o comunque disturbanti (si veda, al capitolo uno, la similitudine fra la luce del sole lacerata dalla grata di una finestra e "le bianche carni di un bambino tagliato a pezzi"), o ancora di sessualità frigida o morbosa. C'è un Mishima a tratti perfino brutale, in linea con un romanzo in cui la serenità è solo della natura, perché quella dell'animo è sempre apparente. In particolare l'uso del colore che fa Mishima è interessante: il rosso ritorna sempre, in modo quasi ossessivo, spesso in contrasto col bianco. Poi c'è l'argento, metallico e freddo. E poi l'azzurro, colore del pentimento. E infine, ombre che si allungano e luce che acceca (quest'ultimo, soprattutto, è un elemento disturbante: in tutto il romanzo, la sola luce "positiva", che illumina e non acceca, si vedrà nell'epilogo). Su questi colori Mishima torna di continuo, con una ridondanza che può dare fastidio e che è il solo vero appunto che ho da fare su questo romanzo. Che è faticoso, sì, ma chi si aspetta romanzi leggeri di sicuro non si legge Yukio Mishima! Abbiamo tre personaggi, Ippei, Yuko e Koji, con cui non si empatizza: che, appunto, vengono guardati anche dal lettore attraverso una teca di vetro. Sono tre personaggi isolati l'uno dall'altro, come isole appunto (o come tombe), o come i singoli elementi di quella darsena su cui vanno a scattare la foto del prologo: non collegati uno all'altro. Yuko e Koji si toccheranno, per dire, solo con una zanzariera a fungere da barriera, senza quasi vedersi. Abbiamo poi Ippei, presentato come un uomo di successo, egoista, crudele, sempre vestito di tutto punto con abiti costosi, eppure interiormente vuoto; c'è Yuko, che si trucca pesantemente labbra troppo sottili per camuffarle e che ha il volto "tondo e vuoto come uno specchio"; c'è Koji, che ha causato la menomazione di Ippei e che con Ippei diventa in qualche modo speculare. Ippei si ritrova, infatti, a vivere parzialmente paralitico e afasico, ma con la psiche intatta. Tramite lui, o meglio tramite la sua parte paralizzata, i tre personaggi sono sì isole, MA anche un agglomerato, un unico essere che pensa e si muove in perfetta sincronia (e questo non sono in grado di spiegarlo bene, purtroppo, bisogna leggere per capire fino a che punto siano interdipendenti ma isolati). Sono personaggi riflessi uno nell'altro ma che non si penetrano mai, si rimangono sempre esterni. Questo è un romanzo faticoso perché fino a ben oltre la metà, fino cioè al monologo di Koji a Ippei, si ha l'impressione che manchi la "chiave" (guarda un po'! Sarà un caso, la faccenda della chiave inglese?) per la comprensione del testo. Da lì, tutto diviene un po' più semplice, perché Mishima non ti dà LA chiave universale, ma se non altro ti dà la verità di UNO dei personaggi, il che in un romanzo del genere è già molto. Si scopre il significato del sorriso perenne di Ippei, che potrebbe essere solo segno di stupidità ma che si scopre essere maschera (altro tema chiave di Mishima sin dai tempi di "Confessioni di una maschera") di quel vuoto interiore che non c'è modo di tollerare, unito a un corpo che non funziona più. Ippei, sincero per la prima volta, si lascia andare a una lacrima e dice "Voglio morire". E se questo sia un germe di quell'idea che condurrà Mishima stesso al suicidio, non è dato sapere. Quel che è certo è che, fra le pieghe di una narrazione densissima, alberga un senso profondo di vuoto e di insensatezza. E non per il romanzo, ma per la natura stessa dei personaggi che vi si muovono, personaggi che, come Koji, cercano una logica all'insensatezza e arrivano fino all'atto violento pur di trovarne una. Personaggi che vivono sulla soglia del vuoto, che temono il vuoto ma che non se ne staccano. Solo quando lo faranno, vivranno un brevissimo attimo di felicità autentica. L'impressione che si ha leggendo è che manchi l'aria. Non stupisce che lo stesso Mishima abbia faticato molto nello scrivere questo romanzo. Usa una prosa, come ho detto, densa e serrata, e questa densità si smorza appena durante la seconda parte del romanzo. E la cosa interessante è che quasi tutto ciò che accade si mantiene su un livello di "non detto". Nessuna o quasi delle pulsioni che animano i personaggi viene esplicitata, le increspature sono minime eppure profonde. Si tratta di un'ottica, come ho detto, spericolata. Mishima non psicanalizza i personaggi. Psicanalizza solo Kimi, la giovane che si dà a tutti i ragazzi del villaggio per "dividere" la colpa del padre che l'ha violentata (e non è un caso che si parli di incesto, vista la "freudianità" di fondo del romanzo). Mishima appunto non li psicanalizza ma è come se volesse lasciare al lettore l'onore. E al di sotto di una superficie idilliaca, in cui volendo non accade nulla, ci sono strati e strati di colpe, di desideri, di pulsioni, di vuoti, che bisogna andare a trovare solo tramite gli indizi che Mishima lascia. Per questo il romanzo è una fatica, un'apnea. Mishima a un certo punto ti butta nell'acquario coi tre pesci, ma ti ci butta senza bombola d'ossigeno. Ti rimane senza dubbio dentro anche perché, pur non essendolo in pratica (poiché Mishima non esplicita e anzi il romanzo scorre quasi privo di avvenimenti, in modo pacato e lento, sembra quasi che non accada nulla e che non sia accaduto nulla) è nella sostanza un viaggio nella psiche. E quanto, quanto, quanto c'è di disturbante in questa psiche!

    EDIT: Ho scordato di menzionare, e non posso non farlo, gli innumerevoli rimandi del romanzo a "La chiave" di Junichiro Tanizaki. La chiave inglese che "compare dal nulla" e che viene usata da Koji per rendere invalido Ippei, è l'equivalente della chiave del diario tenuto dal marito di Ikuko, lasciata lì per caso sul tappeto come un invito a leggere il diario. La chiave, utilizzata o meno, rimane sempre il "cancello d'ingresso" verso il mondo segreto dei protagonisti, un mondo fatto di voyeurismo, di egoismo e di manie, nonché di eros inespresso o realizzabile soltanto "per vie traverse". E' quella stessa chiave che rende entrambi i mariti semi-paralizzati (dal lato sinistro del corpo) e quasi afasici. Insomma, la vera chiave di lettura di "Trastulli di animali" è in un altro romanzo, che "La chiave" ce l'ha nel titolo. Mishima, GENIO.

    ha scritto il 

  • 4

    il lirismo narrativo di Mishima mi colpisce sempre, di qualsiasi storia si tratti. E questa e' anche interessante, resa originale proprio dalla scrittura , dai pochi dialoghi, molti silenzi e splendide descrizioni

    ha scritto il 

  • 3

    Come animali felici...

    Di certo questo non è uno dei migliori lavori di Mishima e ciò si percepisce da un senso generale di indugio e insicurezza nel prosieguo della trama, in un epilogo che si, sarà stato scritto dopo aver ascoltato il Fidelio di Beethoven alla Scala, ma non mi è sembrato nulla di così drammatico come ...continua

    Di certo questo non è uno dei migliori lavori di Mishima e ciò si percepisce da un senso generale di indugio e insicurezza nel prosieguo della trama, in un epilogo che si, sarà stato scritto dopo aver ascoltato il Fidelio di Beethoven alla Scala, ma non mi è sembrato nulla di così drammatico come invece ci si aspetterebbe dalla penna dell'autore. Probabilmente l'apparente calma degli eventi e della vita dei protagonisti che traspare all'esterno si contrappone al moto e all'inquietudine emotiva che non vengono espressi a parole, ma si carpiscono da piccoli gesti. Stavolta non ho visto nessuna potenza evocativa nelle parole di Mishima. Eppure anche qui non mancano gli spunti per riflettere sulla condizione umana, sull'accettazione della caducità della nostra esistenza che ci porta a batterci per non ridurci ad animali, seppur felici, nelle mani di qualcun altro. Sentimenti contrastanti e tensioni che aprono la strada all'inevitabile secondo l'estetica di Mishima per cui solo l'azione tragica dà valore alla bellezza.

    ha scritto il 

  • 2

    A differenza dell'epilogo, che ho letto in due minuti e ho trovato scorrevole, ho fatto veramente fatica ad andare avanti nella lettura di questa storia un po' crudele e un po' angosciante. I personaggi, forse solo a differenza di Koji, che è l'unico ad aver commesso un vero e proprio reato, li h ...continua

    A differenza dell'epilogo, che ho letto in due minuti e ho trovato scorrevole, ho fatto veramente fatica ad andare avanti nella lettura di questa storia un po' crudele e un po' angosciante. I personaggi, forse solo a differenza di Koji, che è l'unico ad aver commesso un vero e proprio reato, li ho trovati molto negativi e un po' vuoti; non sono riuscita assolutamente ad immedesimarmi, forse Mishima è troppo per me, ma non riesco proprio a capirlo.

    ha scritto il 

  • 4

    La svergogna, ovvero la pietra che fa all'amore con lo specchio.

    Leggere Mishima è come fare sollevamento pesi: i muscoli entrano in tensione, i tendini conoscono lo spasmo, eppure non c'è peso, a vista, che tu stia realmente sollevando, se non quello dell'aria sulle spalle, quello del corpo sui piedi, quello di te stesso a piombo sulla tua vita.


    Mi è c ...continua

    Leggere Mishima è come fare sollevamento pesi: i muscoli entrano in tensione, i tendini conoscono lo spasmo, eppure non c'è peso, a vista, che tu stia realmente sollevando, se non quello dell'aria sulle spalle, quello del corpo sui piedi, quello di te stesso a piombo sulla tua vita.

    Mi è capitato uno strano caso. Ho letto della passione di Koji e Yuko dopo una crisi di vertigini che mi ha tenuto disteso a letto per quasi due giorni, come fossi l'Ippei marito di Yuko e aggredito fino a essere ridotto all'impotenza da Koji, il giovane che, come gli altri giovani protagonisti dei romanzi di Mishima, non regge alla scoperta della fine della purezza, meglio: del suo mito presto infranto. E in queste condizioni la passione di Koji e Yuko - alla quale mi sarei associato dal giorno prima e in tutti i giorni successivi al mio malore - l'ho vista col distacco di chi è stato allontanato dai sensi, e sono stati davvero due animali, innocenti e meravigliosamente incalorati, Koji e Yuko disturbati nel loro piacere da me, l'uomo che guarda, colui che procura la vergogna, il dio che crea il senso di colpa.

    La maturità delle opere di Mishima è sconcertante. Fin da giovanissimo, racconta il disincanto con la saggezza amara degli antichi, non con quella acida e sotto sotto invidiosa dei vecchi che la vita la criticano perché non possono succhiarla quasi più. In Mishima la tristezza ha la sua dignità e non la sua marchetta pietistica, il dolore è fiero e non appariscente per vanità. Gli uomini sono vinti e avvinti dalle donne e talvolta si rifiugiano in altri uomini per cercare riparo in una medietà riposante, lontana dai continui abissi umidi e dalle continue vette ventose che formano il carattere delle donne, tutte tragiche come il manifestarsi di un destino - biologico? - da rinnegare.

    Mishima vede. E il suo giudizio è crudele, perché non è giudizio: è solo sguardo, è solo testimonianza, è solo presenza. Infestante.

    ha scritto il 

  • 4

    La tensione del dramma imminente

    Ho qualche difficoltà con gli autori giapponesi,poiché non riesco ad immedesimarmi completamente nella psicologia dei personaggi.Questa volta però devo dire che è stato diverso, e nonostante la prosa un po' manierata e la contemplazione estetica della natura a tratti un po' sdolcinata,il libro m ...continua

    Ho qualche difficoltà con gli autori giapponesi,poiché non riesco ad immedesimarmi completamente nella psicologia dei personaggi.Questa volta però devo dire che è stato diverso, e nonostante la prosa un po' manierata e la contemplazione estetica della natura a tratti un po' sdolcinata,il libro mi è piaciuto. Mi hanno trascinato avanti,curiosa e impaziente di sapere come si sarebbe svolto l'epilogo della vicenda,la tensione del dramma imminente,annunciato subito dalle prime pagine. E' una storia di amore e di possesso che trova soluzione in un'unica azione possibile:la completa accettazione della tragedia da parte dei suoi protagonisti,siano essi vittime o carnefice a seconda del momento. Il romanzo si risolve in un circolo : nell'inizio è descritta la fine e la fine riporta all'inizio, quindi attenzione al primo capitolo.

    ha scritto il 

  • 4

    Elegante riflessivo distensivo

    Le descrizioni di Mishima si possono palpare, e non parlo solo dell'ambiente.
    E' stato il secondo libro di Mishima dopo "Musica" e posso confermare la sensibilità artistica di quest'uomo, l'analisi psicologica dei personaggi e la maestria narrativa (come in Musica) sono ineccepibili e riescono a ...continua

    Le descrizioni di Mishima si possono palpare, e non parlo solo dell'ambiente. E' stato il secondo libro di Mishima dopo "Musica" e posso confermare la sensibilità artistica di quest'uomo, l'analisi psicologica dei personaggi e la maestria narrativa (come in Musica) sono ineccepibili e riescono a dare un quadro realistico in cosi poche pagine (153), leggendolo non si può fare a meno di pensare alla fatalità della vita.

    ha scritto il 

  • 4

    All'inizio pensavo di trovarmi di fronte alla storia della solita donna orientale sottomessa ad un marito fedifrago e tiranno, ed ero anche piuttosto infastidita per questo.
    Al contrario, proseguendo nella lettura, i tratti di Yuko si sono ben delineati, facendomi scoprire una donna chiusa in se ...continua

    All'inizio pensavo di trovarmi di fronte alla storia della solita donna orientale sottomessa ad un marito fedifrago e tiranno, ed ero anche piuttosto infastidita per questo. Al contrario, proseguendo nella lettura, i tratti di Yuko si sono ben delineati, facendomi scoprire una donna chiusa in se stessa, che ha trasformato la sensazione di impotenza legata al comportamento del coniuge in una durezza e in un cinismo tali da non impedirle di strumentalizzare il giovane Koji. E' uno strano triangolo, che mi ha curiosamente indotta ad accostare questo breve romanzo ad una sorta di "noir giapponese". In un'atmosfera cupa e morbosa Yuko interpreta benissimo il ruolo della donna fatale, che si serve di Koji, prima per ridurre il marito in uno stato di soggezione e dipendenza, simile a quello in cui lei stessa si trovava e successivamente per causarne la morte. Ma forse è un accostamento un pò azzardato, visto che manca in questo caso la volontà di non essere scoperti. Niente da dire sullo stile di Mishima, anche se in alcuni punti, secondo me, si perde un pò in descrizioni fin troppo dettagliate, che rallentano la lettura.

    ha scritto il 

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