Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

Tre sentieri per il lago

Di

Editore: Adelphi

3.9
(311)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 234 | Formato: Altri

Isbn-10: 8845906531 | Isbn-13: 9788845906534 | Data di pubblicazione:  | Edizione 7

Traduttore: A. Pandolfi

Disponibile anche come: Paperback , Copertina morbida e spillati , Tascabile economico

Genere: Fiction & Literature

Ti piace Tre sentieri per il lago?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
"I racconti di Tre sentieri per il lago... sono una delle grandi raccoltenarrative del nostro secolo. Senza saperlo e volerlo, la Bachmann si allontanòun poco da se stessa: cancellò o sfumò l'ossessione in cui aveva vissuto; el'ultimo racconto, che dà il titolo alla raccolta italiana, è in qualche modouna riconciliazione con la figura paterna e con l'Austria materna, sebbenel'incontro e l'addio siano così dolorosi" (Pietro Citati).
Ordina per
  • 4

    Cinque racconti - del 1972, anno precedente la scomparsa prematura dell’autrice - con altrettante donne per protagoniste: tratteggiandole con grande classe, Ingeborg Bachmann ne evidenzia ...continua

    Cinque racconti - del 1972, anno precedente la scomparsa prematura dell’autrice - con altrettante donne per protagoniste: tratteggiandole con grande classe, Ingeborg Bachmann ne evidenzia soprattutto le debolezze, l’incapacità di vivere, se non pienamente, almeno con sufficiente coerenza e padronanza di sé. Ho trovato più convincenti i primi quattro racconti, ben calibrati nell’ambito della loro estensione classica, meno il quinto, quello conclusivo che dà il nome alla raccolta, lungo cento pagine e più disomogeneo.

    ha scritto il 

  • 4

    “Ho scoperto di non appartenere più a nessun paese, non ho più nostalgia di nessun posto, una volta era diverso, una volta credevo di avere un cuore e di appartenere all’Austria. Ma tutto passa ...continua

    “Ho scoperto di non appartenere più a nessun paese, non ho più nostalgia di nessun posto, una volta era diverso, una volta credevo di avere un cuore e di appartenere all’Austria. Ma tutto passa prima o poi, il cuore vien meno e una certa mentalità va perduta, solo che sento in me qualcosa che sanguina, e non so cos’è”.

    Così afferma Franz Joseph Eugen Trotta, il grande amore doppiamente perduto, nei pensieri di Elisabeth, la protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta, colui che, “uomo esiliato e perduto”, le aveva fatto sentire che “l’estraneità era il suo destino”. Così pensa Elisabeth, così scrive Inge in questo racconto che, ricchissimo, disturbante ed estremamente raffinato, conclude quella parte della sua produzione che l’autrice volutamente destina alla pubblicazione, e suona come un addio, la chiusura di un cerchio, un ritorno all’origine per estinguerla definitivamente. La raccolta esce nel 1972, l’anno dopo la Bachmann morirà tragicamente a Roma. E’ stata la sua poesia l’apprendistato che mi ha permesso prima di comprendere, poi di apprezzare e infine di ammirare anche la sua prosa, una poesia “acuta di conoscenza e amara di nostalgia”, fatta di versi duri, spesso arditi e bizzarri che si stemperano in una improvvisa melodia, di immagini che franano a precipizio l’una sull’altra, nella tensione a volte parossistica di trovare quelle “frasi vere” che sono, prima di tutto, un’esigenza concettule propria di una sensibilità filosofica. Come afferma Luigi Reitani nella sua Introduzione al volume “La lirica di Ingeborg Bachmann. Interpretazioni”, si tratta di una poesia che, da un lato, si esprime nelle “ripetute variazioni sui temi della terra desolata, del rumore del mondo e della cognizione del dolore, e dall’altro produce con insistenza visioni utopiche liberatorie e, soprattutto, una continua tensione della scrittura, chiamata a ricordare e a vedere”. E’ questa poetica rigorosa e immaginifica, questa esigenza concettuale densa di echi e rimandi, accompagnata però dalla levità, dalla frivolezza della tentazione dell’abbandono all’ineluttabile flusso vitale a costituire il motivo di fondo che guida il lettore attraverso le trame di questi racconti, lungo questi sentieri. Mi soffermo sull’ultimo racconto, sulla storia che, a detta dell’autrice, “ha un’origine topografica”, perché conduce a Klagenfurt, quindi anche all’origine della Bachmann, attirata da quei tre sentieri che portano al lago, il sentiero numero 1 o sentiero delle alture, e i sentieri 7 e 8, che Elisabeth, tornata a casa per una visita all’anziano padre, vuole ripercorrere a piedi, come faceva da ragazzina, perché considera il bosco che attraversano “come l’unico angolo al mondo dove c’è tranquillità e silenzio”. Magistralmente la struttura portante del racconto è sostenuta dai ripetuti tentativi della protagonista di ricavare la soddisfazione e la pacificazione che si aspetta dalle sue passeggiate solitarie lungo i sentieri attraverso il bosco, per giungere al lago; magistralmente il flusso dei ricordi e delle riflessioni esistenziali è scandito da questi tentativi. E l’interruzione dei sentieri, che non conducono più al lago e che attraversano un paesaggio ampiamente mutato, frustrando e vanificando le aspirazioni della protagonista, arricchiscono il racconto di una valenza simbolica e concettuale. E’ da questi sentieri interrotti che la Bachmann guarda ad una esistenza dove “le cose vere non succedono mai o succedono troppo tardi”, sono questi sentieri che hanno perso la loro meta e la loro attrattiva a diventare il simbolo di una vita “sfuggita di mano, come a uno spettatore che va al cinema ogni giorno e si lascia narcotizzare da un mondo diverso dal proprio”. “Seguendo il sentiero delle alture numero 1 arrivò di nuovo alla Zillhohe dove c’erano le panchine e lì si mise a sedere un attimo, guardò brevemente giù verso il lago, poi più oltre, verso le Karawanken e, ancora al di là, verso Krain, la Slavonia, la Croazia, la Bosnia; di nuovo cercava un mondo che non esisteva più, poiché di Trotta non le era rimasto nulla, solo il nome e poche frasi, i suoi pensieri e un accento particolare”. Il resoconto di una vita frenetica, a volte frivola, di successo ma priva di radici, all’insegna della estraneità a tutto, a luoghi, città, case, persone, una vita ricca di relazioni ma tutte instabili e aleatorie, ha delle soste come questa, in cui c’è tutta l’intensità e la potenza evocativa della prosa della Bachmann. Dal sentiero delle alture numero 1, che non conduce più al lago, si vede una patria che non esiste più, che abilmente l’autrice assimila all’amore perduto. Le basta un nome, Trotta, per evocare sia il paradiso lontano nel tempo dell’Austria felix, doppiamente perduto dopo l’Anschluss – e ora, dopo la guerra, “un paese in vendita, ancora peggio di un paese sbandato e sconfitto” – sia l’amore irrealizzabile e privo di futuro, perché Trotta, nel racconto, cinico e disilluso, si uccide, lasciando ad Elisabeth in eredità le sue frasi da oltretomba: “Non acquistare nulla, conserva il tuo nome, non prendere me, non prender nessuno, non vale la pena”. Se il ritorno a Klagenfurt è un ritorno alle origini, è quindi solo per constatare che queste origini non esistono più, si sono frantumate, estinte, e che la condizione più connaturale all’uomo è lo sradicamento. Due anni dopo la morte di Ingeborg Bachmann, usciva il romanzo di Thomas Bernhard “Correzione”, in cui il rifiuto delle origini e lo sradicamento, portati alle estreme conseguenze, diventano prima segregazione e poi annientamento. Un romanzo cupo, serrato, costruito secondo una progressione geometrica, quella “geometria delle tenebre” propria della prosa filosofica bernhardiana che possiede il fascino del pensiero logico che gioca con le sue variazioni, senza indulgere a leggerezze, a soste o a rielaborazioni poetiche. Ebbene, anche “Correzione” ha il suo sentiero, “il sentiero della scuola”, e anche questo riporta alle origini, perché è quello che i tre personaggi principali del romanzo percorrevano da bambini; come i sentieri della Bachmann anche questo è caratterizzato dal silenzio, passa attraverso un bosco quasi del tutto privo di presenze umane, e anche questo ha una valenza simbolica, perché è per Bernhard il sentiero della vita. E’ “un sentiero di tutte le scoperte possibili”, l’origine delle sensazioni, delle percezioni, dei sentimenti, dei sensi di sentimenti, degli esperimenti di pensiero. E anche questo sentiero è interrotto, perché tutta la dolcezza del ricordo è annientata dall’evento drammatico a cui il sentiero è collegato. Sui sentieri di Inge la protagonista torna col pensiero al suicidio di Trotta, sul sentiero di Bernhard incombe il suicidio di Roithamer, il costruttore del cono. La Bachmann non ha potuto leggere “Correzione”, Bernhard, così esigente e intransigente nei suoi giudizi, apprezzava ed ammirava la poetessa austriaca. Entrambi concepiscono l’arte come una sfida alla mancanza di senso, dimostrando quel coraggio di essere che Aldo Gargani sceglie come titolo del suo saggio sulla cultura mitteleuropea e della sua introduzione ai “Diari” di Ludwig Wittgenstein. “Correzione” di Bernhard trae ispirazione dalla suggestione della casa costruita da Wittgenstein per la sorella Margarethe a Vienna, impostata su criteri di rigorosa e geometrica funzionalità. Alla biografia del filosofo si rifanno molti elementi di Roithamer, protagonista del romanzo. Ingeborg Bachmann, che apprezzava molto l’opera di Wittgenstein, ha scritto nel 1953 un saggio su di lui nei “Quaderni di Francoforte”, ha affermato di essere stata molto influenzata dal suo pensiero e, nelle interviste raccolte nel volume “In cerca di frasi vere”, racconta di aver insistito presso la Casa editrice Suhrkamp affinchè ristampasse il “Tractatus” di Wittgenstein, dopo che le opere del filosofo erano state bruciate dai nazisti. Nello stesso volume afferma di aver fatto propria una sua frase: “I confini del mio linguaggio significano i confini del mio mondo”. Così tutto si tiene.

    ha scritto il 

  • 4

    Raffinato, profondo,poetico. Finalmente una bella scrittura al sevizio di un'anima complessa e tormentata. Brava questa scrittrice, che ti porta per mano nella stanchezza esistenziale che prima o poi ...continua

    Raffinato, profondo,poetico. Finalmente una bella scrittura al sevizio di un'anima complessa e tormentata. Brava questa scrittrice, che ti porta per mano nella stanchezza esistenziale che prima o poi ognuno di noi attraversa.

    ha scritto il 

  • 3

    Un po' deboli, questi racconti. Non che manchi la profondità che Ingeborg Bachmann ha sempre messo nei suoi lavori, lirica o prosa, ma è come se, col senno di poi, si percepisca la stanchezza di ...continua

    Un po' deboli, questi racconti. Non che manchi la profondità che Ingeborg Bachmann ha sempre messo nei suoi lavori, lirica o prosa, ma è come se, col senno di poi, si percepisca la stanchezza di vivere dell'autrice. La raccolta Tre sentieri per il lago, tassello del progetto Todesarten, modi di morire, viene pubblicato nel 1972. Un anno dopo la scrittrice muore per le ustioni di un incendio scoppiato nel suo appartamento di Roma in circostanze mai chiarite. Suicidio o incidente? Non lo sapremo mai.

    E non è forse un caso che ciò che più colpisce di questi racconti sia l'autobiograficità, non nel senso angusto di "narrazione della propria vita". Ma nelle donne che abitano queste pagine non si possono non scorgere i problemi esistenziali dell'autrice nel periodo forse più difficile della propria vita. E Miranda sono io e Beatrix sono io ed Elisabeth sono io. Cinque "Io" avulsi dalla realtà. Miranda che non tollerà la realtà, che si rifiuta di vederla rifiutandosi di indossare gli occhiali per correggere la sua forte miopia astigmatica; e Beatrix il cui desiderio più grande, lo scopo della sua vita [è] dormire, nient'altro che dormire!; ed Elisabeth con il suo rapporto edipico con il padre, e con la sua incapacità di orientarsi nello spazio e nel tempo, e con il suo eterno senso di esilio, senza patria. Sono donne intrappolate in un mondo maschile, patriarcale. Uomini che uccidono le donne, non per forza fisicamente. Donne che non accettano di recitare in questo teatro, ma che non si ribellano e che piuttosto fuggono la realtà (è forse l'unico modo per non essere uccise anche fisicamente).

    Non so esattamente cosa mi abbia contrariato. La prosa credo(mediata ovviamente dall'italiano). La prosa che avevo amato ne Il trentesimo anno e in Malina è qui debole, come se mancasse la componente lirica, il linguaggio poetico. O forse perché più ermetica. O perché (più grave?), da uomo, non sono riuscito a cogliere pienamente l'universo, il linguaggio e il problema femminile di questa raccolta.

    ha scritto il 

  • 4

    Cinque donne, cinque storie, cinque disagi e cinque tentativi di sfuggire alla realtà; realtà che però non si sfugge, non si inganna, non si allontana neanche di un passo, che si dipana e scorre ...continua

    Cinque donne, cinque storie, cinque disagi e cinque tentativi di sfuggire alla realtà; realtà che però non si sfugge, non si inganna, non si allontana neanche di un passo, che si dipana e scorre inarrestabile. Stile raffinato.

    ha scritto il 

  • 4

    Le protagoniste dei racconti di questa raccolta, sono donne che non vogliono guardare in faccia la realtà o ammetterne l'esistenza. Meglio vivere in una semi ciecità pur di non dover guardare in ...continua

    Le protagoniste dei racconti di questa raccolta, sono donne che non vogliono guardare in faccia la realtà o ammetterne l'esistenza. Meglio vivere in una semi ciecità pur di non dover guardare in faccia se stessi e gli altri. Grazie a Giusy che me lo ha donato, diversamente avrei continuato ad ignorare l'esistenza di questa scrittrice.

    ha scritto il 

  • 4

    Nadja, Beatrix, Miranda. Le protagoniste dei primi tre racconti questa raccolta non sono donne sensibili, anzi, al contrario, sono volontariamente ottuse, nel senso che si rifugiano nell’ottusità ...continua

    Nadja, Beatrix, Miranda. Le protagoniste dei primi tre racconti questa raccolta non sono donne sensibili, anzi, al contrario, sono volontariamente ottuse, nel senso che si rifugiano nell’ottusità (intesa come “limitazione della vivacità intellettiva e sensoriale”) proprio per la paura di sentire. Ognuna di esse surgela il cuore per paura che dietro la felicità possa nascondersi la sofferenza. Ognuna, a modo suo, cancella, svilisce, allontana l’uomo che ha di fronte per lo spavento di guardarlo e, forse, di amarlo.

    Nel racconto conclusivo, quello che dà il titolo al libro, una fotografa cinquantenne, giunta allo spartiacque della propria vita, ritorna alla casa paterna. In questo piccolo romanzo di retrospettiva Elisabeth, arrivata in cima alla salita, dà una breve occhiata indietro al mondo che si è lasciata alle spalle mettendo in fila ricordi, affetti e disillusioni; alcuni sentieri hanno un fondo cieco, altri si perdono nel bosco, altri ancora ci portano fuori strada. Qualche rimpianto, qualche lacrima, un bel respiro e poi avanti, giù verso il lago.

    ha scritto il 

  • 4

    ...strana geometria quella dei sentieri tortuosi della vita...

    Mi ha molto colpito in "Tre sentieri per il lago", il racconto che dà il titolo alla raccolta, come a poco a poco si fa strada nel lettore l'idea che quella che sta facendo la protagonista Elisabeth ...continua

    Mi ha molto colpito in "Tre sentieri per il lago", il racconto che dà il titolo alla raccolta, come a poco a poco si fa strada nel lettore l'idea che quella che sta facendo la protagonista Elisabeth non sia una semplice passeggiata rievocativa di un luogo,il lago, che appartiene a memorie del passato. Come il lettore intuisce che il flusso di coscienza con cui accompagna la passeggiata mettendoci a parte delle relazioni sentimentali che piu hanno segnato la sua vita trovano sempre momenti rivelatori di raccordo con il percorso che sta facendo nel presente,cercando di districarsi tra le possibilità che offrono i vari sentieri:"davanti al bivio dove aveva inizio il sentiero numero 5 Elisabeth si mise a sedere,di qui,passando dal castello Freyenthurn,poteva naturalmente scendere verso il lago,.. ma quello sbocco così immediato dei sentieri 5 e 6 non le andava a genio..." . Il cuore del complesso mistero di una vita diviene sempre più chiaramente riflesso nella ricerca attuale del lago,nella scelta dei sentieri che conducono ad esso,su una cartina geografica da decifrare.

    ha scritto il 

  • 4

    Le donne protagoniste di questi racconti di cui l’ultimo: “Tre sentieri per il lago” è stato scelto come titolo dell’edizione italiana di questa raccolta, sono tutte donne rinchiuse, ...continua

    Le donne protagoniste di questi racconti di cui l’ultimo: “Tre sentieri per il lago” è stato scelto come titolo dell’edizione italiana di questa raccolta, sono tutte donne rinchiuse, prigioniere di se stesse. Un morso duro e serrato ne tiene legata la loro interiorità, impedendo loro di liberarsi di quel grumo oscuro pervicacemente piantato nei loro sé. In un’intervista del 1972, lo stesso anno di uscita di questi racconti, Ingeborg Bachmann dice: “ …tutti gli uomini, in tutti i rapporti, parlano ognuno per conto proprio; questa comprensione apparente che si chiama apertura non è affatto tale. Comprensione non ce n’è. L’apertura non è altro che un equivoco assoluto. Nella sostanza, ognuno è solo con i suoi pensieri e i suoi sentimenti intraducibili” ( “Verstehen – das gibt es nicht [Comprensione non ce n’è] In <<Stuttgarter Nachrichten>>, n. 237, 7.10.1972, p.14; In - Ingeborg Bachmann - “In cerca di frasi vere” - Laterza - 1989 - p.201) Ebbene questa è la condizione in cui si trovano le protagoniste di questi racconti: sole con i loro pensieri e i loro sentimenti intraducibili. E sia che esse siano giovani, meno giovani o anziane, indipendentemente dalle relazioni più o meno numerose che intrattengono e indipendentemente dagli uomini presenti nelle loro vite tutte loro appaiono intimamente estranee verso ciò che le circonda, occupate, come sono, a riuscire a stare con se stesse prima ancora che con gli altri. Per queste donne il mondo esterno e le persone che in questo mondo vivono sono sempre un mezzo, mai un fine in sé. Il mondo e gli altri non sono delle mete finali verso cui proiettarsi o a cui darsi, ma sono solo una circostanza necessaria od obbligata e quindi, in quanto tali, inevitabilmente presenti. Ma se non fosse perché ci sono e perché c’è bisogno che ci siano il mondo e gli altri restano inesorabilmente lontani e distanti, entità con cui non ci si riesce mai a fondersi, nei confronti delle quali si vive un perenne scarto fatto di incomprensioni e che genera inquietudine. A tutto ciò si può pervenire in vari modi. Nel caso di Nadja la protagonista di “Simultaneo”è il senso di spaesamento e sradicamento che si è impossessato della sua vita: “…ora addirittura poter fare un viaggio con uno che veniva da Vienna…la fantomatica sensazione di un <<essere a casa>> che per lei non esisteva più da nessuna parte” essendo Nadja, con quel suo lavoro di traduttrice simultanea internazionale, una donna ormai deindentificata, metafora quel lavoro: dell’impossibilità di affermare un suo sé: “spesso le accadeva di aprire superstiziosamente i suoi vocabolari per cercare in una parola un appiglio per la giornata,…interrogava quei libri quasi fossero degli oracoli”; e dell’impossibilità di affermare delle appartenenze: “…le sale dei palazzi dei congressi, le hall degli alberghi, i bar, gli uomini, la routine nel trattare con loro, le molte lunghe notti solitarie e le molte notti troppo brevi e solitarie anch’esse, e sempre quegli uomini con le loro cose importanti, uomini che erano o sposati e gonfi e ubriachi o qualche volta, per un puro caso, snelli e sposati e ubriachi, o abbastanza simpatici e terribilmente nevrotici o molto simpatici e omosessuali”. Nel caso di Beatrix, la protagonista di “Problemi problemi”, l’estraneazione assume tratti totalizzanti e regressivo-fetali: “…da quando era cresciuta e si era energicamente rifiutata sia di continuare gli studi sia di imparare un mestiere, mai più le era venuta l’idea di concedersi a un uomo, e la sua ripugnanza per questa normalità così atroce, a cui tutti gli altri si adeguavano, coincise per lei con la scoperta di una perversione, di quel suo feticistico sonno. Perversa, proprio così, ma almeno lei era qualcosa di speciale in mezzo a tutti quei pazzi normali…anche solo quell’eterno svestirsi e rivestirsi era talmente faticoso, niente comunque che potesse reggere il confronto con la sua folle passione per il sonno profondo…il sonno era diventato per lei…l’unica cosa per la quale valesse la pena di vivere” Perché Beatrix non ha fondamentalmente bisogno di niente e di nessuno, per lei l’impossibilità di amare si tramuta in un patologico e narcisistico rispecchiamento di sè: “Sono innamorata, sono veramente innamorata di me stessa, sono proprio un amore!…Dominò quel tumulto di sentimenti perché sentì avvicinarsi dei passi e tra poco la porta della cabina si sarebbe aperta e tutto sarebbe ridiventato atroce, e la vita fuori sarebbe ridiventata meschina come sempre…e lei sarebbe stata di nuovo consumata dalla vita” Nel caso della “vecchia signora Jordan” la protagonista di “Latrato” l’autoreclusione esistenziale nel non detto, in relazione a quelli che sono i suoi veri sentimenti, coincide con la paura che ella prova per il figlio Leo, simbolizzata dalle reazioni del suo cane: “La vecchia signora rispose sconvolta: Un cane no, assolutamente no, un cane non lo voglio! Franziska si accorse di aver fatto qualcosa che non andava…Dopo un po’ la vecchia signora disse con tutta calma: Nuri era un cane bellissimo e lo tenevo volentieri…Ma…ogni volta che Leo veniva, bastava che si avvicinasse alla porta e subito Nuri gli saltava addosso abbaiando come un matto e poi una volta per poco non lo ha morsicato, e Leo si è arrabbiato moltissimo…eppure così cattivo non era mai con nessuno altro, nemmeno con gli estranei e allora naturalmente l’ho dato via…Franziska la stava ad ascoltare e intanto diceva fra sé: E’ così dunque…lei ha dato via il suo cane per lui. Ma che razza di gente siamo, si disse – perché era incapace di pensare ma che razza di uomo è mio marito!” Nel caso di Miranda, la protagonista di “Occhi felici” la sua abdicazione al mondo e la sua sopravvivenza nel mondo si manifesta letteralmente come rinuncia di “vedere” il mondo: “Ci sono momenti in cui tutti e tre gli occhiali sono chissà dove, scomparsi, perduti e allora Miranda non sa più cosa fare. Josef arriva già prima delle otto di mattina dalla Prinz-Eugen-Strasse e setaccia tutto l’appartamento, sgrida Miranda, sospetta la cameriera e gli operai, ma Miranda sa che nessuno ruba, la colpa è soltanto sua. Poiché Miranda non tollera la realtà, e tuttavia non può andare avanti senza un qualche punto d’appoggio, la realtà di tanto in tanto organizza piccole spedizioni punitive contro di lei…Josef promette di andare immediatamente dall’ottico, perché Miranda senza occhiali non può vivere, e lei lo ringrazia, gli si stringe addosso improvvisamente impaurita… Poi gli occhiali sono pronti, non sono passate nemmeno due ore che già lui li ha ritirati dall’ottico, e tutto capita di nuovo. Miranda è perduta, deve buttarsi sul letto, aspettare e calcolare il momento in cui Josef è di nuovo nella sua Prinz-Eugen-Strasse. Finalmente lo trova, ma non sa proprio come dirglielo, che gli occhiali nuovi sono caduti nel lavabo. Si, proprio nel lavabo. Mi sento un’invalida, non posso uscire, non posso veder nessuno. Capisci…Poiché sa che gli occhiali non le sono caduti nel lavabo per caso, poiché sa che Josef lo deve perdere e preferisce perderlo di sua volontà" E, infine l’ultimo racconto. In questo racconto che come detto ha per titolo “Tre sentieri per il lago” e che è il più ampio e corposo, la ferita di cui è oggetto tocca un aspetto fondamentale della biografia letteraria e personale di Ingeborg Bachmann e cioè il suo rapporto conflittuale e di sradicamento con l’Austria. Di cui è testimonianza il suo lungo soggiorno in Italia a Roma dove visse e morì, ma anche le parole che ebbe a dire dell’Austria che definì “questo piccolo, putrefatto paese” ( Ingeborg Bachmann - “In cerca di frasi vere” - Laterza - 1989 - p.135) In questo racconto il grumo oscuro è proprio il rapporto irrisolto con le proprie radici che, rimosse, riemergeranno come un elemento identitario e affettivo di cui la protagonista del racconto finirà per prendere consapevolezza e coscienza. Ciò al di là di una concreta ed effettiva riconciliazione. Nel racconto infatti la protagonista Elisabeth è un’affermata fotografa, ovviamente austriaca, come peraltro tutti personaggi di questi racconti, sempre in giro per il mondo, ormai stabilmente residente all’estero, nella cui vita si sono susseguite svariate relazioni sentimentali, tutte con uomini più deboli e instabili di lei, salvo uno: Franz Joseph Trotta, con cui vivrà l’unico vero grande amore della sua vita. Nel racconto Elisabeth, tornata nella casa paterna, nei pressi di Klagenfurt, peraltro città natale della Bachmann, per visitare il padre e trascorrere lì alcuni giorni con lui, ripercorre in quei suoi luoghi d’infanzia un flash-back della sua vita professionale e sentimentale da cui traspare costante questo scarto tra i successi professionali e l’incompiutezza e carenza che a livello interiore la sua vita sentimentale e affettiva le ha dato. Salvo l’incontro, come detto, con Franz Joseph Trotta. Ma questo nome e quello a cui rimanda non sono un caso, come la stessa Bachmann ebbe ad esplicitare in quell’intervista del ’72, sopra citata: “Non per nulla ho ripreso il personaggio di Trotta. Voglio portarlo avanti. La Cripta dei Cappuccini finisce col fatto che questo Trotta, quando arrivano i Tedeschi nel 1938, sa che il suo mondo scomparirà. Da Roth, ora, veniamo a sapere che spedisce suo figlio in esilio a Parigi. Allora, ci ho pensato su: che cosa succede, poi, del giovane Trotta? Per me la sua vita prosegue negli anni Cinquanta, e questo l’ho descritto frammentariamente nel racconto” (Int.Cit.) Alla fine del racconto Elisabeth lascerà amorevolmente il vecchio padre e i luoghi della sua infanzia e rientrata a Parigi dove vive, capirà, anche per effetto di un incontro imprevisto e fortemente simbolico con un cugino di Trotta all’aeroporto di Vienna che quell’amore per Franz Joseph aveva avuto per lei radici più profonde e significative di quanto, solo inconsciamente, si era resa conto e che, nell’amore per Trotta, si erano “mosse” parti del suo sé affettivamente legate alle sue origini, tenute a lungo nascoste dentro di lei. In questo senso Elisabeth risulterà alla fine, l’unica delle protagoniste dei diversi racconti che si “scioglierà” e darà spazio alla propria interiorità e risulterà essere stata capace di una elaborazione su di sé.

    ha scritto il 

  • 5

    Cinque racconti (quattro brevi ed uno più lungo, che dà il titolo alla raccolta) posti in una sequenza "in crescendo". Se il primo non mi ha particolarmente entusiasmato, gli ultimi due sono ...continua

    Cinque racconti (quattro brevi ed uno più lungo, che dà il titolo alla raccolta) posti in una sequenza "in crescendo". Se il primo non mi ha particolarmente entusiasmato, gli ultimi due sono decisamente magistrali. L'ultimo è quello di più ampio respiro: una fotografa che ha trovato una certa fama a Parigi, a New York, e continuamente in giro per il mondo che torna nella casa del padre, in Austria, per una breve vacanza, in cerca di una difficile riconciliazione con le proprie radici, ma soprattutto con se stessa. Ma forse è più ancora nel più conciso (ed essenziale) racconto precedente "Il Latrato" (il più breve della raccolta)che scorgo la reale grandezza di questa scrittrice, che ci dipinge qui il ritratto di un'anziana vedova che vive il tramonto della propria esistenza nella venerazione di un figlio arido, un medico assorbito da se stesso, dalla propria carriera e dal proprio successo. La presa di coscienza avverrà da parte della giovane nuora, che aveva preso l'abitudine di andare a farle visita di continuo sostituendosi al marito negli obblighi filiali. Un vero gioiellino di scrittura (ed è particolarmente a questo racconto che concedo le 5 stelle, e senza il quale forse non mi sarei spinto oltre le 4).

    ha scritto il 

Ordina per