Treno di notte per Lisbona

Di

Editore: A. Mondadori (Oscar contemporanea)

3.8
(1106)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 431 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Francese , Olandese , Inglese , Spagnolo , Portoghese , Svedese , Chi tradizionale , Chi semplificata

Isbn-10: 8804574399 | Isbn-13: 9788804574392 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Elena Broseghini

Disponibile anche come: Copertina rigida , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia , Viaggi

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Descrizione del libro
Voleva davvero buttarsi giù dal ponte la donna trattenuta una mattina da Raimund Gregorius, insegnante svizzero di latino, greco ed ebraico? Gregorius non sa nulla della donna se non che era portoghese. La mattina dopo, complice la scoperta in una libreria antiquaria del libro di un enigmatico scrittore lusitano, l'altrimenti prevedibilissimo professore prende un treno diretto a Lisbona, dove spera di rtintracciare l'autore. Da questo momento decolla una vicenda che costringerà Gregorius a confrontarsi con le contraddizioni degli affetti e gli orrori della Storia in un modo che mai avrebbe potuto immaginare nella sua rassicurante Berna.
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  • 4

    “Portugues”, una sola parola pronunciata da una sconosciuta e un misterioso e affascinante libro, scritto in portoghese, sono l’inizio del cambiamento del corso della vita piatta e monotona del grigio ...continua

    “Portugues”, una sola parola pronunciata da una sconosciuta e un misterioso e affascinante libro, scritto in portoghese, sono l’inizio del cambiamento del corso della vita piatta e monotona del grigio e abitudinario professore Raimundo Gregorius.
    Un cambiamento che lo conduce a partire all'improvviso per il Portogallo per ricostruire la vita dell’autore del libro, Amadeu Ignacio de Almeida Prado, e attraverso la vita e le profonde riflessioni dell’autore, a riscoprire e conoscere sé stesso.

    Un romanzo profondo, introspettivo, denso di profonde riflessioni filosofiche, non sempre di immediata comprensione.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Tre e mezza

    L'ho scelto perché affascinata dal titolo estremamente suggestivo e quanto mai adatto per queste buie serate di dicembre, senza alcuna idea di cosa vi avrei trovato all'interno. Una lettura originale ...continua

    L'ho scelto perché affascinata dal titolo estremamente suggestivo e quanto mai adatto per queste buie serate di dicembre, senza alcuna idea di cosa vi avrei trovato all'interno. Una lettura originale e impegnativa, qualitativamente sostanziosa e in cui è piacevole addentrarsi e anche tornare indietro con le pagine per rileggere meglio qualche passaggio. Vi sono somiglianze con Kundera, per il modo in cui la filosofia si mescola al romanzo; con il Pereira di Tabucchi per via di una tribolazione psicologica con relativa rinascita; con 'L'ombra del vento' di Zafon per via delle atmosfere di antiche biblioteche e librerie polverose.
    Vi si trovano due libri in uno. Il primo è la storia del cinquantasettenne Raimund Gregorius, dotto professore di un liceo di Berna che improvvisamente e per la prima volta nella sua vita decide di seguire il proprio istinto, e così d'impulso salirà sul treno di cui al titolo per andare alla scoperta di un misterioso personaggio, Amadeu Inacio de Almeida Prado: sarà una vera e propria indagine, un'istruttoria con una carrellata di testimoni che raccontano, e attraverso le loro voci prenderà vita questo personaggio complesso, Mercier (alias Peter Bieri) costruisce così in maniera indiretta un ritratto completo del suo secondo protagonista. Ovviamente, al viaggio vero e proprio di Gregorius, corrisponde anche un viaggio metaforico tra i propri ricordi e alla ricerca di sé stesso. Il secondo libro nel libro è l'opera di questo fantomatico Prado: medico, intellettuale, enfant prodige, di nobili origini e attivista nella resistenza portoghese contro il regime di Salazar. Il suo scritto si compone di una raccolta di dissertazioni filosofiche che prendono spunto dalle sue esperienze autobiografiche e che l'autore propone poco per volta, di man in mano che Gregorius stesso le legge. Un personaggio avvincente per quanto contraddittorio, il che lo rende per certi aspetti ancor più realistico.
    Il punto di contatto tra i due, nonostante le tante differenze caratteriali, è rappresentato dal loro amore per la cultura e per il sapere, da una identità di vedute sul mondo che li circonda, e hanno anche una certa affinità nella malattia.
    Ho trovato tutta questa struttura originale e a suo modo affascinante, anche se a tratti un po' lenta. Occorre portare un poco avanti la lettura per entrare in sintonia con lo scrittore e con i personaggi, per scrollarsi di dosso la sensazione di un carattere un po' fatalista e un po' new age nei comportamenti apparentemente irrazionali del protagonista e per trovare un ritmo nella narrazione. All'inizio sembra tutta una faccenda sconclusionata ma riflettendo meglio è impossibile non immedesimarsi - non certo immedesimarsi nel personaggio in toto, ma almeno in qualcuna delle sue sensazioni e riflessioni ed esperienze. Bella anche la parte descrittiva: nei colori dei cieli e dei paesaggi visti dal finestrino, nelle luci sfuocate dei lampioni e nelle finestre illuminate di notte, c'è davvero tutta l'atmosfera del viaggio in treno.
    I temi toccati dalle dissertazioni filosofiche di Prado - abbinate all'indagine e alle esperienze personali di Gregorius - sono tantissimi, riguardano la sfera della vita sociale e intima, la religione e l'intelletto, l'amicizia e la lealtà, la professione, la giustizia e la dittatura, il rapporto genitori-figli, il senso di colpa e il senso di inadeguatezza, l'incomunicabilità con le persone più prossime, insomma è un compendio filosofico a trecentosessanta gradi.
    Le pecche emergono di man in mano che ci si avvicina al finale: il gioco di atmosfere e palcoscenici artefatti inizia a risultare un po' lungo e anche un po' kitsch - proprio quel concetto in presenza del quale il personaggio Prado diventa persino intollerante, proprio quella parola verso la quale egli si scaglia sempre con veemenza: mi chiedo se sia un effetto voluto, se sia un gioco di specchi studiato ad arte dall'autore o se sia un'autoironia involontaria. In ogni caso, si sente la mancanza di un vero e proprio crescendo; tuttavia la storia è originale e rimane viva la curiosità di sapere dove andrà a parare l'autore.

    Il finale invece è piatto e un po' fumoso, non c'è una vera epifania nella storia di Gregorius, né tantomeno in quella di Prado. E se c'era, io non l'ho colta. Le ultime note di Prado sono del tutto enigmatiche, entrambi i personaggi hanno avuto la possibilità di una svolta ma per motivi diversi non l'hanno messa in pratica. E in modo particolare per quanto riguarda tutta l'indagine compiuta da Gregorius, mi chiedo: si è trattato solo di un gioco a cui lui stesso, sotto sotto, non attribuisce alcuna importanza? E' pur vero che durante tutto il libro l'autore profonde impegno per spiegare che la vita, i rapporti, i sentimenti e le sensazioni sono solo illusioni, il ritmo della nostra esistenza è dettato dal caso, e che le svolte decisive derivano da momenti insignificanti che non hanno nessuna detonazione… però al temine della lettura almeno 'il senso' della svolta doveva pur esserci, e invece niente.
    Potrei votare quattro stelle per le belle ambientazioni e perché credo che nel complesso serberò un buon ricordo di questa lettura; però mi resta il fastidio di un finale buttato via: se uno sta suonando le 'Variazioni Goldberg' di Bach o le 'Sonate' di Schubert (entrambe le opere compaiono più volte citate nel corso del racconto) non può permettersi di stiracchiare le note delle ultime battute con l'aria di dire "vabbè, dai, tanto ormai abbiamo finito", quindi il voto non può andare oltre tre e mezza.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Amadeu, la sua storia e coloro che gli ruotano intorno sono assolutamente deliziosi, la plotline del professore in crisi di mezza età è abbastanza improbabile.

    Forse sono un po' tarda oppure non ho l ...continua

    Amadeu, la sua storia e coloro che gli ruotano intorno sono assolutamente deliziosi, la plotline del professore in crisi di mezza età è abbastanza improbabile.

    Forse sono un po' tarda oppure non ho letto con la dovuta attenzione, eppure non avete anche voi la sensazione che le vertigini di Mundus siano una specie di parallelo con l'aneurisma di Amadeu?

    ha scritto il 

  • 5

    review:http://afoxamongthebooks.blogspot.it/2015/10/treno-di-notte-per-lisbona.html

    Treno di notte per Lisbona, nel mio modestissimo parere, è un libro che deve essere letto, cercando di superare la p ...continua

    review:http://afoxamongthebooks.blogspot.it/2015/10/treno-di-notte-per-lisbona.html

    Treno di notte per Lisbona, nel mio modestissimo parere, è un libro che deve essere letto, cercando di superare la prolissità apparente di alcuni passaggi per lasciarsi conquistare dalla profondità spirituale e morale dei suoi personaggi e soprattutto dall'avvincente, stringente e devastante forza delle parole. Amadeu scriveva di non poter vivere in un mondo senza cattedrali, sento che sia necessario aggiungere che non potrei vivere in un mondo senza libri di una tale potenza e magnetismo.

    ha scritto il 

  • 4

    Il viaggio é lungo. Ci sono giorni in cui mi auguro che non finisca mai. Sono giorni rari, preziosi.
    Ce ne sono altri in cui mi allieta sapere che ci sará un ultimo tunnel, in cui il treno si fermerá ...continua

    Il viaggio é lungo. Ci sono giorni in cui mi auguro che non finisca mai. Sono giorni rari, preziosi.
    Ce ne sono altri in cui mi allieta sapere che ci sará un ultimo tunnel, in cui il treno si fermerá per sempre.

    ha scritto il 

  • 5

    LIBRO, FILM, IMMAGINI E ... MONTALE

    A saperlo prima, che chi scrive non è altro che un prof di filosofia sotto falso nome, non ci sarei cascato e mi avrebbe salvato una qualche minima difesa alla frase che quasi subito mi ha folgorato:
    ...continua

    A saperlo prima, che chi scrive non è altro che un prof di filosofia sotto falso nome, non ci sarei cascato e mi avrebbe salvato una qualche minima difesa alla frase che quasi subito mi ha folgorato:
    “Se è così, se possiamo vivere solo una piccola parte di quanto è in noi, che ne è del resto?”. Così, lungo le pagine a seguire, ogni qualvolta incontravo un paragrafo in corsivo, mi fermavo, prendevo un respiro e via, per un nuovo tuffo nelle acque fonde delle parole che venivano. Che poi le parole sono come immagini che richiamano altre immagini che non sono altro che le parole di altri, che ci sono rimaste dentro. O sono le parole che, dette e non dette, ci frullano in testa da tempo, e aspettano solo di essere lette in un libro, per essere finalmente libere.
    Avviene due volte questo meccanismo, avviene al protagonista del libro che legge le parole di Amadeu, e avviene in noi, mentre leggiamo il libro stesso. Ad esempio: il poter vivere solo una piccola parte di noi, quel vivere, come un’immagine, non so perché, ma in me richiama immediatamente l’immagine della foglia riarsa del “male di vivere” di Montale. Non è lo stesso concetto, non significano la stesa cosa, ma arrivano entrambe queste immagini di parole, a toccare qualcosa di profondo, qualcosa sotto la ragione oltre quella soglia a cui, tramite proprio la ragione, si giunge. Ognuno di noi ha immagini diverse, ad esempio, io credo che chi ha trasposto il libro nell’omonimo film, ne abbia altre. Le parole che più devono averlo colpito sono queste:
    “Lasciamo qualcosa di noi quando abbandoniamo un luogo, rimaniamo lì pur andandocene via. E ci sono cose di noi che possiamo ritrovare solo se facciamo ritorno lì. Noi compiamo dei viaggi per accostarci a noi stessi…” .

    Chi è Gregorius, il protagonista del libro? Sempre per un’associazione d’immagini, secondo me è il personaggio del libro dell’inquietudine di Pessoa, ma che si vuole riscattare, e che prende un treno dal nulla per andare a Lisbona lasciando tutto quello che ha, o, meglio, non ha. Non a caso… Lisbona.
    E chi è l’altro, vero protagonista del libro, Amadeu? Qui è più difficile rispondere, secondo me è una somma di personaggi racchiusi in uno, è un Amleto dilaniato da ciò che è giusto o no, e un Ortis combattuto sul senso della vita; ma alla fine non è altro che la parte migliore di noi che quasi mai si avvera. Ed è anche Pavese. Si, Pavese che vive troppo intensamente le cose e le vuole spremere oltre il possibile. Ce lo dice Estefania:
    “Hai troppa fame di me. È bellissimo con te. Ma hai troppa fame di me. Non posso volere questo viaggio. Vedi, sarebbe il tuo viaggio, esclusivamente tuo. Non potrebbe essere il nostro viaggio.”
    Allo stesso modo Pavese scrive delle parole a Connie, parole che vogliono troppo, lo vogliono subito, adesso:
    “ Cara Connie,
    volevo fare l’uomo forte e non scriverti subito, ma a che servirebbe? Sarebbe soltanto una posa.
    Ti ho mai detto che da ragazzo ho avuto la superstizione delle “buone azioni” ? Quando dovevo correre un pericolo, sostenere un esame, per esempio, stavo attento in quei giorni a non essere cattivo, a non offendere nessuno, non alzare la voce, non fare brutti pensieri. Tutto questo per non alienarmi il destino. Ebbene, mi succede che in questi giorni ridivento ragazzo e corro davvero un gran pericolo, sostengo un esame terribile, perché mi accorgo che non oso essere cattivo, offendere gli altri, pensare pensieri vili. Il pensiero di te e un ricordo o un’idea indegni, non s’accordano. Ti amo.
    Cara Connie, di questa parola so tutto il peso – l’orrore e la meraviglia – eppure te la dico, quasi con tranquillità. L’ho usata così poco nella mia vita, e così male, che è come nuova per me.”
    Mi piace pensare che il rifiuto di Connie sia come quello di Estefania: entrambe non potevano essere più di quello che erano, e dare più di quanto potevano, solo perché qualcuno così voleva da loro. Infatti Amadeu dice anche:
    “E lei aveva ragione: non si può fare degli altri le pietre da costruzione della propria vita, i portatori d’acqua nella rincorsa della propria felicità.”
    Da qui la disperazione, quella di Pavese che, alla fine, porta al suicidio e quella di Amadeu:
    “La nostra vita non è altro che effimere formazioni di sabbie mobili, adunate da una raffica di vento, distrutte dalla successiva. Creazioni inconsistenti che si disperdono prima ancora di aver finito di formarsi.”
    Ed ecco ancora Montale, ancora un gioco di immagini, che, da queste formazioni di sabbia, ci rimbalza subito alle formiche al sommo di minuscole biche.
    Quante immagini, per non parlare delle Cattedrali. Al centro del libro il discorso di diploma di Amadeu, solo questo vale il libro, inizia così:
    “Non vorrei vivere in un mondo senza cattedrali. Ho bisogno della loro bellezza e della loro sublimità. Ne ho bisogno di contro alla piattezza del mondo. … Ho bisogno del loro splendore. … Ho bisogno del loro silenzio imperioso. … Un mondo senza tutto questo sarebbe un mondo dove non vorrei vivere. Eppure esiste un altro mondo nel quale non vorrei vivere: il mondo in cui il corpo e il pensiero autonomo sono demonizzati e dove vengono bollate come peccato cose che appartengono a quanto di meglio ci sia dato di sperimentare…”
    E qui mi arrivano le cattedrali di Proust, una dietro l’altra, le pietre grigie, vetrate immense.
    Poi ancora un salto, ancora un’immagine, ancora una cattedrale, quella di Carver.
    Per scatenare le parole che rimangono dentro e aspettano di uscire:
    “Dentro la cattedrale poco distante, nella cripta, un santo in una teca di vetro, morto, continuava ad invecchiare fra i paramenti.
    Il vetro è la cosa più bella che l’uomo abbia mai creato.
    Le vetrate della cattedrale, anche quelle sono di vetro.
    Giocano con la luce. Fanno le geometrie coi colori. Che si infrangono sulle pietre dentro la chiesa.
    Le pietre che sono, da sempre, le silenziose custodi dei ricordi del mondo.”
    Come una cattedrale è, volendo, la struttura del libro: barcollante, incompleta, quasi una Sagrada Familia per la sua incompletezza (dicono che prima o poi sarà finita, ma io non ci credo). Nel film questa cattedrale viene raddrizzata quanto basta per farla stare in piedi, vengono tolte le cose inutili, aggiunto qualche montante che mancava, corretto il finale dandogli un senso. Nel film, Gregorius… è più facile provare ad identificarsi in lui, invece Amedeu perde il suo fascino, sembra un ragazzotto che deve ancora crescere un poco, non come nel libro in cui le sue parole, rapiscono.
    Un’ultima immagine, un ultimo salto e poi chiudo:
    “Hai sceso le scale. Come migliaia di altre volte ti osservavo diventare man mano più visibile … chi avrebbe disceso quelle scale, era una certezza. Ma questa mattina all’improvviso è stato diverso. Il giorno prima dei bambini che stavano giocando a palla avevano infranto il vetro colorato della finestra. La luce che pioveva sula scala non era la solita: non più la luce dorata e velata che faceva pensare all’illuminazione di una chiesa, bensì la luce del giorno non schermata dal vetro. È stato come se questa nuova luce aprisse una breccia, nelle mie abituali attese, uno squarcio che esigeva da me pensieri nuovi.”
    Non può non far venire in mente, sempre di Montale:
    “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni scalino … con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue.”

    ha scritto il 

  • 2

    Ho acquistato il libro incuriosito dal titolo come spesso faccio.
    Abbastanza pesante e quei monologhi filosofici tendono a disorientare il lettore che non riesce a seguire bene il filo della storia e ...continua

    Ho acquistato il libro incuriosito dal titolo come spesso faccio.
    Abbastanza pesante e quei monologhi filosofici tendono a disorientare il lettore che non riesce a seguire bene il filo della storia e togliendo inoltre spazio alla caratterizzazione dei personaggi.
    L'idea di fondo sarebbe anche indovinata, ma per il resto mi ha lasciato decisamente perplesso.

    ha scritto il 

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