Trieste

Un romanzo documentario

Di

Editore: Bompiani (Narratori stranieri)

3.7
(81)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 444 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8845278298 | Isbn-13: 9788845278297 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Ljiljana Avirović

Disponibile anche come: eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Religione & Spiritualità

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Descrizione del libro
Haya Tedeschi è a Gorizia, sola e circondata da una cesta di fotografie e ritagli di giornali. È una donna anziana, che dopo 62 anni aspetta di ricongiungersi a suo figlio, avuto da un ufficiale delle SS e rapito dalle autorità tedesche per far parte del programma segreto di Himmler: il progetto Lebensborn. Il figlio che sta cercando disperatamente era nato nel 1915 da una relazione con Kurt Franz, giovane ufficiale tedesco alto e biondo di cui si era innamorata, senza sapere che era già a capo del campo di lavoro di Treblinka. Haya riflette sulle esperienze della sua famiglia ebrea convertita al cattolicesimo, e sul massacro degli ebrei italiani nella Risiera di San Sabba, il campo di concentramento di Trieste. La ricerca ossessiva di suo figlio la conduce tra fotografie, mappe, le deposizioni ai processi di Norimberga e le testimonianze dirette delle atrocità avvenute sulla sua porta di casa. Da questo romanzo emerge la sconcertante cronaca dell’occupazione nazista nel nord Italia. Ci sono 9000 nomi elencati nel libro: sono i nomi degli ebrei italiani che hanno trovato la morte nei campi di concentramento nazisti durante la seconda guerra mondiale e il loro susseguirsi compone un inaudito memoriale delle vittime. Con Trieste, Daša Drndić scrive un grande romanzo, accolto come una pietra d’angolo della letteratura contemporanea, e accostato alle opere di Sebald.
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  • 5

    Impegno

    Dovremmo davvero pretendere che questo "romanzo documentario" venga reso obbligatorio in tutte le scuole e che venga fatto leggere a quelli che "ancora di queste cose parliamo?...e allora cosa dovremm ...continua

    Dovremmo davvero pretendere che questo "romanzo documentario" venga reso obbligatorio in tutte le scuole e che venga fatto leggere a quelli che "ancora di queste cose parliamo?...e allora cosa dovremmo dire degli altri?...guardiamo avanti, gettiamoci il passato alle spalle" e altre amenità del genere.
    Non sarà comunque una lettura facile, venendo travolti in continuazione da emozioni dove la rabbia, il dolore e il disgusto la faranno da padroni!

    ha scritto il 

  • 4

    Quattro stelline abbondanti, forte tentazione di assegnarne cinque. Divorato in pochi giorni, tantissimi i livelli di possibile analisi. Un pugno nello stomaco, un magnifico stile alla Bernhard (ma c ...continua

    Quattro stelline abbondanti, forte tentazione di assegnarne cinque. Divorato in pochi giorni, tantissimi i livelli di possibile analisi. Un pugno nello stomaco, un magnifico stile alla Bernhard (ma c'è anche molto Magris). Bernhard e Magris, peraltro, anche esplicitamente ed abbondantemente citati. Un patchwork di pura narrativa, documenti storici, testimonianze dirette. Proverò a scriverne qualcosa di articolato appena avrò metabolizzato meglio. Perchè qui c'è molto, da digerire e metabolizzare...
    Per me una preziosa scoperta, questo libro.

    ha scritto il 

  • 5

    “She has always been somehow weightless, free of the heavy burden of mother tongues, national histories, native soils, homelands, fatherlands, myths, that many of the people around her tote on their b ...continua

    “She has always been somehow weightless, free of the heavy burden of mother tongues, national histories, native soils, homelands, fatherlands, myths, that many of the people around her tote on their backs like a sack of red-hot stones.”

    This is Haya Tedeschi who, at the beginning of the novel, is an old Jewish woman sitting in a rocking chair in the Italian town of Gorizia, near Trieste. She is surrounded by documents, photographs, cuttings. Her head is swarming with memories, “melting in her mind like chocolate”.

    It should be remembered that Trieste was one of those places which was a disputed territory in both world wars. A kind of no-man’s land perennially awaiting the outcome of some new military action. Its inhabitants never quite sure of where they belonged, pressed in by borders that were continually shifting around them. In short, it’s an inspired place to set a novel about the horrors of world war two.

    Haya’s story is constructed piece by piece with frequent brilliantly researched documentary interludes. The artistry with which this novel moves back and forth between the personal and the public, a microcosm and a macrocosm of the Holocaust is, for the most part, brilliant. Haya’s story is told with a kind of disarming playful lyricism at times which reminded me of Nicole Krauss but without Krauss’ whimsy, her artificial sweeteners (which I enjoy) . We learn about Haya’s family’s displacement during the first world war. We learn that, like most Italian Jews, they are integrated into Italian life and do not identify themselves primarily as Jewish. To outsiders they are essentially indistinguishable from any other local resident. We see how they are forced by events to become nomads. Work takes them to Albania, Milan, Naples, Venice and Trieste. The hub of the novel is Haya’s relationship with a seemingly and, relatively speaking, innocent German soldier who is also a keen photographer. Haya is a typical young girl. Wilfully ignorant. While transports are leaving Trieste in the middle of the night she is often to be found at the cinema or dining in a trattoria. (Drndic is very tough on Haya and her family: “The Tedeschi family are a civilian family, bystanders who keep their mouths shut, but when they do speak, they sign up to fascism. For 60 years now these blind observers have been pounding their chests and shouting we are innocent because we didn’t know!…these yes men, these enablers of evil.”) Kurt Franz, the German boyfriend, leaves her when she is pregnant. A year later her son mysteriously vanishes when her back is turned. The central mystery of the novel is what happened to her son. The personal horror of the novel is the gradual unfurling of who his father was, what he did.

    There’s a sense we’ve become a little immunised to the horrors of the Holocaust. This novel rips through all those palliatives. It adds new horrors to the Holocaust. Some of the things you learn are as disturbing as anything you already know. I won’t spill any beans because these details are very much an integral part of the novel’s emotional charge. You also learn a few more light-hearted facts like, for example, how when Mussolini’s Ministry of Culture clamped down on the infiltration of foreign words into the Italian language they forbade Italians to refer to Louis Armstrong by his American name; instead he had to be called Luigi Braccioforte! More unsettling we discover that the Swiss allowed the transport trains to pass through their territory when the Brenner tunnel was snowed up on the provision that the Red Cross be allowed to serve the prisoners hot soup and coffee.

    I read some of the other reviews of this and noticed one person objected to the Nuremburg transcriptions and especially the list of the 9,000 Jews deported from Italy. I found this list very moving because you knew every one of those people had a deeply moving human story like Haya’s. And you don’t have to read every name on the list so this seemed a rather querulous complaint. There might be a case for complaining that, at times, the documentary dwarfed the human story of Haya; that perhaps one didn’t quite get to know Haya as much as one would have liked and occasionally the large scale narrative detracted rather than added to the momentum of the small scale narrative. Personally, for example, I found the quoting of Pound, Borges, Shakespeare, Eliot and others clumsy rather than illuminating. But this is a small misgiving.

    There’s also a fabulous twist when, late in the novel, we learn who is narrating the novel. This is without question one of the most painful novels I’ve ever read. It’s no Schindler’s List, softening the horror with acts of moving kindness. There’s nothing uplifting about this narrative - except the artistry with which it’s constructed.

    ha scritto il 

  • 4

    La prima cosa che mi viene in mente da dire è che è un libro maestoso, dove il convergere di romanzo e storia documentaria fluisce in un percorso di lettura che man mano avvince e non ti permette di l ...continua

    La prima cosa che mi viene in mente da dire è che è un libro maestoso, dove il convergere di romanzo e storia documentaria fluisce in un percorso di lettura che man mano avvince e non ti permette di lasciare il libro. Ogni nome nasconde una storia. Già, questo s'impara da questo corposo volume, soprattutto si vien presi da una sorta di vertigine quando l'autrice spalanca gli archivi e da semplici nomi precipitiamo nell'abominio del nazismo e sempre più, e sempre più disperatamente, ci chiediamo come è possibile. Singole esistenze che si riconducono, attraverso le loro piccole vite, nel maestoso corso della storia d'Europa che ha trovato a Gorizia, a Trieste, una strada maestra assai impegnativa. D'accrdo con uno delle voci del libro quando dice che i criminali nazisti dovevano essere passati sommariamente per le armi a guerra finita, sarebbe stato un problema in meno. Invece indaghiamo decine di casi di tranquilli tedeschi ed austriaci che, dopo aver straziato ed ucciso centinaia e migliaia di ebrei, zinagari, russi, ecc. si ritrovano a cada ad essere paciosi padri di famiglia. E l'orrore, che l'autrice descrive con una qualità impareggiabile, del lebensborn, la scelta dei bambini ariani da far adottare a famiglie naziste, con il carico di dolore che questo ha comportato e comporta. Insomma, un libro che è un romanzo toccante e uno sguardo sull'abisso nazista.

    ha scritto il 

  • 3

    Lo so, tutti lo considerano un capolavoro. E capisco anche perché: mescola la storia reale con il romanzo in modo davvero interessante. Ciononostante il libro mi pare poco omogeneo, molto sbilanciato ...continua

    Lo so, tutti lo considerano un capolavoro. E capisco anche perché: mescola la storia reale con il romanzo in modo davvero interessante. Ciononostante il libro mi pare poco omogeneo, molto sbilanciato sulla Storia, l'inserimento dei documenti fantastico ma poco fluido, la scrittura non incontra il mio gusto (ma qui forse la traduzione non è indenne da colpe).
    Insomma, capisco il lavoro e mi piace molto ma non è scoccata la scintilla.

    ha scritto il 

  • 4

    Non ricordo bene dove ma non molto tempo fa lessi un pezzo dove si diceva che i romanzieri di oggi hanno l'abitudine di inserire nelle proprie opere la Shoah anche in contesti in cui non c'entrerebbe ...continua

    Non ricordo bene dove ma non molto tempo fa lessi un pezzo dove si diceva che i romanzieri di oggi hanno l'abitudine di inserire nelle proprie opere la Shoah anche in contesti in cui non c'entrerebbe niente, magari attraverso un personaggio, tipo un nonno o un parente del/la protagonista... un espediente dovuto al politically correct, per arruffianarsi il lettore assicurandosi comprensione incondizionata tramite il paradigma vittimario che inevitabilmente è associato allo sterminio degli ebrei, sempre efficace, oltre che per dare un tono al proprio romanzo evitando di farlo sembrare l'ennesima accozzaglia di fregnacce.
    Ebbene, Trieste* di Daša Drndić è proprio l'esatto contrario dell'uso della Shoah come espediente narrativo nobilitante. Qui è semmai la narrazione di finzione - la storia della protagonista Haya Tedeschi e della sua famiglia - un espediente per narrare la Shoah con dati tecnici, testimonianze, elenchi di nomi, riscostruzioni storiche che altrimenti da soli ne farebbero soltanto l'ennesimo saggio dimenticato e accessibile solo a pochi specialisti e curiosi interessati.
    Trieste è soprattutto un'arma proprio contro l'uso autoassolutorio dell'Olocausto, vittimistico tramite identificazione, in quanto indagine serrata sulle responsabilità collettive, le omertà, il bystanding, i depistaggi legati al buco nero della storia contemporanea, con tanto di nomi e cognomi e ragione sociale, una su tutte: la Chiesa cattolica, ma non solo...
    Il dispiego di mezzi messo in campo dall'autrice è inedito, alberi genealogici, spartiti musicali, ricette, filastroche, canzoni, poesie in svariate lingue, che restituiscono il genius loci della fu "Venezia Giulia", ben lontano dal pittoresco, anzi, delineandola come una ferita infetta che incide a fondo nel continente fra Balcani e Mitteleuropa.
    La prosa è densissima e non mi pronuncio sulla definitiva riuscita o meno della formula del "romanzo documentario". Quel che è certo è che un romanzo necessario

    *Discutibile traduzione dell'originale Sonnenschein ("luce del sole"), probabilmente dovuto alla direttrice della Bompiani, Elisabetta Sgarbi, in fissa da diversi anni con Trieste, eppure il romanzo documentario di Drndić tocca solo di passaggio la città giuliana omonima.

    ha scritto il 

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