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Trilobiti

Di

Editore: ISBN

4.0
(528)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 189 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo

Isbn-10: 8876381597 | Isbn-13: 9788876381591 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Ivan Tassi

Disponibile anche come: eBook

Genere: Crime , Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Breece D’J Pancake muore suicida nel 1979 a 26 anni. Quattro anni dopo, in America esce la sua unica raccolta di racconti, la reazione è unanime. Non si tratta soltanto di un caso letterario, ma di un autore nato classico. Dodici straordinari racconti, spietati, precisi e delicati. Esseri umani, animali e paesaggi della regione depressa dei monti Appalachi in cui Pancake era nato e cresciuto, si trasformano tra le sue mani in vite esemplari, vere per tutti, in tutti i tempi. La sua figura, a metà strada tra un eroe esistenzialista e Kurt Cobain, è soprattutto, quella di un grande scrittore.
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  • 3

    Purtroppo non riesco a esprimente un giudizio perché mi sento condizionato dalla prefazione del libro e da quello che ho letto altrove su questo autore. Ovvero che viene considerato uno dei più grandi ...continua

    Purtroppo non riesco a esprimente un giudizio perché mi sento condizionato dalla prefazione del libro e da quello che ho letto altrove su questo autore. Ovvero che viene considerato uno dei più grandi scrittori americani del secondo novecento e che il suo esordio (nonché unica opera) è paragonato a quello di Hemingway.
    Parliamo di un ragazzo morto suicida a ventisei anni e la cui unica opera pubblicata è questa raccolta di racconti.
    I racconti sono tutti scritti benissimo, zeppi di personaggi reali al cento per cento e di paesaggi che ti sembra di essere lì. Le situazioni sono spesso drammatiche, quasi tutte senza speranza.
    Forse qualcosa me l'ha lasciato.
    Però... bih, non saprei...

    ha scritto il 

  • 4

    "Arrivato alla miniera a cielo aperto, si sedette su una grossa pietra e mangiò il coniglio freddo mentre guardava giù, verso i tetti di Clayton: il magazzino della compagnia, la chiesa della compagni ...continua

    "Arrivato alla miniera a cielo aperto, si sedette su una grossa pietra e mangiò il coniglio freddo mentre guardava giù, verso i tetti di Clayton: il magazzino della compagnia, la chiesa della compagnia, le case della compagnia, tutte risplendenti nelle loro lamiere inumidite dalla nebbia. Vide un minatore rubare un pezzo di catena dall'officina meccanica dove lavorava durante la settimana, si ripromise di riferirlo e se ne dimenticò in fretta. Attorno alle case vedeva dove le mogli avevano piantato i fiori, ma le piante erano tutte morte o stavano per morire per la costante doccia di polvere di carbone".
    Da L'attacabrighe

    E' un pezzetto del ghiaccio che circondò e attraversò Pancake per ventisei anni.
    Scandalosamente pochi, ma sufficienti per farne ghiaccio eterno in questi dodici racconti.

    ha scritto il 

  • 5

    Breece D'J Pancake “Trilobiti”: Nulla vi dirò dell'autore, anzi Autore, perchè la maiuscola in questo caso mi sembra il minimo. Nulla dico perchè le sue vicissitudini potrebbero condizionarne la lettu ...continua

    Breece D'J Pancake “Trilobiti”: Nulla vi dirò dell'autore, anzi Autore, perchè la maiuscola in questo caso mi sembra il minimo. Nulla dico perchè le sue vicissitudini potrebbero condizionarne la lettura. I 12 racconti che costituiscono il libro meritano invece di essere letti “in assoluto”, senza condizionamenti di nessun genere.
    America profonda, sconosciuta ai più. Pancake si muove come un drone, solitario, silenzioso e invisibile. Sorvola vite sconosciute, ai confini dell'universo, difficilmente raggiungibili con sensibilità comuni. Rimane sospeso sopra i personaggi e li segue, per un breve periodo, per poi abbandonarli al loro destino. Quasi dei flash, che li fissano alla loro realtà marginale, in tutti i toni del grigio, e nel nostro immaginario. Non esistono colori vivaci e luci abbaglianti nella sua narrazione.
    Una scrittura dura, secca, dove, come nella grande tradizione americana, le uniche concessioni descrittive sono riservate ad una natura matrigna e immanente. Personaggi minimi, puntini appena accennati sopra la carta geografica della Grande America, dispersi, sopravvissuti, che si aggrappano al ricordo, al passato, per non essere spazzati via da un presente senza un futuro. Non riesco a non citare: “Cammino, ma non ho paura. Sento che la mia paura si allontana in cerchi concentrici attraverso il tempo, per un milione di anni”. E qui mi taccio.
    Uno dei pochi libri che ho riletto e che consiglio almeno di leggere, tanto la rilettura arriverà in automatico, ne sono sicuro … O no?

    ha scritto il 

  • 0

    Il ridicolo nome da colazione di un grande scrittore

    Trilobiti. Di Breece D’J Pancake. Porco mondo. Erano anni che non leggevo qualcosa di così potente. L’autore si è suicidato a 26 anni, seguendo le orme della sua country star preferita: Phil Ochs, anc ...continua

    Trilobiti. Di Breece D’J Pancake. Porco mondo. Erano anni che non leggevo qualcosa di così potente. L’autore si è suicidato a 26 anni, seguendo le orme della sua country star preferita: Phil Ochs, anch’egli suicida molto giovane. Era cresciuto nella zona degli Appalachi, tra depressioni, nevi aride, barbagli, ombre di luci calde e polverose, this land is your land. Ma questa è solo la cornice. In vita Pancake ha fatto uscire solo questi 12 racconti, pubblicati perlopiù su riviste e raccolti postumi. Kurt Vonnegut spese parole incredibili (in lettera), per questo giovane autore:

    Su Breece D’J Pancake: ti do la mia parola d’onore che si tratta semplicemente del più grande scrittore, dello scrittore più sincero che io abbia mai letto. Quello che temo è che questo gli abbia dato troppo dolore, non c’è nessun divertimento a essere così bravo. Ma né tu né io lo sapremo mai.

    Ma tutto questo fa da scenografia. La cosa più azzeccata che mi è capitato di leggere su di lui è sulla nota di copertina dell’edizione ISBN: un autore “nato classico”. Allora ha senso chiedersi cosa significhi essere “classico”. Le cose di cui parla Pancake e la profondità con la quale le tratta, l’universalità di certi temi, perfino il paesaggio sono tutti elementi classici. La sua è una riduzione all’essenzialità e dunque al valore. Di cosa vuoi parlare ragazzo? Dico: di cosa vuoi parlare veramente, ragazzo? I tuoi giorni sono contati, non hai da sprecare tempo. Qui intorno non c’è niente, niente che possa distrarti o niente che possa salvarti. Non c’è salvezza, c’è solo da passare i tuoi giorni sotto questo cielo cangiante e irredento. E allora, dimmi: cosa vuoi raccontare? La solitudine, per esempio, la solitudine cannibale di chi vede partire tutti gli amici per il college e lui rimane a coltivare una terra dalla quale non si può spremere neanche più un germoglio, mentre la propria madre, ubriacona debosciata, sta per vendere la fattoria del padre, la persona che ti ha menato con un serpente nero. Una volta, tanto tempo fa, e ora Pa’ è morto. Il tempo immemore nei trilobiti, loro sì che sono immutabili. Oppure vuoi raccontare delle miniere di carbone, di chi ci lascia il fiato ogni giorno e caccia per distrarsi. Niente di rituale nella caccia, solo una faccenda da ubriaconi. Vuoi raccontare della miseria dei bar aperti nel pomeriggio, delle lattine di birra scolate nel meriggio, di autostoppisti e reduci, di gente che, semplicemente, ha mollato tutto e se n’è andata. Di questo vale la pena parlare. Di gente che parte.
    Lo spazio, ecco, dev’essere una questione di spazio. Più che gli ambienti e i personaggi sono miserabili e più che lo spazio si dilata. Non c’è mai depressione in questi racconti, semmai tristezza, profonda e umana tristezza, ma non vicoli neri. Forse è per questo che Breece si è ucciso: voleva mettere una solennità alla miseria dei suoi giorni che serviva da antidoto, da esorcismo. E invece, niente. Anche questa è scenografia, tinteggiatura per quarte di copertina, per approfondimenti psicologici extra.
    Pancake usa la forma del racconto, prodigiosamente. La usa come se scrivesse dei romanzi condensati – eppure lo spazio è dilatato. Grande maestria di un autore: tempo e spazio l’uno in funzione dell’altro.
    Ecco, è forse in questa capacità di plasmare il cosmo che risiede la grandezza di questo autore che ha deciso, a un certo punto, di darci un taglio. A quanto pare Pancake era solito ricoprire di regali chiunque incontrasse e gli andasse a genio. Certo, era solito anche esplodere in violente risse al pub, completamente gonfio di birra. Sono due lati della stessa medaglia: chiunque senta il bisogno di comprare le persone a suon di prodigalità, è anche qualcuno che sconta un rapporto controverso col genere umano. Fatto sta che era, e rimane, uno scrittore senza genere, ma nel senso migliore della formula: impossibile da catalogare, libero da formalismi, era un formidabile genio (lui sì, davvero) con un ridicolo nome da colazione.

    ha scritto il 

  • 3

    pam. un pugno nello stomaco. racconti duri, diretti, scritti in modo crudo e nel suo genere esemplare. un libro che quando uscì ebbe un meritato passaparola. che ne ha fatto subito un classico. ...continua

    pam. un pugno nello stomaco. racconti duri, diretti, scritti in modo crudo e nel suo genere esemplare. un libro che quando uscì ebbe un meritato passaparola. che ne ha fatto subito un classico.

    ha scritto il 

  • 0

    ”Questi non sono i vostri problemi da americano medio, bere, drogarsi, scopare o farsi scopare, perché Rock Camp, West Virginia, non è il posto da problemi da americano medio.”

    Un autore quasi leggend ...continua

    ”Questi non sono i vostri problemi da americano medio, bere, drogarsi, scopare o farsi scopare, perché Rock Camp, West Virginia, non è il posto da problemi da americano medio.”

    Un autore quasi leggendario – perfino nel nome: pochi racconti e una morte misteriosa a venticinque anni.
    L’ambientazione è quella tipica di tante epopee di anti-sogno americano: la provincia, tra colline, miniere, campagna e canali.
    Nello specifico è il West Virginia, quello di country road take me home, ma qui i personaggi non vogliono tornare a casa. Semmai non possono partire.
    Sono inchiodati nei loro paesi, nella fattorie.
    I posti sono da film, spazzaneve e chiatte, tavole calde e distributori.

    ”Prende l’angelo, gli piace la sua tranquilla tristezza.”

    Incomprensione nelle famiglie, tragedie e rancori che la memoria tiene costantemente in vita, whiskey di contrabbando, automobili da rimettere in moto artigianalmente per avere l’impressione di poter partire.
    Ma tanto non si va da nessuna parte.
    C’è la prostituta minorenne, ci sono rapporti torbidi che forse hanno portato a uccidere, c’è l’invidia per i pochi che se ne sono andati – mai il coraggio per imitarli.
    C’è addirittura un serial killer. Lo si riconosce a fatica, piazzato senza alcun segnale nel mezzo di questa contro-epopea. E si resta ancora più disarmati quando si intuisce il motivo dei suoi delitti.
    Un frammento in mezzo agli altri frammenti, che lasciano soltanto il rimpianto per un altro grande scrittore americano che avrebbe potuto essere.

    ”Tutti cercano qualcosa di meglio. Quando tutti vanno da una parte, è il momento di andare dall’altra.”

    ha scritto il 

  • 0

    "Trilobiti" di Breece D'J Pancake

    Darsi la morte a 26 anni, non è chiaro se accidentalmente o – come ufficialmente classificato – per suicidio, lasciando dietro di se appena sei brevi racconti pubblicati, perlopiù sulla rivista Atlant ...continua

    Darsi la morte a 26 anni, non è chiaro se accidentalmente o – come ufficialmente classificato – per suicidio, lasciando dietro di se appena sei brevi racconti pubblicati, perlopiù sulla rivista Atlantic Monthly, e comunque risultare uno degli scrittori più ammirati della letteratura americana degli anni Settanta. È stato questo il destino di Breece D'J Pancake (il nome deriva da una storpiatura involontaria della rivista che pubblicò il suo primo racconto, poi adottata dall'autore). La raccolta dei suoi racconti (i sei editi in vita e altrettanti postumi) vide la luce nel 1983, quattro anni dopo la morte, alimentando una sorta di culto underground che si fece più popolare soltanto con una successiva ristampa, ben venti anni dopo. In Italia i racconti di Pancake vedono la luce nel 2005 grazie a Isbn edizioni, casa editrice da anni impegnata in una preziosissima opera di riscoperta del prezioso giacimento dei “minori” della letteratura americana del secondo Novecento (basti pensare a Chris Fuhrman e, soprattutto, a Richard Brautigan).

    Venerato in modo incondizionato da autori quali Joyce Carol Oates, Chuck Palahniuk, Kurt Vonnegut (“È il più grande scrittore che abbia mai letto), Andre Dubus, Tom Waits (“È il mio scrittore preferito”) J.T. Leroy (“È la mia Bibbia, leggo Pancake ogni giorno”), Pancake dà voce agli sconfitti e agli emarginati della Virginia Occidentale, terra di paludi e miniere, schiavi di un tempo che non vuol passare e di eventi che non vogliono accadere. Legati e fissati a un proprio destino che pare immutabile, scolpito nella pietra da sempre come i fossili che Pancake amava cercare nella valle dell'antico fiume Teays e che danno titolo all'edizione italiana del libro (nonché al primo dolentissimo racconto pubblicato in vita), i personaggi di questi racconti si assomigliano tutti nel gravitare lentamente intorno a un vuoto esistenziale, a una condizione di mancanza o di perdita. Il centro di ogni racconto pare essere un buco che attrae e mangia tutto come una irresistibile forza di gravità che appesantisce i movimenti, rende difficili le parole e fa precipitare ogni cosa nel nulla. Le terre sono povere e desolate. Gli amori e i rapporti familiari sono fragili e illuminati tutti da una luce obliqua e lugubre. Il lavoro scarseggia, oltre che essere rischioso e malpagato. Il futuro non ha residenza in queste brevi narrazioni, in cui invece appare prepotente e ineluttabile la misteriosa tensione delle radici ad avvighiarsi a un passato altrettanto luttuoso. Unico riscatto a cui ricorrere sembra essere quello della violenza, spesso gratuita, della prevaricazione, della rissa, del piccolo guadagno.

    Perfino la lingua stessa e lo stile di questi racconti, secco, ombroso, privo di abbellimenti e di fronzoli, disegnano un mondo senza vie di fuga, senza possibilità di sviluppo, tanto che non viene qui da pensare, come in altri casi di artisti morti prematuramente, a quali sarebbero stati gli eventuali sviluppi della loro arte. No, lo scrittore Pancake, dopo aver rivoltato ogni zolla delle sue valli, come un lombrico chiuso in una scatola a rimestare la stessa terra per sempre, pare piuttosto aver bruciato tutto quando aveva da bruciare e, insieme, tutto se stesso, lasciandoci un esempio di grande letteratura ancora oggi violentemente toccante, prima di salutarci per sempre, con le mani sporche di carbone e gli occhi lucidi di disperazione e rabbia.

    Martino (bibliotecario, Biblioteca San Giorgio)

    ha scritto il 

  • 3

    Nel sottovuoto della disperazione

    Darsi la morte a 26 anni, non è chiaro se accidentalmente o – come ufficialmente classificato – per suicidio, lasciando dietro di se appena sei brevi racconti pubblicati, perlopiù sulla rivista Atlant ...continua

    Darsi la morte a 26 anni, non è chiaro se accidentalmente o – come ufficialmente classificato – per suicidio, lasciando dietro di se appena sei brevi racconti pubblicati, perlopiù sulla rivista Atlantic Monthly, e comunque risultare uno degli scrittori più ammirati della letteratura americana degli anni Settanta. È stato questo il destino di Breece D'J Pancake (il nome deriva da una storpiatura involontaria della rivista che pubblicò il suo primo racconto, poi adottata dall'autore). La raccolta dei suoi racconti (i sei editi in vita e altrettanti postumi) vide la luce nel 1983, quattro anni dopo la morte, alimentando una sorta di culto underground che si fece più popolare soltanto con una successiva ristampa, ben venti anni dopo. In Italia i racconti di Pancake vedono la luce nel 2005 grazie a Isbn edizioni, casa editrice da anni impegnata in una preziosissima opera di riscoperta del prezioso giacimento dei “minori” della letteratura americana del secondo Novecento (basti pensare a Chris Fuhrman e, soprattutto, a Richard Brautigan).

    Venerato in modo incondizionato da autori quali Joyce Carol Oates, Chuck Palahniuk, Kurt Vonnegut (“È il più grande scrittore che abbia mai letto), Andre Dubus, Tom Waits (“È il mio scrittore preferito”) J.T. Leroy (“È la mia Bibbia, leggo Pancake ogni giorno”), Pancake dà voce agli sconfitti e agli emarginati della Virginia Occidentale, terra di paludi e miniere, schiavi di un tempo che non vuol passare e di eventi che non vogliono accadere. Legati e fissati a un proprio destino che pare immutabile, scolpito nella pietra da sempre come i fossili che Pancake amava cercare nella valle dell'antico fiume Teays e che danno titolo all'edizione italiana del libro (nonché al primo dolentissimo racconto pubblicato in vita), i personaggi di questi racconti si assomigliano tutti nel gravitare lentamente intorno a un vuoto esistenziale, a una condizione di mancanza o di perdita. Il centro di ogni racconto pare essere un buco che attrae e mangia tutto come una irresistibile forza di gravità che appesantisce i movimenti, rende difficili le parole e fa precipitare ogni cosa nel nulla. Le terre sono povere e desolate. Gli amori e i rapporti familiari sono fragili e illuminati tutti da una luce obliqua e lugubre. Il lavoro scarseggia, oltre che essere rischioso e malpagato. Il futuro non ha residenza in queste brevi narrazioni, in cui invece appare prepotente e ineluttabile la misteriosa tensione delle radici ad avvighiarsi a un passato altrettanto luttuoso. Unico riscatto a cui ricorrere sembra essere quello della violenza, spesso gratuita, della prevaricazione, della rissa, del piccolo guadagno.

    Perfino la lingua stessa e lo stile di questi racconti, secco, ombroso, privo di abbellimenti e di fronzoli, disegnano un mondo senza vie di fuga, senza possibilità di sviluppo, tanto che non viene qui da pensare, come in altri casi di artisti morti prematuramente, a quali sarebbero stati gli eventuali sviluppi della loro arte. No, lo scrittore Pancake, dopo aver rivoltato ogni zolla delle sue valli, come un lombrico chiuso in una scatola a rimestare la stessa terra per sempre, pare piuttosto aver bruciato tutto quando aveva da bruciare e, insieme, tutto se stesso, lasciandoci un esempio di grande letteratura ancora oggi violentemente toccante, prima di salutarci per sempre, con le mani sporche di carbone e gli occhi lucidi di disperazione e rabbia.

    ha scritto il 

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