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Trilobiti

Di

Editore: ISBN

4.0
(507)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 189 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8876381597 | Isbn-13: 9788876381591 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Ivan Tassi

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Breece D’J Pancake muore suicida nel 1979 a 26 anni. Quattro anni dopo, in America esce la sua unica raccolta di racconti, la reazione è unanime. Non si tratta soltanto di un caso letterario, ma di un autore nato classico. Dodici straordinari racconti, spietati, precisi e delicati. Esseri umani, animali e paesaggi della regione depressa dei monti Appalachi in cui Pancake era nato e cresciuto, si trasformano tra le sue mani in vite esemplari, vere per tutti, in tutti i tempi. La sua figura, a metà strada tra un eroe esistenzialista e Kurt Cobain, è soprattutto, quella di un grande scrittore.
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  • 5

    Breece D'J Pancake “Trilobiti”: Nulla vi dirò dell'autore, anzi Autore, perchè la maiuscola in questo caso mi sembra il minimo. Nulla dico perchè le sue vicissitudini potrebbero condizionarne la lettura. I 12 racconti che costituiscono il libro meritano invece di essere letti “in assoluto”, senza ...continua

    Breece D'J Pancake “Trilobiti”: Nulla vi dirò dell'autore, anzi Autore, perchè la maiuscola in questo caso mi sembra il minimo. Nulla dico perchè le sue vicissitudini potrebbero condizionarne la lettura. I 12 racconti che costituiscono il libro meritano invece di essere letti “in assoluto”, senza condizionamenti di nessun genere.
    America profonda, sconosciuta ai più. Pancake si muove come un drone, solitario, silenzioso e invisibile. Sorvola vite sconosciute, ai confini dell'universo, difficilmente raggiungibili con sensibilità comuni. Rimane sospeso sopra i personaggi e li segue, per un breve periodo, per poi abbandonarli al loro destino. Quasi dei flash, che li fissano alla loro realtà marginale, in tutti i toni del grigio, e nel nostro immaginario. Non esistono colori vivaci e luci abbaglianti nella sua narrazione.
    Una scrittura dura, secca, dove, come nella grande tradizione americana, le uniche concessioni descrittive sono riservate ad una natura matrigna e immanente. Personaggi minimi, puntini appena accennati sopra la carta geografica della Grande America, dispersi, sopravvissuti, che si aggrappano al ricordo, al passato, per non essere spazzati via da un presente senza un futuro. Non riesco a non citare: “Cammino, ma non ho paura. Sento che la mia paura si allontana in cerchi concentrici attraverso il tempo, per un milione di anni”. E qui mi taccio.
    Uno dei pochi libri che ho riletto e che consiglio almeno di leggere, tanto la rilettura arriverà in automatico, ne sono sicuro … O no?

    ha scritto il 

  • 0

    Il ridicolo nome da colazione di un grande scrittore

    Trilobiti. Di Breece D’J Pancake. Porco mondo. Erano anni che non leggevo qualcosa di così potente. L’autore si è suicidato a 26 anni, seguendo le orme della sua country star preferita: Phil Ochs, anch’egli suicida molto giovane. Era cresciuto nella zona degli Appalachi, tra depressioni, nevi ari ...continua

    Trilobiti. Di Breece D’J Pancake. Porco mondo. Erano anni che non leggevo qualcosa di così potente. L’autore si è suicidato a 26 anni, seguendo le orme della sua country star preferita: Phil Ochs, anch’egli suicida molto giovane. Era cresciuto nella zona degli Appalachi, tra depressioni, nevi aride, barbagli, ombre di luci calde e polverose, this land is your land. Ma questa è solo la cornice. In vita Pancake ha fatto uscire solo questi 12 racconti, pubblicati perlopiù su riviste e raccolti postumi. Kurt Vonnegut spese parole incredibili (in lettera), per questo giovane autore:

    Su Breece D’J Pancake: ti do la mia parola d’onore che si tratta semplicemente del più grande scrittore, dello scrittore più sincero che io abbia mai letto. Quello che temo è che questo gli abbia dato troppo dolore, non c’è nessun divertimento a essere così bravo. Ma né tu né io lo sapremo mai.

    Ma tutto questo fa da scenografia. La cosa più azzeccata che mi è capitato di leggere su di lui è sulla nota di copertina dell’edizione ISBN: un autore “nato classico”. Allora ha senso chiedersi cosa significhi essere “classico”. Le cose di cui parla Pancake e la profondità con la quale le tratta, l’universalità di certi temi, perfino il paesaggio sono tutti elementi classici. La sua è una riduzione all’essenzialità e dunque al valore. Di cosa vuoi parlare ragazzo? Dico: di cosa vuoi parlare veramente, ragazzo? I tuoi giorni sono contati, non hai da sprecare tempo. Qui intorno non c’è niente, niente che possa distrarti o niente che possa salvarti. Non c’è salvezza, c’è solo da passare i tuoi giorni sotto questo cielo cangiante e irredento. E allora, dimmi: cosa vuoi raccontare? La solitudine, per esempio, la solitudine cannibale di chi vede partire tutti gli amici per il college e lui rimane a coltivare una terra dalla quale non si può spremere neanche più un germoglio, mentre la propria madre, ubriacona debosciata, sta per vendere la fattoria del padre, la persona che ti ha menato con un serpente nero. Una volta, tanto tempo fa, e ora Pa’ è morto. Il tempo immemore nei trilobiti, loro sì che sono immutabili. Oppure vuoi raccontare delle miniere di carbone, di chi ci lascia il fiato ogni giorno e caccia per distrarsi. Niente di rituale nella caccia, solo una faccenda da ubriaconi. Vuoi raccontare della miseria dei bar aperti nel pomeriggio, delle lattine di birra scolate nel meriggio, di autostoppisti e reduci, di gente che, semplicemente, ha mollato tutto e se n’è andata. Di questo vale la pena parlare. Di gente che parte.
    Lo spazio, ecco, dev’essere una questione di spazio. Più che gli ambienti e i personaggi sono miserabili e più che lo spazio si dilata. Non c’è mai depressione in questi racconti, semmai tristezza, profonda e umana tristezza, ma non vicoli neri. Forse è per questo che Breece si è ucciso: voleva mettere una solennità alla miseria dei suoi giorni che serviva da antidoto, da esorcismo. E invece, niente. Anche questa è scenografia, tinteggiatura per quarte di copertina, per approfondimenti psicologici extra.
    Pancake usa la forma del racconto, prodigiosamente. La usa come se scrivesse dei romanzi condensati – eppure lo spazio è dilatato. Grande maestria di un autore: tempo e spazio l’uno in funzione dell’altro.
    Ecco, è forse in questa capacità di plasmare il cosmo che risiede la grandezza di questo autore che ha deciso, a un certo punto, di darci un taglio. A quanto pare Pancake era solito ricoprire di regali chiunque incontrasse e gli andasse a genio. Certo, era solito anche esplodere in violente risse al pub, completamente gonfio di birra. Sono due lati della stessa medaglia: chiunque senta il bisogno di comprare le persone a suon di prodigalità, è anche qualcuno che sconta un rapporto controverso col genere umano. Fatto sta che era, e rimane, uno scrittore senza genere, ma nel senso migliore della formula: impossibile da catalogare, libero da formalismi, era un formidabile genio (lui sì, davvero) con un ridicolo nome da colazione.

    ha scritto il 

  • 3

    pam. un pugno nello stomaco. racconti duri, diretti, scritti in modo crudo e nel suo genere esemplare. un libro che quando uscì ebbe un meritato passaparola. che ne ha fatto subito un classico.

    ha scritto il 

  • 3

    Nel sottovuoto della disperazione

    Darsi la morte a 26 anni, non è chiaro se accidentalmente o – come ufficialmente classificato – per suicidio, lasciando dietro di se appena sei brevi racconti pubblicati, perlopiù sulla rivista Atlantic Monthly, e comunque risultare uno degli scrittori più ammirati della letteratura americana deg ...continua

    Darsi la morte a 26 anni, non è chiaro se accidentalmente o – come ufficialmente classificato – per suicidio, lasciando dietro di se appena sei brevi racconti pubblicati, perlopiù sulla rivista Atlantic Monthly, e comunque risultare uno degli scrittori più ammirati della letteratura americana degli anni Settanta. È stato questo il destino di Breece D'J Pancake (il nome deriva da una storpiatura involontaria della rivista che pubblicò il suo primo racconto, poi adottata dall'autore). La raccolta dei suoi racconti (i sei editi in vita e altrettanti postumi) vide la luce nel 1983, quattro anni dopo la morte, alimentando una sorta di culto underground che si fece più popolare soltanto con una successiva ristampa, ben venti anni dopo. In Italia i racconti di Pancake vedono la luce nel 2005 grazie a Isbn edizioni, casa editrice da anni impegnata in una preziosissima opera di riscoperta del prezioso giacimento dei “minori” della letteratura americana del secondo Novecento (basti pensare a Chris Fuhrman e, soprattutto, a Richard Brautigan).

    Venerato in modo incondizionato da autori quali Joyce Carol Oates, Chuck Palahniuk, Kurt Vonnegut (“È il più grande scrittore che abbia mai letto), Andre Dubus, Tom Waits (“È il mio scrittore preferito”) J.T. Leroy (“È la mia Bibbia, leggo Pancake ogni giorno”), Pancake dà voce agli sconfitti e agli emarginati della Virginia Occidentale, terra di paludi e miniere, schiavi di un tempo che non vuol passare e di eventi che non vogliono accadere. Legati e fissati a un proprio destino che pare immutabile, scolpito nella pietra da sempre come i fossili che Pancake amava cercare nella valle dell'antico fiume Teays e che danno titolo all'edizione italiana del libro (nonché al primo dolentissimo racconto pubblicato in vita), i personaggi di questi racconti si assomigliano tutti nel gravitare lentamente intorno a un vuoto esistenziale, a una condizione di mancanza o di perdita. Il centro di ogni racconto pare essere un buco che attrae e mangia tutto come una irresistibile forza di gravità che appesantisce i movimenti, rende difficili le parole e fa precipitare ogni cosa nel nulla. Le terre sono povere e desolate. Gli amori e i rapporti familiari sono fragili e illuminati tutti da una luce obliqua e lugubre. Il lavoro scarseggia, oltre che essere rischioso e malpagato. Il futuro non ha residenza in queste brevi narrazioni, in cui invece appare prepotente e ineluttabile la misteriosa tensione delle radici ad avvighiarsi a un passato altrettanto luttuoso. Unico riscatto a cui ricorrere sembra essere quello della violenza, spesso gratuita, della prevaricazione, della rissa, del piccolo guadagno.

    Perfino la lingua stessa e lo stile di questi racconti, secco, ombroso, privo di abbellimenti e di fronzoli, disegnano un mondo senza vie di fuga, senza possibilità di sviluppo, tanto che non viene qui da pensare, come in altri casi di artisti morti prematuramente, a quali sarebbero stati gli eventuali sviluppi della loro arte. No, lo scrittore Pancake, dopo aver rivoltato ogni zolla delle sue valli, come un lombrico chiuso in una scatola a rimestare la stessa terra per sempre, pare piuttosto aver bruciato tutto quando aveva da bruciare e, insieme, tutto se stesso, lasciandoci un esempio di grande letteratura ancora oggi violentemente toccante, prima di salutarci per sempre, con le mani sporche di carbone e gli occhi lucidi di disperazione e rabbia.

    ha scritto il 

  • 5

    12 storie della provincia americana, quella ruvida, indurita dalle difficoltà di una vita che non prevede botte di fortuna, che sfinisce e sconfigge, con il suo peso, esistenze anonime. Sono storie dure, malinconiche ma non rabbiose, in cui si legge l’inappagamento, il rimpianto per un coraggio c ...continua

    12 storie della provincia americana, quella ruvida, indurita dalle difficoltà di una vita che non prevede botte di fortuna, che sfinisce e sconfigge, con il suo peso, esistenze anonime. Sono storie dure, malinconiche ma non rabbiose, in cui si legge l’inappagamento, il rimpianto per un coraggio che non si è avuto, per occasioni perdute o che non si sono presentate, l’assenza di voglia di riscatto.
    C’è in ogni protagonista un senso di lontananza, di disillusione e solitudine. Ogni vita sembra bloccata da un vecchio dolore profondo. Ognuno resta a galla come può, consapevole di essere inadeguato al proprio luogo, ognuno con il suo sogno di fuga disatteso, e la coscienza di doversi adattare, senza però voler cambiare se stesso.
    In questa sorta di rassegnazione si inserisce il tema della natura, degli animali. Descrizioni in cui la sensibilità dell’autore si esprime splendidamente, ma all’interno delle quali esplode la frustrazione dell’uomo.
    12 storie struggenti per loro assoluta normalità, emozionanti per la scrittura che continua a risuonarci dentro. Un libro prezioso, che sarebbe rimasto unico, anche se pancake ce ne avesse dati altri.

    ha scritto il 

  • 3

    La disperazione è per sempre: ci salvi la morte

    Sono stati scomodati addirittura Hemingway e Faulkner in riferimento a questo libro, che contiene i dodici racconti di Breece D'J Pancake, morto suicida prima di poterne scrivere altri. E si sono spesi a parlarne con toni enfatici autorità quali Joyce Carol Oates, Tom Waits, Kurt Vonnegut e Giuse ...continua

    Sono stati scomodati addirittura Hemingway e Faulkner in riferimento a questo libro, che contiene i dodici racconti di Breece D'J Pancake, morto suicida prima di poterne scrivere altri. E si sono spesi a parlarne con toni enfatici autorità quali Joyce Carol Oates, Tom Waits, Kurt Vonnegut e Giuseppe Culicchia. A questo punto parlarne bene (come dimostrano i commenti degli altri anobiani) sembra quasi un diktat: ci si conforma al giudizio degli intellettuali paludati e prezzolati per timore di sfigurare. Del resto, viviamo in un'epoca in cui la sincerità è considerata un imperdonabile difetto, anzi, un abuso, e chi la esercita è guardato male tagliato fuori.
    Quanto premesso non per affermare che il libro sia una schifezza, ma che Pancake non è nulla più che un dilettante promettente, in grado di descrivere con una certa efficacia la realtà desolante dell'estrema provincia agricola americana. Racconta così lo squallore di vite mal spese, la vacuità di speranze fittizie o mal riposte, i vittimismi cui induce un'esistenza senza prospettive. La sua è una narrazione poetica ma essenziale, in cui ben alloggiano le vite fantasmatiche, sospese, prive di una precisa direzione, evanescenti come l'irrealtà di cui si nutrono per sopravvivere. E ben s'intende, anche dai finali spesso indeterminati, approssimativi, quanto la lucidità analitica dell'autore gli impedisse di resistere ad un'esistenza di questa fatta, condotta nella stessa nebulosa della disperazione che circonfonde i suoi personaggi, tutti condannati ad inevitabili destini. "Non c'è niente qui che può cambiare nessuno di voi", afferma Ottie, il protagonista di "Che ne sarà del legno secco?", in assoluto il miglior racconto della raccolta. E, più in là, "Non c'è nessuna vita qui".
    Ciò non toglie che "Trilobiti" contenga una serie di racconti per lo più mediocri incentrati su situazioni deprimenti, il che non fa di un'antologia monotematica un capolavoro, ma la testimonianza di un autore che aveva già esaurito la sua vena creativa e aveva già detto tutto quello che aveva da dire.
    Tranne che in un paio di occasioni i protagonisti si somigliano tutti, e il corpus dei racconti somiglia ad un romanzo nel quale il destino del protagonista può imboccare, di volta in volta, strade diverse; salvo che, qualunque scelta compia, è sempre e comunque destinata allo sfacelo, perché tutte le strade immaginabili portano nello stesso nichilistico nulla. E anche il linguaggio poetico rarefatto dell'autore, che dapprima conquista, finisce con l'annoiare.
    Salvano l'antologia alcune gemme: "Una stanza per sempre", "La mia salvezza", "Come dev'essere" e il già citato "Che ne sarà del legno secco", che da solo costituisce un piccolo capolavoro. Ma non basta a giustificare i giudizi agiografici che sono stati ipocritamente spesi per questo giovane autore morto troppo presto per dimostrare il proprio autentico valore.

    ha scritto il 

  • 3

    Crudo: 1. Non sottoposto a cottura. 2.Non maturo, non stagionato. 3. Reciso, brusco.

    Lenta lenta, lemme lemme, prosegue la mia lettura.
    Non ce la faccio a caricarmi i problemi dei derelitti della provincia americana, la verità.
    Si fa presto a dire Carver: lì c'è un'altra leggerezza, mediocrità a tinte pastello, più sopportabili sebbene ugualmente dure.
    (Questo è ...continua

    Lenta lenta, lemme lemme, prosegue la mia lettura.
    Non ce la faccio a caricarmi i problemi dei derelitti della provincia americana, la verità.
    Si fa presto a dire Carver: lì c'è un'altra leggerezza, mediocrità a tinte pastello, più sopportabili sebbene ugualmente dure.
    (Questo è Bacon. O Freud. Certo non Hopper.)
    Andrò fino in fondo e lo finirò, tuttavia faccio dei propositi per il nuovo anno: stare lontana per un po' dai libri di racconti WASP.

    ps- per rassicurare chi come me vive nel dubbio: Breece Pancake era il suo vero nome.

    ha scritto il 

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