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Trilogia della frontiera

Cavalli selvaggi - ­Oltre il confine­ - Città della pianura

Di

Editore: Einaudi

4.3
(487)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 1038 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco

Isbn-10: 8806194119 | Isbn-13: 9788806194116 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Andrea Carosso , Rossella Bernascone , Igor Legati , Raoul Montanari ; Contributi: Alessandro Baricco

Genere: Fiction & Literature , History , Travel

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Descrizione del libro
Tre storie di apprendistato e di eterno vagabondare di cavalli e cavalieri, tra deserti di sale, montagne innevate e pianure d'erba alta, attraverso la leggendaria frontiera fra il Texas e il Messico. Con "Cavalli selvaggi" siamo nel Texas del 1949. Lacerato ogni legame che lo stringeva alla terra e alla famiglia, John Grady Cole sella il cavallo e insieme all'amico Rawlins si mette sull'antica pista che conduce alla frontiera e più in là nel Messico, inseguendo un passato nobile, e forse, mai esistito. "In Oltre il confine", quando il destino gli offre l'occasione di passare la frontiera, il giovane Billy Parham compie la sua scelta e dirige il cavallo verso il Messico insieme al fratello Boyd. Billy ha appena catturato una lupa ferita che si stava accanendo sul bestiame della famiglia e ha deciso di non consegnarla al padre, che la ucciderebbe, ma di riportarla sulle montagne messicane per restituirla al suo mondo. "Città della pianura" inizia dove arrivavano i primi due romanzi. All'inizio degli anni Cinquanta John Grady Cole e Billy Parham lavorano in un ranch tra il Texas e il Messico. Insieme allevano cavalli, ascoltano sotto le stelle i racconti dei vecchi cowboys, si divertono al bar o al bordello. E al bordello John Grady incontra una sedicenne così bella da cambiargli la vita. Così contesa da costringerlo a scontrarsi con il suo protettore-filosofo Eduardo, in un duello allo stesso tempo epico e metafisico.
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  • 3

    Trilogia della frontiera

    Il mio voto -apparentemente basso ed in controtendenza rispetto all'altissima media anobiana- è una media tra i voti dei tre volumi (Cavalli selvaggi ***, Oltre il confine ****, Città della pianura ** ...continua

    Il mio voto -apparentemente basso ed in controtendenza rispetto all'altissima media anobiana- è una media tra i voti dei tre volumi (Cavalli selvaggi ***, Oltre il confine ****, Città della pianura **), letti uno di seguito all'altro per tentare di individuare il filo conduttore della trilogia.

    McCarthy chiede al lettore uno sforzo non indifferente nel momento in cui si comprende che il suo west non è quello avventuroso e romantico dei film di John Wayne, bensì è un west di frontiera in tutti i sensi. Frontiera è quella che separa gli USA dal Messico, frontiera è l'età che vivono tutti i protagonisti passando dall'adolescenza all'età adulta, frontiera è quella che separa il bene dal male, frontiera è quella temporale in un "tardo" west che non vive più l'epoca della scoperta, ma intravede la sua fine con i pickup che affiancano i cavalli e le guerre mondiali che costituiscono il passato recente di tutte le vicende.
    Il west atipico di McCarthy è il regno dei vaqueros più che dei pistoleri: le pallottole sono centellinate, mentre abbondano i pasti di fagioli e tortillas consumati all'aria aperta. E' un mondo che sente l'eco della modernità in arrivo eppure la rinnega rifugiandosi negli echi di un passato glorioso: la ricerca di alcuni cavalli scomparsi, di un fratello, di un amico, il rapporto con una lupa ferita (strabilianti gli echi di Jack London!), l'amore impossibile con una prostituta, sono tutti espedienti per aggrapparsi ad un epoca al lumicino. I protagonisti, che per età anagrafica oggi definiremmo poco più che adolescenti, parlano e agiscono come adulti: questo richiedeva la vita di allora e forse oggi il confronto fa sorridere.

    McCarthy dipinge uno stile di vita, o meglio dipinge LA vita di questi giovani uomini. E la vita non può essere fatta solo di gesta epiche, grandi amori e terribili vendette come nei film: la vita è fatta anche di lavoro, di sofferenza, di noia, di incontri più o meno significativi (in questo senso alcune pagine di Oltre il confine sono memorabili). E, come accade nella vita, gli eventi non si possono legare tra loro (in una trilogia, ad esempio) se non con una costruzione mentale. Quindi leggete questi romanzi di McCarthy, ma fatelo separatamente e a distanza di tempo e senza cercare un senso univoco che unisca queste tre belle storie.

    ha scritto il 

  • 5

    Parafrasando un famoso titolo di McCarthy, questi non sono libri per persone impazienti. Tre storie indipendenti, di cui la terza è l’ideale proseguimento delle prime due, ma potrebbe anche essere let ...continua

    Parafrasando un famoso titolo di McCarthy, questi non sono libri per persone impazienti. Tre storie indipendenti, di cui la terza è l’ideale proseguimento delle prime due, ma potrebbe anche essere letta da sola. Allora perché metterle insieme in un volume da oltre 1000 pagine? Perché per leggere queste storie serve un passo, un ritmo; e quando lo hai acquisito difficilmente te ne vuoi separare. Tre storie fatte di freddo, polvere, sangue, cavalli, alcool, notti all’aperto, dialoghi minimi e dialoghi sul senso del mondo, dove per pagine e pagine accadono fatti minimi, ma tutto ciò che accade è esattamente funzionale alla tragedia che puntualmente si compirà. Tragedie annunciate, epiloghi dichiarati, personaggi che non si sottraggono ad un destino cattivo, anzi lo cercano, convinti di fare la cosa più giusta. Una scrittura magistrale, che non si preoccupa di rendere la vita facile al lettore ma di lo getta letteralmente nel mezzo della storia. Nessuno ci spiega chi sono i personaggi, dove siamo, cosa è accaduto ieri, gli antefatti e le premesse. Noi siamo dentro, e osserviamo ciò che accade, ascoltiamo le parole, conosciamo i protagonisti per come agiscono e per ciò che dicono. Ci vuole pazienza per leggere questo libro, ma il premio per chi resiste è una cavalcata di libertà, un’immersione in un flusso narrativo maestoso, un assoluto appagamento dei sensi e della mente.

    ha scritto il 

  • 0

    Non è vero che tutte le storie nascono da una domanda.
    Sì che è vero. Là dove ogni cosa è nota, non si dà narrazione.

    Gli uomini parlano di destino cieco, di qualcosa che agisce senza schemi o fini. M ...continua

    Non è vero che tutte le storie nascono da una domanda.
    Sì che è vero. Là dove ogni cosa è nota, non si dà narrazione.

    Gli uomini parlano di destino cieco, di qualcosa che agisce senza schemi o fini. Ma che sorta di destino è mai questo? Ogni atto compiuto in questo mondo è irreversibile, ed è preceduto da un altro, e da un altro ancora. Tutti insieme formano una rete immensa nello spazio e nel tempo. Gli uomini immaginano di poter scegliere fra le possibilità che vedono davanti a sé. Ma noi siamo liberi di agire solo in base a ciò che ci è stato dato.

    La Frontiera fluida. Nella costruzione di un’epica americana – prima esisteva solo quella del Sud di Faulkner – McCarthy sceglie la vera Frontiera.
    Non il Far West di maniera, più famoso per l’immagine da romanzo o da film che per la vera storia, la frontiera mobile dei giovani Stati Uniti. Ma la Frontiera vera, quella tra Stati Uniti e Messico.
    Sceglie un’epoca spiazzante, non la fine dell’Ottocento con i pistoleri e i Pat Garrett e i Billy The Kid e i Buffalo Bill. Con McCarthy siamo attorno al 1950. Ci sono i cowboy a cavallo e le automobili. Ci sono gli echi della seconda guerra mondiale e i vecchi che ricordano le rivoluzioni messicane.

    La Frontiera fluida. Quando tra Stati Uniti e Messico il confine c’era, le tensioni pure. Ma non c’erano né i muri né la Migra.
    Non c’erano trafficanti di uomini o di droga. Juarez non era ancora la città degli orrori, la città più pericolosa del mondo, delle esecuzioni di massa e dei cadaveri appesi ai ponti. Sonora era solo il nome di una regione montuosa e non una priorità nell’agenda della DEA.
    Su quella linea sottile essere statunitensi e messicani era una sfumatura più che una distinzione. Si poteva stare di qua o di là della Frontiera indifferentemente, senza troppi problemi – a condizione, al solito,di non creare problemi. Perché per un giovane americano una prigione messicana non era esattamente come un carcere di casa.
    La lingua franca era una necessità, mescolare lo spagnolo e l’inglese, passare automaticamente da uno all’altro, ben prima della nascita dello spanglish.

    La Frontiera fluida. La scrittura fluida di McCarthy. Nell’alternarsi, senza nessun avvertimento preventivo, delle due lingue.
    In quel modo di McCarthy di non indicare i discorsi diretti, perché le parole dei personaggi siano un tutt’uno con la storia. Un racconto fluido dove quello che è raccontato dalle persone e quello che è la narrazione stessa del mondo sono sullo stesso piano, senza distinzioni gerarchiche.
    Non è immediato entrare nella logica della storia di McCarthy. Perché è una storia fluida. Non ha un vero inizio e non ha una vera fine. Perché è solo una parte, un momento di una storia più grande, infinita, ininterrotta. Da cui è impossibile isolare nel tempo e nello spazio una singola vicenda. Perché le singole vicende non esistono, niente può essere singolo e tutto è collegato.

    McCarthy si interroga, ha dei perché, come tutti. Ma è consapevole in partenza che resteranno senza risposta. Qualunque sforzo in questo senso non produrrà risultato.
    Ma i perché ci sono. Se non porteranno a una risposta porteranno almeno a una storia. E, nel dubbio, McCarthy racconta.
    Così nasce un’epica. Fluida.

    Perché questo mondo non è affatto una cosa ma è semplicemente una storia. E tutto ciò che esso contiene è una storia e ciascuna storia è la somma di tutte le storie minori, eppure queste sono la medesima storia e contengono in esse tutto il resto. Quindi tutto è necessario. Ogni minimo particolare. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato. Perché non sappiamo dove stanno i fili. I collegamenti. Il modo in cui è fatto il mondo. E quei fili che ci sono ignoti fanno naturalmente parte anch’essi della storia e la storia non ha dimora e quindi non possiamo mai aver finito di raccontare. Non c’è mai fine al raccontare. Tutte le storie sono una cosa sola. Se ascolti come si deve, sono una unica storia.

    C’è un certo tipo d’uomo che, quando non può avere quelle che vuole, non prende la cosa che sta al secondo posto, ma la peggiore che riesce a trovare.

    ha scritto il 

  • 5

    Semplicemente il migliore.

    Tra i libri di McCarthy che fino ad ora ho letto, "La trilogia della frontiera" è il migliore. Da tutti i punti di vista. E' stato anche il mio primo McCarthy e lo consiglio a tutti quelli che volesse ...continua

    Tra i libri di McCarthy che fino ad ora ho letto, "La trilogia della frontiera" è il migliore. Da tutti i punti di vista. E' stato anche il mio primo McCarthy e lo consiglio a tutti quelli che volessero approcciarsi a questo autore. Ve ne innamorerete...

    ha scritto il 

  • 4

    due terzi

    in realtà ho finito i primi due libri della Trilogia, poi ho deciso di fermarmi..
    il terzo lo leggerò tra qualche mese.

    belli...ma
    lenti, lenti, lenti...

    avevo bisogno di interrompere e leggere qualco ...continua

    in realtà ho finito i primi due libri della Trilogia, poi ho deciso di fermarmi..
    il terzo lo leggerò tra qualche mese.

    belli...ma
    lenti, lenti, lenti...

    avevo bisogno di interrompere e leggere qualcos'altro..

    ha scritto il 

  • 0

    Un applauso a McCarthy.
    Tre storie che fondono insieme romanzo di formazione, epica della frontiera, filosofia e visione del mondo.
    I protagonisti sono gli uomini ma anche gli animali e una natura tal ...continua

    Un applauso a McCarthy.
    Tre storie che fondono insieme romanzo di formazione, epica della frontiera, filosofia e visione del mondo.
    I protagonisti sono gli uomini ma anche gli animali e una natura talmente selvaggia da ignorare l'affannarsi umano che l'attraversa.
    Bravissimo nel creare storie e atmosfere senza servirsi di due parole quando può utilizzarne una sola.
    I dialoghi sono scarni ma allo stesso tempo pregnanti così come le descrizioni sono estremamente intense nonostante la loro esiguità.

    ha scritto il 

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